sabato 22 gennaio 2022

Quasi niente

Si parte ogni giorno; da quello che resta.

Dobbiamo imparare a fare le cose come se fossero le ultime.

La nostra vita è piccolissima, sta nel palmo di una mano, sta a noi decidere se chiuderla a pugno o tenerla bene aperta.

Non parlo del futuro dell'umanità, parlo della qualità delle nostre vite che per un cinquanta per cento dipende da noi.

I miei più cari amici, per esempio, sono stati maestri nel vivere partendo ogni giorno da ciò che restava. Forse io l'ho capito troppo tardi.

Loro sono stati per me dei filosofi involontari, filosofastri.

Diceva Macedonio Fernandez: "Guarda quello lì, un povero diavolo, un misto di buffone e filosofastro".

Credevo fossero dei rinunciatari, oggi ho capito che erano loro i vincenti. Avevano saputo indirizzarsi verso la 'pacifichezza' del vivere, rifiutavano il combattimento, hanno vissuto senza il bisogno di farsi vedere, senza dover passare dall'eccitazione degli altri per guadagnarsi la propria.

Io li vedevo come dei perdigiorno (lo sono stato anch'io), invece avevano capito tutto, avevano capito che non serve questo combattimento perenne.

San Paolo lo chiama 'il buon combattimento'.

Loro ci avevano rinunciato e anch'io ho imparato che in quella lotta non c'era nulla di buono.

Il 'buon combattimento' di san Paolo oggi giorno è diventato feroce combattimento.

Tu pensa a quante teste sarebbero capaci di offrire sapienze esistenziali al genere umano.

Se sei un pensatore, scrittore, filosofo, cosa devi fare?

Devi mettere a disposizione degli altri quello che hai acquisito.

La tua filosofia e il tuo pensiero devono essere pratici, utili a qualcuno.

Soprattutto espressi in modo semplice.

Ho sempre creduto che il valore più grande stia dell'utilità di ciò che si dice.

Certo, se qualcuno mi fa: "Vuoi più soldi?", non è che me ne vado schifato voltando le spalle. Ma come diceva Giovanni Verga: "In fondo in fondo ci porteremo via solo ciò che abbiamo dato".

Questo principio è spesso assente nel mondo della cultura, nella classe pensante, ed è un impoverimento inaccettabile.

Se i grandi filosofi e pensatori di oggi non riescono ad aiutare il prossimo con ciò che dicono allora non resta che tenere occhi e orecchie ben aperti per capire le lezioni di questi filosofi di strada, che non monetizzano ciò che dicono, non predicano per vanità o per successo.

Mauro Corona - Luigi Maieron Quasi niente - chiarelettere


© Tora Kan Dōjō














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martedì 18 gennaio 2022

La Danza di Shiva

 



"Questa immensa creazione non è altro che la danza di Shiva. Questo universo è continuamente in movimento: la luna gira intorno alla terra; la terra gira intorno al sole; il sole gira intorno ad alcune stelle. Il sistema solare si muove nella galassia. La galassia si muove nell'universo.

Universo che continua ad essere in movimento, si evolve in un movimento ritmico. C' è una melodia.

Tutto questo universo non è altro che il Signore Shiva che balla continuamente. In ogni momento c'è creazione e distruzione. Questi due concetti vanno di pari passo. Shiva distrugge
"il vecchio " e il " nuovo " nasce continuamente. In realtà è un ballo di gioia.

Questo ballo di Shiva è presente in tutti gli atomi dell'universo. Tutta la natura balla di gioia.

Quello che chiamiamo materia è solo la manifestazione dello Spirito. Quando Shiva balla, prende la forma di prakriti. Quando è seduto tranquillamente lo chiamano purusha.

C' è solo una realtà, chiamata Shiva, che è l'infinito, l'unico. Non esiste altro che Shiva. Questo è universo è la forma manifestata dell'infinito Shiva che è dentro di me. Io sono questo Shiva, sono tutte le cose. Non c'è divisione dove c'è pienezza. Sono la pienezza di questo oceano d'amore. Non ho bisogno di diventare completo. Non c'è bisogno di cambiare nel mio corpo o nella mia mente. Ogni cosa è la manifestazione di questa pienezza, ogni cosa è completa in sé. È a questo Shiva, che è pienezza, che porgo i miei saluti. Lascio ai suoi piedi tutti i miei dispiaceri e tutte le mie pene. Lascio ai suoi piedi il mio ego. Non c'è distanza tra me e lui. Questa offerta dell'ego è l'offerta di tutti gli ostacoli, di tutte le mie preoccupazioni, delle mie paure e delle mie bizze. Uguale al fiume che si butta nell'oceano mi butto nel Signore Shiva, l'infinito."

