martedì 30 marzo 2021

Sul filo del Mondo

Ci si deve lanciare in questa ricerca insensata del riposo senza speranza di alcun risultato. 
Ecco il funambolo allungato sull’antenna gigantesca, all’ascolto del mondo. 
Ode salire fino a sé il rumore di qualche città, distingue i mille richiami di cui è colmo il silenzio della campagna, sussulta al sibilo delle stelle cadenti.
Tutto ciò l’assopisce.
Una respirazione profonda lo pervade.
A ogni inspirazione sente i rumori, a ogni espirazione non sente più nulla, 
allora sopraggiunge un oblio di tutto che dura molti battiti del cuore; 
il dormiente si ascolta russare; ma tra i suoi sospiri, quale silenzio!
Sotto di lui, il nulla. Né cani, né persone. 
Anche la natura riposa per conciliare il sonno al funambolo in equilibrio sul suo diapason gigantesco.
Al risveglio, siete colui che ha perduto il suo tempo su una linea. 
Siete soli, e il più alto sguardo s’annoia.
Ah, no! Mai esser tristi sul filo!
Con un movimento della spalla rimetto in equilibrio i miei pensieri e parto cantando.

Philippe Petit
da 'Trattato di Funambolismo'. 


© Tora Kan Dōjō




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martedì 23 marzo 2021

Il mondo su un tessuto

"O mantello prezioso che liberi ogni essere ed ogni cosa
Giardino fatto di ciò che il mondo getta, diventato giardino di felicità infinita
Possa il mio cuore stringere a se  tutti gli insegnamenti dei mondi
Possa la mia esistenza  proteggere e aiutare tutti gli esseri"

È cantando questi versi che il praticante Zen inizia la sua giornata.
Secondo la tradizione, su una strada dalle alture delle colline, il Buddha fu colto a contemplare questi specchi d'acqua e riso disegnati dalle terre sollevate in rettangoli rassemblati, nei quali si riflettono  il cielo, le nuvole, gli uccelli e i colori del mondo, e nel cuore dei  quali gli uomini vanno e vengono nel lavoro del giorno. Quindi chiese al suo  discepolo Ananda di rilevare il disegno  di queste risaie. Raccolse allora  un gran numero di tessuti usati e abbandonati. Li fece bollire in una miscela di pigmenti  prima di assemblarli secondo il disegno. Così fu confezionato  il "vestito della liberazione", il kesa.
Da allora, è stato trasmesso ininterrottamente da maestro a discepolo, e la sua pratica va ben oltre il semplice fatto di realizzare un indumento religioso. Il Maestro Dogen (13 ° secolo) ha scritto: "In questo momento dell'alba, la gioia mi ha inondato. Ero vicino a questo monaco che venerava  il manto dell’illuminato. Le lacrime mi hanno inondato, ho capito il Tutto".  Cogliere  il Tutto, vestirci non solo dell'insegnamento del Buddha e dei maestri, ma vestirci  del Tutto, rivestire la nostra pelle, la nostra storia.
Cucire  è una pratica lunga e profonda:  la scelta del tessuto giusto, il taglio, la tintura naturale, la preparazione e l'assemblaggio e, punto dopo punto, la realizzazione stessa della nostra Ricerca. La cucitura è fatta da un  punto minuscolo in cui l'ago deve tornare su se stesso per poter avanzare sulla linea di cucitura, migliaia di punti esprimendo  il desiderio, ogni volta che l'ago perfora il tessuto, di diventare rifugio per tutti gli esseri e  di aiutare questo mondo. E il campo di riso del mondo appare nelle nostre mani. Agire senza uno scopo, realizzare la nostra presenza consacrata in ogni momento del mondo. Punto dopo punto, coltiviamo senza attese. Soltanto vivere  e relazionarsi  a ciò che viene  vissuto. Completamente.


