mercoledì 29 maggio 2024

Pratica è essere pronti ad accogliere l'inatteso



Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigô Kônin Sensei durante la Pratica Zen.

Tratto dal libro : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/


"Forma è ciò che rende una cosa bella, e permette di apprezzarne il valore raro e prezioso.

La pratica Zen ci permette di riscoprire la capacità di apprezzare e vivere la 'forma'. Un qualcosa che oggi è caduto in disuso.

La forma è un aspetto importante dell'esistenza. 
Nell'essere umano la forma nutre tanto quanto il contenuto... Anzi, direi che la forma è inseparabile dal contenuto. 

C'è una forma adeguata ad ogni istante, ad ogni momento, ad ogni situazione, ad ogni relazione.
Quello che studiamo attraverso l'esercizio nel Dōjō, mediante i  linguaggi che utilizziamo, è proprio essere capaci di percepire ed adeguare la forma a seconda di come lo richieda la situazione.
Questo significa un'esplorazione profonda di noi stessi e della nostra relazione con gli altri, con le cose, con il tempo e lo spazio... 


Senza questa consapevolezza la forma potrà essere inadeguata e diventerebbe solo il patetico ed impacciato tentativo di riprodurre un qualcosa che ci è stato suggerito ma che non abbiamo compreso, la forma perderebbe ogni contenuto. 


Spesso purtroppo la pratica Zen rischia di diventare questo senza una guida onesta, senza una ricerca critica. Un esercizio che invece di risvegliare instupidisce.

Un esercizio che invece di rendere liberi e intuitivi conduce ad attaccarsi a delle forme vuote e ottuse per rassicurarsi, l’esatto contrario della libertà e del Risveglio del Buddha.

Quando ‘allestiamo’ il Dōjō, la collocazione di ogni oggetto,  non è disposta a caso.
Ogni cosa nello spazio-tempo del Dōjō ha un senso ed un orientamento, bisogna diventare sensibili per percepirli comprendendone profondamente la natura ed il significato.

La pratica Zen è nello studio e nell'esplorazione personale di questo significato. 

II significato del situarsi di ogni cosa e di ognuno in uno spazio preciso che richiama e permette di gettare uno sguardo su una realtà 'altra'. Sono delle porte di accesso alle profondità del mistero della vita che è fatto di spazi, tempi, ritmi… che bisogna conoscere e rispettare per poter vivere armoniosamente il nostro tempo nel mondo.

La statua sull'altare, i fiori, la candela... La sistemazione degli oggetti nel Dōjō sono delle porte, delle porte di accesso ad una realtà 'altra', ad una dimensione che sfugge ad uno sguardo superficiale.
Essendo delle porte, quello che noi facciamo quando utilizziamo queste forme non è altro che predisporci ad accogliere quello che da queste porte e da questi passaggi può arrivare: ad accogliere il mistero.

La pratica religiosa e spirituale non è altro che un predisporsi ad accogliere...un predisporsi a ricevere, non una ricerca di qualcosa che desideriamo, 'a ricevere degnamente un ospite che non sappiamo né quando né da quale porta potrà entrare'.

Pratica è predisporsi ad essere pronti, sempre, ad accogliere l’inatteso.

Tratto da : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/




© Tora Kan Dōjō

















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venerdì 10 maggio 2024

La vera salute è qui ed ora in qualsiasi condizione.

L'unico modo per 'coltivare' davvero la propria salute è imparare a conoscersi attraverso la Pratica e diventare sensibili alle sottili variazioni dell'equilibrio mente-corpo imparando a ripristinare lo stesso con piccoli, immediati aggiustamenti.

E soprattutto, come afferma il buon Nietzsche, senza pensare che il benessere possa essere trovato nel futuro, in una condizione ideale, asettica, priva di difficoltà e sforzo.

A volte dobbiamo imparare a gestire un corpo che ha subito le ingiurie del tempo o dell'avventura imparando a gestirlo con grande efficacia pur nei sui punti deboli, dobbiamo convivere col dolore pur mantenendo l'efficacia, senza trovare scuse ed anzi approfittare di questa condizione per approfondire la conoscenza di noi stessi, come un artigiano utilizza con perizia il suo strumento di lavoro preferito ormai logorato dall'uso continuando a creare con esso dei capolavori.

