sabato 8 maggio 2021

La sorella della Sapienza



Francesco vide dunque dissolversi sotto i suoi occhi le forme di esistenza dentro le quali si conservano pure le sorgenti del vero sapere. Con un termine a lui caro, potremmo riassumere quelle forme nella « semplicità»; «o regina sapienza, il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura e santa semplicità » (FF, 175). Essa non va identificata, come avviene nell'accezione corrente, con la mancanza di raziocinio e cioè con la dabbenaggine, ma con quella intemerata dell'intelligenza che la rende omogenea alle cose, in modo che essa le colga prima che avvenga la manomissione che le svuota del loro senso nativo per inserirle nella strategia con cui l'uomo riesce ad imprimere sul mondo e sulla vita il sigillo del proprio dominio. Ed è così che l'uomo perde la grana delle cose e mentre ecco uno stupendo assioma di Francesco egli « sa in quanto fa » (« homo scit in quantum operatur ») (Legp, 74), presume di fare in quanto sa.

I compagni che Francesco prediligeva erano uomini semplici come Masseo, Egidio, Ginepro che entravano in sintonia con lui sia quando parlava con gli uccelli o con le cicale sia quando, per risolvere una questione, si rifaceva al vangelo per ritrovare il luogo sorgivo dell'armonia fra l'amare e l'intendere. Non solo i suoi compagni ma anche il popolo, avvezzo a sopportare concioni dei dotti predicatori, ritrovava con gioia se stesso, la propria umanità espropriata della sua dignità dal dominio della scienza clericale, quando ascoltava i discorsi di Francesco, e per lo più non negli spazi riservati ai chierici ma nella pubblica piazza, centro della vita civica, come capitò a Bologna nel 1222, secondo la testimonianza di Tommaso da Spalato, allora studente in quella università:

“... non aveva stile di uno che predicasse, ma di conversazione. In realtà, tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace. Portava un abito dimesso; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza. Eppure, Dio conferi alle sue parole tale efficacia, che molte famiglie signorili, tra le quali il furore irriducibile di inveterate inimicizie era divampato fino allo spargimento di tanto sangue, erano piegate a consigli di pace. “ (FF, 1932)

Una volta almeno gli capitò di peccare contro la « santa semplicità », ma il ravvedimento coincise con l'atto del peccato. Doveva parlare davanti al papa Onorio e ai cardinali. Data la circostanza, su suggerimento del cardinale Ugolino, « aveva mandato a memoria un discorso stilato con ogni cura ». Senonché « al momento di pronunciare quelle parole edificanti, dimenticò tutto e non riuscì a pronunciare nemmeno una frase ». « Dopo aver esposto con umiltà e sincerità il proprio imbarazzo » si raccolse in sé, invocò lo Spirito Santo e prese a parlare come gli dettava dentro e « riuscì a piegare il cuore di quegli illustri personaggi » (LegM, 12). Non c'era alternativa, per lui, alla sapienza del povero!

Postulato di questa sapienza era una vera e propria rivoluzione sociale che abolisse sia la frattura tra i dotti e i semplici sia quella, ben più radicale, tra gli uomini e il mondo fisico: come dire le due basi strutturali di quelle alienazioni di cui oggi scontiamo gli effetti estremi. Francesco si accorse che questa via, l'unica in cui veramente credeva, non era percorribile da un Ordine che era cresciuto a dismisura - « aveva paura del gran numero dei frati, perché... segno di ricchezza » (2 Cel, 70) e non poteva essere più guidato, come era nei suoi voti, dalla sua testimonianza di vita. Un giorno, uno dei suoi compagni gli fece osservare che i frati si erano allontanati dalle forme di vita dei primi tempi, quando la santa povertà splendeva in tutte le cose: « negli edifici piccoli e miseri, negli utensili pochi e rozzi, nei libri scarsi e poveri, nei vestiti da pezzenti». Ma ormai, cresciuti di numero, i frati sembrano convinti che quel modo di vivere non sia più conveniente né corrisponda alle attese del popolo:

«hanno quindi scarsa stima povertà e semplicità, che sono state ispirazione e del nostro movimento ». Francesco risponde che che lui la pensa così e proprio per questo ha lasciato la responsabilità dei frati: « quando mi resi conto che non lasciavano il cammino sbagliato malgrado le mie esortazioni ed esempi, rimisi l'ordine nelle mani del Signore e dei ministri » (Legp, 75). Questo supremo distacco dalla sua stessa creazione, questo suo ritirarsi, in coerenza con sé, nella sfera delle sue convinzioni più profonde, senza la pretesa di imporre agli altri è, per un verso, il segno della sua sapienza, radicata nella povertà e nella libertà, per l'altro, è il segno della autenticità del suo spirito profetico che lo portò a consegnare la storia dei suoi e del mondo al proprio corso, nella certezza che la luce della vera sapienza, la sapienza del povero, distaccato perfino dal successo - avrebbe avuto, prima o poi, la sua vittoriosa irradiazione.



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martedì 4 maggio 2021

Intervista a Yahara Sensei




A TU PER TU CON IL M° MIKIO YAHARA,

CAPO-ISTRUTTORE DELLA KWF (KARATENOMICHI WORLD FEDERATION) di Shaun Banfield e Robert Sidoli

Yahara: un nome che suscita timore e rispetto. La sua fama di accanito combattente con l’assoluta determinazione di ricercare il “colpo risolutivo” ha fatto di lui un temibile avversario e un insegnante degno di rispetto, tanto che il suo nome è diventato praticamente sinonimo di “Karate Bujitsu”. Mikio Yahara, nato nel 1947 nella prefettura di Ehime, ha cominciato il suo addestramento marziale nel judo, in modo simile a molti suoi coetanei. Successivamente ha iniziato la pratica del karate ed è entrato nella JKA. Dopo l’università si è iscritto al celebre corso istruttori della JKA e la sua reputazione di agonista e di insegnante ha diffuso la sua fama a livello internazionale. Sensei Nakayama ha scritto di lui nella sua opera “Best Karate”: “Mikio Yahara è un karateka il cui temerario stile di combattimento lascia gli spettatori senza respiro”. Forse il tratto caratteristico di Yahara è la sua risolutezza. Ha una determinazione caparbia e tenace e non cede mai nè indietreggia. Il suo bisogno di “vincere” (la vera battaglia, non la gara) è probabilmente la ragione per cui alcuni l’hanno soprannominato “il campione del Giappone che non ha mai vinto”! Veniva squalificato o non veniva assegnato il punto alle sue tecniche perché spesso combatteva con troppo “Shinken Shobu” (lett: combattimento reale) e non si conformava alle “regole sportive”. Esegue un kata vivente, ma ancor di più un kumite con la sensazione di “Jissen”, quasi una vera battaglia. Nel 2000 ha fondato la KWF (Karatenomichi World Federation) con Akihito Isaka come vice-capo istruttore e un’esaltante seguito di esperti. La filosofia suprema, il “colpo risolutore” è l’obiettivo cruciale di Yahara e della KWF. Il karate KWF ha una durezza che richiama alla mente la vecchia JKA degli anni 50 e 60, e non si adegua agevolmente a quello che alcuni conderano come “karate moderno”. Yahara è una personalità affascinante, carismatica, a volte fraintesa. Questa intervista permette di capire un po’ meglio l’uomo Yahara oltre che il karateka.

