sabato 18 settembre 2021

Se hai praticato davvero l'Arte Marziale allora...

 



Se hai praticato in profondità l’Arte Marziale allora non puoi che essere una persona sincera.
La pratica dell’Arte Marziale impone la totale sincerità dell’azione che si manifesta poi nella parola e nell’intenzione.
Se ricorri alla menzogna per ottenere una qualche convenienza allora non sei un praticante dell’arte marziale o non hai mi cominciato a praticare davvero.
Nell’esercizio nel Dôjô è richiesta sincerità totale, non c’è spazio per simulazioni, trucchi o sotterfugi spesso utilizzati in ambito ‘sportivo’ per ottenere a tutti i costi una medaglia.
Se hai praticato l’Arte Marziale hai imparato a non trovare scuse e ad assumerti la responsabilità della tua vita fino in fondo.

Se hai praticato l’Arte Marziale in profondità attraverso l’esercizio nel Dôjô hai acquisito la capacità di intuire le intenzioni e il carattere di chi incontri nella tua vita.
Ti basta uno sguardo, il linguaggio del corpo, una stretta di mano… per capire chi hai davanti.
Hai acquisito la capacità di cogliere il ‘kuki’  di una situazione, l’equilibrio e lo squilibrio, la pericolosità… di percepire le perturbazioni di un ambiente e di una situazione.
Questa capacità ti aiuterà a risolvere ‘strategicamente’ qualsiasi problema e a capire come interagire al meglio in ogni situazione.
Questa è l’essenza della vera ‘difesa personale’.

Se hai praticato l’Arte Marziale hai imparato a conoscere a perfezione il tuo corpo nella sua indissolubilità con la mente e sei in grado di ritrovare rapidamente l’equilibrio mente-corpo in ogni situazione, anche nell'infortunio e nella malattia.
Hai imparato che il corpo-mente ha una sua saggezza nella quale si deve aver fiducia e non interferire con la sua azione.
Hai imparato ad accettare e gestire serenamente anche il dolore ed il disagio e ad essere efficace anche quando non sei al tuo massimo.

Se hai davvero praticato l’Arte Marziale hai imparato a non arrenderti mai di fronte a nessuna difficoltà, a cadere sette volte e rialzarti otto volte.

Se hai davvero praticato l’Arte Marziale in profondità hai affrontato e vinto le tue paure e acquisito una grande fiducia nelle tue possibilità.
Hai acquisito una tale sicurezza e consapevolezza che ti porta a non dover dimostrare più nulla a nessuno tantomeno a te stesso.
Dimostri umiltà e non desideri metterti in mostra.

Se hai davvero praticato l’Arte Marziale hai compreso che sono davvero pochi i validi motivi  per arrivare a combattere.
“Solo chi indossa la spada e non la sguaina può dirsi pacifico, chi non indossa la spada non saprà mai se è veramente pacifico.”
L’aggressivitá e la necessità di 'esibire sé stessi' sono spesso sintomo di insicurezza.
Se sei ingiustificatamente aggressivo e hai bisogno di metterti alla prova vedendo nemici dappertutto allora è evidente che non hai superato le tue paure e fragilità e per quanto tu possa allenarti, andando nella direzione sbagliata senza la giusta guida, rischi di costruirti una corazza fittizia che serve solo a nascondere ma non a risolvere le tue fragilità e che è destinata a frantumarsi alla prima occasione di fronte alla realtà.

Se hai praticato davvero l’Arte Marziale hai acquisito una perfetta conoscenza di te stesso e la capacità di gestire le tue emozioni.
Sei capace di gestire la paura, la rabbia, il dolore… e trovarti a tuo agio e mantenere la lucidità anche nella più disagevole delle situazioni.
Essere capaci di dominare sé stessi e conoscere profondamente lo spirito degli altri e delle situazioni è la chiave della vera capacità di autodifesa.
Se non sei in grado di gestire le tue emozioni in una situazione di emergenza reale non ti basterà la tecnica per quanto tu l’abbia allenata.