RIUNIRE LE DIFFERENZE.  
Questo tessuto ci eleva dalle nostre illusioni, ci chiama ad comportarci degnamente  in questo mondo, come un grembiule (nella sua forma a cinque strisce) che ci chiama al servizio. Per renderci servitori  del bene in questo mondo. Inizialmente, scegliere tessuti impuri  era solo una questione di mezzi. Cucire tessuti recuperati, ritagliati, tinti e rimontati è un insegnamento. Fare di ciò che  questo mondo rifiuta l'oggetto stesso della nostra devozione. Amare ciò che agli uomini non piace più. Ridare vita  là dove muore l'esistenza. E non rifiutare più nulla. Quando osservi la forma finita di un kesa, ci vedi davvero una risaia; strisce e pezzi di tessuto di diverse dimensioni assemblati secondo i principi del modello originale. Stracci armoniosi. Riunire  le differenze.
La pratica dello Zen è fondamentalmente la compassione di ogni minimo istante  della nostra vita quotidiana. Le nostre vite sono le vere risaie del mondo in cui la semina è pace, benevolenza, giustizia, amore e libertà, e i raccolti ne sono i frutti. Il praticante buddista Zen si impegna a superare tutte le forme di discriminazione e a costruire in questo mondo l'armonia  riconciliando tutte le differenze e riunendo, con filo dell' Amore sulla stoffa dell'esistenza, tutto ciò che era sparso, diviso, separato e diverso.
Realizziamo l’abito della pratica  nei cosiddetti colori "misti" o "rotti": il colore del kesa è un colore fatto di miscele e  di incontri. All'inizio, questi sono i colori della terra, della notte e delle ceneri. Poi  con gli anni e soprattutto quando iniziamo a insegnare, il  kesa indossato è sempre più chiaro. I kesa delle cerimonie sono  estremamente colorati, ricamati, decorati ed esprimono la gioia di celebrare la vita, la gioia di essere vivi. Il colore scuro ci chiama a tornare alla caverna, al silenzio, all’ annullamento, in una parola per portare la luce dentro di noi e coltivarla nel segreto della pratica umile. Quindi, quando un praticante diventa insegnante e riceve la trasmissione di maestro, i colori sempre più chiari lo chiamano a rigirare la luce verso l’esterno, verso il  mondo e trasmetterla. Dobbiamo attraversare le nostre grotte, le nostre notti e le nostre facce oscure, per amarle allo stesso tempo in cui amiamo la chiarezza e i nostri visi di bontà. Poi andarcene verso  il mondo e amare ombre e luci in ogni essere.

IL FILO DELLA BENEVOLENZA. Portato sulla spalla destra e passato sotto la spalla sinistra per liberare il secondo braccio, il kesa ci ricorda anche che nulla ci appartiene,  neanche il sacro. La spalla e il braccio coperti dal kesa ci dicono quanto riceviamo e quanto siamo protetti e amati; la spalla e il braccio lasciati scoperti dalla kesa ci chiamano a donare, a proteggere e amare questo mondo. Come il palmo verso il cielo e il palmo verso la terra nella danza Sufi.
Attraverso la pratica del kesa, il fedele  diventa lui stesso religione: è colui che collega, che raccoglie, che trasmette e che armonizza, colui che libera e protegge in questo mondo. Il kesa è un tutt’uno con la nostra fede e la nostra vita - con la fede (qualunque essa sia) e la vita di tutti gli esseri. Cucendo al filo della nostra benevolenza, sugli stracci sparsi di ciò che sembra separarci, mettendo insieme ciò che è stato rigettato, alla luce dell'esistenza, sul modello della realtà, armonizzando tutte le differenze del mondo e proteggendo tutti gli  esseri, noi diventiamo questo campo di felicità illimitata, dov’è seminata la compassione e si raccoglie la felicità.
Il mondo intero ci ricopre e ci riveste. E siamo noi stessi che diventiamo l'abito del mondo.

tratto da “Le monde des religions” (Nel mondo delle religioni) n ° 99.

(Traduzione a cura di Clara Tendō Candido)


© Tora Kan Dōjō










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sabato 20 marzo 2021

Essere tremendamente seri nell'allenamento.


Vorrei qui solo menzionare sei regole, la cui stretta osservanza è assolutamente essenziale per chiunque sia desideroso di capire la natura dell'arte.

