domenica 4 febbraio 2024

Il Maestro e Caravaggio (Ita/Eng)

Il 9 Aprile 2022, Sensei Paolo Taigō Kōnin Spongia ha tenuto al Tora Kan Dōjō una lezione sulla definizione di 'Maestro'. Ci ha offerto numerosi spunti di riflessione sull’importanza di avere un Maestro per conoscere noi stessi e approfondire la nostra pratica, e ha provocato diverse riflessioni sulle qualità che questo Maestro dovrebbe avere. Durante la lezione è emerso quanto il fatto di essere molto bravi in un campo, o grandi esperti in una disciplina, non sia necessariamente garanzia dell’essere buoni Maestri. Ci possono essere uomini che raggiungono l'eccellenza in un arte e pertanto la 'maestria' e che per questo possono essere chiamati 'Maestro' (mastro, maestro...) ma che non hanno nè la capacità nè l'interesse a trasmettere ad altri la propria esperienza.
Il 'Maestro' nell'accezione che prevede anche la trasmissione dell'esperienza è sia 'eccellente' nell'espressione artistica che nella trasmissione della stessa conoscendo le strategie pedagogiche ed educative necessaria perchè questa trasmissione avvenga. Strategie che nella maggior parte dei casi ha acquisito nella veste di discepolo nell'educazione e trasmissione ricevuta dal proprio Maestro.
Caravaggio è stato uno straordinario esempio di grandissimo artista, che ha raggiunto la maestria nella sua arte ma che non ha avuto interesse a trasmettere ad altri forse perchè impegnato a confrontarsi con le sue derive caratteriali tormentose.

Il testo che segue è un capitolo tratto del libro Il Tuo Rinascimento, di Maura Garau, e ci racconta alcuni episodi della vita di Caravaggio e di come le sue emozioni ingestibili lo abbiano portato a rovinarsi. E cosa possiamo fare noi quando proviamo delle forti emozioni che ci sovrastano?

Buona lettura!

Passo 7 

Caravaggio

La Rabbia e la Scelta

 

Nel capitolo precedente (passo 6) abbiamo parlato dell’importanza di lasciar fluire le nostre emozioni liberamente, per ascoltarle ed aiutarci a diventare più consapevoli di chi siamo, di cosa abbiamo bisogno e di quale direzione prendere. In questo capitolo riflettiamo su come gestire un’emozione che ci sovrasta e ci fa perdere il controllo di noi stessi. Riflettiamo su come esercitare la nostra capacità di scelta. Vediamo cosa possiamo imparare da Caravaggio a questo proposito. 

Caravaggio

La vita di questo grande artista, trascorsa fra il 1571 e il 1610, è stata drammatica ed estrema, proprio come le sue opere. Giulio Mancini, un biografo contemporaneo di Caravaggio, nel trattato Considerazioni sulla pittura ci racconta che già da giovane Caravaggio aveva un carattere stravagante e focoso: “Studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni in Milano, con diligenza ancorché di quando in quando facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande”. 

La frase “qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande” potremmo tradurla come “Caravaggio aveva davvero un caratteraccio”. Si infiammava per poco e non esitava ad usare la violenza. Fu spesso coinvolto in risse e denunciato per aggressione e possesso di armi. Ospite a Roma del cardinale del Monte fu capace di aggredirne un amico che lo denunciò. Fu anche denunciato da un servo di un’osteria per avergli tirato in faccia un piatto con dei carciofi. Frequentava i bassifondi, dove trovava intrattenimento e ispirazione per i suoi quadri.

Spesso fu giudicato irriverente e offensivo per avere utilizzato prostitute e poveri barboni come modello per le madonne e i santi dei suoi dipinti. A causa del suo carattere e delle sue reazioni violente dovette spesso scappare e andarsene dal luogo in cui abitava. 

Nel 1606 uccise un uomo per un litigio durante una partita di pallacorda, (un gioco antico che nella sua evoluzione ha dato origine al tennis). In seguito a questo omicidio fu condannato alla decapitazione; chiunque lo avesse incontrato avrebbe potuto ucciderlo diventando esecutore della pena. Così era la legge al tempo. Riuscì a scappare da Roma grazie ai suoi contatti con la potente famiglia Colonna e poté rifugiarsi a Napoli dove si trattenne continuando a dipingere in maniera prolifica. In seguito partì per Malta e sempre per intercessione della famiglia Colonna riuscì ad entrare nell’ordine dei Cavalieri di San Giovanni o Cavalieri di Malta. La sua speranza era, tramite l’ordine, di ottenere un perdono dal Papa per far rimuovere la condanna che pesava sul suo capo e poter tornare a Roma. Si trattenne a Malta continuando a dipingere ogni volta che poteva. 

