lunedì 25 maggio 2020

Sull’insegnamento della Cerimonia del Tè / On Teaching Tea Ceremony

Mitsu Suzuki è stata la moglie di Shunryu Suzuki, negli anni ’60 lo seguì negli Stati Uniti quando vi si trasferì dal Giappone. Quando suo marito morì nel 1971, Mitsu rimase al San Francisco Zen Center dove insegnò la cerimonia del tè e la poesia Haiku per altre due decadi. Il brano che segue è un estratto da un discorso che tenne ai suoi studenti allo Zen Center un paio di anni prima del suo ritorno in Giappone. Nel discorso descrive la sua vita in America, cosa ha imparato e cosa è riuscita a trasmettere nel suo sforzo di far comprendere la cerimonia del tè agli studenti americani, con particolare riguardo alla relazione Ospite/Ospitato.
Non avrei  veramente potuto insegnare la cerimonia del tè in maniera prettamente formale. Non ho i giusti utensili o la stanza da tè adatta. E io stessa non ho la conoscenza necessaria per insegnare la cerimonia formale del tè. Ma dato che studio Zen, volevo che i miei studenti afferrassero il cuore dello Zen. Che è, in uno spazio molto stretto, una stanza da una o massimo due stuoie, fare posto a un universo intero. Dove regna un’armonia fra Ospite e Ospitato. Chi ospita è sempre attento a chi viene ospitato, pensa a come fare e a come servire un delizioso tè. Chi è ospitato, anziché cercare l'errore di chi ospita, osserva e desidera che chi ospita faccia un tè delizioso. Quindi c'è una vera e calda armonia; questo è lo spirito della cerimonia del tè. In questo paese, le persone tendono a pensare alle proprie cose e non si preoccupano degli affari degli altri. Volevo che le persone qui imparassero questo spirito di armonia.
Sono molto fortunata perché tutti i miei studenti sono studenti Zen. Probabilmente capiscono lo spirito del tè molto più degli altri americani. Tra gli insegnanti di tè, anche in Giappone, pochi vogliono studiare lo Zen, che è una cosa molto strana perché la cerimonia del tè parte proprio dalla pratica Zen. Dogen Zenji disse: “Il portamento dignitoso è esso stesso Buddha Dharma”. Lui insegnò che ogni cosa noi facciamo nel quotidiano, come conversiamo con gli altri, come mangiamo, come andiamo in bagno, come usiamo l’acqua – tutto è Zen. La Cerimonia del Tè è proprio questo, comunque e dovunque incontriamo qualcun altro, essere pienamente premurosi nei suoi confronti, questo è molto importante, questa è la Maestria della Cerimonia del Tè.
I miei studenti hanno dovuto studiare forse più duramente degli studenti giapponesi, sebbene abbiano molte difficoltà come il dolore alle gambe sedendo in seiza. A causa dell’età, Issan (Issan Dorsey, defunto Abate dello Zen Center di Hartford Street) dimenticava spesso i movimenti. Lo colpivo sulle mani per correggerlo, chiedendo cosa seguisse. Lui rispondeva “Non lo so!”. Così dovevo rispondergli “Te l’ho ripetuto milioni di volte, per favore dì che lo hai dimenticato, non che non lo sai!”. Uno studente giapponese cui capitasse di versare del tè direbbe semplicemente “oh sono estremamente dispiaciuto, è un mio errore!”. Qui invece dovrei ripulire io al posto dei miei studenti. E non mi ringrazierebbero nemmeno. Penserebbero probabilmente ad un incidente, non ad un loro errore. Sono sempre scioccata dalle loro reazioni. Se chiedessi loro di chiedere scusa, mi guarderebbero perplessi, domandandosi perché mai gli sto chiedendo una cosa del genere.
La vera sfida è che qui le persone non sono realmente allenate dall’infanzia a movimenti fisici precisi, come usare la mano destra o la mano sinistra. Nell’educazione americana non avete bisogno di imparare questo. Mentre nella Cerimonia del Tè tutti i movimenti hanno a che fare con la destra e la sinistra. Ma i miei studenti sono veramente aperti ai suggerimenti e alle istruzioni, e seguono i miei insegnamenti in modo fedele.