1. Dovete essere tremendamente* seri nell'allenamento.
Quando dico ciò, non intendo che dobbiate essere ragionevolmente diligenti o moderatamente in buona fede. Voglio dire che il vostro avversario deve essere sempre presente nella vostra mente, sia che sediate o siate in piedi o camminiate o solleviate le braccia.
Se dovete portare un colpo di karate in combattimento, non dovrete avere nessun dubbio che quell'unico colpo decida tutto.
Se avete compiuto un errore, sarete voi a cadere.
Dovete sempre essere preparati ad una tale eventualità.
Potreste allenarvi per molto, molto tempo, ma se muovete semplicemente le mani ed i piedi e saltate su e giù come una marionetta, l'imparare il karate non sarà molto diverso dall'imparare a danzare. Non avrete mai raggiunto il nocciolo della faccenda; avrete fallito nell'afferrare la quintessenza del Karate-do.
Essere estremamente seri, allora, non è essenziale soltanto per un seguace del Karate-do; è ugualmente essenziale nella vita quotidiana di ciascuno, poiché la vita è essa stessa una battaglia per sopravvivere. Chiunque sia tanto compiacente da presumere che dopo uno sbaglio avrà un'altra opportunità raramente farà della sua vita un successo**.


tratto da Karate Do il mio stile di vita di Gichin Fumakoshi Edizioni Mediterranee


*la traduzione italiana "eccezionalmente seri" non rende bene il senso di quanto Gichin Funakoshi vuole comunicare. In inglese troviamo tradotto Be deadly serious in training. Eccezionalmente seri lascia intendere che la serietà va riservata all'allenamento, come se l'atteggiamento di chi pratica debba essere diverso da quello che riserva alla vita quotidiana, che è proprio il contrario di quanto ci vuol dire l'Autore. ( nota del curatore ).




© Tora Kan Dōjō





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martedì 16 marzo 2021

Diventa quello che sei (Ita/Fra)

Estratto dal libro: "Bere la luna e cavalcare le nuvole" 
di Federico Dainin-Jôkô Sensei
Centre Zen "La Montagne Sans Sommet" - Paris 


Ogni giorno della sua vita, 
il maestro Seong Am interrogava sé stesso:

"Maestro!"
E si rispondeva:
"Sì?"
- "Proteggi la tua mente chiara e serena!"
"Sì!"
- "Non lasciare che nulla ti abusi, ti cambi o ti incateni!"
"!"

Chi è il vero maestro tra la mente interrogante e la mente che risponde?

*******************************

Vieni a sederti armoniosamente senza irrigidirti.
Ad ogni corpo corrisponde la sua "drittura", la sua postura. A forza di praticare lo zazen, riuscirai a trovare la tua. È come nella vita. Ogni vita ha la sua felicità, la sua storia, la sua verità e le sue prove.

Abbiamo paura dell'età. Alcune persone si vergognano di essere troppo giovani, altre non osano parlare della loro età avanzata ...

Ma la giovinezza non è sinonimo di immaturità, né la vecchiaia è sinonimo di saggezza: neanche il contrario. Ciò che è importante non è né la nostra erudizione né i nostri diplomi. Eppure, tutte le nostre esperienze e le conoscenze che ne abbiamo tratto sono lezioni preziose. No, l'importante è rivolgersi al centro della nostra stessa sofferenza. Là si trova il vero apprendimento. Il nostro vero maestro, l'unico maestro che può insegnarci la felicità, la vita e la nostra verità.

Lasciamo che tutti i tradimenti, le delusioni, le sofferenze che abbiamo sperimentato ci aprano invece di chiuderci nella paura. L'importante è non lasciarsi imprigionare né dal ricordo delle ferite del passato, né dalla paura delle ferite che verranno.

Riesci a vivere con il dolore? Tuo e quello degli altri? Senza agitarti invano per cercare di nasconderlo o diminuirlo. Sai vivere con gioia? La tua e quella degli altri? Senza rubarla o impedirla per gelosia? Oseresti rendere la tua vita una danza, lasciarti invadere dall'estasi fino alla più piccola cellula di ciò che sei, senza essere diffidente o troppo pragmatico, senza essere schiavo delle condizioni umane, dei dogmi intellettuali o degli stereotipi del nostro mondo?
Ciò che conta non sono le storie che raccontiamo a noi stessi. Sei pronto a rimanere te stesso, anche se significa deludere gli altri? Sei in grado di sopportare la calunnia, il tradimento, senza diventare infedele a quello che sei?
E se dovessi interrogarti come il maestro Seong Am, cosa diresti a te stesso di così importante?