Se hai praticato l’Arte Marziale non puoi non aver acquisito un grande coraggio.
La Pratica dell'Arte Marziale ti mette di fronte ai tuoi limiti e alle tue paure e ti offre gli strumenti per superarli.
Avrai così acquisito il vero coraggio che non è quello di chi non prova la paura (per lo più un idiota o un’incosciente) ma di chi riesce a stare fieramente dritto di fronte alla sua paura, guardarla negli occhi e fare quel che la situazione richiede.

Se hai davvero praticato in profondità l’arte marziale non puoi non provare una profonda ed eterna gratitudine per il maestro che te l’ha trasmessa e continuare ad apprendere da lui finchè avrai la fortuna di poterlo fare, continuando a percorrere il Cammino sulla Via insieme con amore, gratitudine e spirito di servizio.
Se non provi e non esprimi la tua gratitudine è un pericoloso sintomo che il tuo ego non ti ha permesso di scendere oltre la superficie dell’apprendimento e che sei intrappolato nel tuo desiderio immaturo ed egoistico di autoaffermazione.
In tal caso il grande pericolo che correrai sarà quello di voler affermare te stesso senza essere davvero maturo potenziando così il tuo egoismo e narcisismo e deviando per sempre dal vero spirito dell’arte marziale. 

Alla luce di queste considerazioni chiediti se stai davvero praticando o hai praticato la vera arte marziale e decidi di conseguenza…non perdere il tuo tempo e le tue energie in direzioni inefficaci.

Paolo Taigô Spongia Sensei


© Tora Kan Dōjō


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martedì 14 settembre 2021

Arrampicatevi sulla montagna del tesoro

 



" Il Buddhismo esalta l'essenza della mente e la rende reale nel mondo.
Questo è il diritto di nascita che ogni individuo possiede fin dall'inizio e non appartiene a nessun altro.
Ognuno ha dentro di sé un tesoro senza limiti; tuttavia, tra tutti i miliardi di persone sulla terra, quanti si rendono conto della loro ricchezza innata ?
E' un gran peccato che la gente sbagliando consideri valori l'oro, l'argento e i diamanti al posto di quelle che sono le proprie vere ricchezze; chi recupera ciò che è suo per diritto di nascita, sarà padrone di tremila mondi.
Al giorno d'oggi la sapienza mondana aumenta di mese in mese mentre la meravigliosa conoscenza della "non-azione" diminuisce di giorno in giorno.
Cos'è la "non-azione" ?
Combattere furiosamente nel mezzo di una battaglia senza un capello fuori posto.
Un antico ha detto: " Per tutto il giorno, non è stato fatto nulla; per tutto il giorno non è stato detto nulla".
Il Sutra del Loto afferma: "Sveglio o addormentato, non c'è differenza".
Lavorare nel mondo, spinto solo dal vortice degli affari, affannandosi qua e là e dormire russando forte tranquillamente ubriaco si equivalgono: entrambi sono luoghi del "solitario splendore della non azione".
Dove siete in questo momento ?
Arrampicatevi sulla montagna del tesoro e non ritornate a mani vuote ! "

 

Yamaoka Tesshu Sensei (1836-1888)


Taigô Sensei rende omaggio alla Tomba di Tesshu Yamaoka Sensei
nel Tempio Zenshô-an in Tokyo



© Tora Kan Dōjō


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sabato 11 settembre 2021

Il giorno che morì mia madre (ITA - ENG)

