mercoledì 29 gennaio 2020

Lo Sguardo del Maestro

Questa riflessione fu scritta molti anni fa da Sensei Paolo Taigō nei primi anni della sua Pratica a Fudenji sotto la guida del Maestro Taiten Guareschi la riproponiamo per la freschezza e profondità ancora attuali che esprime.
 
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Al termine della Cerimonia del Mattino che si svolge nella Sala del Dharma del Tempio di Fudenji, il Maestro Taiten, si volta per raggiungere i due discepoli che sono pronti ad accompagnarlo in processione, con passo solenne, fuori della Sala del Dharma.
Prima di muovere il passo che varca la soglia e lo inserisce tra i due discepoli, il Maestro si trova di fronte alla finestra che si affaccia sulle colline di Salsomaggiore.
E’ l’alba, il Maestro si ferma per un breve istante, e il suo sguardo si posa su quei campi che ogni giorno, da molti anni, rispondono al suo saluto, testimoni vigili e discreti della vicenda di Fudenji e del suo destino.
Quello sguardo, che mi commuove ogni volta profondamente, esprime un sentimento di saluto, al contempo di benvenuto e di addio.
E’ come se il maestro vedesse per la prima ed ultima volta quello scenario.
Il Rito celebrato poc’anzi si conclude, come una qualsiasi opera teatrale, con l’uscita di scena dell’interprete principale.
Come violazione ludico-simbolica il Rito permette il contatto con il mistero, permette di calarsi in un ruolo che trascende la propria individualità per connettersi all’Assoluto.
Il termine del Rito, l’uscita di scena, coincide con il ritorno alla coscienza dell’impermanenza del proprio sé pur rasserenati dal contatto con l’Altro da sé.
Lo sguardo è allora di buongiorno e di addio.
E’ difficile vivere questo sublime sentimento di accoglienza e di abbandono, d’incontro e di distacco che lo sguardo del Maestro esprime.
Profondo insegnamento sul modo di condurre la propria vita.
Ogni giorno, ogni incontro, andrebbe ‘celebrato’ con questo spirito.
Allora, si realizza che nessuno e nessuna cosa ci appartengono e possiamo essere in qualsiasi momento chiamati ad abbandonarli, così come nulla e nessuno possono assumere ai nostri occhi così scarso valore da non meritare tutta la nostra attenzione e compassione.
Vivere esprimendo continuamente un profondo sentimento di gratitudine e meraviglia fa sì che tutte le esistenze rispondano al nostro saluto.
L’insegnamento del Maestro è tutto in quello sguardo.