Diventa ciò che sei veramente, vale a dire una domanda, quindi una risposta ...

Segui il respiro. Diventa quello che sei.

(Traduzione dal francese Davide Kudai Colombu)



Versione Francese:

Chaque jour de sa vie, le maître Seong Am s'interrogeait lui-même :
« Maître ! »

Et se répondait:
"Oui?"
-« Protége ton esprit clair et serein ! »
"Oui!"
-« Ne laisse rien t'abuser, te changer, ni t'enchaîner ! »

"Oui !"

Lequel est le vrai maître entre l'esprit qui questionne et celui qui répond ?


*******************************


Viens t'asseoir harmonieusement sans te crisper.

A chaque corps correspond sa propre droiture, sa propre posture. A force de pratiquer zazen, tu réussiras à trouver la tienne. C'est connme dans la vie. A chaque vie son bonheur, son histoire, sa vérité et ses épreuves.
On a peur de l'âge. Certaines personnes ont honte d'être trop jeunes, d'autres n'osent pas parler de leur âge avancé... Mais la jeunesse n'est pas synonyme d'immaturité, ni la vieillesse synonyme de sagesse : l'inverse non plus. Ce qui est important, ce n'est ni notre érudition ni nos diplômes. Et pourtant, toutes nos expériences et les savoirs que nous en avons tirés sont des ensevnements précieux. Non, ce qui est important, c'est de se tourner vers le centre de notre propre souffrance. Là se trouve le véritable apprentissage. Notre véritable maître, le seul maître qui peut nous apprendre le bonheur, la vie et notre vérité.
Laissons toutes les trahisons, les déceptions, les souffrances que nous avons vécues nous ouvrir au lieu de nous enfermer dans la peur. Ce qui est important, c'est de ne se laisser enserrer ni par le souvenir des blessures du passé, ni par la crainte des blessures à venir.

Peux-tu vivre avec la douleur? la tienne celle d'autrui? Sans t'agiter en vain pour chercher à la cacher ou à l'amoindir. Peux-tu vivre avec la joie? La tienne et celle d'autrui ? Sans la voler ni l'empêcher par jalousie ? Oerais-tu faire de ta vie une danse, te laisser envahir par l'extase Jusqu'a la moindre ccllulc de ce que tu es, sans êtrc méfiant ni trop pragmatique, sans être esclave des conditions humaines, des dogmes intcllcctucls ou des stéréotypes de notre monde ?
Ce qui compte ce ne sont pas les histoires qu'on se raconte. Es-tu prêt à rester toi-même, quitte à décevoir les autres ? Es-tu capable de supporter la calomnie, la trahison, sans pour autant devenir infidèle à ce que tu es ?
Et si tu devais te questionner comme maitre Seong Am, que te dirais-tu de si important ?

Deviens ce que tu es vraiment, c'est-à-dire une question, puis une réponse...

Suis le souffle. Deviens ce que tu es.

Illustration et Extrait de "Boire la lune et chevaucher les nuages"

Federico Daīnin Jõkõ Sensei
Centre Zen "La Montagne Sans Sommet"


© Tora Kan Dōjō


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sabato 13 marzo 2021

Il Karate del mio gatto


Voglio iniziare l'anno con una breve riflessione che mi piacerebbe condividere con voi, come se foste se non ancora degli amici almeno dei compagni d'arme.