Nel 1608 gli fu offerta la carica di Cavaliere, che gli avrebbe garantito l’impunità e la possibilità di tornare a Roma. Ma in seguito ad un litigio con un membro di rango superiore, i Cavalieri espulsero Caravaggio dall’Ordine, con disonore. Morì dimenticato e solo, su una spiaggia, nel tentativo di tornare a Roma, proprio quando pare che il Papa gli avesse concesso il perdono. Caravaggio aveva picchi emozionali molto forti e un’ira incontrollabile. Questo turbinio di passioni si riflette nei suoi dipinti, a tratti estremamente dolci e seducenti a tratti oscuri e angoscianti.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Musici,1597, The Metropolitan Museum of Art, NewYork

Nel meraviglioso quadro I musici notiamo la bellezza, la dolcezza e la sensualità nei visi e nei corpi di questi giovani. L’atmosfera è serena, provocante, rotonda, morbida e invitante. Caravaggio ritrae anche se stesso fra i musici. È il terzo a partire da sinistra. Si ritrae diverse volte all’interno dei suoi dipinti. Incarna profondamente la sua pittura ed è totalmente compenetrato in ogni sua azione. Ne Il diniego di San Pietro troviamo tutta la drammaticità dei contrasti che a ragione ci fanno definire Caravaggio come “il pittore delle luci e delle ombre”. Consapevole dell’impatto scenico, terribile e quasi angosciante, che riusciva ad ottenere con la tecnica dei contrasti, l’artista aveva l’abitudine di porre nel suo studio delle luci radenti per illuminare i soggetti e per creare forti effetti drammatici.


Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Il diniego di San Pietro,1610, The Metropolitan Museum of Art, NewYork

Nel dipinto vediamo il momento in cui Pietro nega di aver conosciuto Gesù. La donna lo denuncia alla guardia dicendo che Pietro è un seguace di Cristo, che lei stessa l’aveva visto fra gli apostoli, ma lui nega per ben tre volte di averlo conosciuto. Sembra un primo piano cinematografico. Le luci parlano per i personaggi. L’emozione del momento è tangibile.

La rabbia e la scelta

Verso la fine della tua meravigliosa passeggiata a piedi nudi sul muschio vellutato, in lontananza vedi delle persone che stanno andando via e lasciano vicino al ruscello i resti del loro picnic. Ti arrabbi, vuoi raggiungerle per dirgli di portar via la loro spazzatura ma non puoi correre sul sentiero senza scarpe perché ormai il muschio è finito ed il percorso è diventato sassoso, non hai il tempo di rimetterti le scarpe e raggiungere quei maleducati. 
Senti solo una gran rabbia. Cosa fai?

Caravaggio è stato un pittore passionale. Volentieri dimenticato dopo la sua morte, è stato riscoperto nel XX secolo e ancora ci regala delle grandi emozioni con i suoi dipinti. Ma nella sua vita personale sembra che non riuscisse assolutamente a gestire le proprie emozioni ed in particolare che non avesse scelta fra una reazione rabbiosa, emotiva e dirompente e un’azione equilibrata, efficace, appropriata alla situazione. Per molte persone alcune emozioni sono difficili da controllare. La paura. L’ansia. La rabbia... Ma cosa vuol dire “controllare” un’emozione? E davvero il controllo è la soluzione migliore? Nel capitolo precedente abbiamo sottolineato l’importanza di esprimere le proprie emozioni per non creare dei blocchi nel nostro interno. Il controllo è un blocco che alla lunga arriva alla repressione. Reprimere un’emozione forte non è una buona idea. Invece che essere esternata e scaricata rimarrà dentro di noi, come una forte pressione che può creare scompensi sia a livello psicologico che a livello fisico. Soprattutto se il controllo e la repressione diventano un’abitudine, il nostro corpo dapprima incasserà e poi inizierà a sfogarsi con eventuali malesseri se non addirittura con malattie. Espressioni come “mi è venuto un attacco di bile” o “mi sono fatto un fegato grosso così”, riferendosi ad un’arrabbiatura, ci danno l’idea di una persona che ha subito la sua stessa furibonda ira. Allora cosa dobbiamo fare? L’emozione va sempre espressa, perché ci libera e ci fa capire cosa stiamo sentendo, chi siamo e in che direzione dobbiamo muoverci. Nell’espressione possiamo però scegliere se dirigere l’emozione violentemente contro l’altro o contro noi stessi, oppure trasformarla e sfogarla per poter poi ragionare con più equilibrio e serenità.