Taigō Sensei




© Tora Kan Dōjō



















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venerdì 24 gennaio 2020

La Vera Concentrazione




"Vera concentrazione" non significa essere concentrati su una cosa sola. Certo, diciamo "fare le cose una alla volta", ma il significato della frase è difficile da spiegare. Se non cerchiamo di concentrare la mente su niente siamo pronti a concentrarla su qualcosa. Per, esempio, se nello zendo tengo lo sguardo su una persona mi sarà impossibile prestare attenzione agli altri; per questo praticando zazen non guardo nessuno [in particolare], così se qualcuno si muove lo vedo subito. [...]
Fin dai tempi antichi il punto essenziale è sempre stato avere una mente calma, limpida, qualunque cosa si faccia. Anche quando mangi qualcosa di buono la tua mente dovrebbe essere abbastanza calma da apprezzare la fatica che è stata fatta per preparare il cibo e lo sforzo compiuto per fabbricare i piatti, le posate e tutto ciò che usiamo.
Con mente serena riusciamo ad apprezzare ogni verdura, ogni ortaggio, uno per uno così da poter goderne le virtù.
Conoscere qualcuno è percepire il sapore di quella persona, quello che sentite provenire da lei. Ognuno ha il proprio sapore, una personalità particolare dalla quale traspaiono molti sentimenti. Apprezzare pienamente questa personalià o questo sapore significa avere una buona relazione; allora possiamo davvero essere amichevoli, il che non significa attaccarsi a qualcuno o cercare di piacergli ma piuttosto apprezzarlo pienamente.
Per potere apprezzare cose e persone occorre che la mente sia calma e limpida; dunque pratichiamo zazen o "stiamo semplicemente seduti" (shikantaza) senza alcuna idea di guadagno. In quel momento si è se stessi, "si stabilisce se stessi in se stessi". Con questa pratica abbiamo la libertà, ma può darsi che la libertà che intendono i buddhisti zen non sia la stessa. Per raggiugere la libertà incrociamo le gambe, teniamo una postura eretta e lasciamo occhi e orecchi aperti a ogni cosa. Questa prontezza o aperura è importante perché siamo soggetti a tendere verso gli estremi, ad attaccarci a questo o quello, e così perdiamo la calma, perdiamo la mente-specchio [che riflette la realtà senza deformarla].
Praticare zazen è il nostro modo di ottenere la calma e la limpidezza della mente, ma non possiamo riuscirci mettendoci addosso fisicamente qulacosa, con la forza, o generando uno stato mentale particolare. Ecco, forse penserete che avere una mente-specchio sia pratica zen; è così, ma se praticate zazen allo scopo di raggiungere quel genere di mentalità, non è questa la pratica che intendiamo noi: la vostra è diventata invece "l'arte dello Zen". 
La differenza fra "l'arte dello Zen" e il vero Zen è che si ha il vero Zen anche senza provare ad averlo. Quando cerchi si fare qualcosa, lo perdi. Per questo diciamo "limitati a sedere" [in meditazione]: non significa fermare di colpo la mente o essere completamente concentrati sul respiro, anche se sono cose che servono. Magari a praticare il conteggio del respiro vi annoiate, perché la cosa non vi dice un granché, ma allora non capite più quale sia la vera pratica. Noi pratichiamo la concentrazione o facciamo sì che la mente segua il respiro così da non farci prendere da qualche pratica complicata nella quale ci perderemmo via nel tentativo di compiere una qualche impresa [speciale].
Nell' "arte dello Zen" si cerca di essere un abile maestro zen che ha grande forza e buona pratica: "Oh, vorrei tanto essere come lui.. Devo impegnarmi a fondo". L' "arte dello Zen" riguarda come tracciare una riga dritta o come controllare la mente; lo Zen invece è per tutti, anche per chi non è capace di tirare una riga dritta. Per un bambino è naturale, e anche se la riga non è dritta è bella lo stesso. Così, che ti piaccia o no la posizione a gambe incrociate, se sai davvero che cosa sia zazen riesci a farlo.
Nella nostra pratica la cosa più importante è limitarsi a seguire il programma orario della giornata e fare le cose insieme con gli altri. Potreste dire che è una pratica di gruppo, ma non è vero: la pratica di gruppo è piuttosto diversa, è un altro tipo di arte. Durante la guerra alcuni giovani, spinti dall'atmosfera militaristica in cui si trovava il Giappone, mi recitarono questo verso dello Shushogi: "Comprendere la vita e la morte è il punto più importante della pratica": e aggiunsero: "Anche se non so nulla di quel sutra, morire al fronte mi è facile". E' questa la pratica di gruppo: è piuttosto facile morire spinti dalle trombe, dai fucili, dalle grida di guerra.
Neanche questo tipo di pratica è il nostro.. E' vero, pratichiamo insieme alle persone, ma il nostro scopo è praticare insieme alle montagne, ai fiumi, insieme agli alberi e ai sassi, con tutto ciò che c'è al mondo, tutto nell'universo, e trovare noi stessi nel grande cosmo. Quando pratichiamo in questo vasto mondo capiamo per intuito quale Via percorrere. Quando l'ambiente che ti circonda ti dà un segno che mostra in quale direzione andare, andrai nella direzione giusta anche se non eri partito con l'idea di seguire un segno.
E' bene praticare la nostra Via, ma potresti praticarla con un'idea errata. E comunque, se sai, "Sto facendo un errore, ma non riesco lo stesso a smettere di praticare", non c'è nulla di cui preoccuparti; se apri i tuoi veri occhi e accetti il fatto di essere preso in un concetto sbagliato di pratica, [in questo momento] quella è vera pratica.
Tu accetti il tuo modo di pensare perché l'hai già; è inevitabile: Ma non occorre affatto che cerchi sbarazzartene: non è questione di "giusto" o "sbagliato" ma di come fare ad accettare francamente, con mente aperta, quello che stai facendo. Ecco il punto più importante. Quando pratichi zazen accetti il "te stesso" che sta pensando a qualcosa, senza cercare di liberarti delle immagini che hai: "Eccole che arrivano". Se c'è qualcuno che si sta muovendo, laggiù: "Oh, si muove". E se smette di muoversi, i tuoi occhi rimangono gli stessi. E' così che vedono i tuoi occhi quando non guardi nulla di speciale: in questo modo la tua pratica include ogni cosa, una dopo l'altra, e tu non perdi la calma della mente.
L'estensione di questa pratica è illimitata. Se abbiamo tutto ciò come fondamento, siamo realmente liberi. Quando ci si valuta come buoni o cattivi, giusti o sbagliati, [quello che si dà] è un valore relativo: si perde il proprio valore assoluto. Quando vi valutate in base a una misura illimitata, invece, ognuno di voi sarà collocato nel suo vero sé. E tanto basta, anche se credete di avere bisogno di una misurazione migliore. Se comprenderete questo punto capirete che cosa sia la vera pratica, per gli esseri umani e per ogni cosa.  

