venerdì 13 marzo 2026

Il Valore del Rito

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.
Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Questo testo è stato pubblicato nel libro : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/



Ultimamente, tra le varie tendenze che ci sono nel diffondere lo Zen in Occidente, c’è quella di epurare la Pratica da ogni aspetto rituale.
Cerchiamo sempre di adattare la realtà alla nostra comprensione, alle nostre abitudini, alle nostre idiosincrasie, ai nostri condizionamenti, ai nostri pregiudizi, per renderci la vita facile. Ma la Pratica non ha niente a che vedere con il rendersi la vita facile, nemmeno renderla più difficile ovviamente, ma la Pratica, specie agli inizi, scuote le nostre abitudini costringendoci ad abbandonare la nostra ‘comfort zone’.
Una delle esperienze più significative della Pratica è proprio l’esperienza del rito che ha un impatto molto forte sul praticante.
Il significato e valore del rito sono spesso completamente fraintesi e l’insegnante in cerca di consenso (pericolosa attitudine per chi si pone nel ruolo di insegnante), invece di fare lo sforzo di far comprendere e vivere  ai propri allievi  il senso e l’efficacia profondi del rito, preferisce aggirare ogni difficoltà eliminando l’aspetto rituale e in tal modo ‘anestetizzando’ la Pratica.
Non a caso uso il termine ‘anestetizzare’.
Il rito è una performance estetica che coinvolge tutti i sensi e in una società sempre più anestetizzata il rito non trova più spazio.
“Rito” dal sanscrito rtàm può essere reso con ‘Ordine’, è ordine nell’azione ed è nell’azione che da sempre i cuori degli uomini si incontrano.
Non nelle filosofie, non nelle teorie e libri sacri, è nell’azione che i cuori si incontrano. 
Ecco perché la vera Pratica è innanzitutto azione e non speculazione.

E’ oggi molto più probabile che si ritrovi lo spirito religioso lavorando insieme in un campo piuttosto che riunendosi passivamente in una chiesa. Quando si lavora insieme e ci si confronta con le leggi della natura, con gli elementi del tempo e dello spazio, con i suoi ritmi, e ci si confronta con la vita e con la morte, si vive profondamente, inconsciamente, il senso profondo del gesto rituale e dello spirito religioso.
Coltivare la terra è un rito molto profondo. Se osservate la vita di un contadino non è altro che la ripetizione di gesti rituali dall’alba al tramonto, gesti che hanno un ordine legato a leggi universali.
Il rito non trova più spazio in una civiltà anestetizzata che interpreta il lavoro e l’azione come delle noie necessarie al raggiungimento dello stipendio a fine mese da spendere per lo più in direzioni insensate.
Il rito invece è proprio unire i cuori nell’azione: corpo-mente unificati.
Un’azione che trascende le limitate e spesso illusorie necessità umane.
Niente a che vedere con l’andare in chiesa la domenica da spettatori annoiati.
Senza una vera e sincera partecipazione non esiste alcun rito e si contamina il proprio cuore anziché purificarlo.
Se partecipate con sincerità, con il corpo-mente unificati, ai semplici riti del Dōjō, constaterete che il corpo è chiamato a muoversi all’unisono con quello degli altri.
Si è costretti ad uscire dal proprio isolamento, dalla distrazione.
Al suono della campana risponde  istantaneamente il nostro inchino tanto che diventa difficile riconoscere se sia l’inchino a seguire il suono della campana o se la campana sia chiamata al suono dalla vibrazione dell’inchino.
Offriamo un incenso, la nostra mano lo posa ben diritto nell’incensiere preparato con cura, il Dōan suona la campana, l’Assemblea s’inchina e l’alchimia si compie, il mio gesto si connette indissolubilmente al gesto degli altri, impossibile separarli.
In questa comunione di gesti, c’è un’ assoluta comunione di cuori che permette di accedere a profondi significati, ai quali da soli sarebbe difficile, quando non impossibile, accedere.
Si è uniti e aperti di fronte al mistero.
Quello che celebriamo è un mistero al quale ci affidiamo completamente.
Allora il sacro si manifesta sul nostro fiducioso cammino.
Qualcuno ieri mi scriveva preoccupato perché ha saputo che in questi giorni un tifone si sta abbattendo proprio sulla rotta che percorrerò dopodomani per andare ad Okinawa, mi esortava a non partire. Ma io mi reco ad Okinawa in risposta ad un invito del mio Maestro e  accettato l’invito del proprio Maestro non possiamo più tirarci indietro, qualunque cosa accada. E’ davvero questione di vita o di morte.
Quando viaggio in aereo sono costretto ad affidarmi e non ho alcuna possibilità di controllare e di gestire quello che accadrà se non in misura irrilevante. Il risultato che questo provoca in me è un profondo rilassamento. 
Questo rilassamento che viene dall’affidarci è quello che dovremmo riprodurre anche nella nostra vita quotidiana, imparare ad affidarci completamente perché c’è una forza più grande di noi che ci sostiene e ci tiene in vita, ci sostiene a prescindere dalla nostra volontà o capacità, intelligenza e stupidità e via dicendo … 
Ed è questo affidarsi che noi viviamo attraverso il rito.
Impariamo ad affidarci, a lasciarci guidare, ad abbandonarci all’ordine dell’azione comune che nel Dōjō può essere l’inchino di cinque persone ma che diventa un’azione che coinvolge l’universo intero.
Non c’è nessun’azione che sia isolata, ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero, ogni nostra decisione coinvolge ogni cosa e produce effetti che vanno ben oltre la nostra capacità di comprensione e previsione.
Affidarsi alla vita è la cosa più importante da imparare, ed è quello che innanzitutto ci insegna lo Zazen.
Siamo pieni di paure perché non sappiamo affidarci.
Una fede profonda scaturisce spontaneamente sedendo in Zazen, celebrando quello che il Maestro Deshimaru definiva ‘il più alto dei riti’.