Lo slancio è importante, il non risparmiarsi, l'essere generosi nell'offrirsi all'azione in qualsiasi condizione ci si trovi in quel momento.

Paradossalmente è proprio nel momento in cui siamo disposti a morire nell'esprimere noi stessi, in cui ci lanciamo entusiasticamente senza riserve nell'azione, che attingiamo ad inesauribili energie e possiamo considerarci davvero sani.

Si può rimanere sani anche nella malattia...

Taigō Sensei

© Tora Kan Dōjō

www.iogkf.it

www.torakanzendojo.org

 









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lunedì 15 aprile 2024

Un Passo avanti sotto la Spada - Commento al Tai Taikō Gogejari Ho di Dōgen Zenji (terza parte)


Pubblichiamo la terza parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento del Tai Taikō di Dōgen Zenji. La prima parte è stata pubblicata il 25 novembre 2016 :
https://iogkfitalia.blogspot.it/2016/11/commento-al-tai-taiko-gogejari-ho-di.html 
e la seconda il 7 marzo 2017:
https://iogkfitalia.blogspot.it/2017/03/commento-al-tai-taiko-gogejari-ho-di.html

L'articolo è stato poi pubblicato sul libro:

'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/


Le lezioni hanno un carattere colloquiale di cui tener conto durante la lettura.
 

Uccidi la fenice, uccidi il drago, uccidi il demone,
uccidi il Buddha - Uno
Potrei raccontarvi numerosi episodi legati alla mia personale esperienza in veste di allievo emblematici del rapporto educativo Maestro - discepolo.
Il ruolo di un Maestro è quello di prepararci a ciò che dobbiamo affrontare, di insegnarci ad esprimere la nostra vera natura al di là dei condizionamenti e delle abitudini, a volte più rendendoci la vita difficile piuttosto che rassicurandoci.
Bisogna trovare la forza di perseverare in mezzo alla difficoltà, non si può addestrare un guerriero evitandogli di vedere il sangue o educare un monaco (o anche un semplice praticante Zen) permettendogli di indulgere nel proprio egoismo.

Spesso occorre passare attraverso un rifiuto, nell’educazione Zen il rifiuto è utilizzato per mettere alla prova la tua vera determinazione, se quella è davvero la tua strada non l’abbandonerai….
L’articolo 5 del Tai Taikō afferma: “ Mostrate un volto disteso, siate calmi, evitate gli scoppi di risa, gli schiamazzi, il parlare ad alta voce.”
In poche parole: “ Non ostentate il vostro comportamento”.

Questo è l’atteggiamento del Bodhisattva: con la parola, con il corpo, con la coscienza egli è un continuo esempio e aiuto per tutte le esistenze.

Quant’è importante quest’esortazione oggi? In un momento in cui tutti gridano ‘IO’ incuranti degli altri?

Mi è capitato proprio in questi giorni di condurre un Gasshuku di Karate in cui era ospite, tra i partecipanti, un attempato maestro dello stile Shotokan.

Questa persona, la cui pratica dovrebbe avergli insegnato ad adottare modi adeguati, è stata tutto il tempo, per quel giorno e mezzo che sono stato lì, ad imporre la sua presenza... non c’è stato momento, anche mentre discorrevo confidenzialmente con i miei allievi, che non apparisse lui, per parlarmi di sé. Non metto in dubbio che si tratti di una brava persona, ma senz’altro ha dimostrato di essere del tutto privo di sensibilità e dei codici di base dell’educazione del Budō, a dimostrazione di come la pratica di un certo tipo di karate non garantisca affatto un risultato valido in termini educativi.