Shunryu Suzuki Roshi



© Tora Kan Dōjō


















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mercoledì 22 gennaio 2020

Il tempo - lettera a Lucilio (Seneca)

Dammi retta, Lucilio, dedicati di più a te stesso e tieni da conto tutto per te il tempo che finora, in un modo o nell’altro, ti lasciavi portare via.
E’ proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come. E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza.
Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente.
Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno.
Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come qualcosa che stia davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa come mi scrivi.
Tieni stretto il tuo tempo ora per ora, dipenderai meno dal futuro se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa.
Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà.
Che sciocchi gli uomini!
Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito se gli concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.
Forse ora mi domanderai come mi comporto io, che con te, sono così largo di consigli.
Ti risponderò con franchezza: faccio come un riccone ordinato e diligente, tengo il conto di quello che spendo.
Non posso dire di non buttare al vento nulla, però posso dire che cosa butto via e spiegare perché; sono in grado di render conto della mia povertà.
Naturalmente capita anche a me, come alla maggior parte delle persone cadute in miseria senza loro colpa, che tutti siamo pieni di comprensione, ma nessuno sia disposto a dare una mano.
Ma che importa?
Secondo me non è povero chi si fa bastare quel che gli resta, anche se è poco.
Quanto a te, però preferirei che tenessi ben stretto quello che hai; e dovrai cominciare subito.
Perché come dicevano i nostri vecchi: è troppo tardi far economia quando si è arrivati al fondo; tanto più che nel fondo non c’è solo ben poco, ma anche il peggio.
Addio!


Epistulae morales ad Lucilium -Seneca


© Tora Kan Dōjō


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mercoledì 15 gennaio 2020

La Gratitudine è il cuore della Pratica - Lo Shushōgi - quinta parte

di P.Taigō Spongia
Capitolo V
Gyōji Hōon - Esercizio Costante e Gratitudine



Pubblichiamo la quinta ed ultima parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento dello Shushōgi di Dōgen Zenji. 
Qui i link alla prima, seconda, terza e quarta parte della lezione: 

Il Capitolo Gyōji Hōon, che chiude lo Shushōgi, è composto da estratti dei capitoli Hotsu-Bodaishin, Keisei-Sanshoku, Kenbutsu, Gyōji, Raihai-Tokuzui, Kesa-Kudoku, Sokushin-Sebutsu e Osakusendaba dello Shōbōgenzō di Dōgen Zenji.