Ad esempio, se Caravaggio invece che accoltellare il suo compagno di gioco avesse fatto una vigorosa corsa nella notte o avesse solo urlato come un pazzo, probabilmente la sua vita avrebbe avuto un finale diverso. Controllare e reprimere un’emozione è più facile che trasformarla. Siamo abituati a controllare e reprimere. Siamo poco abituati a trasformare. Trasformare presuppone la capacità di scegliere. Di vedere opzioni. Di essere flessibili per poter attivare la nostra capacità di scelta. Così come nel nostro corpo i tendini e i legamenti elastici e flessibili ci permettono di girarci, piegarci e allungarci nella direzione che vogliamo, nella nostra mente l’elasticità e la flessibilità ci permettono di trasformare una situazione e scegliere fra le diverse opzioni quella più opportuna. Trasformare è la via della liberazione. Ad esempio, se sentiamo una forte rabbia che ci invade, esprimiamola vocalmente, urliamo, facciamo una lunga corsa o facciamo una doccia gelata e poi osserviamo in silenzio cosa è rimasto di quella emozione. E come stiamo. E come possiamo prenderci cura della situazione. A mente lucida. Dalla solidità del nostro centro profondo. L’osservazione è sempre la prima chiave per diventare più consapevoli e poter trasformare le situazioni e la nostra vita. Osservazione, consapevolezza, creazione di opzioni, scelta, trasformazione. All’inizio questa dinamica richiede un po’ di tempo. Sembra strana, inusuale. Bisogna fare pratica. Ma poi il processo di trasformazione sarà sempre più rapido. E sempre liberatorio e rasserenante. Diventerà una seconda natura.

Consigli per Volersi Bene e Rinnovarsi

• Abbandona l’abitudine di reprimere le tue emozioni, riconoscile piuttosto e se necessario trasformale.

• Valuta se senti di avere un’emozione predominante che disturba la tua persona o la tua vita. Valuta cosa potresti fare per trasformare un’emozione disturbante. Quali opzioni di trasformazione hai? Quali scelte puoi fare in proposito? Quanta flessibilità hai?

• Valuta cosa ti aiuta quando ti sembra di non avere opzioni né scelta. Dove puoi trovare delle risorse? Come puoi ampliare i tuoi punti di vista? Puoi essere più flessibile?


Maura Garau 

Il Tuo Rinascimento8 Passi per Volersi Bene e Rinnovarsi. 


(English Version)

On April 9, 2022 at the Tora Kan Dōjō, Sensei Paolo Taigō Kōnin Spongia gave a lecture on the definition of 'Maestro' (Master, Teacher).
He offered us numerous insights on the importance of having a Teacher in order to get to know ourselves and deepen our practice, and he stimulated several reflections on the qualities that a Teacher should have.
During the lecture it emerged that the fact of being very good in a specific field, or a great expert in a discipline, is not necessarily a guarantee of being a good Teacher.
There may be men who achieve excellence in an art and therefore 'mastery', and who, for this reason, can be called 'Master' (mastro, maestro ...) but who have neither the ability nor the interest to pass down to others their own experience.
The 'Master' - in the sense of someone who also provides to pass down (transmit) the experience - is both 'excellent' in the artistic expression and in the passing down of the same, because he knows the pedagogical and educational strategies necessary for this passing down to take place. Strategies that in most cases he has acquired as a disciple in the education and 'transmission' received from his own Master.
Caravaggio was an extraordinary example of a great artist, who achieved mastery in his art but who had no interest in passing it down to others, perhaps because he was too busy dealing with his own tormenting soul.


The following text is a chapter taken from the book Your Renaissance, by Maura Garau, and tells us about some episodes in Caravaggio's life and how his unmanageable emotions led him to ruin. 
And what can we do when we feel strong emotions that overwhelm us?

Enjoy reading!

 

Step 7

Caravaggio

Rage and Choice

In the previous chapter (Step 6) we talked about the importance of letting our emotions flow freely, listening to them and allowing them to help us become more aware of who we are, what we need and what direction to take. In this chapter, we will reflect on how to manage an emotion that overwhelms us and causes us to lose control of ourselves, and how to exercise our ability to choose. In this regard, let us see what we can learn from Caravaggio.

Caravaggio

The life of this great artist, who lived between 1571 and 1610, was dramatic and extreme, just like his artwork. Giulio Mancini, a contemporary biographer of Caravaggio, tells us in his treatise Considerations on painting that, already as a young man, Caravaggio had an extravagant and fiery character. He states that: “He studied diligently for four or five years in Milan, even though from time to time his fiery spirit released some of its heat, causing him to commit some rash or extravagant deed.”

In other words, “his spirit released some of its heat” really translates into, “Caravaggio had a terrible temper”. He tended to lose his temper over little things and did not hesitate to use violence. He was often involved in brawls and was sued for assault and possession of weapons. While a guest at the palace of the Cardinal del Monte in Rome, he actually attacked a friend of the Cardinal, who later sued him. He was also sued by a waiter at an inn for having thrown a plate of artichokes in his face.

He frequented the slums where he found entertainment and inspiration for his paintings. He was often judged irreverent and offensive for having used prostitutes as models for the Madonnas depicted in his paintings or poor tramps as models for the saints.

Because of his character and violent reactions, he often had to run away and leave the place where he was living. In 1606 he killed a man in a quarrel during a game of pallacorda (an ancient ball game that eventually evolved into tennis). Following the murder, he was sentenced to death by beheading. Such was the law at the time, anyone who came across him could carry out the sentence. He managed to escape from Rome, thanks to his contacts with the powerful Colonna family, and he was able to take refuge in Naples where he continued to paint prolifically. He then left for Malta and, again through the intercession of the Colonna family, he managed to enter the Order of the Knights of Saint John, otherwise known as the Knights of Malta. His hope was to, through the Order, obtain forgiveness from the Pope, have the sentence that weighed on his head removed, and be able to return to Rome. In the meantime, he remained in Malta and continued to paint as much as he could.