Il giorno che morì mia madre scrissi sul mio diario “Mi è capitata la disgrazia peggiore della mia vita”. Soffrii più di un anno dopo il trapasso di mia madre. Una notte stavo dormendo nel mio eremo sugli altopiani del Vietnam. Sognai mia madre. Vidi me stesso seduto con lei, stavamo avendo una conversazione meravigliosa. Appariva giovane e bella, con i capelli sciolti. Era così piacevole sedere con lei e parlarle come se non fosse mai morta. Mi svegliai che erano circa le due della notte con la chiara sensazione di non aver mai perso veramente mia madre. L’impressione che lei fosse ancora con me era potente. Capii dopo che l’idea di aver perso mia madre era solo un’idea. Mi apparve chiaro in quel momento che mia madre era sempre viva in me. Aprii la porta e uscii fuori. L’intera collina era inondata dalla luce della luna. Era una collina ricoperta di piante di tè e la mia capanna era situata dietro il tempio a metà altezza. Camminando lentamente fra le piante di tè, avvertii che mia madre era ancora con me. Era la luce della luna che mi accarezzava come aveva fatto così spesso, tenerissima, dolcissima, meravigliosa. Ad ogni passo sentivo che mia madre era lì con me. Sapevo che questo corpo non era mio ma era una continuazione vivente di mia madre, di mio padre, dei miei nonni e dei miei bisnonni. Di tutti i miei antenati. Quei piedi che vedevo come i “miei” piedi erano piuttosto i “nostri” piedi. Io e mia madre stavamo lasciando insieme le impronte sul terreno umido. Da quel momento in poi, l’idea che io avessi perso mia madre svanì. Tutto quello che dovevo fare era guardarmi il palmo della mano, sentire la brezza sul viso o la terra sotto i piedi per ricordarmi che mia madre è sempre con me, disponibile in ogni momento.

Thich Nhat Hanh


English version


"The day my mother died I wrote in my journal, "A serious misfortune of my life has arrived."

I suffered for more than one year after the passing away of my mother. But one night, in the highlands of Vietnam, I was sleeping in the hut in my hermitage. I dreamed of my mother. I saw myself sitting with her, and we were having a wonderful talk. She looked young and beautiful, her hair flowing down. It was so pleasant to sit there and talk to her as if she had never died. When I woke up it was about two in the morning, and I felt very strongly that I had never lost my mother. The impression that my mother was still with me was very clear. I understood then that the idea of having lost my mother was just an idea. It was obvious in that moment that my mother is always alive in me.

I opened the door and went outside. The entire hillside was bathed in moonlight. It was a hill covered with tea plants, and my hut was set behind the temple halfway up. Walking slowly in the moonlight through the rows of tea plants, I noticed my mother was still with me. She was the moonlight caressing me as she had done so often, very tender, very sweet... wonderful! Each time my feet touched the earth I knew my mother was there with me. I knew this body was not mine but a living continuation of my mother and my father and my grandparents and great-grandparents. Of all my ancestors. Those feet that I saw as "my" feet were actually "our" feet. Together my mother and I were leaving footprints in the damp soil.

From that moment on, the idea that I had lost my mother no longer existed. All I had to do was look at the palm of my hand, feel the breeze on my face or the earth under my feet to remember that my mother is always with me, available at any time."

Thich Nhat Hanh


© Tora Kan Dōjō


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mercoledì 8 settembre 2021

Ancora una lucciola

 


Quando ero piccolo amavo l'estate per nascondermi in giardino e ammirare le lucciole. Mi piaceva dormire fuori solo per questo. Non ho mai avuto paura della notte, tranne che per gli incubi.

Le lucciole avevano il sapore di Dio, amore, magia, cielo.

Ogni estate ce n'erano miliardi....

Crescendo, estate dopo estate, questa danza di stelle volanti nella notte è finita, non ci sono più lucciole.

I giovani e i bambini di oggi non hanno mai visto una lucciola in vita loro.... ed è per questo che sognano sempre meno ad occhi aperti.

Non si sa molto della meraviglia quando non si guardano le lucciole.

Nessuno le ha protette.

La loro magia, la loro meravigliosa evanescenza, la loro delicatezza, la loro umiltà a far brillare la notte non importava alle grandi persone, quindi le lucciole sono morte. Sono sparite. E le notti sono un po ' più tristi.