Gyō: Il passo destro e sinistro, il procedere, camminare, passo dopo passo. Anche praticare, agire, mettere in pratica. Il comportamento, la condotta.

Ji: La mano che mantiene.

 Gyōji: La pratica continua che nell’esercizio quotidiano, nel ripetere rinnovando, preserva e trasmette la saggezza dei Padri. Preservare memorizzando col corpo intero attraverso la ripetizione, imparando esattamente.
La Trasmissione avviene nella carne non si tratta di un’acquisizione intellettuale.


Hō: la ricompensa, retribuzione.

On: la ragione 

del cuore.
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Hōon: La ‘retribuzione’ inerente all’esercizio (Sambhogakāya). 
La gratitudine come ragione del cuore che regola la nostra vita.
Non un frutto del calcolo e della ragione ma scaturisce dal cuore.

I caratteri che compongono il titolo del V capitolo dello Shūshōgi esprimono chiaramente come la pratica quotidiana debba essere espressione della nostra gratitudine e come, di conseguenza la nostra gratitudine renda viva e preziosa la pratica quotidiana.

Costante esercizio e grata benedizione.

26. A noi soli di questo mondo è d’uso
l’sorgere dello spirito del risveglio.
Ora ch’avuta la fortuna rara
di essere nati in questo mondo
e d’incontrare Shakyamuni Buddha
quale gioia più grande
mai potremmo avere?
27. Se in questo nostro tempo
il vero Dharma sparso
non foss’ancor nel mondo,
noi incontrarlo mai potremmo,
anche in sacrificio offrendo
la nostra stessa vita.
Noi ch’invece il buon Dharma
incontrato in questo tempo abbiamo
far questo voto dovremmo.
Sappiam forse quel che Buddha disse:
“incontrato ‘l maestro,
che ‘l supremo risveglio insegna, della sua nascita, del suo aspetto,
degl’errori, della condotta suoi
non ti curare e guarda invece
alla sua grande sapienza
e grazie rendi a lui
con reverenza tre volte ‘l giorno
e fa che mai sia turbato”. (1)

Anche l’ultimo capitolo dello Shūshōgi si apre richiamando la nostra attenzione sulla grande, rara fortuna, dell’esser nati in forma d’uomini e in particolare sulla grande fortuna che ci ha arriso nell’aver avuto, durante la nostra vita, l’occasione dell’incontro col Dharma del Signore Buddha.
Fortuna che non è tanto dipesa da noi, dal nostro sforzo, dalla nostra ricerca.
Il sacro può solo investirci quando e dove meno ce lo aspettiamo.

Una trasmissione che è resa possibile dalla pratica, dal sacrificio dei Buddha Patriarchi.
L’incontro con il Maestro, testimone incarnato di questo sforzo e sacrificio è la grande, rara, preziosa, occasione da non sciupare.
Testimone come poteva esserlo S.Paolo che non aveva conosciuto Gesù ma è considerato a tutti gli effetti suo Apostolo.
Testimone, da superstes, è colui che sopravvive come testimone della divinità.
Non è dunque tanto importante essere stati ‘testimoni oculari’, ricercare le prove, che è la grande debolezza della Chiesa Cattolica oggi ma, nella con-versione, che è vera resurrezione, si diviene testimoni e si testimonia attraverso il rito.
Il rito è testimonianza, lo Zazen è rito e testimonianza del Risveglio di Shakyamuni.

Nella lettera ai Corinzi S.Paolo scrive:
Se i morti non resuscitano, nemmeno Cristo è resuscitato. Se Cristo non è resuscitato la vostra fede è vana…” 
“…Colui che crede di sapere qualcosa non ha ancora conosciuto come si deve conoscere”
Perché il vero conoscere non ha niente da spartire con le prove, con la visibilità, con la razionalità, col sapere empirico concettuale. (2)
della sua nascita, del suo aspetto, degl’errori, della condotta suoi non ti curare.