Il minimo che ti insegna un’arte marziale, la base essenziale, è come relazionarti ad un insegnante.
Un divertente episodio su tutti: mentre mangiavo e discorrevo con un mio allievo seduto al mio fianco, mi sono ritrovato la sua mano davanti al naso che brandiva il cellulare: “guarda questo sono io, questo sono io!”… tutto orgoglioso, e io guardavo e cercavo di capire: c’erano due atleti in gara che eseguivano un kata, due esecuzioni sinceramente inguardabili, e io, che senza occhiali non vedo più bene da vicino, cercavo di capire quale dei due fosse l’orgoglioso insegnante di Shotokan. Immaginavo fosse quello risultato poi vincitore. Invece alla fine era quello seduto dietro, con le bandierine in mano che faceva l’arbitro!
Che tristezza aver sprecato tanti anni in un giochino sportivo pensando di praticare il Karate…
Il Tai Taikō è davvero un testo raffinato e molto concreto e questa educazione dovrebbe essere il fondamento anche della vita di un artista marziale non solo di un praticante Zen.
Oggi c’è la tendenza a polemizzare affermando che la trasformazione del Tode di Okinawa in Karate-Dō abbia determinato una contaminazione dell’originale Bujutsu di Okinawa con una sorta di imposizione, da parte dei giapponesi, che intesero in tal modo ‘giapponesizzare’ il Karate di Okinawa.
Io penso che si debba fare una netta distinzione tra la ‘giapponesizzazione’ del Karate intesa come deviazione dai principi originari, effettivamente avvenuta nel Karate insegnato nelle università giapponesi con un’impostazione ottusamente militaresca (dovuta anche alla contingenza del periodo storico) o in alcuni stili come lo Shotokan o il Goju-Ryu giapponese che si sono totalmente allontanati, nella tecnica e nella metodica, dalla pratica originaria di Okinawa, e invece la positiva contaminazione che ha portato gli stessi maestri di Okinawa ad adottare alcune forme educative e di etichetta legate alla cultura ed educazione giapponesi, in particolar modo legate allo Zen e alla cultura Samurai.
I Samurai del clan Satsuma dominarono Okinawa per quasi 300 anni (1609-1879) ed è difficile pensare che la loro cultura non abbia in qualche modo contaminato il pensiero e la pratica degli okinawensi così come la precedente dominazione cinese ne influenzò usi e costumi nonché l’arte marziale.
Probabilmente i praticanti e Maestri di Okinawa hanno riconosciuto che queste forme di educazione potevano permettere all’arte del combattimento di Okinawa di evolversi in una forma di arte marziale più raffinata ed educativa.
Abbiamo sicura testimonianza del fatto che Chojun Miyagi Sensei, il fondatore del Goju-Ryu di Okinawa (e come lui altri grandi Maestri), parlasse diffusamente ai suoi allievi dei principi del Bushidō e dello Zen.
Così come i principi educativi del Judō, proposti da Jigoro Kano Sensei, ebbero grande influenza sul pensiero di Chojun Miyagi Sensei.
Quando ebbi l’onore di essere invitato a cena a casa di Shuichi Aragaki Sensei, ultimo discepolo vivente di Chojun Miyagi Sensei, dopo aver cenato parlammo a lungo di Chojun Miyagi Sensei e Aragaki Sensei mi mostrò un album di famiglia che conteneva il suo albero genealogico e, con grande orgoglio, mi mostrò che un suo antenato era un Samurai.
Non sarebbe dunque così strano se l’antenato samurai (e chissà quanti okinawensi vantano discendenze Samurai) avesse influenzato con i suoi modi e le sue conoscenze la sua famiglia e i suoi conoscenti.
In quella preziosa occasione Shuichi Aragaki Sensei mi fece dono della calligrafia (che produsse davanti a me) : Sho Gai Budō , Tutta la vita per il Budō, che è esposta nell’accoglienza del Tora Kan Dojo.
Senza affrontare qui il discorso relativo all’influenza che la matrice dello Shaolin Kung Fu della Cina del sud (lo Shaolin del Fukien era un monastero Buddhista Chan-Zen) ha avuto sulla nascita e sviluppo del Goju-Ryu di Okinawa
E questa contaminazione, a mio parere, non ha affatto ‘annacquato’ il letale bagaglio marziale dell’originario Bujutsu di Okinawa ma l’ha anzi arricchito di elementi di formazione psicologica, morale e spirituale che non possono che aver determinato un’evoluzione in termini di efficacia marziale e, soprattutto, hanno fornito gli elementi per rendere l’originario Bujutsu di Okinawa, che già di per se non era teso solo alla vittoria in combattimento ma conteneva numerosi elementi morali ed educativi, un’arte estremamente educativa e formativa dell’essere umano nella sua dimensione più completa.
Io avrei abbandonato la pratica del karate molti anni fa se questa si fosse ridotta ad un esercizio atto solo a rinforzare il corpo, a tirare calci e pugni sempre più potenti, guidati dalla nevrosi della cosiddetta ‘difesa personale’.
Una tale primitiva interpretazione della pratica del Karate nasce dalla necessità compensare  frustrazioni e complessi spesso al limite della patologia, come il body builder che deve vedersi sempre più grosso perché dentro di sé nasconde un uomo impaurito che si vede piccolo e indifeso rispetto agli altri, come l’armatura di Jeeg robot che è abitata da un piccolo e insignificante ometto…