Mitsu Suzuki (1914-2016)
Da: – Wind Bell: Teachings from the San Francisco Zen Center 1968-2001
English Version
Mitsu Suzuki was the wife of Shunryu Suzuki who accompanied him when he moved to the United States from Japan in the 1960s. After her husband passed away in 1971, Mitsu stayed on at San Francisco Zen Center where she taught tea ceremony and haiku poetry for another two decades. This excerpt is from a talk she gave to students at Zen Center a couple of years before she left to go back to Japan. In the talk, she describes her life in America and goes on to say what she learned and what she was able to transmit in her efforts to teach tea ceremony to American students, especially with regards to the relationship of host and guest.
I could not really teach tea ceremony in a formal way—I didn’t have the correct tea utensils or formal tea room. And I didn’t have enough knowledge myself to teach formal tea ceremony. But because I was studying Zen, I wanted my students to grasp the heart of Zen. That is, in a very narrow space, a one mat room or two mat room, you establish a universe. Here there is harmony between host and guest. The host is always thoughtful of the guest, thinking how to create and serve delicious tea to the guest. The guest, instead of trying to look for the host’s mistake, watches and wishes for the host to make delicious tea. So there is a real warm harmony; this is the spirit of tea ceremony. In this country, people tend to think of their own matters and not worry about others’ business. I wanted people here to learn this spirit of harmony.
I’m very fortunate that my students are all Zen students. They probably understand the spirit of tea more than other Americans. Among tea teachers, even in Japan, few people want to study Zen, which is very strange because tea ceremony started from Zen practice. Dogen Zenji said, “Dignified bearing is itself Buddha Dharma.” He taught that everything we do in our daily life—how we converse with each other and how we take meals, go to the bathroom, how we use water—all is Zen. Tea ceremony is just like that: however and wherever you meet someone else, being fully thoughtful of the other is most important. That is the mastery of tea ceremony.
My students have been studying, maybe harder than Japanese students, although they have many difficulties like pain in their legs sitting seiza. Because of his age, Issan (Issan Dorsey, late Abbot Of Hartford Street Zen Center) would often forget the movements. I would just hit his hand to correct him, asking him what was next. He would say, “I don’t know.” So I would say “I’ve told you this a million times—please say you forgot, not that you don’t know!” A Japanese student who spilled tea would say, “Oh, I’m extremely sorry, my mistake.” Here I would just clean up for my students. They wouldn’t even say thank you. They might have thought that this was some accident, not their mistake. I was often shocked with their reactions. If I asked them to say they were sorry, they would look puzzled, wondering why I’m asking them this.
One real challenge is that people here are not really trained from childhood in precise physical movements like using right hand or left hand. In American education you don’t need to learn this. All movements in tea ceremony involve right and left. But my students are really open for suggestions and instructions, and they have been following my instructions in a faithful way.
Mitsu Suzuki (1914-2016)
From – Wind Bell: Teachings from the San Francisco Zen Center 1968-2001
© Tora Kan Dōjō
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venerdì 22 maggio 2020