Il Maestro Taiten ha insegnato:
“…Quando vi affidate all’educazione zen è sciocco pensare di aver bisogno di un grande maestro, perché anche il grande maestro, sciocco o avveduto che sia, solo il discepolo può vederlo come Grande Maestro, Hon-shi. Solo un umile discepolo incontra il Grande Maestro.
E’ la specificità, l’unicità, l’esemplarità. Non c’entrano le comparazioni o le valutazioni.” (3)


E’ il Kannōdōkō che dobbiamo evocare e a cui dobbiamo affidarci.
Kannōdōkō può essere tradotto come: ‘restituzione reciproca di un sentimento’, quella corresponsione con la Mente di Buddha che incontriamo e di cui facciamo esperienza nell’Insegnamento del Maestro.
Si tratta dunque di avere la pretesa di incontrare un chissà quale grande maestro ma di saper cogliere l’essenza da questo incontro.
La chiave per cogliere l’essenza è la comune esperienza dello Zazen.
Non si tratta di uno scambio tra due persone differenti tra loro ma di un’armonia istantanea e non duale nel pensare, sentire e agire che è vissuta come un accadere unitario e che penetra nel profondo delle cellule.

28. Ora, veder Buddha, udir ‘l suo Dharma
viene dalla benedizione
giunta a noi attraverso
l’esercizo continuo
dei Buddha e Patriarchi.
Se ‘l Dharma dei Buddha e Patriarchi
tramandato non fosse,
come a noi giunto mai sarebbe?
Grati esser dovremmo
per la benedizione
anche di un solo verso
e la benedizione di un solo Dharma.
E quanto più ancora
per la grande benedizione:
del buon Dharma la preziosa visione,
l’impari grande Dharma.
Grato con gl’anelli dei tre ministri
il passero ferito
la benedizione non dimenticò
E grata con il sigillo di Yubu
la tartaruga preda nella rete
la benedizione non dimenticò.
Se anche le bestie san render grazie,
come noi, uomini di questo mondo,
ignorarlo potremmo?

29. Altro non c’è che il render grazie;
e solo nell’esercizio continuo
d’ogni giorno, s’esprime il render grazie
e corre la vera via;
il senso del principio
è nella vita dolce
e quieta d’ogni giorno
di sé, di noi dimentichi. (4)

A pensarci bene, quale straordinaria occasione ascoltare il Dharma a distanza di 2500 anni.
Senza lo sforzo assiduo, la testimonianza diretta, dei Maestri e Patriarchi che, di generazione in generazione, hanno tramandato sino a noi la parola del Signore Buddha, oggi non avremmo questa occasione di salvezza.
Il nostro fortunato karma si lega al loro e ci offre l’incontro con Shakyamuni Buddha nell’Insegnamento del Maestro.
Se anche gli animali sono capaci di gratitudine quanto più noi dovremmo essere capaci di esprimere ogni giorno la nostra gratitudine per la benedizione ricevuta.
E come esprimere pienamente questa profonda gratitudine?
Con il nostro esercizio.
Con l’esercizio continuo di ogni giorno (Gyōji) che ci restituisce, simultaneamente, la pace e la dolcezza che scaturiscono dall’abbandono di sé.
Sambhogakāya, il corpo di godimento, nell’esercizio, diviene il nostro stesso corpo.
La pace del Buddha che opera nelle nostre vite e che assaporiamo nell’esercizio.
Non c’è Risveglio fuori dall’esercizio né esercizio fuori dal Risveglio.