Temo che un giorno si dirà lo stesso per le api...

Quando accompagno una persona alla fine della vita abbandonata e sola, come stasera, penso alle lucciole.

Mi chiedo, almeno avremo illuminato un po ' il cielo di questo mondo?

Queste persone che se ne vanno nell'indifferenza quasi totale qualcuno se lo ricorderà? E perché non ci proteggiamo di più?

Si chiama Yacoub, ha vissuto 4 anni e 7 mesi tra la strada e gli ospedali. Lontano dal suo paese e respinto da ogni parte. Era diventato mio amico. Ha anche vissuto un pò in casa mia in questa casa che alcuni di voi conoscono.

Un amore enorme. Ultimamente gli stavo leggendo ′′ Soufi amore” in ospedale, ma non potremo finire il libro. Non eravamo nemmeno a metà. Avrei potuto andarci più spesso.

Si sta spegnendo.

C 'è un dolore che mi devasta e una serena gioia di vederlo placare.

Qui dottori e infermieri lo adorano, ho fatto un viaggio di ritorno per cercare la panetteria che gli ha dato uno spuntino il giorno in cui viveva a Porta de Montreuil. Guardando i suoi ultimi respiri.

Vi racconto questo momento per indurvi a non lasciare che le lucciole si spengano nelle vostre vite, ci sono così tante luci intorno a voi se sapete vederle, Yacoub è una di loro.

Gli uomini che ci circondano non sono diversi dalle lucciole.

Un giorno scompariranno, ricorderemo la loro luce, la loro magia, il loro mistero?

La Terra dei Buddha è questa possibilità di non lasciar spegnere le luci sparse, perse, vive o scomparse.

Stasera è come una notte d'estate, ancora una lucciola. Ancora un po '.

 

Federico Dainin Jôkô Sensei

 

 

Versione originale Francese

Quand j’étais petit j’aimais l’été pour me cacher dans le jardin et admirer les lucioles. J’adorais dormir dehors juste pour ça. Je n’ai jamais eu peur de la nuit, sauf pour les cauchemars.

Les lucioles avaient un goût de Dieu, d’amour, de magie, de.......ciel.

Il y en avait chaque été des milliards....

Grandissant , été après été, cette danse d’étoiles volantes dans la nuit s’est tarie, il n’y a plus de lucioles.

Les jeunes et les enfants d’aujourd’hui n’ont jamais vu une luciole de leur vie....et c’est pour ça qu’ils rêvent de moins en moins les yeux ouverts.

On ne sait pas grand chose de l’émerveillement quand on a pas contemplé des lucioles.

Personne ne les a protégées.

Leur magie, leur incroyable merveilleuse évanescence, leur délicatesse, leur légère humilité a faire briller la nuit n’importait pas les grandes personnes, alors les lucioles sont mortes. Elles ont disparu. Et les nuits sont un peu plus tristes. L’été aussi.

J’ai peur qu’un jour on dise pareil pour les abeilles...

Quand j’accompagne une personne en fin de vie abandonnée et seule, comme ce soir, je pense aux lucioles.

Je me dis, est-ce qu’au moins nous aurons éclairé un tout petit peu le ciel de ce monde ?

Est-ce que ces etres qui s’en vont dans l’indifférence quasi totale quelqu’un s’en souviendra? Et pourquoi nous ne nous protégeons pas davantage?

Il s’appelle Yacoub, il a vécu 4 ans et 7 mois entre la rue et les hôpitaux. Loin de son pays, et rejeté de toute part. Il était devenu mon ami. Il a même vécu un peu à Champigny chez moi dans cette maison que certains d’entre vous connaissent.

Un amour immense. Ces derniers temps je lui lisais « Soufi mon amour » à l’hôpital , mais nous ne pourrons pas finir le livre. On était même pas à la moitié. J’aurais pu y aller plus souvent.