domenica 23 novembre 2025

Educazione Zen per Artisti Marziali

 



English below

Un interessante post Facebook di un fratello Monaco Zen Americano che esprime il risultato dell'educazione Zen sotto la guida di un Maestro.

Qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle per 18 anni e che ha plasmato le mie ossa e la mia carne.

Il mio Maestro era molto esigente sul modo in cui esprimevamo la nostra 'presenza nel mondo' : postura, centro, concentrazione, ... era esigentissimo e dimostrava con la sua stessa presenza cosa intendesse con le sue esortazioni.

Un giorno mentre lavoravamo nel parco del Tempio mi esortò a camminare sulla ghiaia senza fare alcun rumore come si esercitava a fare lui. Diventare tanto in armonia con le situazioni da diventare invisibili.

Niente che si possa imparare online... nè da un Maestro che non abbia fatto esperienza diretta dell'autentica educazione Zen.

L'educazione Zen è stata per me la chiave di interpretazione fondamentale per la mia comprensione della pratica dell'arte marziale. Lo Zazen è stato ed è fondamentale ma l'educazione Zen è quella che mi ha permesso di cogliere l'essenza (極意 Gokui) dell'Insegnamento dell'Arte Marziale.

Consiglio a tutti i praticanti di Arti Marziali di fare una seria ed approfondita esperienza dell' 'educazione Zen' sotto la guida di un vero Maestro Zen che la sappia trasmettere.

Ecco il post di Keido Toby Rider san tradotto in Italiano:

In mandarino, la parola per essenza è 本質, e credo che essa si applichi a tutte le scuole di Zen, non solo al Rinzai-shū (evitare di creare divisioni dualistiche che in realtà non esistono, evitare di rimanere intrappolati nel pensiero concettuale). È il modo in cui i praticanti affinano i loro movimenti e il loro portamento fisico. Questo può essere sviluppato realmente solo di persona, con una pratica dedicata nel sangha, nel corso di molti anni.

Ricordo che il mio maestro diceva qualcosa come: "I tuoi movimenti diventano così fluidi, eleganti e felini che semplicemente scompari".

Come si può osservare, correggere e affinare i movimenti interamente attraverso Zoom? Non è possibile, e l'idea che l'essenza sia una "superstizione orientale" superflua non fa altro che evidenziare la mancanza di una realizzazione profonda tra alcuni "insegnanti" occidentali. Questo è il motivo per cui la maggior parte delle linee di trasmissione solide richiede decenni di pratica in presenza prima che un praticante sia autorizzato a insegnare.