Fino ad adesso il karate mi è servito nelle situazioni di conflitto. Quando occorreva reagire a un attacco, anche semplicemente psicologico. Mi è servito in termini strategici non fisici, beninteso. La vita è una guerra: si vis pacem para bellum. È la stessa ottica dei samurai. Ma credo che si faccia un lavoro inutile se si arriva a concepire tutta la vita in questo modo.
Intendo dire che dopo aver sperimentato per anni quella condizione di perenne allerta che si usa per allenarsi anche fuori del tatami (la stessa per cui i maestri sono sempre pronti a parare un attacco improvviso perché non fanno che pensare a quello giorno e notte e quindi quando arriva se l'aspettano), penso che la mia gatta sia più avanti di loro.
E' una perfetta macchina da guerra. Ma solo se serve. Cioè non passa il suo tempo a "prepararsi ad un attacco". È perfettamente rilassata e non ci pensa proprio. Ma se arriva il momento, scatta in un nano-secondo e reagisce con assoluta efficienza ed efficacia. Questo è il più alto livello di maestria che io abbia mai visto.
Mi sento un idiota di fronte a lei. Dopo aver frequentato Hiroshi Shirai, Taiji Kase, e successivamente Kenji Tokitsu, dopo essere stato onorato dell'amicizia di Iwao Yoshioka, di Katsutoshi Mikuriya, e altri maestri, ho fatto mio un metodo di allenamento continuo che consiste nel pensare costantemente alle direzioni da cui può provenire un attacco, osservando la posizione delle persone vicine in autobus, di chi incrocio camminando per strada, perfino degli amici mentre parlo con loro. Visualizzo in un attimo che tipo di attacco potrebbero portare con le braccia o con le gambe. E coltivo la consapevolezza della mia posizione, delle possibili contro reazioni e delle vie d'uscita. Ma non si può andare avanti così. Anche quando sono diventato un insegnante maturo e questo esercizio è sfumato in sottofondo mi sono reso conto che in realtà questo lavorio mentale, sia pure in background, continua sempre. Inconsapevolmente.
Poi, un giorno, in una pausa delle mie scritture, l'occhio mi è caduto sulla mia gatta. Ho visto come se ne sta tutto il giorno rilassata e senza alcuna forma di pensiero. Altro che zazen... E guardandola ho avuto un'illuminazione. Devo proprio aver fatto un'espressione buffa perché lei ha drizzato le orecchie e mi ha guardato in modo interrogativo. Poi mi ha strizzato gli occhi (lo fanno con tutti e due gli occhi a differenza di noi umani che siamo scarsi anche nei sentimenti) con affetto infinito anche senza bisogno di capire cosa mi passasse per la testa.
In quel momento ho capito che non si può concepire tutta la vita come una guerra, come un eterno confronto. Io non ho nulla da dimostrare, non mi interessa confrontarmi con nessuno in termini agonistici. Dico, nella vita comune. Tantomeno nel karate: so tirare di pugno ma mi auguro di non doverlo usare mai. Perché non c'è nulla di più orribile della guerra, del sangue. Di due persone che litigano inutilmente, come accade la maggior parte delle volte. E lo dico da guerriero non da pacifista. Io non sono mai stato un pacifista. Perfino la mia Lulù è una "pacifista con le unghie". Intendo dire che la vita è una cosa troppo breve e delicata per pensare solo al contrasto, allo scontro. Se è necessario ci si pensa. Ma solo in quel momento.
Per questo forse da quest'anno diminuirò drasticamente il mio karate e mi dedicherò con più attenzione agli esercizi per stare bene. Uno dei miei due maestri di Qi Gong, tanti anni fa, mi ha detto: "Ma che cos'è quell'espressione ingrugnata? Sorridi! Ti fa bene!". Io che venivo dalle arti marziali giapponesi mimavo senza rendermene conto il cipiglio da samurai che hanno tutti i maestri con cui sono stato. Poi ho incontrato Higa, che sorrideva e mi sembrava assurdo per uno che fa karate. Poi ho incontrato i maestri cinesi che attribuiscono al sorriso addirittura l'importanza di una medicina preventiva. E infine ho osservato Lulù ed ho scoperto che anche lei sorride, sia pure sotto i baffi.