Il est en train de s’éteindre.

Il y a à la fois une douleur qui me dévaste et une sereine joie de le voir apaisé.

Ici médecins et infirmiers l’adorent, j’ai fait un aller retour pour chercher la boulangère qui lui a donné un casse-croûte par jour là où il vivait à Porte de Montreuil. On veille ses derniers souffles.

Je vous raconte cet instant pour vous inciter à ne pas laisser les lucioles s’éteindre dans vos vies, il y a tant de lumières autour de vous si vous savez les voir, Yacoub en est une.

Les hommes qui nous entourent ne sont pas différents des lucioles.

Un jour ils disparaîtront, nous souviendrons nous de leur lumière, de leur magie, de leur mystère?

La Terre des Bouddhas est cette possibilité de laisser luire en nous tant de lumières éparses, perdues, vivantes, ou disparues.

Ce soir c’est comme un soir d’été , une luciole brille encore. Encore un peu.

 

Federico Dainin Jôkô Sensei



© Tora Kan Dōjō


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sabato 4 settembre 2021

La Trasmissione nella relazione

 


E’ la condizione di spirito dell'allievo e l'atteggiamento che ne deriva che permette di innescare quella reazione alchemica che permette una vera trasmissione e non un rapporto di dipendenza tra Maestro ed Allievo.

Pochi oggi comprendono di cosa parlo.

Mi si chiede di insegnare e si comincia dettando condizioni, contrattando già i confini del proprio impegno, della propria disponibilità

Prima ancora di iniziare si stabiliscono i limiti del proprio sforzo, una roba fallimentare che non ha alcuna efficacia.

Gente che vorrebbe imparare in qualche week end, con qualche sporadica apparizione al Dōjō, quando non ci sono altri impedimenti o cose più importanti da fare...ma come si fa a chiamare lontanamente questa cosa 'pratica'?

Ricordo che non mi bastava piú frequentare le Sesshin e per avere 'tutto per me' il mio Primo Maestro cominciai ad organizzare io stesso delle Sesshin (ritiri intensivi di pratica) da lui condotte intorno a Roma, prendendo in affitto locali adeguati, rischiando le mie risorse fisiche ed economiche molte volte in mezzo a mille difficoltá.
Una cosa molto impegnativa e rischiosa che ebbe sempre un grande successo e se anche avessi fallito, il successo sarebbe stato comunque nel poter condividere giornate intere col mio Maestro prendendomene cura in ogni modo e ricevendo da Lui Insegnamenti preziosissimi (che spesso passavano attraverso sonori cazziatoni, che pochi oggi sarebbero disposti a tollerare).

E quante cose ho imparato in quelle occasioni in cui mi sono totalmente esposto!

In cui ho accettato di correre il rischio della relazione abbandonando la condizione di 'fruitore' e mettendomi al servizio.

Il mio Maestro mi disse fin dall'inizio, dal mio primo invito, che non mi poteva garantire la sua presenza e che dovevo solo concentrarmi sul prendermi cura delle condizioni che avrebbero fatto sì che Lui non potesse non essere presente... Cosi feci, Lui fu sempre presente e mi aveva cosí insegnato che non si dettano condizioni ma si fa generosamente il proprio meglio e allora un Maestro non può fare altro che riconoscerti e insegnarti.

Allora vieni pure qui e se trovi chiuso, sii capace di aspettare e ti farò entrare. Ma devi essere capace di venire fin qui, con decisione, aspettare se serve e quanto serve ed entrare con le tue gambe.

Vieni con la disposizione di spirito di chi può trovare la porta chiusa e non recrimina per questo.

Spostarsi fisicamente per venire fin qui é gia indice di un'apertura interiore, di una disponibilità che favorisce l'incontro e non devi pretendere nulla né dettare condizioni.