Se non cresce l’uomo che sta dentro quell’armatura, l’armatura da sola aiuta forse per un po’, ma non basterà e prima o poi la fragile struttura crollerà. Se la pratica dell’arte marziale non è accompagnata da una vigorosa ed efficace educazione dello spirito (e qui serve un vero maestro non è sufficiente un istruttore sportivo) rischia di mascherare, nascondere queste nevrosi senza risolverle rendendo, paradossalmente, l’uomo ancora più fragile.
Nella mia personale esperienza, perché io parlo sempre a partire da un esperienza concreta della mente e del corpo non da conoscenze libresche, l’educazione Zen può offrire gli strumenti educativi che sono venuti a mancare alla pratica marziale occidentale, ma richiede un’implicazione che pochi sono disposti ad offrire.
Sono convinto che il Karate-Dō, al di là della valenza dell’efficacia in combattimento che do quasi per scontata in un praticante di alto livello, trovi il suo vero valore nell’offrire efficacissimi strumenti educativi che aiutino i praticanti a conoscere sé stessi e vivere meglio. In fondo anche il saper difenderti in strada dipende dal fatto che tu abbia imparato ad usare il tuo corpo e la tua mente in molteplici situazioni, ad aver sviluppato un’intuitività animale rispetto alle situazioni di pericolo, piuttosto che aver imparato semplicemente ed ottusamente a tirare calci e pugni.
L’importante è che il comportamento sia naturale, e perché diventi naturale deve passare da una lunga pratica. Sembra un paradosso, ma non lo è.
‘Prima di iniziare a praticare le montagne erano solo montagne.
Quando iniziai a praticare le montagne non mi apparvero più solo montagne.
Dopo tanti anni di pratica le montagne sono tornate ad essere solo montagne.'
La pratica deve far in modo di ricostruire gli istinti che abbiamo perso. Il karate, il combattimento, il gesto marziale, è un gesto animale, istintivo….. Una tigre o un gatto non hanno bisogno di preparazione per arrivare a quel gesto, è nella loro natura, nel loro istinto.
L’uomo ha perso questa istintualità animale, è per certi versi un animale invalido. Un’invalidità che abbiamo cercato di compensare con il nostro intelletto, affidandoci totalmente ad esso con il risultato di un’eccessiva concettualizzazione, un eccessivo affidamento al pensiero, che è diventato una forma di patologia inibendo ancor di più l’istintività e la capacità intuitiva che affonda in una saggezza primordiale.
Quella saggezza ed intuitività che lo Zazen e l’educazione Zen tendono a rivitalizzare.
Basta guardare le persone muoversi in un supermercato, sono degli zombie, ovunque  sguardi persi nel vuoto, non è un caso che il regista Romero abbia ambientato la sua storia di zombie proprio in un supermercato.
Si tratta dunque di ricostruire degli istinti attraverso la nostra pratica. Il Maestro Deshimaru affermava che lo Zen è tornare alla condizione originale, normale, del corpo e della mente. Non dobbiamo pensare di diventare dei superuomini, si tratta semplicemente di ritrovare la nostra piena umanità che è anche animalità e che si esprime in una profonda sensibilità, in una naturale efficacia ed eleganza.
Percepire la distanza che ci separa da un altro essere umano, mantenerla o ridurla a seconda delle circostanze, non può essere il risultato di calcoli mentali, la si deve percepire con la pelle. Allora sì che questa rieducazione comporta una vera rivoluzione nella propria vita, anche nelle relazioni, tutto ne guadagna.
Perciò dobbiamo stare attenti a come stiamo approcciando la nostra pratica, a dove facciamo affondare le radici della nostra pratica, in quale terreno.
Bisogna essere così onesti da chiedersi “sto cogliendo il segno oppure ho solo indossato una maschera che nasconde le mie paure?”, perché questi abiti, come il karategi, lo stesso abito del monaco, facilmente diventano un’effimera e fragile maschera, se non sono indossati con sincerità, con gratitudine, con spirito di servizio…..
L’hagakure afferma che se fate finta di avere coraggio di fronte ad una situazione di pericolo alla fine diventerete davvero coraggiosi. Perché pur essendo spaventati rimanete lì di fronte al pericolo, affrontate la paura, e questo è già vero coraggio.
E’ l’abito che fa il monaco se è indossato con sincerità.
Cosa vuol dire ‘fare finta di essere coraggiosi’ in fin dei conti? Vuol dire che rimani lì e non scappi, ecco l’educazione dello Zazen. E pian piano, rimanendo lì, imparando a non distogliere lo sguardo, imparerai ad osservare e affrontare le tue paure e comprenderai quel che sei chiamato a fare, ecco il coraggio!
Cos’è il coraggio in fin dei conti se non fare quel passo avanti verso l’ignoto che terrorizza?
“Sotto la spada alta levata
C’è l’inferno che ti fa tremare
Ma fai un passo avanti e troverai
La terra della beatitudine.”
Miyamoto Musashi
Ecco l’importanza dell’Abito inteso come postura e comportamento, nel momento in cui lo indossi, se lo fai con sincerità, sei investito di un potere ed una responsabilità e costretto ad una determinata modalità d’azione, e quindi cambi, ti trasformi per forza di cose.
Se invece lo indossi senza sincerità, senza rispetto e gratitudine, con egoismo, senza un’adeguata educazione che ne faccia un Dō, una Via, allora diventa una trappola, una fragile maschera, che non reggerà di fronte allo sguardo penetrante della vita.