-Sensei, so che è stato intervistato molte volte, ma se possibile vorrei concentrarmi su aspetti diversi e sapere il suo punto di vista. A 18 anni, Lei ha lasciato Eshime e si è trasferito a Tokyo. Cosa l’ha spinta ad andarsene di casa per studiare il karate quando sicuramente c’erano dei dojo

nella sua zona? Mi risulta ad esempio che Suo fratello fosse un karateka.

-Ho cominciato a imparare il karate dal mio fratello maggiore. Quando ero al liceo, mi sono iscritto al club di judo, ma non avevo la sensazione che bastasse, quindi ho trovato e mi sono iscritto a un dojo del quartiere, che per caso era affiliato alla JKA. Tuttavia, quando frequentavo le medie inferiori, mi è stato diagnosticato un disturbo cardiaco: facevo fatica a camminare per cento metri!

-Quindi aveva problemi cardiaci?

-Proprio così. In ogni caso, al liceo mi sono iscritto al club di judo perchè non volevo essere debole e volevo superare il mio disturbo al cuore. Non volevo darmi per vinto, quindi mi sono iscritto a judo. Ma come ho detto non mi bastava, perciò mi sono iscritto al club di karate della città, che era un dojo Shotokan. All’epoca in TV c’era una serie intitolata Karate no Fuunji (Il karateka). Nel film, l’attore era un vero karateka, perché un attore non avrebbe potuto interpretare le scene di azione. Ho scoperto che la maggior parte degli attori di quel film erano istruttori della JKA. Quando ho sentito questa storia nel mio dojo, sono rimasto molto colpito dal fatto che degli istruttori di karate potessero fare qualcosa del genere. Ho pensato che fosse straordinario, perciò ho deciso che volevo andare all’Hombu Dojo della JKA e diventare come loro. Inoltre, la JKA non solo era l’organizzazione più famosa del Giappone ma avevano dojo in tutto il mondo. Perciò la mia grande motivazione iniziale era di entrare nell’Hombu Dojo JKA per diventare istruttore, e inoltre volevo essere coinvolto in un’attività che mi portasse in giro per il mondo. Avevo questo grande sogno.

-Lei si è allenato all’Università Kokushikan. In che cosa consisteva il suo allenamento e su cosa era focalizzato?

-Mi sono iscritto al club dell’università ma non c’era nessuno più forte di me e quando andavo al club per allenarmi la maggior parte dei miei sempai non si faceva vedere. In sostanza, avevano paura di allenarsi con Yahara. In pratica, anche nel periodo universitario, la maggior parte dei miei allenamenti si svolgeva all’Hombu Dojo JKA. Qualche volta dovevo saltare l’allenamento all’Hobu Dojo perchè le lezioni si svolgevano tardi e io dovevo andare al club universitario. Di solito, se non si frequenta regolarmente il club universitario, si viene “puniti”. Nel mio caso, ci andavo io a punire la maggior parte dei praticanti. Per quel che riguarda il mio progresso tecnico, a quell’epoca avevo la sensazione che il club dell’università Kokushin non mi influenzasse molto nè positivamente nè negativamente. Quasi tutta la mia formazione avveniva all’Hombu Dojo JKA. Ma per favore non mi fraintenda, non mi sto lamentando del Kokushikan e non intendo mancare di rispetto verso di loro. Dico semplicemente che il mio karate si è forgiato all’Hombu Dojo JKA. Il club universitario Kokushinkan aveva una buona reputazione con oltre cento iscritti.

-Quindi non sta affermando che l’Università Kakushikan era debole?

-Beh, l’università più forte all’epoca era la Takushoku. Non sto dicendo che la Kokushikan fosse debole, ma che io ero più forte di tutti gli altri allievi. Sono andato ad allenarmi alle università di Komazawa, di Nodai e alla Nihon Taiku Daigaku ma non ho mai perduto un combattimento (ride). Queste università all’epoca avevano buona reputazione ed erano considerati dei club forti. Quindi per riassumere, il mio “campo base” era l’Hombu, ma se non facevo in tempo, andavo ad allenarmi all’università.

-Dopo l’università ha seguito le orme di molti grandi della JKA entrando nell’Hombu Dojo. Chi sono stati i Suoi insegnanti e com’era l’allenamento in confronto al Kokushikan?

-Quando sono entrato io, i maestri Enoeda e Shirai erano già partiti per l’Inghilterra e l’Italia ma il maestro Kanazawa era appena tornato. Sensei Nakayama ci insegnava e praticava con noi. Nakayama Sensei era l’istruttore capo e Kanazawa Sensei era il suo assistente. C’era ancora anche Ochi sensei. Non è possibile confrontare la pratica all’Hombu Dojo e all’università. All’università la paura non entrava mai in gioco, ma incamminandomi verso la JKA ero sempre preoccupato: arriverò alla fine dell’allenamento senza farmi male? Mi ferirò seriamente? Così, appena prima di entrare nel dojo ogni volta dovevo corazzarmi per l’allenamento imminente. Dovevo farmi forza perchè c’erano tanti istruttori forti e famosi.

-Che cosa le ha fatto decidere di diventare istruttore?