 

Sri Mahesh


© Tora Kan Dōjō














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sabato 15 gennaio 2022

Essere Maestro, essere Allievo

 

Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Paolo Taigō Kōnin Sensei durante la Pratica Zen.

 


Semplice dire cosa bisogna fare in Zazen, tanto facile quanto è difficile poi metterlo in pratica. Nella tradizione Zen si dice 'Shikantaza', solo totalmente seduti, solo semplicemente seduti. Difficile da comprendere e da mettere in pratica per l'uomo contemporaneo, forse lo è sempre stato ma adesso è ancora più difficile proprio per la sua essenzialità, difficile perché la nostra mente complicata e condizionata è abituata a pensare che se non ci agitiamo in tutte le direzioni e ci teniamo impegnati in qualcosa non siamo noi, non esistiamo.

Allora lo Zazen ci propone: stai solo seduto !

Il modo per restare solo seduti è essere totalmente implicati nell'azione del sedere. Richiede che si sia completamente assorbiti nella postura e nel respiro, nel contatto con la terra, nella spinta che dalla terra si riversa nella schiena, nella nuca che è ben distesa e il mento un po' rientrato che slancia il corpo tra terra e cielo.

Il respiro è la vita che fluisce in noi, nient'altro... e allora c'è posto per tutti... non rifiutiamo, non scegliamo, non tratteniamo.

Quello che viene a trovarci mentre siamo seduti diventa parte del nostro zazen, come la pioggia in questo momento. La pioggia è pienamente il nostro Zazen. Fra le gocce di pioggia che cadono e la nostra postura non c'è nessuna separazione.

Lasciate che il suono dell'acqua e il canto della pioggia scivolino attraverso i vostri pensieri. Godetevi questo momento.

"In altre parti del mondo i giovani partono per lunghi viaggi lontani, in cerca di un futuro promettente.

Il loro viaggiare è spesso sospinto dal sogno di trionfare sul bene, di trovare un grande amore, o dalla speranza di fare facilmente fortuna.

Qui, nel Tempio dell'altrove, si arriva solo traslocando, sognando. L'unico motivo per cui puoi arrivare, è saperti orfano.

Puoi sperare di diventare un eroe, ma qui non esiste una tale possibilità. Nel mondo freddo, arido e pieno di solitudine di chi si è perduto, non c'è posto per gli eroi.

Ma qui, prima o poi, puoi scoprirti a guida di molti, e vederti adulto. E forse, di qualcuno, padre, madre, fratello, sorella."

Questo è l'incipit, la descrizione che ha scelto il mio primo Maestro per definire il monastero da lui fondato.

Qualcuno ha affermato che tra le grida della battaglia e l'eccitazione, il coinvolgimento emotivo, diventa facile anche morire. Magari si è anche convinti di morire da eroi, eppure nel silenzio dello Zazen noi scopriamo che cosa significa essere pienamente umani, comprendiamo che non c'è bisogno di azioni eccezionali per onorare la nostra piena umanità. Se già siamo capaci di essere totalmente seduti, pienamente implicati nell'azione di sedere, stiamo già portando avanti il nostro compito di esseri umani nel miglior modo possibile.

Pascal diceva: tutti i problemi dell'uomo derivano dal fatto che non è capace di stare seduto nella sua stanza. Sembra una banalità ma per chi siede in Zazen è davvero un'affermazione profonda e assai condivisibile. Nel Dōjō Zen, in tutto quello che accade in questo spazio ricco di simboli, di miti, dove possiamo vedere seduti tra noi i Buddha e i Patriarchi, sentirne il profumo, condividere un pasto con loro, richiede ad ognuno di noi la capacità di essere completamente soli e nello stesso tempo indivisibili dagli altri. L'educazione Zen passa dall'imparare a 'fare corpo', diventare 'uno', una cosa sola.

Chi entra nel Dōjō Zen pensando di trovare lì l'occasione per una propria autoaffermazione, chi entra pieno di idee, verrà immediatamente smentito dalla stessa postura di Zazen.