Tratto da : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/



© Tora Kan Dōjō





venerdì 29 marzo 2024

La Via della non-paura

Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigô Kônin Sensei durante la Pratica Zen.

Tratto da : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/


Si dice che il grande dono che offre la Pratica Zen sia quello della non-paura.
La non-paura può verificarsi soltanto se si vive completamente nel presente.
Nel presente non può esserci paura, quanto meno non la paura che irretisce, che offusca il pensiero, offusca le scelte, irrigidisce il corpo.
La paura è una conseguenza della mente che è rimasta legata e condizionata da eventi passati o che è in ansia e proiettata verso il futuro. Se la mente è completamente concentrata sul presente non c’è spazio per la paura perché davanti ai nostri occhi appare chiaro quello che c'è da fare, e siamo spinti alla giusta fermezza, alla giusta determinazione.
Senza fermezza, senza determinazione, senza energia, non esiste nessuna pratica e nessuna vita degna di tale nome.
La vita non deve essere subita, deve essere vissuta... in ogni condizione possibile, nella salute come nella malattia. Non c'è nulla che siamo costretti o tenuti a subire; ogni occasione è occasione di pratica ed espressione  della realtà del momento presente.
Non c'è occasione che non sia una buona occasione, anche nelle condizioni apparentemente più svantaggiose e disagevoli. Il resto sono tutte scuse, siamo dei campioni nel trovare giustificazioni, vie di fuga...
La Pratica Zen, quella vera, autentica, spazza via la nostra necessità di trovare delle scuse.
Ogni mattina sedendo in Zazen riconosciamo la nostra fragilità, la nostra insicurezza, e contemporaneamente percepiamo il fondo di solidità che sostiene la nostra vita che non è limitata a noi, alla nostra fittizia identità e ritroviamo così la giusta fede e la giusta determinazione.
La cosa più importante è ricordarci costantemente, tutti i giorni, che non viviamo solo per noi stessi. È qualcosa che va ben oltre le nostre responsabilità familiari, nei confronti dei nostri compagni, dei nostri figli, dei nostri amici... ovvero questo ne è solo una naturale conseguenza.
Spesso anche le nostre relazioni diventano una buona scusa, una buona giustificazione.
La nostra responsabilità è quella di spazzare via dalla nostra mente ogni piano b, ogni possibilità di fuga; non esistono piani b nella vita... esistono solo soluzioni valide nel momento, che possiamo vedere solo con gli occhi della concentrazione, della presenza e della compassione e approfittandone istantaneamente, automaticamente, inconsciamente. Tutti i piani che sono nella nostra mente sono destinati a saltare in aria di fronte alla realtà, soprattutto le vie di fuga.
Il mio primo Maestro  diceva:
Quello che imparerete domani non vi potrà essere utile oggi…’
Ho notato che quando prendete una decisione vi lasciate sempre una via di fuga, un piano b, e questo, vi assicuro, genera sofferenza, disperde molta della vostra energia. L'80% della vostra energia è dispersa verso il piano b, e quindi anche quando fate un'esperienza la vivete in maniera molto limitata, nella vostra mente avete già preventivato la possibilità di sfuggire e quindi in parte siete già sfuggiti a quella esperienza, non siete totalmente presenti e disponibili.