-La ragione per cui mi ero iscritto era che volevo imparare il vero karate e delle tecniche reali e la JKA poteva darmi quelle tecniche e quelle occasioni. Volevo padroneggiare quelle splendide tecniche e assimilandole volevo esplorare il mondo insegnando il karate. Volevo sorprendere la gente dimostrando grandi e belle tecniche di karate. Devo sottolineare di nuovo che la differenza di livello tra il karate universitario e quello all’Hombu Dojo è la differenza tra il livello amatoriale e quello professionale. Al giorno d’oggi gli studenti mirano a vincere le gare e questo fa capire la differenza tra allora e adesso. Fa capire che i livelli professionale e amatoriale stanno diventando indistinguibili, si confondono. La ragione è che il karate sta diventando sempre di più uno sport, simile a un gioco. Una volta che ci si incammina sulla strada della trasformazione del karate in uno sport, si comincia a perdere l’idea della necessità di essere un professionista, di che cosa significa essere un professionista. Dato che io conosco la differenza tra un professionista e un dilettante, devo tracciare una linea chiara, fare una chiara distinzione tra il vero karate a livello professionale e il karate sportivo praticato dai dilettanti. E’ essenziale che la gente capisca la differenza. Io voglio preservare e mantenere il livello professionale delle tecniche, e questo è uno degli scopi della KWF.

- Come agonista Lei ha gareggiato sia nel kata che nel kumite, applicando a entrambi la stessa determinazione. Quale specialità preferiva?

-Nel mio caso, lo scopo di praticare i kata è di consolidare e aumentare la forza nel kumite. Per rafforzare il proprio kumite, bisogna praticare il kata, e il kata è il metodo di allenamento più tradizionale. Il mio kata non è finalizzato alla gara, il mio kata è per allenare il kumite. Nel mio vecchio video di Unsu fatto per la JKA, si dice che c’è “anima” nell’Unsu di Yahara. La ragione per cui c’è anima è che io metto l’anima nei miei kata. Io pratico e kata per combattere. Dal punto di vista del mio atteggiamento mentale, kumite e kata sono la stessa cosa.

-Bujitsu e Budo sono concetti molto importanti per Lei e per la sua idea del karate. Può spiegarceli e dirci in che modo si collegano al karate?

-Il concetto di Bujutsu è di difendere la tua vita e il tuo corpo da un attacco usando tecniche marziali, e ogni tecnica è un Bujutsu. La parola Bu ha in sè il significato di proteggere te stesso mentre allo stesso tempo sconfiggi il tuo aggressore. Si pensa che Do sia un sentiero molto ripido e difficile che devi percorrere in salita per allenare e perfezionare quelle tecniche. Questo sentiero è la pratica, la lunga ripetizione, il forgiare la tecnica, il corpo, la mente. Prendere questo sentiero, intraprendere questa strada o modo di vivere, con un significato professionale o personale o spirituale – per esempio lavorare al servizio del Re, o proteggere la tua famiglia, o per promuovere la tua condizione sociale – perchè essere forte è la chiave del tuo successo. Ora, per diventare forte, devi combattere. Ma per combattere, devi rischiare la vita. E per combattere bene devi essere in uno stato di Mu, di non-essere. Non puoi essere nella condizione di provare paura, o di voler fare questa o quella cosa. Questo è uno stato di Shugyo, o addestramento mentale, per raggiungere il tuo scopo. Questo è in aggiunta all’addestramento fisico per migliorare la tua tecnica. Ci sono due condizioni per essere forti: essere allenati fisicamente ed essere allenati mentalmente, e quando si combatte, si deve essere forti da entrambi i punti di vista. Sostanzialmente per essere veramente forti bisogna averli entrambi. Se non hai un animo forte, non sarai in grado di stabilire una buona tecnica. Per esempio, si potrebbe dire che se sei così sfinito da non poter eseguire una tecnica, questo potrebbe dimostrare la tua debolezza mentale, o al contrario se la tua tecnica si rafforza aumenta anche la tua sicurezza. Quindi possiamo dire che ci sono due elementi che esistono in una relazione simbiotica in modo che per diventare più forti si devono allenare entrambi. C’è una corrispondenza tra forza mentale e tecnica – una tecnica forte viene da un forte allenamento mentale. Nel Budo, ci sono certi obiettivi che si possono conseguire, ognuno ha i propri scopi e per raggiungerli è importante allenare, migliorare e perfezionare le tecniche mantenendo un forte atteggiamento mentale. Se non allenate e perfezionate entrambi gli aspetti, non sarete in grado di raggiungere i vostri obiettivi. Quello che dovete fare è eliminare il vostro ego, dovete avere la forza di eliminare il vostro ego, di raggiungere uno stato di Mu, uno stato privo di emozioni – nessuna paura, nessuna rabbia, nessuna emozione, e nessun attaccamento alla vita stessa.

-Uno dei Suoi principi preferiti è che “Ogni pugno, ogni calcio, dovrebbe essere colmo fino all’orlo dell’energia necessaria per sferrare un colpo mortale.” Il concetto di Ikken Hisatsu è essenziale per la vera comprensione del karate come bujitsu?

-Senza Ichigeki Hisatsu [un’altra formulazione dello stesso concetto, n.d.T.] io non posso esistere. In Ichigeki Hisatsu, si tratta di una battaglia per la vita o per la morte. Questo è quello che faccio. Fare Shinken Shobu significa che se fai un errore muori, l’immediata conseguenza di un errore è la morte. Perciò che genere di allenamento è necessario per fare Shinken Shobu? Che genere di apprendimento è importante in questo processo? Ai vecchi tempi, un Samurai aveva una spada e una volta che quella spada era sguainata, era la fine – o per il suo nemico o per lui. Una volta che la katana è stata sfoderata, è la fine. Perciò, in un combattimento di karate, la mia sensazione è che se mi muovo uccido l’avversario o vengo ucciso. Quindi voglio ottenere lo stesso livello di resistenza e forza mentale richiesta in Shinken Shobu. Inoltre, per il mio orgoglio personale, devo vincere se mi muovo. E per vincere, devo uccidere il mio nemico.

-Sebbene sia un’espressione che molti associano al Chado [cerimonia del tè, n.d.T.], Ichi-go ichi-e (“una volta, un incontro”) è un concetto legato al Buddismo Zen e talvolta al Budo . In un combattimento per la vita o per la morte non c’è una seconda occasione di “riprovare”. Questa filosofia si accorda con la Sua idea del karate?