Lo Zen si comprende attraverso il corpo. Non ci sono scorciatoie per questo.

"Le persone spesso pensano che ciò che rende distintivo lo Zen Rinzai sia l'uso dell'addestramento con i kōan.

Ma, forse più accuratamente, la principale moneta di scambio e il linguaggio del Rinzai è l'Essenza.

L'essenza (vicina al termine kiai in giapponese) è difficile da descrivere, ma implica una particolare energia coltivata che si avverte nella presenza di una persona. Si potrebbe dire che, man mano che la pratica si approfondisce, il corpo di una persona diventa un canale disciplinato per manifestare una sublime energia Dharmica.

Un Rōshi controlla costantemente l'essenza dei propri studenti, che rivela il loro essere totale, lo stato della loro mente, ecc. Essa può anche essere osservata in alcune caratteristiche fisiche e nelle fotografie.

Il modo in cui un praticante porta se stesso, la sua postura, come indossa le vesti e l'Okesa. Molti di noi sentono che questo aspetto energetico incarnato non è ancora arrivato in Occidente, ad eccezione di coloro che hanno avuto un'esposizione significativa ai praticanti asiatici, e in qualche modo si è perso nella traduzione Occidentale.

Sentiamo che questo aspetto debba sbocciare affinché lo Zen possa radicarsi profondamente in Occidente."

Paolo Taigō Spongia

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An interesting post from a fellow Zen monk who expresses the result of Zen education under the guidance of a Master.

Something I have personally experienced for 18 years and that has shaped my bones and flesh.

My Master was very demanding regarding how we expressed our "presence in the world": posture, center, concentration... he was extremely strict and demonstrated through his very presence what he meant with his exhortations.

One day, while we were working in the Temple park, he urged me to walk on the gravel without making any noise, as he practiced himself.

To become so harmonious with situations as to become invisible.

This is not something that can be learned online... nor from a Master who has not had direct experience of authentic Zen education.

For me, Zen education has been the fundamental key to interpreting my understanding of martial arts practice.

Zazen has been and continues to be essential, but Zen education is what has allowed me to grasp the essence (極意 Gokui) of the Martial Arts Teaching.

I recommend all martial arts practitioners to undergo a serious and profound experience of "Zen education" under the guidance of a true Zen Master who knows how to transmit it.

Here is the original post by Keido Toby Rider san:

In Mandarin, the word for essence is 本質, and I believe it applies to all schools of Zen, not just Rinzai shu (avoid creating dualistic splits that don’t actually exist, avoid getting stuck in conceptual thinking). It’s the way practitioners refine their movements and physical bearing. This really can only be developed in-person, with dedicated sangha practice, over the course of many years. I recall my master saying something like “Your movements become so smooth, elegant and cat-like that you just disappear.” How does one watch, correct, and refine movement entirely through Zoom? It’s not possible, and the idea that essense is an unnecessary “oriental superstition” just points to the lack of deep realization among some western “teachers”, which is why most solid lineages require decades of in-person training before a practitioner is sanctioned to teach. Zen enters through the body. There’s no shortcut for that.

“People often think that what makes Rinzai Zen distinctive is its use of koan training. But, perhaps more accurately, the main currency and language of Rinzai is Essence. Essence (close to the word kiai in Japanese) is difficult to describe, but it involves a particular cultivated energy which one feels in a person's presence. It could be described that as practice deepens, a person's body becomes a disciplined vessel to bring forth sublime Dharmic energy. A Rinzai Roshi is constantly checking their students' essence, which reveals their total being, state of mind, etc. It can also be seen in certain physical characteristics, and in photos. The way a practitioner carries themselves, their posture, how they wear their robes and okesa. Many of us feel that this embodied energetic aspect has not made the trip over to the West yet, except for those who have had significant exposure to Asian practicioners, and is somehow lost in translation. We feel this aspect needs to bloom in order for Zen to deeply root in the West.”

Paolo Taigō Spongia

© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it
www.torakanzendojo.org