Dovete bruciare completamente nell'esperienza che fate, come fosse l'ultima cosa fate nella vostra vita, il vostro testamento. Se foste impegnati a scrivere il vostro testamento, se foste consapevoli che quel gesto che state compiendo è l'ultimo della vostra vita, non pensereste minimamente a progettare un piano b. Capireste cosa vuol dire essere completamente presenti, implicati. Abbandonarsi totalmente al momento presente.
Senza questo atteggiamento (che va educato e coltivato) non esiste nessuna pratica, vi state prendendo in giro.
Vi esorto, ed è mio compito farlo, ad essere determinati, che non significa assolutamente infliggersi una pratica mortificante da cui metto sempre in guardia.
Essere determinati significa vivere la vita pienamente, e vi assicuro che è il modo migliore per trovare la massima energia che avete disponibile e vincere la paura.
La mia tentazione sarebbe quella di non dire nulla, non voglio forzare la mano in nessun modo, ma devo essere sincero ed onesto anche per la responsabilità che ho nel sedere qui con voi e farvi da guida come sembrate chiedermi.
Vi assicuro che la vita diventa molto facile quando non ci permettiamo vie di fuga e questo non significa essere rigidamente proiettati verso un progetto futuro senza avere la capacità di modificare le nostre azioni. Cammin facendo, se c'è necessità di cambiare, si cambia, ma si cambia nel presente, nel momento in cui la possibilità, il bivio, appare chiaramente, e allora si sceglie... intuitivamente, spesso non è neanche una scelta difficile da compiere.
Quando abbiamo chiaro l'orientamento nel nostro cuore e non vogliamo svicolare, allora tutto ci guida nella direzione giusta, eventualmente ci suggerisce anche gli eventuali cambi di direzione. È proprio tutto il contrario dell'essere rigidi.
Fate attenzione a non fraintendere queste parole, è difficile esprimere questi concetti, difficile anche comprenderli e afferrarli se non siete completamente disponibili e aperti; buttate via i vostri pregiudizi anche nei confronti delle parole, ascoltate col cuore, non col cervello.
Io riconosco in ognuno di voi questo potenziale... ed è doloroso vedere che spesso non viene espresso per paura, perché avete predisposto nella vostra mente un piano b, avete preventivato una via di fuga, sprecando un sacco di energie.
Tutte le persone che vivono con soddisfazione e pienezza la propria vita, lo fanno perché la loro passione per la vita non ha previsto nessun piano b.
C'è una frase che tempo fa avevo suggerito: "Quando senti di non avere scelta vuol dire che stai andando nella direzione giusta", molti non l'hanno capita, la gente ascolta col cervello, con tutti i suoi pregiudizi e filtri, è difficile comprendere questa frase se non si è fatto un certo genere di scelte ed esperienze nella propria vita.
Invece questa frase esprime proprio la massima libertà.
Ci priviamo della libertà quando non siamo determinati, quando non rispondiamo alla nostra vocazione, a quello a cui siamo chiamati, non siamo più liberi.
La nostra libertà si esprime solo in quello che noi, proprio noi, siamo chiamati a fare, tutto il resto è tempo, energia, vita persa... e quanta ne abbiamo persa fino ad adesso!
E’ per questo che Dōgen Zenji ci esorta continuamente... "Praticate con vigore, non sciupate il vostro tempo."
Dobbiamo spronarci ad uscire dalla nostra zona di comfort,  sono stato costretto a farlo tante volte nella mia vita e mi sono reso conto che ogni volta si è rivelata una benedizione. L'unico modo per fare un passo in più, un vero passo, nella direzione verso cui siamo chiamati.
E se abbiamo la fortuna di avere un Maestro che ci esorta ed insegna a farlo siamo molto fortunati e sarà un tesoro prezioso per il resto della nostra vita.