Allora se c'è questa disposizione intima non ci sarà mai problema e tutto quello che potrá 'passare' passerà, da cuore a cuore, o, come insegna Dōgen Zenji, come dell'acqua si passa da un recipiente ad un altro.

Se vai davanti all'oceano con un cucchiaino ti riporterai indietro un cucchiaino d'acqua e non puoi incolpare l'oceano.

(registrazione e sbobinatura a cura di Monica De Marchi)


© Tora Kan Dōjō







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martedì 31 agosto 2021

Un Lampo è la Vita dell'Uomo



Un lampo è la vita dell’uomo, la sua essenza è un fluire continuo, indistinta la sua percezione, marcescibile è tutto il suo corpo, l’anima è come un turbinoso fantasma, indecifrabile il suo destino, ingiudicabile la fama.

In poche parole, ogni moto del corpo è come la corrente di un fiume, ogni impulso dell’anima sogno e illusione; la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama, dopo la morte, un sempiterno oblìo.

Qual è dunque la nostra difesa? Unica e sola, la filosofia. La cui essenza consiste nel conservare integro e puro il demone divino che abita dentro di noi, incurante dei piaceri e dei dolori, che agisce sempre a ragion veduta, indipendentemente da quel che

gli altri fanno o non fanno e mai subdolamente e ipocritamente, sempre disposto ad accettare qualsiasi evento riservatogli dalla sorte come proveniente dal luogo da cui egli stesso è venuto; e soprattutto sereno di fronte alla morte che considera nient’altro che il dissolversi degli elementi di cui ogni essere vivente è composto.

E se per tali elementi, presi singolarmente, non c’è nulla di terribile nel loro continuo trasformarsi e risolversi l’uno nell’altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento di essi nel loro complesso?

Ciò, infatti, è conforme a natura, e dunque non può essere un male.

 

Marco Aurelio
'Pensieri'


© Tora Kan Dōjō















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sabato 28 agosto 2021

Sull'Amore

 



Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire ciò che da valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire.

Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”, consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza.
Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza.

Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento.
La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla.
C’erano moltissimi sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola.
Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore.
La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare.
Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita.
Ma amare e desiderare non è la stessa cosa.
L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere; vuole soltanto amare.

Hermann Hesse



© Tora Kan Dōjō







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martedì 24 agosto 2021

Realizzare la nostra Vera Natura

 



"Il linguaggio può soltanto descrivere questa condizione, ma lo Zen pretende che noi la realizziamo – la nostra Vera Natura – attraverso questo corpo e mente.
Innanzitutto, impara come sedere in Zazen: raddrizza il tuo corpo; libera il tuo diaframma; respira dal basso addome; e osserva te stesso.
Poi, trasporta quello Zazen seduto nello Zazen dell’azione:
presta attenzione; pensa profondamente; sii generoso con il tuo tempo, la tua energia, e la tua abilità per essere di beneficio agli altri.
Riposati brevemente, e rigenerati sedendo in Zazen.
Sii paziente e diligente.
Quando i tempi saranno maturi, tutto sarà chiaro – inevitabilmente.”

 Dōgen Zenji


© Tora Kan Dōjō







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sabato 21 agosto 2021

Il Grande Pazzo buono e generoso

 



"Il maestro (Ryōkan 良寛) era diverso da tutti.

Non si poteva essere insensibili alla superiorità del suo spirito, ma quello che ci toccava di più era la sua dolcezza.
Gli capitò di passare qualche giorno nella mia famiglia.
La sera dalle sue parole emanava tutta la purezza del suo cuore.
Non parlava di testi buddhisti, neppure di letteratura e ancor meno dava consigli di moralità. Bene, un giorno ha acceso il fuoco, un giorno ha meditato in sala.

Sempre calmo e disteso, la dolcezza che emanava dalla sua persona era contagiosa. Quando era qui, l'atmosfera diventava molto piacevole. Tra tutti noi regnava una vera armonia che si percepiva ancora per molti giorni dopo la sua partenza... è qualcosa di difficile da spiegare."