-Beh, per esempio nelle gare al giorno d’oggi, se perdi un combattimento in gara puoi accedere al “ripescaggio” – e io penso che sia un’assurdità totale. Nel nostro modo di pensare, o nel Karate come Budo, non possiamo concepire di avere una regola simile. Una volta che sei sconfitto sei finito. Naturalmente dietro tutto questo c’è una differenza sostanziale tra un vero combattimento e una gara sportiva. Quello che sto cercando di far capire è che si deve trattare ogni occasione come se fosse la vostra unica occasione – ecco le ragioni dell’importanza di incontrare delle persone e di passare del tempo insieme per celebrare quel momento irripetibile. Perciò, in termini di un combattimento di karate, devi lanciare la tua tecnica come se fosse la tua sola e unica occasione, e devi farlo con piena responsabilità e senza rimpianto, mettere tutta la tua energia in quell’unica tecnica. Per un Budoka, avere orgoglio è molto importante, e avere quell’orgoglio è una delle cose più importanti. In un combattimento reale, in effetti, devi liberarti dell’orgoglio. Questo è un concetto un po’ differente, ma dalla mia esperienza personale, se vinco, ho il dominio della distanza e controllo totalmente il mio attacco...so che anche prima di attaccare, il mio avversario è già sconfitto. E’ così’ che vinco.

Tratto dalla pagina Facebook 'Yoi'



© Tora Kan Dōjō

















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sabato 1 maggio 2021

La Ciotola che contiene l'Universo (Ita/Fra)



La Ciotola che contiene l'Universo

Meditazione del pasto



Mangiamo troppo o non abbastanza, al momento sbagliato e nel modo sbagliato. Mangiamo di fronte alla TV o lavorando, ed eccoci qui seduti con i nostri cari mentre digitiamo sui nostri smartphone. Perdendo il sapore della terra, di un pomodoro o di una ciliegia, abbiamo perso il sapore degli altri. Senza coscienza e senza etica, gli alimenti ci riempiono e e in qualche modo fanno da carburante, ma non ci nutrono.

Nello zen il cibo è essenziale quanto la meditazione. Il maestro di cucina è la persona più importante del tempio dopo l'abate. D' altronde, quando si è ordinati monaci o elevati al rango di maestri, si ricevono due oggetti che concretizzano la trasmissione: il kesa, l'abito dei risveglio indossato durante la meditazione, e il pâtra, la ciotola che serve al pasto quotidiano. Tornare al cibo, alla terra e agli elementi ci permette di ritrovare il nostro posto nell'universo, di ancorare il nostro equilibrio organico e di coltivare una mente armoniosa in un corpo sano. Inoltre, questo è il modo più veloce per connetterci agli altri e al mondo, per evitare molte malattie e per ritrovare il sapore dell’esistenza, nonché la gratitudine, motore dell'entusiasmo e del benessere.

L' arte del pasto nella pratica Zen si chiama Shojin Ryori, che si può tradurre con ′′profondo entusiasmo ", ma che sarebbe più corretto tradurre con ′′ la devozione dell'entusiasmo ". Mangiare con coscienza ed etica ci collega alle stagioni e al tempo. E assumendo il nostro posto nella cosmogonia che si rivela tra terra, ciotola, uomo, universo e cielo, sviluppiamo naturalmente la gratitudine. Questo ci connette armoniosamente ad un'energia entusiasta e unificata. E il circolo virtuoso non finisce più.

Scegli un giorno la settimana in cui mangerai secondo la tradizione ‘dell'entusiasmo profondo’. Procurati tre ciotole per questo rituale.

Bevi acqua e tè durante tutto il giorno. Scegli con cura verdura, cereali e frutta di stagione. Nella cucina Zen non ci sono carne e pesce, per rispettare il voto di non prendere la vita. Tuttavia, il vegetarianesimo non è un dogma.

A casa, prepara il tuo pasto in silenzio. Sii attento a ciò che fai e benevolo verso tutte le fonti di questo cibo (terra, contadini, giardinieri…) Osserva gli alimenti rispettando il loro gusto naturale. Prepara ogni piatto separatamente. Una ciotola per i cereali, una per la zuppa o le verdure, una per insalata e / o verdure crude.

Crea le condizioni favorevoli affinché questo pasto sia una vera meditazione e un momento di riconciliazione con te stesso e l'universo.

Elimina le fonti di distrazione, accendi un incenso, posiziona un bel tovagliolo sul tavolo e disponi le ciotole orizzontalmente.

Siediti, saluta le tue ciotole rispettosamente. Mentre le contempli, medita sulle Cinque contemplazioni dello Zen*:

1. Come è giunto a me questo cibo? La mia gratitudine non può che essere illimitata.

Dalla terra antica migliaia di anni, dagli elementi della natura e dal lavoro degli uomini, fino a chi l'ha affidata alle mie mani, la mia gratitudine è immensa.

2. Questo dono si offre a me oltre la mia generosità o il mio egoismo, oltre i miei pensieri, le mie parole e le mie azioni. Si offre alla mia esistenza, mi nutre e mi sostiene.

Il mio rispetto per questo mondo e le mie azioni di ogni giorno mi rendono un essere degno di un dono così prezioso?

3. Che io sia consapevole del fatto che al di là di ogni ′′ mi piace ′′ e ′′ non mi piace ", al di là di quello che sono e di ciò che il mondo è, la vecchia terra senza età, spesso ignorata e maltrattata, continua a offrirmi nuovi frutti per nutrire la mia vita.

4. La mia gratitudine è immensa, Possa io vedere nei miei gesti e nelle persone che, nei giorni della mia infanzia, mi hanno preparato da mangiare, curato e nutrito; i gesti di chi ancora oggi, dove mi trovo, mi nutre.

Possa questo cibo, ricevuto con rispetto e benevolenza nutrirli con la mia gratitudine, e che il mio corpo e la mia mente siano entrambi sani e in armonia.

5. Infine, rialzandomi da questa mensa, io possa lasciare di me stesso solo tracce di bontà e bellezza, e che la forza e l'energia che ricevo dall'universo mi aiutino ogni giorno ad essere una persona concentrata, felice, soddisfatta, compassionevole e amorevole,

(*) Sutra dei pasti, tradotto dal Giapponese e adattato da Federico Dainin Jōkō Sensei.

Poi, nel più profondo silenzio, lascia che l'universo ti nutra, alternando i bocconi dalle diverse ciotole. Con calma, lascia che la Terra e gli elementi ti guidino attraverso le trame, i gusti, le sensazioni e soprattutto la gratitudine.