(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin)

Tratto da : 'La Forma del Vuoto: Riflessioni su Zen e Arti Marziali' di Paolo Taigô Spongia ed. Mediterranee

disponibile per l'acquisto in tutte le librerie e online: https://www.amazon.it/forma-vuoto-Riflessioni-arti-marziali/dp/8827232230/




© Tora Kan Dōjō





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mercoledì 20 marzo 2024

Sedere in Zazen: questa è rivoluzione

Dalle note prese da Taigô Sensei durante la Sesshin da lui organizzata a Collevecchio e condotta dal suo Maestro Taiten Guareschi Roshi circa 20 anni fa.


“Chi ha la resposabilità del kyōsaku, il Jikidō, deve vigilare e cor­reggere le posture.
  Correggere la postura significa rettificare lo spirito, anche se nello spirito non c'è niente da rettificare. L'azione del kyōsaku, come quella dello spaventapasseri nei campi coltivati, deve essere impercettibile. Chi lo riceve e chi lo amministra sono uno.

L'uomo arcaico - che è vivo in noi - sentiva di pensare attraverso le più recondite e minute funzioni fisiologiche. Pensare è respirare. Non è solo il cervello che pensa. Sedendo in zazen, nutriamo quella coscienza arcai­ca o coscienza originale e primitiva. 

Zazen è l'esercizio di coscienza risvegliata, che è Buddha.  Che siate soli o insieme, sedete in un Dōjō  (in sanscrito, bodhimanda), luogo di Risve­glio.  La nostra pratica non è un'operazione privata. Per entrare in un Dōjō, si varca una soglia, che costituisce un inciampo, "l'inciampo dello scandalo". Il vostro corpo, la vostra coscienza, il vostro "io" inciampano. Per accedere, vi è richiesta una nuova visione-del-mon­do. Entrare significa formulare questa nuova visione. Shōken, che significa "giusta visione", è il primo degli Otto Sentieri.  

L'esercizio dello Zazen non è riducibile ad una prova di pazienza nè ad una tecnica del benessere. Lo zafu è il Seggio del diamante, il seggio di Buddha, Issai Hōku , il vuoto di ogni dharma.  In Zazen sedete al centro dell'universo.  Il modo di entra­re, di uscire, di camminare, di sedere nel Dōjō è interpretare il Dharma, la Legge del Buddha. Questo Dharma o Legge del Buddha non è a sua volta riconducibile ad una prescrizione normativa, nè a delle istruzioni o a delle buone maniere.  Attraverso la non-istruzione, cogliete la totalità. Cogliendo la totalità, avete la possibilità di apprezzare voi stessi, di cono­scervi al di là di ogni impedimento.

Le indicazioni sulla postura dello Zazen - la concentrazione sulle mani, sui pollici, basculare il bacino, rientrare il mento, chiudere la bocca, i denti in contatto, la lingua contro il palato - potranno sembrarvi eccessivamen­te minuziose. In realtà, non dovreste pensare di concentrarvi sui singoli punti uno dopo l'altro, ma cogliere invece le indicazioni nella loro com­plessa totalità. Simultaneamente realizzerete che le spalle non ostrui­scono le ginocchia, le ginocchia non impediscono il respiro. Ciascun par­ticolare non ne ostruisce nessun altro, ma invece nella sua singolarità include ogni altro particolare.

Non continuate a pensare nei temini di "questo mio corpo", "queste mie mani", "queste mie gambe". Nulla di tutto ciò vi appartiene. Tutto è uni­tà.  Così vivono, tra loro, il bene e il male, le montagne e i fiumi, le stelle e le nuvole: co-esistono insorgendo simultaneamente interpenetrandosi senza impedirsi a vicenda. In un Dōjō, in un tempio Zen, l'educazione ruota attorno a questi elementi.  