Fai un passo – Dainin Katagiri

Dainin Katagiri arrivò negli Stati Uniti nel 1963, per dare una mano nella missione Zenshuji a Los Angeles, prima di trasferirsi a San Francisco per lavorare con la missione Sokoji e il Centro Zen di San Francisco. In seguito ha fondato il proprio centro per la pratica in Minnesota. In questo estratto del suo libro "Devi dire qualcosa", ci mette in guardia contro lo zazen inteso come un mezzo per raggiungere un fine o come veicolo per estinguere il desiderio. Piuttosto lo zazen si realizza, dice, facendo un passo sincero proprio in questo momento.
Se usi lo Zen come uno strumento per raggiungere un fine, questo diventerà man mano sempre più pesante. Se all’inizio pesa pochi etti, riuscirai a portarlo con te senza problemi per un chilometro, ma se dovrai portarlo per due, tre, cinque chilometri ti sentirai esausto. Questo perché la tua falsa riva scompare nel momento in cui la raggiungi. Ecco perché non sei soddisfatto dello Zazen. Stai ancora cercando l’altra sponda.
Questa è come molti di noi sono confusi. Non accettiamo l’idea che i desideri siano senza fine. Dobbiamo realizzare che non c’è nulla da portare nelle nostre mani, che lo Zazen non è un veicolo, non è uno strumento.
Allora come possiamo praticare zazen come fine a sé stesso? Tutto quello che devi fare è fare un passo. Un solo passo. Letteralmente parlando, c’è solo una cosa da affrontare, e nient’altro. Se credi che c’è qualcos’altro dietro questa singola cosa, questa non sarà pura pratica. Fai solo un passo in questo momento con tutto il cuore. Razionalmente noi pensiamo al passato e al futuro, ma se noi facciamo un solo passo, questa riva e l’altra riva sono ora. Fare un passo contiene già in sé tutti i passi. Questa sponda e l’altra sponda. Questo singolo passo è lo Zazen.
Placa la tua mente confusa e usa la consapevolezza, il pensiero e la visione per cogliere assieme vita e morte, in questo momento. La vita è senza fine, ma questo non è l’importante. Ciò che è importante è che una vita senza inizio e senza fine giace accanto ad una mente pacificata. Proprio ora e proprio qua, la nostra vita deve essere pacificata. Passare il cancello della pace e dell’armonia non è un’idea. Come una foglia cadente, è la manifestazione totale dell’illuminazione e il disvelamento della realtà ultima.

Dainin Katagiri (1928-1990)
Da: “Devi dire qualcosa” – Astrolabio - Ubaldini Editore


ENGLISH VERSION



Dainin Katagiri came to the United States in 1963, originally to help out at the Zenshuji mission in Los Angeles, before moving up to San Francisco to work with the Sokoji mission there as well as the San Francisco Zen Center. He eventually established his own center for practice in Minnesota. In this extract from his book, ‘You Have to Say Something’, he warns against regarding zazen as a means to an end or as a vehicle to extinguish desire. This is best done, he says, by taking one wholehearted step right at this very moment.

If you carry zazen around as a means to an end, it will just keep getting heavier and heavier. If it’s five pounds at the beginning, you might be able to carry it for a mile without trouble, but if you carry it for two miles, or three miles, or five miles, you will become exhausted. This is because your false shore starts washing away the moment you reach it. This is why you are not satisfied in zazen. You are still looking for the other shore.
This is just how most of us are confused. We don’t appreciate the fact that desires are endless. We have to come to realize that there is nothing to get into our hands, and that zazen is not a vehicle, not a means.
So, how can we practice zazen as an end in itself? All you have to do is take a step. Just one step. Strictly speaking, there is just one thing we have to face, and nothing else. If you believe there is something else besides this one thing, this is not pure practice. Just take one step in this moment with whole-heartedness. Intellectually, we think about the past and the future, but if we take one step, this shore and the other shore are now. Taking one step already includes all other steps. It includes this shore and the other shore. This one step is zazen.
Just make your helter-skelter mind quiet and use mindfulness, thoughts, and views to see both life and death in this moment. Life is endless. But that is not important. What’s important is that beginningless and endless life lies within a peaceful mind. Right now, right here, our life must be peaceful. To enter the gate of peace and harmony is not an idea. Like a falling leaf, it is the total manifestation of enlightenment and the illumination of ultimate reality.

Dainin Katagiri (1928-1990)
From: “You Have to Say Something” – Shambhala


© Tora Kan Dōjō






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