Kera Yoshishige

Ryōkan Taigu (良寛大愚 Ryōkan Taigu), nato come Eizo Yamamoto (山本栄蔵 Yamamoto Eizo), (Echigo, 2 novembre 1758 – 18 febbraio 1831) è stato un monaco buddhista e poeta giapponese, seguace della scuola Sōtō-shū. Ha vissuto gran parte della sua vita da eremita ed è ricordato per la sua poesia e la calligrafia, con le quali ha rappresentato l'essenza della vita Zen.

Con riferimento al nome Ryōkan Taigu col quale è stato ordinato, Ryō significa "buono", Kan significa "generoso", Tai significa "grande", e Gu significa "scemo"; si potrebbe quindi tradurre Ryōkan Taigu come "Buono e generoso, grande scemo", evidenziando ciò che il lavoro e la vita di Ryōkan hanno incarnato.

Alcuni dei suoi contemporanei lo consideravano un santo, (per certi aspetti la sua figura era paragonabile a Francesco d'Assisi).

Per altri era un grande poeta e per alcuni era soltanto un monaco pazzo, in ottemperanza al nome che aveva assunto. In Giappone vengono tramandati numerosi aneddoti sulla sua vita.

È pratica comune per un monaco l'astenersi dal mangiare carne. Un giovane monaco che stava cenando con Ryōkan lo sorprese mentre stava mangiando pesce. Quando gli chiese perché, Ryōkan rispose: "Mangio pesce quando mi è offerto, ma non mi disturba nemmeno che durante la notte le pulci e le mosche festeggino con il mio corpo". Tra l'altro viene riportato che Ryōkan dormisse avvolto in una zanzariera in modo da non far male agli insetti che lo tormentavano.

Ryōkan non disdegnava neppure il vino di riso e a volte ne beveva fino all'eccesso.

«Mando uno dei bambini in paese a comprare del vino
e dopo che sarò ubriaco butterò giù un paio di righe di calligrafia»

Ryōkan

A Ryōkan inoltre piacevano molto le feste che si tenevano durante l'estate nei villaggi, alle quali però si recava travestito da donna perché un monaco non avrebbe potuto parteciparvi.

Una sera un ladro irruppe nella misera capanna di Ryōkan alla base della montagna, ma non trovò niente da rubare. Ryōkan gli disse: "Hai fatto un lungo cammino per farmi visita e non puoi tornare a mani vuote. Ti prego di prendere in regalo i miei vestiti". Quando il ladro sconcertato fuggì con i suoi vestiti, Ryōkan si sedette nudo, guardando la luna e pensando: "Pover'uomo, avrei voluto dargli anche questa bella luna".

Questa storia può essere una interpretazione di una poesia haiku di Ryōkan:

 «Il ladro ha lasciato
alle spalle la luna
alla mia finestra.»


tratto dalla pagina facebook del Dōjō Zen Chūshin "Nel Centro"



© Tora Kan Dōjō







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martedì 17 agosto 2021

La purezza del Cuore

 


Un gruppo di mendicanti malati di lebbra giunse al grande raduno del maestro zen Bankei, un generoso benefattore del popolo.

Egli li accolse tra i suoi seguaci e, impartendo loro l'iniziazione, li lavò e li rasò con le proprie mani.

Alla cerimonia era presente un nobile, rappresentante di un feudatario che aveva fede in Bankei e che aveva già costruito un tempio in cui il maestro educava i discepoli e insegnava al popolo.
Disgustato dalla vista di Bankei che radeva le teste di quei miserabili, il nobile gli portò di corsa una bacinella perché si lavasse le mani.

Ma il maestro si rifiutò e disse: «Il tuo disgusto è più sporco delle loro piaghe».


© Tora Kan Dōjō

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Tratto da : ‘104 Scherzi Zen’ di Thomas Cleary ed. Oscar Mondadori