Allora non c'è tempo da perdere. 34 anni di arte marziale a cosa sono serviti? A prepararsi a cosa? Ad uno scontro che non avverrà mai? E perché dovrebbe esserci uno scontro? E poi se avverrà siamo sicuri che tutto l'allenamento che abbiamo fatto servirà a qualcosa in quella specifica ed imprevista occasione? E poi, è veramente utile saper tirare di pugno? Non si guadagna di più a non pensare a nulla, a meditare, anzi a contemplare la vita come fa la mia gatta?
I padri fondatori delle nostre discipline, alla fine di una vita riconoscevano che il valore più grande è cercare (o creare) l'armonia nelle cose e fra le persone. Ho passato una vita a studiare il nemico per sconfiggerlo. C'era sempre qualcosa o qualcuno da scovare e combattere. Poi improvvisamente ho scoperto che fuori di me non c'era nessun nemico. Non c'è nessuno che possa farmi del male a meno che io non lo consenta (o crei le condizioni per cui possa farlo). Quindi se c'è ancora un nemico da qualche parte, sta dentro di me.
Ma sbirciando la mia gatta, capisco che in fondo anche questa è un'idea sbagliata. La mia gatta non ha nessun IO interno da combattere. E' in una condizione naturale e perfetta di vuoto mentale, Mu. E grazie a questa attitudine è pronta ad accogliere qualunque cosa, sia bella che brutta. Risparmia le energie. Si allena lo stretto indispensabile (molto poco, devo dire). Prima di tutto, pensa a star bene, a non pensare a niente inutilmente, a restare aperta a nuove esperienze e scoperte.
Ho iniziato l'anno facendo un inchino alla mia gatta, come si usa fare al cospetto di un Maestro. E ho deciso che da quest'anno non terrò più il mio pugno chiuso, a simulare un pieno che non c'è. La mia mano è vuota. Tanto vale aprirla.

Bruno Ballardini

Articolo pubblicato sul numero 47 del giornalino del Tora Kan Dojo - primavera 2010


© Tora Kan Dōjō




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martedì 9 marzo 2021

Lascia fluire la vita




"Se costringiamo la vita alle nostre categorie, previsioni, calcoli, se abbiamo la pretesa di controllarla e dominarla... la vita si ribella, come un fiume costretto da argini artificiali e la sua 'ribellione' può essere devastante.
Se invece impariamo ad ascoltare le indicazioni che ci offre la natura morale di ogni cosa e di ogni situazione, se ce ne prendiamo cura con amore e rispetto affidandoci alla sua Saggezza allora tutte le cose si organizzeranno armoniosamente davanti a noi accogliendoci e proteggendoci nell'abbraccio del loro fluire."


Taigō Sensei
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sabato 6 marzo 2021

Il Mistero della Vita (Ita/Fra)

Lo sciocco vede un fiore ,
lo raccoglie e lo mette in un erbaio.

L’illuminato vede un fiore,
lo contempla e compone un poema.


Tu sei un mistero meraviglioso,
In questo mistero, siediti.
Smettila di credere di poter rispondere a tutte le nostre domande. Smetti di voler rispondere a tutte le domande che si alzano dentro di te. Perché la vita? Perché la morte? Perché il bene? Perché il male? Perché sono così? Perché gli altri sono così?
La vita si dà. Qualunque siano le tue domande interne, lei si dà a te, come un dono, un dono meraviglioso. È il mistero della vita che si offre al mistero dell'uomo, e il mistero dell'uomo che risponde con la sua presenza al mistero della vita. Lascia perdere tutte le domande inutili.
Diventa solo la vita che risponde alla vita con la vita. Questo mistero inaudito che risponde al mistero dell'universo vibrando misteriosamente. Non c'è bisogno di capire tutto. Si tratta solo di vivere, sperimentare la vita e tutti i suoi misteri. Pienamente, abbondantemente, generosamente.
Il bambino crede nel mistero e questo lo riempie di gioie. Sii di fronte alla vita come il bambino la mattina di Natale.
In te c'è una fonte nascosta, le cui acque attraversano il paese della tua mente.
Vai a questa fonte del mistero abbandonando tutte queste domande inutili, le voglie di gestire, controllare.
Rimani libero.
Non cercare più risposte alla vita, diventa la risposta.
La vita che risponde alla vita con la vita.
Questa ricerca ti porterà oltre la notte, più lontano del giorno, più lontano del bene, più lontano del male, più lontano della felicità, più lontano della disgrazia e bene, molto più lontano della vita, molto più lontano della vita, bene, molto più lontano della morte.
Tu sei un mistero meraviglioso.