Comprenderà che se non lega il proprio destino a quello degli altri, la propria azione a quella degli altri, è destinato a soffrire.


Quello che accade nel Dōjō Zen è quello che accade abitualmente nella nostra vita quotidiana e non ce ne rendiamo conto, mentre nel Dōjō abbiamo gli strumenti e le occasioni, i linguaggi e le forme che ci permettono di rettificare il nostro comportamento, la nostra percezione.

Un altro aspetto molto importante nella Pratica Zen è la relazione con un Maestro, con qualcuno che possiamo riconoscere come un Insegnante. È un aspetto fondamentale che oggi in qualche modo si cerca di scavalcare per semplificarsi la vita.

Il rapporto con un insegnante è necessario, non tanto perché qualcuno più esperto di noi possa impartirci delle nozioni, come siamo portati a pensare quando pensiamo in Occidente all'insegnamento, ma perché un vero insegnante, ovvero che ha esperienza e che ha praticato davvero sotto la guida di un altro insegnante assorbendone il carattere e le strategie educative, è capace di essere il nostro specchio.

Non è affatto scontato che entrando in una classe si diventi degli allievi, nemmeno dopo anni di frequentazione. Essere degli allievi significa non perdere occasione per provocare il nostro Maestro ad insegnarci.

Un vero Maestro (appellativo che non ha nulla a che vedere con qualifiche, gradi…), e vale per qualsiasi ambito, insegna solo se è chiamato, con una certa insistenza, con una grande passione, ad insegnare.  Un vero Maestro non insegna perchè vuole affermare sé stesso o perché vuole esibire una qualche conoscenza o abilità,  insegna perché è sollecitato a rispondere ad una domanda alla quale non può sottrarsi, e la sua risposta non va mai al di là della qualità della domanda.
Anche solo uno sguardo o un gesto del discepolo possono diventare una domanda impellente per il maestro.


In un Dōjō Zen il rapporto con un insegnante è sempre uno ad uno, non si insegna mai ad una classe.
Non ci si può nascondere nel 'gruppo'.
Uno a uno, 'I shin den shin', da cuore a cuore.

Si deve essere in grado di esporsi e di affidarsi, di far percepire a quello che noi consideriamo il nostro insegnante tutto il nostro appassionato desiderio di imparare, di praticare, e allora un insegnante non può fare a meno d'insegnare.

Senza questa attitudine si rischia di frequentarsi senza essersi davvero mai incontrati, senza essersi mai davvero contaminati l’uno con l'altro, senza avere mai corso il rischio della relazione.

Parlo da allievo, sto mettendo i miei piedi nelle orme che ho già percorso, posso raccontarvi solo quello che ho vissuto. Bisogna essere intraprendenti, bisogna fare un passo in più di quello che anche il nostro insegnante può aspettarsi da noi, poi cercare di cogliere ogni occasione, ogni parola, ogni esortazione, ogni riferimento per arricchire la nostra personale ricerca. Imparare non significa mai ripetere pedissequamente quello che pensiamo di dover imparare, significa creare sulla base di quella esperienza. 

Ricordo bene, negli anni trascorsi a imparare sotto la guida del mio Maestro radice, quanto fosse importante il fatto che il suo Insegnamento si rivelasse essere un discorso che rimaneva in sospeso per poi riprendere, in altro tempo ed altro spazio in modo inatteso. Tante volte ho visto persone con l'aria perplessa di chi non comprende, io comprendevo invece che era un discorso ininterrotto, fluiva continuamente di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, e si arricchiva. Non era un discorso che aveva un inizio ed una fine con l'intenzione di chiudere un cerchio, presupponeva il camminare insieme.

Non c'era da andare da qualche parte in particolare, era contemplare insieme il paesaggio che di giorno in giorno cambiava e si trasformava, così come si trasformava l'Insegnamento in funzione del paesaggio.
Il Cammino comune ed il paesaggio condiviso erano l'essenza della Trasmissione non andava ricercata altrove.

A volte, soltanto dopo mi sono reso conto di quanto ogni parola, ogni gesto, ogni esperienza vissuta insieme riverberasse nelle parole, nei gesti, nelle esperienze che ci trovavamo a vivere a distanza di qualche tempo. Era come se il discorso riprendesse da dove si era interrotto e continuasse ad esprimere più profondamente e compiutamente quel sentire.