30. L’ombra, la luce rapida incalza,
la vita, ‘l corpo effimera rugiada.
Qual buon abil’ espediente ritorna
anche un solo giorno ch’è trascorso?
Invano vivere cent’anni, giorni
e mesi di rimpianti;
null’altro che un sacco
pietoso d’ossa e amaro.
Ma anche se per cent’anni di brame
prede e schiavi vissuto abbiamo,
un solo giorno d’esercizio continuo
non ritorna solo quest’esercizio
in questa vita di cent’anni,
ma salvezza nei cent’anni d’un’altra vita.
La vita d’un sol giorno
son vita e corpo d’avere cari,
un pietoso sacco
ch’onor domanda,
un corpo, una mente
che grato amor richiede
ché l’esercizo continuo provvede.
E’ ‘l nostro esercizio continuo che
dei Buddha l’esercizio manifesta
e dei Buddha la gran via
ovunque giungere fa.
Ogni giorno d’esercizio continuo
è seme d’ogni Buddha,
l’esercizio continuo d’ogni Buddha. (5)

Non c’è da perdere nemmeno un istante di questa preziosa vita, di questo raro e prezioso corpo, per cogliere l’essenza ed esprimere attraverso di essi la nostra gratitudine.
La vita passa ad una velocità folgorante e non si deve rischiare di farla trascorrere invano.
Vivere, senza l’orizzonte di senso dato dall’esercizio, dalla pratica, dal meditare la vita attraverso l’azione, rischia di vederci invecchiare miseramente come un misero sacco d’ossa.
Parlando degli anziani genitori il maestro Taiten mi ha detto:
F.Taiten Guareschi
senza meditazione si rischia di invecchiare malamente e rendere in qualche modo inutili gli sforzi di una vita di lavoro’.
…Tutti gli istanti che viviamo dobbiamo viverli storicamente, ovvero ognuno con il suo peso, irripetibile e allo stesso tempo indistricabile da tutti gli altri. Ogni momento è grave di forma. …
Quando siamo giovani dovremmo studiare, meno giovani dovremmo lavorare per noi e per gli altri, ancora meno giovani lavorare soprattutto per gli altri, e nell’inverno della vita non lavorare né per noi né per gli altri. L’età della vecchiaia è anche chiamata età della liberazione, dell’emancipazione, gedatsu: lasciare questo mondo in punta di piedi, liberi, senza fardelli inutili…” (6)

Anche una vita consumata nello sforzo non concede una dolce vecchiaia se alla base di questo sforzo non c’è il vasto orizzonte della meditazione, della fede, del dono di sé.
Quale frutto sta raccogliendo la generazione che ha pensato che i figli andavano cresciuti protetti da ogni sforzo e privazione? Che ha consacrato una vita di lavoro solo a questo fine? Che non ha saputo offrire alla generazione successiva una prospettiva più ampia di quella del benessere, del consumo e della vacanza estiva?
Il frutto, sotto gli occhi di tutti, è una generazione incapace di apprezzare il dono della vita, malata di individualismo e materialismo, all’avida ricerca di soddisfazione di bisogni, una generazione che ha bisogno di sonniferi per dormire, di pillole per divertirsi e far l’amore, di stordirsi con alcol e droghe per poter esprimere qualche emozione e, soprattutto, una generazione patologicamente incapace di esprimere gratitudine perché tutto è dovuto e i diritti individuali si sono moltiplicati a dismisura mentre i doveri sono quasi estinti.
E molto del sentimento di gratitudine viene dalla consapevolezza di essere debitori di un debito inestinguibile che ci muove alla ricerca di una moneta degna di tale debito, di un’azione che “riesca a riempire l’inesorabile minuto che non perdona con una profondità che valga i sessanta secondi” come recita Kipling nella sua poesia dedicata al figlio.
Fino a pochi anni fa sarebbe stato motivo di vergogna iniziare un pasto senza un gesto, una preghiera di ringraziamento, oggi, ci si vergogna anche ad inginocchiarsi in chiesa.
E’ un peccato vivere su una montagna di tesori e non poterla vedere” (7)
Il Buddha vide questo mondo di inquietudine come magnifico e sereno” (8)
L’incontro con l’Insegnamento del Signore Buddha, può liberarci da questa condizione patologica, scuoterci da questa anestesia da abbondanza.