In 1608 he was offered the position of Knight, which would have guaranteed him impunity and the possibility of returning to Rome. However, following a quarrel with a senior member, the Knights expelled Caravaggio from the Order with dishonor. He died forgotten and alone on a beach while attempting to return to Rome, just when it seems the Pope had granted him forgiveness.

Caravaggio had very strong emotional peaks, along with an uncontrollable anger. This whirl of passions is reflected in his paintings, which are at times sweet and seductive, and at others obscure and distressing. In the wonderful painting Musicians, we see the beauty, sweetness and sensuality of the faces and bodies of the young boys.

Michelangelo Merisi, known as Caravaggio, Musicians, 1597,

The Metropolitan Museum of Art, New York

 

The atmosphere is serene, provocative, harmonious, soft and inviting. Caravaggio also portrays himself among the musicians. He is the third from the left. He depicted himself in his paintings several times. He deeply embodied his painting. They were totally intertwined with all his actions.

Michelangelo Merisi, known as Caravaggio, The denial of Saint Peter, 1610,

The Metropolitan Museum of Art, New York

 

In The Denial of Saint Peter we can observe Caravaggio’s dramatic use of contrast, which earned him the name “the painter of lights and shadows.” Aware of the dramatic, terrible and almost distressing impact that he managed to achieve with the technique of contrast, he used to place oblique lights in his studio, positioning them close to his subjects to illuminate them and to create strong, dramatic effects. Here we see the moment in which Peter denies having known Jesus. The woman is reporting him to the guard saying that Peter was a follower of Christ, that she had seen him among the apostles, but he denies it, three times. He says he never met him. It looks like a cinematic close-up. The lighting speaks for the characters. The emotion of the moment is tangible.

Rage and Choice

Towards the end of your wonderful barefoot walk down the velvety moss path, in the distance you see some people heading away from their picnic spot, leaving the remains near the stream. You become angry, you want to walk up to them to tell them to take their garbage away but you cannot run on the path without shoes because now the moss has given way to rocks and you don't have time to put your shoes back on and reach those disrespectful people. You feel angry. What are you going to do?

Caravaggio was a passionate painter. After his death he was willingly forgotten by his contemporaries. Rediscovered in the twentieth century, he is still able to transmit strong emotions to those who look at his paintings. Nevertheless, in his personal life it seems that he could not manage his emotions at all. In particular, he had no way of choosing if he would react with an angry, emotional and disruptive reaction or with a balanced, effective and appropriate action. For many people, some emotions such as fear, anxiety and anger are difficult to control.

What exactly does it mean to control an emotion? Is control really the best solution? In the previous chapter we stressed the importance of expressing our emotions so as not to create barriers within us. Control is a barrier that eventually leads to repression. Repressing a strong emotion is not a good idea. Instead of being externalized and released it remains inside us, a pent up pressure that can create imbalances both on a psychological and physical level. If controlling and repressing certain emotions becomes a habit, our body will absorb them at first but, after a while, it will begin to let off steam in the form of discomfort, or worse, illness. Idiomatic expressions such as “I’m so angry I could explode” or “they are so angry that smoke is coming out of their ears” give us the idea of a person who is suffering from their own furious rage. So, what should we do? Strong emotions must always be expressed, as expression frees us and helps us understand what we are feeling, who we are and in what direction we must move. However, we can choose whether to direct the emotion violently against another person or against ourselves, or we can decide to transform it and let it flow in order to then be able to reason with more balance and serenity. For example, if Caravaggio had gone for a vigorous run or had released his rage by shouting instead of stabbing his teammate, his life would have probably had a very different ending.

Controlling and suppressing an emotion is easier than transforming it. We are used to controlling and repressing. We are not used to transforming. Transformation requires the ability to choose; to weigh the different options. In order to allow ourselves to value our choices, we must be flexible. In the same way that our elastic, flexible tendons and ligaments allow us to turn, bend and stretch in the direction we want, our mind’s elasticity and flexibility allow us to transform a situation and to choose the most appropriate course of action. Transformation is the way to liberation. For example, if we are overcome with anger, we can choose to express it vocally through a scream, or physically by taking a long run or a cold shower. Then we can silently observe what is left of that emotion. We can observe how we feel. We can decide how to handle the situation. We can decide with a clear head and make a decision from deep inside us, gaining strength from our solid core. Observation is always the first key to becoming more aware and being able to transform our situations and our life. Observation brings awareness, creating options, choice and transformation. In the beginning, this dynamic takes some time. It seems strange, unusual. We have to practice it. After some practice, the transformation process will become quicker and smoother and will be more liberating and soothing. It will become second nature. 

Tips to embrace your true self and renew your life

• Let go of the habit of repressing your emotions. Instead, recognize them and if necessary, transform them.