Quello che lega e permette la trasmissione è guardare insieme in una direzione comune, avere un progetto, un sogno comune. Se invece ci si avvicina ad un Insegnante solo per soddisfare delle esigenze personali non lo si incontrerà mai. 

(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin)



© Tora Kan Dōjō

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martedì 11 gennaio 2022

Proteggi il bambino da te stesso

 



“ Il bambino ha bisogno del tuo amore, non del tuo aiuto. Non puoi aiutarlo a raggiungere uno scopo che non conosci: tutto ciò che puoi fare è non interferire.
E di solito, con la scusa dell’aiutare l’altro, si interferisce continuamente con lui, e poiché lo si fa in nome di qualcosa di bello, nessuno solleva obiezioni.
La capacità di non interferire è una delle cose più difficili, non fa parte della natura della mente.
La mente desidera interferire continuamente e con insistenza.
Più riesci a interferire, più potente diventi.…
Non si tratta di aiutare il bambino, si tratta di proteggerlo.
Se hai un bambino, proteggilo da te stesso. Proteggilo da tutti coloro che possono influenzarlo.

Esistono solo bambini che si portano appresso le paure e la debolezza dei loro padri, delle loro madri e di tutti i parenti, di quelli che hanno loro impedito di essere se stessi.…Se sei un genitore, hai bisogno di un grande coraggio: il coraggio di non interferire.

Mostra al bambino direzioni sconosciute da esplorare. Non fargli temere il buio, non creare in lui l’incubo del fallimento o la paura per tutto ciò che è sconosciuto. Sostienilo. Quando inizia ad esplorare zone sconosciute dagli tutto il tuo appoggio, il tuo amore e le tue benedizioni.…Se ami, sarà molto facile.

Non domandare “come fare” perché il “come” implica chiedere un metodo, una tecnica, e l’amore non è una tecnica. Ama i tuoi figli, gioisci della loro libertà.…Potranno essere felici solo se diventeranno ciò che devono diventare.

Possono solo realizzare il seme che portano dentro di sé. …L’educazione è un ponte tra ciò che è potenziale e il suo realizzarsi. "

Osho Rajneesh




















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sabato 8 gennaio 2022

Il Buddha e Socrate

 