Alla fine del pasto, sempre in silenzio, prepara un tè nella ciotola più grande. Risciacqualo con un cucchiaio o le dita, passa il tè nella seconda ciotola e puliscila come hai fatto con la prima e poi fai lo stesso con la terza ciotola.

Alla fine bevi questo prezioso tè che contiene in sé le particelle più piccole rimaste del tuo pasto.

Puoi anche semplicemente versare questo tè ai piedi di una pianta quando si raffredderà.

Prenditi del tempo per sistemare in silenzio e tornare alle tue attività con calma.

Se ti affiderai a questa meditazione con fiducia e perseveranza, nutrirai il tuo corpo per tutta la vita. E l'universo sarà nutrito della tua presenza serena.


Estratto da: ‘Bere la luna e cavalcare le nuvole’ di Federico Daīnin Jōkō Sensei

Foto di Philippe Lissac


 



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Versione originale Francese



~ Le Bol universel ~

Meditation du repas

Nous mangeons trop ou pas assez, au mauvais moment et de la mauvaise façon. Nous mangions déjà face à la télévision ou en travaillant, et nous voici aujourd'hui attablés avec des êtres aimés tout en pianotant sur nos smartphones. En perdant le goût de la terre, d'une tomate ou d'une cerise, nous avons perdu le goût des autres. Sans conscience et sans éthique, les aliments nous remplissent et servent tant bien que mal de combustible, mais ils ne nous nourrissent pas.

Dans le zen, la nourriture est aussi essentielle que la méditation. Le maître de cuisine est la personne la plus importante du temple après l'abbé. D'ailleurs, lorsqu'on est ordonné moine ou élevé au rang de maître, on reçoit deux objets qui concrétisent la transmission : le kesa, la robe des éveillés portée pendant la méditation, et le pâtra, le bol qui sert au repas quotidien. Revenir à la nourriture, à la terre et aux éléments, nous permet de retrouver notre place dans l'univers, d'ancrer notre équilibre organique et d'élever un esprit harmonieux dans un corps sain. De plus, c'est le chemin le plus rapide pour nous relier aux autres et au monde, pour éviter nombre de maladies et pour retrouver le goût d'exister, ainsi que la gratitude, moteur de l'enthousiasme et du bien-être.

L'art du repas dans la pratique zen se nomme Shojin Ryori, ce qui se traduit par « le profond enthousiasme », mais qu'il serait plus juste de traduire par « la dévotion de l'enthousiasme ». Manger avec conscience et éthique nous relie aux saisons et au temps. Et en tenant notre place dans la cosmogonie qui se révèle entre la terre, l'assiette, l'homme, l'univers et le ciel, nous développons naturellement la gratitude. Celle-ci nous ouvre harmonieusement à une énergie enthousiaste et unifiée. Et le cercle vertueux n'a plus de fin.

Choisis une journée par semaine pendant laquelle tu mangeras seIon la tradition de l'enthousiasme profond. Prends trois bols pour ce rituel.

Bois de l'eau et du thé tout au long de la journée. Choisis avec soin les légumes, les céréales et les fruits de saison. Dans la cuisine zen, il n'y a ni viande, ni poisson, pour respecter le vœu de ne pas prendre la vie. Néanmoins, le végétarisme n'est pas un dogme.

Chez toi, prépare ton repas silencieusement. Sois attentif à ce que tu fais et bienveillant envers toutes les sources de cette nourriture (la terre, les agriculteurs, le maraîcher...) Veille aux aliments en respectant leur goût naturel. Prépare chaque plat séparément. un bol pour les céréales, un pour la soupe ou les légumes, un pour la salade et/ou les crudités.

Crée des conditions favorables pour que ce repas soit à la fois une vraie méditation et un moment de réconciliation avec toi-même et l'univers.

Elimine les sources de distraction, allumé un encens, place une jolie serviette sur la table et dispose les bols horizontalement.

Assieds-toi, salue tes bols respectueusement. En les contemplant, médite les Cinq contemplations du zen* :

1.Comment cette nourriture est-elle parvenue jusqu'à moi ? Ma reconnaissance ne peut être qu'illimitée.

De l'ancienne terre millénaire, par les éléments et le travail des hommes, jusqu'à celui qui l'a confiée à mes mains, ma gratitude est immense.

2. Ce don s'offre à moi au-delà de ma générosité ou de mon égoïsme, au-delà de mes pensées, de mes paroles et de mes actes. Elle s'offre à mon existence, me nourrit et me soutient.

Mon respect pour ce monde et ce que j'accomplis chaque jour font-ils de moi un être digne d'un don si précieux ?

3. Puissè-je réaliser qu'au-delà de « j'aime » et «je n'aime pas», au-delà de ce que je suis et de

ce que le monde est, la vieille terre sans âge, bien souvent ignorée ou malmenée, ne cesse d'offrir de nouveaux fruits pour que je vive,

4. Ma gratitude est immense, Puissè—je voir dans mes gestes et ceux des personnes qui, aux jours de mon enfance, m'ont préparé à manger, soigné et nourri; les gestes de celles et ceux qui aujourd'hui encore, là où je me rends, me nourrissent.

Que cette nourriture prise dans le respect et dans la bienveillance les nourrisse, eux, de ma reconnaissance, et que mon corps et mon esprit soient tous deux en santé et en harmonie.

5. Enfin, me relevant de cette place, puissè-je ne laisser de moi que des traces de bonté et de beauté, et que la force l'énergie que je reçois de l'univers m'aident chaque jour à être une personne concentrée, heureuse, épanouie, compatissante et aimante,

(*) Sutra des repas japonais, traduit et adapté par Federico Dainin Jõkõ Sensei.

Ensuite, dans le plus profond silence, laisse l'univers te nourrir, en alternant les bouchées des différents bols. Calmement, laisse la Terre et les éléments te guider par les textures, les goûts, les sensations et, surtout, par la gratitude.

A la fin du repas, toujours en silence, prépare un thé dans le plus grand des bols. Rince-le à l'aide d'une cuillère ou de tes doigts, passe le thé dans le deuxième bol et nettoie-le comme le premier. Essuie le premier, puis fais de même avec le troisième bol.

Enfin, bois ce précieux thé qui porte en lui les plus petites particules des restes de ton repas.

Tu peux aussi simplement verser ce thé au pied d'une plante quand il aura refroidi.

Prends le temps de ranger silencieusement et reviens à tes activités calmement.