• Notice if there is a predominant emotion that is disturbing your soul or your life.

• Evaluate what you could do to transform that disturbing emotion. What options do you have for transformation? What choices can you make regarding the emotion? How much flexibility do you have?

• Evaluate what helps you when you feel you have no options or choices. Where can you find resources? How can you broaden your point of view? Can you be more flexible?


 Maura Garau

More information on the book Your Renaissance on

https://wellnessdaybyday.com/wellness-your-renaissance/

© Tora Kan Dōjō

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domenica 7 gennaio 2024

Lo Zen è liberazione dal tempo

 


Lo Zen è una liberazione dal tempo. Se infatti apriamo i nostri occhi e distinguiamo nettamente, risulta ovvio che non esiste altro tempo che questo istante, e che il passato e il futuro sono astrazioni senza una concreta realtà.
Finché ciò non sia diventato chiaro, sembra che la nostra vita sia tutta passato e futuro, e che il presente non sia niente di più di quel capello infinitesimale che li divide. Ne consegue la sensazione di “non aver tempo”, di un mondo che s’affretta con tale rapidità che è trascorso prima che noi lo abbiamo goduto. Ma attraverso “il risveglio all’istante” si capisce che tale impressione è l’opposto della verità; è piuttosto il passato e il futuro che sono illusioni “effimere, e il presente che è eternamente reale. Noi scopriamo che la successione lineare del tempo è una convenzione del nostro pensiero verbale monodiretto, di una coscienza che interpreta il mondo affermandone piccoli pezzi e chiamandoli cose ed eventi. Ma ognuno di simili atti della mente esclude il resto del mondo; così che tale tipo di coscienza riesce a conseguire una visione approssimativa del tutto solo mediante una serie di atti di possesso, l’uno di seguito all’altro. Nondimeno la superficialità di questa coscienza è palese nel fatto che essa non può regolare, e non regola, nemmeno l’organismo umano. Poiché se la coscienza dovesse controllare il battito del cuore, il respiro, l’azione dei nervi, delle ghiandole, dei muscoli, e degli organi dei sensi, si aggirerebbe con furia selvaggia per il corpo interessandosi di una cosa dopo l’altra, senza aver tempo per nulla di diverso. Fortunatamente non ha questo incarico, e l’organismo è regolato dalla “mente originale” che sta fuori del tempo, e occupandosi della vita nella sua totalità, può fare tante cose” in una volta.

 

Da: Alan Watts, La via dello zen.


© Tora Kan Dōjō









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sabato 30 dicembre 2023

Il Karate a me piace così

Premessa del Maestro Paolo Taigô Spongia all'articolo:

"Qualche tempo fa un amico condivise con me  questo post del Maestro Ilio Semino che era stato pubblicato su di un gruppo dedicato alle 'arti marziali' (uno di quei tanti gruppi dove chi pratica poco parla molto...).
L'ho molto apprezzato.
Il post era evidentemente indirizzato in risposta a tutti coloro che hanno la mania dell'efficacia, della difesa personale, dei confronti tra le arti marziali, a quelli che credono che Van Damme sia un artista marziale e che l'arte marziale sia quella che vedono nei film... e che, per lo più avendo praticato poco o nulla, pontificano dall'alto della loro incompetenza e nutrono complessi d’inferiorità nei confronti di altre discipline da combattimento.
Insomma in poche parole quelli che sono rimasti alla 'fase anale' delle arti marziali, come mi piace definirla citando il buon Freud.
A beneficio di coloro che fanno fatica a capire quanto leggono premetto che l'incipit del testo è evidentemente paradossale e dà l'avvio alla provocazione.
Perchè non è affatto vero, almeno per quel che riguarda il vero karate che 'le parate non servono', 'i colpi sono finti' e ' 'i kata non servono a niente'.
Nel caso del Karate sportivo è poi verissimo che :
'le parate non servono', 'i colpi sono finti' e ' 'i kata non servono a niente'... perchè per le necessità del gioco sportivo non hanno alcun senso nella loro interpretazione marziale.”

Da questa provocazione iniziale l'autore sviluppa una splendida riflessione (tratta da karatedomagazine ) che riproponiamo qui.


Karate, a me piace cosi com’è: con le sue cerimonie, i suoi dogmi, la sua filosofia, il suo abito tradizionale, le cinture e le parole giapponesi. Le tecniche ripetute infinite volte, le parate che non servono, le posizioni inutili, i colpi che sono “finti” e i kata, che non si sa perché si pratichino, visto che non servono a niente.