Nella guerra al pensiero convenzionale che chiamiamo, convenzionalmente, filosofia, Socrate è il grande stratega. Sta al centro del cerchio come un lottatore di sumo, raccolto su se stesso, tarchiato, basso, agile, pronto a scattare a destra e a manca, mai dove lo si aspetta, come Cassius Clay. La filosofia non è il suo mestiere. Non ha un sapere da monetizzare: so solo una cosa, ed è che non so niente. Dal terreno del non sapere, il più saldo di tutti, nessuno lo fa sloggiare. Chi lo coglierà in flagranza di sapere? Chi gli dirà: «Socrate, tu sai e tu sai perfettamente che tu sai e che io so che tu sai»? Partita persa in anticipo. Non si tratta di stabilire qui un paragone tra Socrate e il Buddha, e ancor meno un giudizio di valore. Ogni saggio è un continente con la sua flora, la sua fauna, le sue curiosità. Ma se il buddhismo è una filosofia, come si dice a volte, Socrate e il Buddha devono avere più punti in comune che differenze. Una breve panoramica mostra che non è così. Socrate nasce nel 470 a.C. Il Buddha sarebbe nato nel 480. Se queste date sono esatte, li separa solo un decennio. Socrate muore nel 399. Il Buddha forse nel 400. Entrambi insegnano. Il Buddha va avanti e indietro nella pianura del Gange, scortato da centinaia o migliaia di discepoli. Una vasta eco lo accompagna. Socrate non esce da Atene se non per obblighi militari. Si rivolge a un uditorio ristretto, gente di buona compagnia, a cui parla la lingua dei fabbri, dei ciabattini, dei conciatori. Uno è figlio di re, l’altro è figlio di un tagliapietre. L’uomo della plebe insegna ai principi, il principe parla all’uomo qualsiasi. Socrate vuole risvegliare la gente. Il Buddha anche. Socrate non smette di assillare i dormienti, come Meleto, Anito, Licone, coloro che non cercano, non interrogano, non trovano. Socrate cerca ma non per questo trova. È per questo che i dormienti nutrono risentimento verso di lui: perché sono stati svegliati per nulla. I dialoghi di Platone sono aporetici. Non si saprà, leggendoli, che cosa sono il bene, la pietà o la felicità «in sé». Socrate interroga. Non smette di interrogare. La filosofia dopo di lui si stabilisce nella precarietà dell’interrogazione, come il potente demone Eros che soffia sulle braci del pensiero. Il filosofo è colui che cerca le buone domande. Diffida delle risposte. Il Buddha non interroga. Non cerca. Come Picasso, trova. È impegnato in un processo di scoperte senza fine al quale dà il nome di nirvāṇa. Il nirvāṇa si manifesta quando la ricerca cessa. Il Buddha non si cura di questo rompicapo chiamato dialettica. La sua radianza fa a meno delle parole, è diretta, tangibile, travolgente, come un elefante nella savana. Quando il dialogo è finito Socrate sta alle costole del suo interlocutore. Vuole proseguire lo scambio, gode del dibattito. Un buddhista, invece, non dice: «Questo è vero, questo è falso». Non prende parte alla controversia. E perché non disputa? «Perché tutte queste discussioni non hanno rapporto con lo scopo, con la vita nobile, perché non conducono al disincanto, alla disillusione, alla cessazione, alla tranquillità, alla conoscenza profonda, all’illuminazione e al nirvāṇa» taglia corto il Buddha. Socrate turba, il Buddha tranquillizza. Socrate è il tafano sui fianchi della città. Il Buddha toglie i pungiglioni: «Vi insegno il cammino dove le spine scompaiono» (Dhp, 275). Socrate cerca la crepa del ragionamento e del ragionatore, il suo punto cieco. Mette tutto «sottosopra». Lo si accusa di corrompere la gioventù, di aizzare i figli contro i padri, contro lo Stato, contro gli dèi. Quando il boia, un uomo che non spacca il capello in quattro, gli porta la cicuta, Socrate lo guarda dal basso in alto con quello sguardo di toro che gli era abituale e che sembra insinuare che, dopotutto, fino a prova contraria, il capello si può spaccare eccome. «Tutto in lui ... è al tempo stesso occulto, pieno di secondi fini, sotterraneo» scrive Nietzsche (Crepuscolo degli idoli). Socrate porta una maschera: «Trascorre tutta la vita fra gli uomini fingendo ignoranza e scherzando» dice Alcibiade. Il Buddha non nasconde nulla, non dissimula nulla. Non fa ironie. È immutabile. Il suo sguardo è diretto come quello dell’elefante. Socrate disputa. La dialettica è una gara. Ma l’ultima parola, quella conclusiva, non gli appartiene. Il Buddha ha la parola finale, proclama la fine del mondo, proprio qui, in questo corpo alto sei piedi. La filosofia è al principio, è cosa da esordienti, filosofare è esordire. Socrate pensa. Il Buddha vede. Socrate tende alla saggezza –è il filosofo per definizione. Il Buddha non tende a nulla. Non è incline a nulla, sta nel Mezzo, a occhi aperti. Il nirvāṇa, dice un testo, è «lo stato senza inclinazioni».

 

Tratto da ‘Le Cose come sono’  di Hervé Clerc


© Tora Kan Dōjō














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domenica 2 gennaio 2022

L'Arte del Combattere

 



Sulla relazione maestro/allievo

Nel budo, se nell'allievo non c'è la volontà di andare lontano, è inutile insegnare. Se non c'è discepolo, non c'è maestro. Ma un adepto non è necessariamente maestro o discepolo. La ricettività di un discepolo è essenziale nella trasmissione. Egli deve essere pronto a impegnarsi e a spingere la sua ricerca oltre un certo limite. Occorre dunque che il rapporto tra il dare e il ricevere l'informazione sia sufficientemente equilibrato.

Personalmente, ho investito molto tempo ed energie per apprendere e studiare il metodo che pratico attualmente, e se trovo di fronte a me un allievo che non ha un atteggiamento sufficientemente serio, e al quale non mi sento per niente attaccato, non esiste alcuna ragione per la quale mi affanni a spiegargli ciò che va oltre le sue aspettative. Non potrà assimilarlo.

La trasmissione dell'essenza dell'arte mi sembra sia molto selettiva. Fino ad un certo punto le cose si possono spiegare in modo generale, ma se si entra nel profondo dell'arte, non si possono mettere in luce, senza discriminazioni, davanti a tutti.

Il rapporto personale è obbligatoriamente presente nell'insegnamento delle cose profonde.