Si tu t'abandonnes à cette méditation avec confiance et perséverance, en nourrissant ton corps, tu nourriras ta vie entière. Et l'univers sera nourri de ta présence sereine.


Extrait de Boire la lune et chevaucher les nuages de Federico Daīnin Jõkõ Sensei

Photos Philippe Lissac


© Tora Kan Dōjō



















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mercoledì 28 aprile 2021

Danzare al Ritmo del Mondo (Ita/Fra)


Quando siamo in zazen, in meditazione, 
non adempiamo a nulla, non realizziamo niente.
Niente di speciale comunque.
E tutto si avvera dentro di noi.
All'improvviso torniamo ad essere testimoni diretti di tutto ciò che si avvera e si compie al di sotto e oltre di noi. Dentro di noi e tutto intorno a noi.
Stiamo assistendo al miracolo del battito della nostra vita.
Ci rendiamo conto di una cosa molto importante: non si tratta di "non aver bisogno di fare nulla", sarebbe ridicolo; ci rendiamo conto dell'importanza di pensare, dire e agire senza esagerare. Perché no?
Perché tutto si avvera naturalmente.
Spesso il nostro agire diventa un ostacolo allo sviluppo del mondo.
Zazen ci sta insegnando a entrare nel ritmo del mondo e non a inventarci danze maldestre e inutili.
La creazione è già una festa. Sontuosa.
Dobbiamo solo unirci agli esseri, ai fenomeni e ciò che siamo.
Serenamente.
E questa è la fonte della gioia.
Diventiamo il trattino tra cielo e terra, visibile e invisibile, uomini e dei.
Nulla è allora né distinto né solitario.
Sì, è proprio questa la fonte della nostra gioia.
Solo questo mi piace praticare e trasmettere... per amore...

Federico Dainin Jôkô Sensei
Foto: Philippe Lissac/Godong Agency
Sesshin nel Deserto di Zagora
Centre Zen "La Montagne Sans Sommet" - Paris
Traduzione dal francese: Davide Kyōgen Sensei


Versione Francese



Lorsque nous sommes en zazen, en méditation, 
nous n’accomplissons rien, nous ne réalisons rien.
Rien de spécial en tout cas.
Et le Tout se réalise en nous.
Nous redevenons soudain les témoins directs de tout ce qui se réalise et s’accomplit en deçà et au delà de nous. En nous et tout autour de nous.
Nous assistons au miracle du battement de notre vie.
Nous réalisons alors une chose très importante : il n’est pas question de « ne rien avoir besoin de faire », ce serait ridicule ; nous réalisons l’importance de penser, dire et agir sans trop en faire. Pourquoi ?
Parce que tout se réalise naturellement .
Souvent notre agir devient un obstacle à l’épanouissement du monde.
Zazen nous réapprend à rentrer dans le rythme du monde et non plus à nous inventer des danses gauches et inutiles.
La création est déjà une fête. Somptueuse.
Nous n’avons qu’à y rejoindre les êtres, les phénomènes et ce que nous sommes.
Sereinement.
Et ça, c’est la source de la joie.
Nous devenons le trait d’union entre ciel et terre, visible et invisible, hommes et dieux.
Rien n’est alors ni distinct ni esseulé.
Oui, c’est bien là la source de notre joie.
C’est seulement cela que j’aime pratiquer et transmettre...par amour...



Federico Isahak Daīnin Jõkõ Sensei
© Tora Kan Dōjō



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sabato 24 aprile 2021

KAIROS : acciuffare l'occasione



dal 'Credo del Samurai

«Non ho capacità: Toi sokumyo (prontezza di spirito) è la mia capacità»,

e ancora,

«Non ho progetti, il mio Kisan (Ciuffo) è il mio progetto»,

"acciuffare ,l'occasione per i capelli",

«Visto che nell'olimpo greco trova posto, se pur marginalmente, la personificazione del momento opportuno, sarà suggestivo renderci conto di che cosa gli antichi intendessero per kairos, attraverso la descrizione del simulacro di Kairos. Da Pausania sappiamo soltanto che tale divinità aveva un altare ad Olimpia nei pressi di un'ara dedicata all'Hermes 'che arbitra le gare' (Graeciae descriptio, V, 14,9). Questa laconica fonte, pur non fornendoci alcuno spunto iconologico, ci induce a riflettere sul carattere ermetico del kairos, nella fattispecie, connettendolo all'elemento agonale: il colpo d'occhio dell'atleta nel saper volgere, al momento opportuno, la competizione a proprio vantaggio. In un epigramma di Posidippo sta racchiuso un interrogatorio a questa divinità, qui rappresentata da una statua di Lisippo. Innanzi tutto Kairos si autodefinisce col medesimo attributo del sonno: 'Colui che tutto doma'. La sua postura è in punta di piedi, impugnante un rasoio, per insegnare agli uomini che l'istante propizio è più aguzzo della più fine lama. La sua capigliatura è riversata sul viso mentre il resto della testa ne è sguarnito, affinché Kairos, una volta che il suo rapido volo l'abbia portato via, non possa più esser afferrato da dietro. Meno asciutto è un testo di Callistrato ... E' qui assente il motivo del rasoio, supplito a meraviglia dall'insistere sulla scattante postura di Kairos: egli non solo è raffigurato in punta di piedi, ma, per di più, in bilico su di una sfera; i suoi piedi, inoltre, sono alati e il suo sfrecciante incedere è un tagliare l'aria ... S'indugia,, poi, parecchio sulla fiorente bellezza di Kairos, rappresentato come un fanciullo nel fiore della pubertà, floridezza che sta a indicare come l'occasione favorevole sia artefice di bellezza».

Maria Tasinato, L'occhio del silenzio (ediz. Esedra)


© Tora Kan Dōjō



















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martedì 20 aprile 2021

Nonna come posso fare?




Nonna, come faccio a superare questo tremendo lutto?"

"La morte, bambina mia, non è da superare. E' da vedere. Quando arriva nelle nostre vite ci fa sperimentare il non visibile. Che tanto allontaniamo nelle nostre giornate. Vogliamo a tutti i costi riempire le mancanze, i vuoti, il silenzio, le assenze. Invece di celebrarli. Per quello che sono e portano. La morte arriva per dare valore a questo mondo nascosto."

"Ma io ho perso una parte di me..."