31. Ogni Buddha è Shakyamuni Buddha.
Shakyamuni Buddha è
questa mente ch’è Buddha.
I Buddha dei tre tempi
quando insieme Buddha diventano,
Shakyamuni Buddha sempre diviene.
Questo è questa mente che è Buddha.
L’indagar profondo
questa mente che è Buddha
è il vero render grazie
alla benedizione d’ogni Buddha. (9)

Così come il Dharma è l’occasione preziosa della nostra salvezza:
“ Una sola parola d’Insegnamento dissipa ogni illusione” (10)
Altrettanto, noi, con la nostra vita, in qualunque condizione si esprima, siamo l’occasione di Buddha.
Con noi e attraverso noi i Buddha e Patriarchi proseguono nel loro ininterrotto esercizio a beneficio di ogni esistenza.
Ogni circostanza è tempo e luogo della nostra pratica, non esistono circostanze favorevoli o sfavorevoli, ogni momento è occasione di vivere nel voto.


Paolo Taigō Spongia riceve l'Ordinazione Monastica Zen Sōtō
dal Maestro F.Taiten Guareschi
(Fudenji 2002)
Il potere della prassi assidua protegge noi stessi e gli altri. Fondamentalmente, la nostra prassi assidua pervade cielo e terra, e influenza ogni cosa con il suo potere; ciò avviene anche se noi non ne siamo consapevoli. Dunque, la nostra prassi assidua scaturisce dalla prassi assidua di tutti i Buddha e i patriarchi; è così che possiamo conseguire la grande Via. La prassi assidua di tutti i Buddha scaturisce dalla nostra prassi assidua, e tutti i Buddha conseguono la grande Via.” (11)

Tutto quello che facciamo con impegno e condivisione è ciò che nutre Hōnjin, il corpo di gloria e retribuzione. Più prestiamo attenzione e abbiamo cura, più siamo curati e attesi. 
Per questo rivolgiamo pensieri, sforzi, parole grate ai padri e ai padri dei padri, perché i loro amorevoli sacrifici non vadano perduti invano. Se riflettiamo con un po’ di umiltà, ci accorgiamo che nelle nostre mani abbiamo tanto del passato e più facciamo attenzione, più ci discipliniamo, più avvertiamo questo, tanto più ci sentiamo assistiti (12)

Nell’esercizio quotidiano indaghiamo questa mente che è Buddha 
che è il vero render grazie alla benedizione di ogni Buddha.






NOTE AL TESTO

(1) Shushōgi, traduzione ad opera del Maestro F.Taiten Guareschi, da Shushōgi testo e commenti, Istituto Italiano zen Sōtō

(2) Beppe Sebaste : ‘Paolo Testimone ingannevole’ pubblicazione ad uso del Seminario Teologico Istituto Italiano Zen Soto

(3) Insegnamento del Maestro F.Taiten Guareschi, da Kusen, voce che ascolta- Aprile 2009

(4) Shushōgi, traduzione ad opera del Maestro F.Taiten Guareschi, da Shushōgi testo e commenti, Istituto Italiano zen Sōtō

(5) Shushōgi, traduzione ad opera del Maestro F.Taiten Guareschi, da Shushōgi testo e commenti, Istituto Italiano zen Sōtō

(6) Insegnamento del Maestro F.Taiten Guareschi, da Kusen, voce che ascolta- Aprile 2009

(7) Dōgen Zenji, Keisei Sanshoku, Shōbōgenzō, ed. Pisani

(8) Dōgen Zenji, Keisei Kenbutsu, Shōbōgenzō, ed. Pisani

(9)Shushōgi, traduzione ad opera del Maestro F.Taiten Guareschi, da Shushōgi testo e commenti, Istituto Italiano zen Sōtō

(10) Dōgen Zenji, Keisei Kenbutsu, Shōbōgenzō, ed. Pisani

(11) Dōgen Zenji, Gyōji, Shōbōgenzō, ed. Pisani

(12) Insegnamento del Maestro F.Taiten Guareschi, da Kusen, voce che ascolta- Aprile 2009








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