Però, da oltre cinquant’anni, a me piace così e lo faccio con impegno e diligenza. Mi divertono quella specie di combattimenti dove chi attacca dice che cosa fa e l’altro para perché lo sa già; le applicazioni dei kata che sono veramente improponibili, perchè i cattivi stanno lì ad aspettare di prenderle mentre il “fenomeno” li colpisce, per finta ovviamente, con tecniche che, se fossero utilizzate sui ring o nelle gabbie, farebbero morire dal ridere il tatuato avversario di turno. A me stimolano la creatività, la fantasia, l’intuizione, anche se non servono a nulla. Mi è piaciuto praticarlo da ragazzo, perché non venivo emarginato per un mio difetto fisico, come era accaduto in altri “sport”, anzi! Esperti e competenti karateka mi sostenevano e incoraggiavano a continuare, considerandomi uno del “gruppo”, trattandomi e colpendomi in allenamento come colpivano i “normali”, senza sconti, per essere poi contenti quando i colpi li subivano loro. Mi piace insegnare Karate come l’ho imparato da Maestri che credevo inarrivabili e invincibili, che rispettavo e invidiavo e che mai avrei potuto immaginare che un giorno mi avrebbero stimato e rispettato e considerato come uno di loro. 

Conoscerlo mi ha consentito di proporlo ad altri che non credevano in loro stessi, che avevano bisogno di un esempio e di qualche cosa che li aiutasse a superare i loro disagi, fisici o sociali o psicologici e che, grazie anche a Karate, sono stati meglio e poi hanno continuato a praticarlo con entusiasmo.

Amo Karate perchè spesso mi ha consolato e ancora oggi mi consola, mi tiene compagnia, mi induce a leggere e studiare e approfondire, a migliorarne alcuni aspetti, a fare nuove conoscenze, mi stimola a essere una persona migliore, più aperta e disponibile verso gli altri… Mi riscalda il cuore.

Praticare la tecnica di Karate mi fa muovere il corpo nella maniera in cui, per età e acciacchi mi è possibile fare, senza giudicarmi, senza pretendere di più, se non la certezza del mio impegno: mi lascia decidere se dimostrare pubblicamente, con tanta fatica e molti errori, quello che sono capace di fare, ovvero mi consente di lasciare intendere di essere bravissimo, affermandolo senza farmi vedere da nessuno. A lui non importa: lascia che sia una decisione mia, una mia responsabilità. 

Non so se i miei anni di karate e tutti quegli inutili esercizi, mi permetterebbero di difendermi da un’aggressione sbaragliando il delinquente. Mi illudo che potrebbero servirmi a evitarla, a negoziare una soluzione non violenta, ovviamente, assecondando il rapinatore ed evitando che qualcuno si ferisca, sinceramente non lo so… Ma se un giorno accadesse e tutto questo non mi dovesse servire, me ne farò una ragione, consapevole del fatto che Karate non costruisce superuomini invincibili, ma cerca di far sì che le persone crescano giuste, sincere, garbate, socialmente positive e in salute per un tempo piu lungo possibile.

Maestro Ilio Semino











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domenica 24 dicembre 2023

Competizione sì, competizione no

 Competizione sì, competizione no

L’opinione del Maestro Paolo Taigō Spongia

 


Vorrei una volta per tutte chiarire il mio pensiero riguardo l'esperienza competitiva nella pratica del Karate.
Spesso sono stato molto netto nelle mie affermazioni al punto che molti hanno pensato che io sia completamente contrario alla competizione in qualsiasi forma.
Non è affatto così.
Io stesso ho partecipato fin dall'adolescenza a moltissime competizioni di Karate e poi di Kick Boxing full contact.
Nel Full Contact la mia ultima competizione fu nel 1988, quando avevo 26 anni e già fondato il Tora Kan Dojo, a Bergamo in cui mi confrontai al Campionato Italiano (vedi foto al termine dell’articolo).
Ho passato quasi tutti i fine settimana della mia giventù nei palazzetti dello sport a prenderle e a darle.
L'esperienza competitiva, specie nella fase adolescenziale, mi è molto servita per confrontarmi con le mie paure, insicurezze etc... e gareggiavo solo per quello, il risultato mi interessava molto meno.
D'altronde in quegli anni era l’unica esperienza che offriva il mondo del Karate italiano, il vero Karate di Okinawa era ancora un lontano miraggio (anche se già quindicenne ero convinto che prima o poi avrei incontrato il vero Karate che non poteva essere quello che mi vendevano allora).

Sin dalle prime esperienze di gara adolescenziali rimasi molto perplesso sia dai regolamenti, che mi sembravano estremamente limitanti nell'espressione tecnica e combattiva del Karate, sia nei confronti dell'ambiente che le federazioni avevano coltivato intorno al mondo delle gare :

- arbitri molto spesso impreparati, in genere era la pippa della palestra, quello che non era all'altezza di essere un buon agonista o un sufficiente tecnico che veniva scelto e motivato per fare la carriera arbitrale, e peraltro molti di questi si sono poi anche ritrovati scandalosamente graduati e qualificati ad insegnare per convenienze politico-federali.

- arbitri impreparati appunto e che proprio per questo subivano facilmente la manipolazione e il condizionamento dei maestroni di turno e delle politiche federali diventando degli esecutori delle ‘direttive superiori’ sulla pelle dei ragazzi che si scontravano in gara dopo tanti sacrifici.