(pag 148, 149)
Estratto dal libro - Bere la luna e cavalcare le nuvole

Federico Dainin Jõko Sensei
Centre Zen "La Montagne Sans Sommet" - Paris


Trascrizione a cura di Davide-Kudai 
(Illustrazione di Suzuki Harunobu)

Commento di Taigō Sensei 

In questa riflessione, Dainin sensei ci ricorda quella Povertà di Spirito di cui parlava anche Gesù, che non è intesa come ignoranza o stoltezza, ma si tratta di una semplicità fondata sulla purezza. Fa l’esempio dell’entusiasmo, della sorpresa, della curiosità del bambino che si sveglia la mattina di Natale e corre a guardare sotto l’albero i doni che sono arrivati.  
Dopo questi mesi di ritiro, di quarantena obbligata che ci ha visto rimanere nelle nostre case, solo qualche giorno fa abbiamo avuto il permesso di uscire e fare delle passeggiate. E anche la mia bimba che adesso ha quattro anni, è potuta uscire con me dopo tre mesi in casa, ha cominciato ad indicare ogni oggetto, ogni cosa che incontrava: “guarda papà … guarda l’albero … guarda il palo della luce …  guarda questa foglia … guarda le formiche”. Era come se vedesse tutto per la prima volta.
I bambini hanno naturalmente questo sguardo, non c’è bisogno di tenerli in quarantena. Quello sguardo che noi abbiamo perso perché siamo convinti di aver già capito tutto, di aver già visto tutto e compreso tutto.
Invece, come ci ricorda questo Insegnamento, la vita è un mistero, il mistero dell’uomo, il mistero della vita, un mistero da esplorare costantemente con tutto il nostro entusiasmo, con tutta la nostra gioia; proprio come un bambino che esce di casa dopo mesi e vede le cose per la prima volta.

Ichi go
Ichi e
E’ solo un’illusione pensare di aver visto già qualunque cosa, anche le cose più comuni, quelle che usiamo quotidianamente, le persone che incontriamo, perché una delle leggi fondamentali dell’Insegnamento del Buddha è : tutto cambia, tutto è in continua trasformazione, non c’è niente che rimane immobile e che rimane uguale a se stesso.
Quindi se comprendiamo intimamente questa verità, l’illusione di conoscere già, di aver già visto, cade, cade automaticamente, spontaneamente. 
Allora ogni incontro diventa il primo incontro; in giapponese si dice “Ichi go ichi e”, “Un incontro, una vita”. 
Ogni incontro è una vita intera, ogni incontro è la prima e ultima volta.
Che ricchezza ci offrirebbe la nostra vita se noi imparassimo a lasciar cadere tutte le nostre convinzioni, tutti i nostri pregiudizi, condizionamenti, anche le nostre stesse domande, quel pensiero continuo che crea nella nostra mente un ronzio costante. Avrete sentito che all’inizio del nostro Zazen c’era un rumore, un ronzio continuo che era probabilmente prodotto da un elettrodomestico. Abbiamo iniziato lo Zazen con questo rumore e abbiamo continuato per diversi minuti, forse quindici o venti minuti con questo rumore nelle orecchie e ci siamo abituati, è diventato parte del  nostro Zazen. Ad un certo punto si è interrotto ed è calato un profondo silenzio. Non è che il nostro Zazen abbia necessità di rifiutare il ronzio, se c’è il ronzio accoglie anche il ronzio; non è più fastidioso del cinguettio degli uccelli, ma dobbiamo sempre ricordare che al fondo di quel ronzio c’è un profondo silenzio.
Dainin Sensei dice: “ ricordati che in te c’è una fonte nascosta le cui acque attraversano il paese della tua mente”, quel silenzio profondo che è alla base ed è fondamento dei nostri pensieri, di quel ronzio costante che anima la nostra mente e che spesso non ci permette di ascoltare; la vita ci parla sussurrando, e se non siamo capaci di silenzio non riusciamo ad ascoltarla. Perché siamo pieni delle nostre idee, dei nostri calcoli, delle nostre paure, di tutto quello che ha condizionato il nostro sguardo, anche lo sguardo delle generazioni che ci hanno preceduto che ci è stato trasmesso.
Taigō Sensei
Lo Zazen ci insegna ad andare oltre questo, ci fa fare l’esperienza che esiste un fondo di non-pensiero, nello Zen è definito ‘Hishiryo’, il pensiero prima del pensiero, il pensiero vasto, il pensiero universale, il ‘pensiero cosmico’ come lo definiva Deshimaru Roshi, sul quale si muovono come nuvole i nostri pensieri ed illusioni.
Quando noi in Zazen facciamo l’esperienza di questo ci accorgiamo che possiamo prendere a fondamento della nostra vita quel pensiero, quella profondità e quella fonte misteriosa che è prima dei nostri pensieri. Allora, come quando si è interrotto il ronzio, cala il silenzio, un silenzio di pace, di gioia, di serenità in cui ci possiamo abbandonare, e possiamo affidarci a questa saggezza profonda che va oltre la nostra mente annebbiata che non ci permette di vedere chiaramente quello che abbiamo davanti nella forma preziosa e irripetibile in cui in ogni istante si manifesta.
Solo facendo silenzio, fondandoci su questo ‘Hishiryo’ su questo ‘pensiero prima del pensiero’, su questa fonte profonda e misteriosa alla quale possiamo attingere a piene mani, solo così possiamo porci di fronte alla vita con lo sguardo di un bambino che vede tutto per la prima volta.
Se sedete in Zazen a poco a poco  nasce una fiducia percepite che c’è qualcosa che ci sostiene e che è ancora prima della nostra capacità illusoria di calcolare, di pensare e di vedere che ci sostiene sempre e alla quale possiamo tornare costantemente.
Fate dello Zazen il vostro rifugio, dove tornare per rammemorarvi di questa meravigliosa occasione che è la nostra vita.