"Non l'hai persa. Devi solo imparare ad aprire gli occhi dell'anima per poterla vedere ancora. Senza il corpo ora quella parte è ancora più vicina a te, ti è entrata dentro, può battere con il tuo cuore. Ma ti ostini a ricercarla con gli occhi del corpo. E così facendo stai perdendo la vista più importante. Quella che ti permette di vedere l'invisibile..."

"Faccio fatica a credere all'invisibile."

"Anche l'amore non si può toccare, bambina mia. Eppure è il centro di tutta l'esistenza."

"E' diverso, nonna. Io prima potevo abbracciare quella persona, ora non più!"

"Ora dovrai aprire braccia diverse. Più ampie, più sottili, più profonde. Le braccia del tuo cuore. Se la vita ha voluto farti sperimentare questo evento è perché proprio in quell'evento c'è un tesoro solo per te. Che non riuscirai a trovare subito. Ad ogni grande tesoro si giunge dopo un cammino eroico. Il tuo è iniziato ora."

"Come farò a vivere senza?"

"E' nel vuoto che nasce la rivoluzione delle nostre anime. Inizia questo cammino con tutte le lacrime, la rabbia e la disperazione che hai dentro. Ma porta con te anche la fiducia nell'invisibile. E stai ben vigile d'ora in poi: la morte ti ha svegliato e seminerà sulla tua strada sassolini simbolici che dovrai cogliere. Per imparare a celebrare la fine come celebriamo l'inizio. Perché in realtà l'esistenza è un cerchio che non finisce mai e che non inizia mai. La morte è una trasformazione. La nascita è una trasformazione. Siamo chiamati a vivere una trasformazione continua."

"Che difficile, nonna!"

"E' più difficile costringerci a rimanere fermi invece di trasformarci. Richiede un'immensità di energia. Fatti trascinare dal fiume della trasformazione. Ed i tuoi occhi interni si apriranno. Non vedrai più morte allora. Ma metamorfosi continue. Dentro e fuori di te."

Elena Bernabè


© Tora Kan Dōjō










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sabato 17 aprile 2021

Vivere nel mondo dei Fini, la saggia follia di Francesco.



"Bisogna vivere nel mondo dei fini!"
per molto tempo non sono riuscito a comprendere questa esortazione del mio Primo Maestro.

Poi, dopo molti anni, un giorno rialzandomi dallo Zazen ho compreso:

Bisogna vivere una vita in cui ogni cosa che incontriamo è un fine ultimo e non un mezzo.

Una vita in cui non ci sia nulla che sia un mezzo per raggiungere altro ma ogni gesto, ogni incontro, sia consacrato in un momento assoluto svincolato da ogni calcolo e dai limiti dello spazio e del tempo.

Francesco ha incarnato, senza alcun dubbio questa vita risvegliata...

Taigō Sensei


(...) Francesco e frate Egidio si trovano (si tratta forse della primissima missione di Francesco) tra la gente della "Marca di Ancona", e se ne vanno, davvero come due pazzi, con atteggiamento di esuberante allegria: «pareva avessero scoperto un tesoro nel podere evangelico della signora Povertà». Come al solito, Francesco a voce alta e chiara cantava in francese le lodi del Signore ». La gente reagisce in modo diverso: alcuni li consideravano dei pazzi e dei fissati», altri dicevano che per essere così allegri con la « vita disperata che fanno » « non mangiare quasi niente, camminano a piedi nudi, hanno dei vestiti miserabili » devono essere « uniti a Dio in modo straordinariamente perfetto ».

Il sentimento dominante, dinanzi a « quel modo vivere così austero eppure lieto » era quello della « trepidazione », cioè della perplessità ansiosa. « Nessuno però osava seguirli ». Ed ecco un suggestivo tocco finale: « Le ragazze, al solo vederli da lontano scappavano spaventate nella paura di restare affascinate dalla loro follia ».

C'era dunque un fascino in quella follia, e il modo migliore per difendersene era la fuga. Chiara non fuggirà e ne rimarrà prigioniera. C'e infatti una follia che deriva da una deficienza di controllo razionale sugli impulsi psichici e anch'essa fa paura, ma perché ci presenta un'immagine di umanità in cui è assente quel lume di ragione che è il tratto specifico della nostra dignità, di una umanità subumana, insomma. 

Ma c'è una follia che si accende al di sopra del livello di razionalità che ci dà sicurezza, in quel punto alto dello spirito nel quale potrebbe avverarsi - e in alcuni si avvera - il possesso immediato delle ragioni ultime del vivere, insomma l'unica felicità degna dell'uomo.

Allora muore il buon senso e muore anche quella forma superiore del buon senso che è la prudenza, la virtù che insegna a disporre in modo giusto i mezzi giusti per raggiungere il fine. Ma se uno il fine lo raggiunge per contatto immediato, spogliandosi di tutto, anche dei mezzi suggeriti dalla prudenza? In rapporto ai criteri normali di saggezza egli è un folle, ma in rapporto al fine in cui la vita trova senso egli è sommamente sapiente. In questo caso l'esistenza soffre, per eccesso di intensità, la scomposizione delle sue forme consuete ed è portata a farsi gioco, perfino ai livelli del vivere quotidiano, delle norme del buon senso. Allora noi constatiamo una stranezza, mentre di fatto siamo venuti a contatto con una prospettiva di vita che obbedisce alle istanze fondamentali dell'esistenza. E' propria di questa sapienza la certezza che la vera ragione delle cose è altrove e che i mezzi per conoscerla sono irrilevanti, dato che essa, una volta che incontri la dovuta trasparenza, si fa conoscere da sé per contatto immediato. E in questa irrilevanza della logica dei mezzi che trova nuovo senso quella fortuita combinazione delle cose che noi chiamiamo 'caso'.

Che fecero gli apostoli quando affidarono alla sorte la scelta del nome da sostituire a quello di Giuda?