- la politica federale che era sempre dietro ai risultati agonistici e che condizionava pesantemente i risultati di gara grazie, come detto, alla condiscendenza arbitrale e al regolamento che offriva una discrezionalità assoluta da parte dell’arbitro sull’esito di un incontro.

- i maestri di quel genere di Karate che pur di vincere medaglie per la loro palestra erano disposti a sotterfugi, a manovre politiche a intrallazzi arbitrali... per non parlare delle scene che si vedevano puntualmente con atteggiamenti irrispettosi e rissosi nei confronti degli arbitri sia da parte dei ‘maestri’ che degli atleti. Insomma tutto fuorchè un ambiente che rispettava i principi morali ed etici nonché educativi che dovrebbero essere basilari per un Karateka.

- Infine gli 'atleti' (non chiamiamoli Karateka per favore) che sapevano portare due o tre tecniche in cui si erano specializzati, per lo più gyaku zuki, uraken uchi, mawashi geri e poco altro, qualcuno, anche tra i campioni non l'ho mai visto tirare altro che gyaku zuki.
Inoltre le simulazioni erano uno strumento utilizzatissimo per guadagnare punti e ammonizioni per l'avversario che spesso facevano la differenza tra la vittoria e la sconfitta, ovvero vincevi prendendole o simulando di averle prese… alla faccia dello spirito guerriero.
Una roba che mi faceva orrore e disgusto, a me che pur essendo un ragazzo fondamentalmente insicuro non solo accettavo di competere dovunque proprio per affrontare i miei limiti ma che mi sarei vergognato come un ladro se avessi guadagnato un solo punto disonestamente e che rimanevo impassibile mentre il sangue mi colava dal naso per un colpo non controllato perché l’errore per me era stato il mio che mi ero fatto sorprendere e non dell’avversario...
Ho visto vincere campionati italiani e mondiali da atleti che guadagnavano almeno 1 punto ad ogni combattimento grazie alle simulazioni (agevolate dalla suddetta incapacità arbitrale) e altri punti portando solo una tecnica...

Detto questo, frutto di diretta esperienza da atleta e insegnante, la competizione nella forma che ho descritto, e che è quella che ancora impera nel mondo del Karate-sport, è a mio parere non solo l’espressione di uno sport da combattimento con tali limiti e aberrazioni da far fatica a rientrare dignitosamente nel novero dei suddetti sport (la continua esclusione dagli sport olimpici ne è la prova evidente) ma è assolutamente antieducativa sia sotto il profilo tecnico che quello etico e morale.

Fatta questa lunga ma necessaria premessa ecco il mio pensiero riguardo alla competizione:

L'esperienza competitiva può essere per i più giovani un importante strumento educativo e formativo, specie per quel che riguarda le qualità psicologiche ed emotive del Karateka.

Ma alle seguenti condizioni:

- Il regolamento di gara deve essere studiato e distillato da parte di Maestri molto esperti nell'ambito del programma tecnico e didattico della stessa Scuola e deve far sì che il Karateka non debba sacrificare alcun aspetto della propria preparazione globale nel vasto curriculum tecnico del Karate tradizionale di Okinawa al fine di specializzarsi in poche tecniche che fruttano punteggio.
Per far questo la competizione deve prevedere, per quel che riguarda il combattimento, se non il contatto pieno, quantomeno un significativo contatto (ad evitare tutte le aberrazioni e manipolazioni facilitate dal cosiddetto fantomatico e strumentale 'controllo dei colpi'), deve inoltre prevedere tutte le distanze del combattimento fin'anche la lotta a terra (entro certi limiti) in modo da ampliare il bagaglio dell'esperienza tecnica e strategica del Karateka e costringerlo a sviluppare una tecnica da combattimento vasta e completa e il più possibile vicina ad una situazione di combattimento reale.
Le gare di Kata le eviterei ma se proprio si volessero organizzare gli allievi dovrebbero essere premiati perchè eseguono il Kata qualitativamente e tecnicamente secondo i rigorosi canoni di valutazione che sarebbero adottati in occasione di un esame di passaggio di grado nell’ambito della stessa Scuola. Pertanto le competizioni di Kata dovrebbero essere solo nell'ambito dello stesso stile e della stessa scuola (altrimenti i parametri potrebbero variare di molto e si ricadrebbe in quella discrezionalità che favorisce le aberrazioni di cui sopra).
Nella IOGKF Italia e internazionale abbiamo sperimentato in alcune occasioni delle formule di gara che prevedevano il confronto nel combattimento e nel Kata durante ogni incontro, pertanto chi vinceva la gara doveva essere senza dubbio molto preparato in entrambe le espressioni di esercizio primarie del Karate: il Kata e il combattimento.

- I competitori devono essere valutati dagli stessi Maestri nell'ambito della stessa scuola con i parametri suddetti e la competenza richiesta e non ultima l'onestà e assoluta imparzialità del giudizio.

Vi assicuro che non è un'utopia.