 

Su Budō e Zen

Quanto a me, lo studio dello zen mi ha arricchito molto, e questo si riflette inevitabilmente nella mia pratica del budo, che non è ancora gran cosa. Credo che il grado della mia comprensione dello zen sia proporzionale al mio avanzamento nel budō Al tempo stesso, penso anche che lo zen non sia un cammino obbligatorio per andare verso la vetta del budō Non sono d'accor o quando un adepto zen suggerisce che è indispensabile praticare lo zen se si vuole progredire e andare a fondo nel budō, e che lo zen e il budō sono la stessa cosa. Non è esatto, sono differenti, poiché il budo non può esistere senza tecnica specifica.
Ma la tecnica non costituisce da sola il budō, anche lo spirito deve essere orientato in un certo modo. In questo senso lo zen ed il budō coprono uno stesso campo e possono fondersi ma non bisogna confonderli.

 


La Pratica marziale come Arte

Si. È un'arte. Oggi, anche se vi è un aspetto efficace, non la si può ridurre ad una semplice preparazione al combattimento. Per mezzo di tecniche pratiche, l'arte marziale ci per mette di esplorare le nostre capacità potenziali. È una ricerca del significato dell'esistenza, della vita e della morte.
Il budō permette di sviluppare le nostre capacità fisiche e mentali, mettendole tutte in causa. È così che intendo la nozione di efficacia. Nel tiro con l'arco, qualunque sia la riflessione e lo spirito, se la freccia non si pianta nel bersaglio, non è budō. Ma non è nemmeno sufficiente piantare semplicemente la freccia nel bersaglio. C'è un faccia a faccia con l'avversario in piena luce; nel tiro con l'arco l'avversario è più astratto, il bersaglio media questo avversario che è un riflesso di sé stessi. L'arte marziale è la ricerca di un equilibrio tra il positivo e il negativo, Con queste due ruote si percorre la via, il dō. Un lato vi spinge ad uccidere, l'altro ve lo impedisce.

Nel fondamento del budō c'è una volontà di esplorare i limiti della capacità umana, un superamento di sé. La tendenza ad assimilare la pratica del budō ad una forma di combattimento serio, che vi farà sfibrare come prezzo da pagare per superare voi stessi, è un'involontaria deviazione di quest'idea.

Ma il superamento di sé ha, credo, un significato differente nelle culture occidentali ed in Giappone. Nel pensiero del budō esso è basato sull'idea orientale, se non giapponese, di andare verso la perfezione dell'essere umano, questa idea vi parrà probabilmente curiosa, ma l'idea che la perfezione sia umana, e profondamente ancorata nella cultura giapponese; l'idea del superamento di sé che fa parte del budō si riallaccia a questo sfondo culturale.

È probabilmente la comprensione del significato del supera mento di sé che forma il più grande ostacolo per gli europei nel dominio del budō. Per la tecnica del corpo, gli europei sono sullo stesso piano. Ma si tratta in fondo di una differenza di cosmogonia. Come possiamo conciliare le cosmogonie di due culture in una pratica che passa per l’unico corpo di una persona?
Nel pensiero del budō, c'è una forte volontà verso una fusione con il principio universale della vita che include anche la morte, poiché, in questo pensiero, la morte non è che un'altra fase della vita. L'uomo fa parte dell'universo dinamico della creazione e della dissoluzione che si muove secondo il principio dell'energia cosmica (…)

 

Il percorso di Miyamoto Musashi, romanzato ne «La pietra e la spada», è impregnato di questa attitudine, ed è per questo che tale romanzo ha trovato in Giappone una risonanza ed un successo popolare immenso. Per il pensiero del budō, l'idea dell'energia universale, include gli uomini come gli dei e la polvere; tutto è simile, e la fusione con il principio universale è anche il nulla. È davanti a questa intuizione che appaiono l'empatia e la compassione nei riguardi di tutta la vita, poiché il piccolo insetto come l'essere umano fanno parte unica del principio universale.
È in questo il fondamento della morale «la spada non è per uccidere, ma per far vivere».
In effetti il budō è la pratica dell'arte del combattimento che, concretamente, ci riporta alle cose più serie della nostra esistenza, poiché fa intravedere la vita e la morte, e la nozione di efficacia è per me come uno specchio ben pulito che li riflette.

Tratto da ‘L’Arte del Combattere’ di Kenji Tokitsu,  Luni editrice

 
















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