Estrassero un nome a sorte, fecero ricorso a quel metodo che nel Medioevo veniva detto sortes apostolorum. Secondo il primo biografo di Francesco (2 Cel, 15) egli insieme al suo primo compagno Bernardo cercò da Dio l'indicazione su quale doveva essere la loro via aprendo tre volte a caso il libro della Scrittura e la risposta ci fu, chiara e univoca. Aveva imparato nella sua bottega un modo ben diverso di far uso del proprio raziocinio, un modo dove niente era lasciato al caso, tutto era soggetto alla regola del calcolo più minuzioso. Rientrava nella sua follia anche la forma di povertà che consiste nella rinuncia ai comportamenti assennati, che fanno velo all'imprevedibile e, al di là dell'imprevedibile, allo stesso 'gioco' di Dio e può trasformare in un mezzo efficace anche l'assenza di ogni preoccupazione di tipo prudenziale, come in questo divertente episodio (Fior, 11)

Un giorno Francesco si trova «a un trivio di via per lo quale si potea andare a Firenze, a Siena e Arezzo ». È con lui frate Masseo, il suo incantevole Sancio Panza:

« Padre, per quale via dobbiamo noi andare?». Risponde santo Francesco: «Per quella che Iddio vorrà ». Disse frate Masseo: «E come potremo noi sapere la volontà di Dio?».

Francesco gli ordina di volteggiare su se stesso « come fanno i fanciulli » finché d'improvviso non gli dica di fermarsi. Così fa il buon frate che cade più volte per le vertigini. Ad un ordine di Francesco, si ferma:

« Inverso che parte tieni la faccia? ». Risponde frate Masseo: « Inverso Siena », Disse santo Francesco: « Quel la è la via per la quale Dio vuole che noi andiamo ».

Giunti a Siena il popolo li trasporta in trionfo fino all'Arcivescovado dove il vescovo li accoglie con grande onore. Ma la città si trova in una guerra intestina che ha già prodotto due morti. La predicazione di Francesco riporta la pace. La mattina per tempo, senza nemmeno farsi vivo col vescovo, egli dà ordine di ripartire. Masseo rimugina in sé le stranezze del padre:

"Che è quello che ha fatto questo buono uomo? Me fece aggirare come un fanciullo e al vescovo che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una buona parola né ringraziatolo."

Francesco intuisce la segreta mormorazione di Masseo e lo rimprovera con scherzosa severità (« se degno dello 'nferno »): se non fossero andati a Siena, chi avrebbe riportato la pace nella città? Dunque la volontà di Dio si era manifestata attraverso l'espediente del gioco da bambini.

Anche il modo più infantile di ricorrere al caso può essere un gioioso appuntamento con la grazia (la grazia non è spesso l'altra faccia del caso?), può essere le côté humain assottigliato fino all'inesistenza, a cui risponde dall'altra parte le côté divin; può essere una volontaria ironia sulla curiosità umana nella ricerca delle vie giuste per un fine giusto, una pars destruens che prepara la pars construens dello Spirito, i cui movimenti sono per definizione imprevedibili. Alleggerendo la prudenza umana di quel peso interno che è la presuntuosa ricerca dei mezzi, sembra, sì, che si entri nella stoltezza, ma in realtà si toglie ogni diaframma - è questione di fede - ad un impulso di altra origine capace di tessere per conto proprio trame d'amore. In questo caso, la pace della città di Siena.

tratto da 'Francesco d'Assisi'
di Ernesto Balducci


© Tora Kan Dōjō





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martedì 13 aprile 2021

Solo questo e tutto questo è Zazen



L ' uomo solo cammina con gli occhi spalancati,
non dipende da nessuno e resta integro.
Lo Zen è soprattutto saper vivere
e saper morire.
L ' uomo solo è responsabile dei suoi pensieri,
parole e azioni.
Nessuno può respirare al suo posto.
Non c'è nessuno sopra di lui
e nessuno sotto.
Non c'è nessuno o niente da adorare,
nessuna ideologia.
Non cercare né immaginare nessun Buddha, nessuno stato celeste, nessun merito,
nessuna illuminazione o ricompensa
Qualunque essa sia.
Quando si è sinceri nel proprio respiro
e nella propria postura,
si è sinceri in tutte le cose.
Quando respiriamo davvero,
siamo veri nel pensare, parlare, agire.
Inoltre, senza pratica,
ogni spiritualità è solo un sogno,
illusione e proiezione mentale.
Meditare è una postura universale,
propria della nostra natura,
postura del corpo, un po ',
e dello spirito, molto.
Questa postura non è né Zen,
Né buddista, né cristiana né atea,
né che ne so....
E’ la liberazione di tutto ciò che avete rinchiuso, ricevuto, apprezzato, rinnegato, così gelosamente
nelle abitudini di questo corpo.
È una meditazione silenziosa e disinteressata.
E’ la vita amata, ricevuta e restituita;
inspirando, espirando.
La vita, piena. Meravigliosa ed ineffabile.
Siediti. Con tutto quello che sei.
Questo sedersi è il modo di vivere maestoso degli Dei, dei Buddha, degli Uomini.
Questo sedersi siamo noi.
Completamente.
Un miracolo eterno.

 Federico Dainin Jôkô Sensei


Versione Originale Francese

L’homme seul marche les yeux grands ouverts,
ne dépend de personne et reste intègre.
Le Zen, c’est avant tout savoir vivre
et savoir mourir.
L’homme seul est responsable de ses pensées,
de ses paroles et de ses actions.
Personne ne peut respirer à sa place.
Il n’y a personne au-dessus de lui
et personne en-dessous.
Il n’y a personne ni rien à vénérer,
aucune idéologie.
Ne recherchez ni n’imaginez aucun Bouddha, aucun état céleste, aucun mérite,
aucune illumination ni aucune récompense
quelle qu‘elle soit.
Lorsqu’on est sincère dans sa respiration
et dans sa posture,
on est sincère en toutes choses.
Lorsqu’on est vrai respirant,
on est vrai pensant, parlant, agissant.
Aussi, sans pratique,
toute spiritualité n’est que rêve,
illusion et projection mentale.
Méditer est une posture universelle,
propre à notre nature,
posture du corps, un peu,
et de l’esprit , beaucoup.
Cette posture n’est ni Zen,
ni bouddhiste, ni chrétienne, ni athée ,
ni qu’en sais-je....
Elle est la libération de tout ce que vous avez enfermé, reçu, ravi, renié, si précieusement
dans les habitudes de ce corps.
C’est le recueillement silencieux et désintéressé.
C'est la vie aimée , reçue et donnée;
inspirant, expirant.
La vie, Pleinement. Emerveillante et ineffable.
Asseyez-vous. Avec tout ce que vous êtes.
Cette assise est la manière de vivre majestueuse des Dieux, des bouddhas, des hommes.
Cette assise c’est nous.
Pleinement.
Un miracle éternel.

Federico Dainin Jôkô Sensei


© Tora Kan Dōjō




















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