Nella IOGKF Italia, non solo i giudizi sono stati sempre imparziali e corretti ma addirittura a volte ero costretto ad ammonire alcuni Maestri che tendevano a penalizzare eccessivamente i propri stessi allievi perchè non esprimevano il meglio di loro stessi nell'incontro...
Ma questo atteggiamento onesto e neutrale può esserci solo nell'ambito di una Scuola seria ed onesta, composta da veri Maestri e praticanti che si rispettano e stimano e che hanno a cuore il far fare un'esperienza formativa ed educativa ai propri allievi, Non può essere contemplata nessun'altra finalità e questo non può certamente avvenire in un ambiente ibrido federale dove la politica e gli interessi economici sono la finalità dell'organizzazione delle gare.

Per concludere ritengo che l'esperienza competitiva, se espressa nell'ambito da me descritto e secondo i severi parametri che ho illustrato, sia un'esperienza certamente positiva e uno degli strumenti da poter utilizzare per la formazione ed educazione dei giovani e non toglierebbe nulla alla preparazione completa e rigorosa del praticante di Karate tradizionale.

Lo spirito dovrebbe essere quello espresso dal termine 'Shiai' ovvero: mi confronto con l'altro, grazie all'altro, per confrontarmi con me stesso, a prescindere dal risultato.
Tanto che e gare potrebbero anche essere organizzate a porte chiuse, senza pubblico (che porta sempre ad una ricerca di spettacolarizzazione fine a sé stessa), come tentò di fare il Maestro Barioli per il suo Judo-Educazione

Ma se la competizione assume le forme aberranti e diseducative che ho descritto lungamente all'inizio di questo articolo allora se ne può tranquillamente fare a meno, anzi se ne deve fare a meno, sfruttando appieno altri strumenti educativi nel Dojo...

Mi aspetto già l'obiezione da parte di qualche insegnante di 'Karate Tradizionale' (che con ogni probabilità non ha mai fatto l'esperienza della competizione e di un confronto reale) che l'arte marziale punta al combattimento reale e che quello di gara non potrà mai essere un
combattimento reale, per ovvi motivi di salvaguardia dei combattenti.
Verissimo, ma è anche vero che nel Dojo di Karate Tradizionale si adottano già varie forme di esercizio che puntano all'esecuzione di tecniche adatte ad un combattimento reale e pertanto l'esercizio competitivo, dello Shiai, nella forma più completa possibile che ho sopra descritto, servirebbe come esrecizio per confrontarsi con alcuni aspetti psicologici ed emotivi con i quali è difficile confrontarsi nell'ambiente familiare del Dojo, per quanto possa essere dura e realistica la pratica, e che sono determinanti anche in una situazione di cosiddetta ‘difesa personale’ o ‘combattimento reale’.
Solo un Maestro di grande esperienza e personalità, che a sua volta sia stato educato con tali mezzi (e non ne vedo molti in giro), può essere in grado di portare gli allievi nel Dojo a toccare quel limite e quella profondità di esperienza psico-emotiva che viene dall'aleatorietà e rischio di una situazione come quella competitiva.

Ricordate che quello che fa la differenza in un combattimento, ancor più in una situazione reale, è l'atteggiamento mentale, la capacità di controllare l'emozione quando si è sotto pressione di fronte all'aleatorietà e al rischio reale di rimanere feriti se non uccisi e conterà per l'80% al fine del risultato, la tecnica conterà il 20%... il resto sono chiacchiere e scuse per coprire la propria mancanza di esperienza.

Sono certo che un gran numero di cinture nere di karate e maestri che non si sono confrontati con sé stessi a sufficienza in situazioni in cui questi aspetti psicologici diventano predominanti, in una situazione di reale rischio rimarrebbero bloccati o comunque non sarebbero in grado di esprimere pienamente il potenziale che sono convinti di possedere e soccomberebbero.
Né è anche la prova il complesso di inferiorità che dimostrano i karateka che si dicono tradizionalisti nei confronti di discipline di combattimento in cui ci si confronta duramente come ad esempio le mma (che considero assai discutibili sotto il profilo educativo) come quando condividono sui social video di tali combattimenti nell'intento di dimostrare che nei loro Kata ci sono anche quelle tecniche… la dice lunga sull'insufficienza della loro preparazione di cui sono pienamente consapevoli, pur non ammettendolo per ovvi interessi di mercato.

"Puoi combattere solo nel modo in cui ti sei allenato..."
affermava Miyamoto Musashi

Spero di aver chiarito il mio pensiero al riguardo una volta per tutte.

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Le foto che seguono sono state scattate a Bergamo durante le semifinali e finali del Campionato Italiano di Kick Boxing Full Contact Wako del 1988. Spongia Sensei è quello in pantaloni blu. I
l suo avversario in semifinale (quello in pantaloni bianchi) sei mesi dopo vinse i giochi del Mediterraneo e meno di un anno dopo divenne campione del mondo dei mediomassimi …in gara il valore degli avversari e la sincerità dello scontro sono fondamentali per il valore dell’esperienza. 






 

© Tora Kan Dōjō















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