La testa è ben dritta, il naso cade verticalmente sull'ombelico, i lobi delle orecchie cadono sulle spalle. Anche il pensiero pesa. Se passate di pensiero in pensiero la testa diventerà un masso insostenibile. Alleggerite la testa : pensate senza pensare (Hishiryō)!  

Nel Dōjō non si entra né si esce a proprio piacimento. Dovete trovare la forma per entrare ed uscire. Se siete ben concentrati sulla postura, pote­te recepire le mie esortazioni e poi elaborarle. Ma se, anche durante Zazen, vi chiudete nel vostro pensiero, vi isolate, non sarete capaci di nessuna vera elaborazione, resterete ancorati alle vostre convinzioni. 

Zazen è un abbraccio. Quando sedete, concentratevi sul mudra, che è sigillo del Sarnadhi cosmico (Hokkaijoin), sigillo dell'oceano sconfinato di ogni fenomeno.Il pensiero (shiryō) s'abbraccia, s'intreccia, al non-pensiero (fu-shiryō) come pensare senza pensare (hishiryō).

Ricevere un'educazione, vuoi dire intrecciare una relazione: le persona­lità del maestro e del discepolo devono intrecciarsi, formare una treccia, katto, le loro vite non possono semplicemente correre parallele; la sepa­razione e l'incontro sono altrettanto importanti. Sta a voi trovare il modo, la forma.  

I simboli, l'altare, la disposizione di questa piccola chiesa, corrispondo­no ad una cultura che ci è propria: non possiamo ignorarli. Dobbiamo studiare e capire per apprezzare. Questo luogo ha un orientamento e pre­senta un accesso principale ed uno secondario. Nel nostro caso entria­mo dall'ingresso posteriore, seguiamo un percorso preciso per sedere. Questo è uno spazio del sacro e come tale è universale. Dovremmo ca­pirlo come la dimora del Tathagata: il grande cuore della pietà e della compassione (issai shujō daijihi shin). 

I bambini sono dritti come steli e hanno occhi pieni di stupore. Sono in molti a pensare che l'istruzione, la cultura sia stare chini sui libri. Pensate spensieratamente. La testa, in equilibrio, deve spingersi verso l'alto. La schiena è dritta. L'uomo arcaico sviluppava il suo pensiero nelle più nascoste funzioni fisiologiche. Proviamo a guardarci allo specchio.. E guardiamo il viso di uno dei tanti uomini e delle tante donne che per tanti anni abbiamo imparato a definire sbrigativamente del "Terzo mondo". Osservate il loro sguardo, il carattere dei loro visi. Guardate quegli occhi. Provate a guardare la bellezza di una vecchia contadina indiana o afghana con il volto grinzoso e bruciato. Parago­natela con una giovane Miss dei concorsi di bellezza. Provate a vede­re dov'è la bellezza.

Sedere in Zazen: questa è rivoluzione, questo è ri-volgimento, e non quel che pensiamo del pensare, ma piuttosto quel che non-pensiamo del pensare. Non bisogna credere che entrare in un Dōjō ed entrare in una sala d'aspetto di una stazione ferroviaria siano la stessa cosa. Il Dōjō, come abbiamo visto, è la casa del Tathagata - il cuore della pietà e della compassione - ove trovano dimora tutte le esistenze (issai shujō). L'entrata è marcata da una soglia rialzata come un gradino. E necessa­rio quindi alzare bene il ginocchio, il piede, per non inciampare quando si entra... In alcuni casi ci si deve scalzare prima di entrare... In tutti i casi è necessario lavare i piedi prima di entrare e sedere in Zazen. Tutti questi elementi segnano una separazione, un'alterazione che sono quel­le del sacro.

Quando vi invito a concentrarvi sulla postura, dovete mettere in campo energie che vanno al di là del pensiero. Lo Zen non ha nulla a che vede­re con il nichilismo. Il nichilista pensa che il vuoto sia "qualcosa". Non ha la cultura del nulla. Per questa mentalità dispettosa, rivendicativa, il nulla è un "es­sere", è "qualcosa". Ma cos'è il nulla? "Les jeux sont fait, rien ne va plus!".  In questo mo­mento preciso, non c'è più nulla da fare. Il momento successivo rico­mincia da zero. Qui ed ora! La vita nasce ogni momento. Ogni momen­to muore. Qualunque cosa accada, siete in pace.”


© Tora Kan Dōjō




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