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Versione Francese 


Le sotvoit une fleur, 
il la coupe et la met dans un herbier.

L'éveillé voit une fleur, 
il la contemple et compose un poème.


Tu es un merveilleux mystère ...
en ce mystère, assieds-toi. 
Cesse de croire que nous pouvons répondre à toutes nos questions. Cesse même de vouloir répondre à toutes les questions qui s'élèvent en toi. Pourquoi la vie ? Pourquoi la mort ? Pourquoi le bien ? Pourquoi le mal ? Pourquoi suis-je comme cela ? Pourquoi les autres sont-ils ainsi ?
La vie se donne. Quelles que soient tes questions intérieures, elle se donne à toi, comme un don, un merveilleux don. C'est le mystère de la vie qui s'offre au mystère de l'homme, et le mystère de l'homme qui répond par sa présence au mystère de la vie. Laisse tomber toutes les questions inutiles. 
Deviens juste la vie qui répond à la vie par la vie. Ce mystère inouï qui répond au mystère de l'univers en vibrant mystérieusement. Nous n'avons pas besoin de tout comprendre. Il est juste question de vivre, de faire l'expérience de la vie et de tous ses mystères. Pleinement, abondamment, généreusement. L'enfant croit au mystère et cela le comble de joies. Sois face à la vie comme l'enfant le matin de Noël.
En toi, une source est cachée, dont les eaux sillonnent le pays de ton esprit.Va à cette source du mystère en abandonnant toutes ces questions inutiles, ces envies de gérer, de contrôler. Demeure libre. Ne cherche plus de réponses à la vie, deviens la réponse. La vie qui répond à la vie par la vie. Cette quête te mènera plus loin que la nuit, plus loin que le jour, plus loin que le bien, plus loin que le mal, plus loin que le bonheur, plus loin que le malheur et bien, bien plus loin que la vie, bien, bien plus loin que la mort.
Tu es un merveilleux mystère.

Extrait de Boire la lune et chevaucher les nuages 
Federico Dainin Jõkõ Sensei
(Illustration Suzuki Harunobu)

Commentaire de Taigō Sensei 
(faite par Davide-Kudai)

Dans cette réflexion, Dainin sensei nous rappelle cette pauvreté d'Esprit dont Jésus a également parlé, qui n'est pas comprise comme l'ignorance ou la folie, mais c'est une simplicité basée sur la pureté. Il illustre l'enthousiasme, la surprise, la curiosité de l'enfant qui se réveille le matin de Noël et court chercher sous le sapin les cadeaux qui sont arrivés.
Après ces mois de retrait, de mise en quarantaine forcée qui nous ont vu rester chez nous, il y a quelques jours seulement nous avons été autorisés à sortir et à nous promener. Et ma petite fille, qui a maintenant quatre ans, a pu sortir avec moi après trois mois à la maison, a commencé à indiquer chaque objet, tout ce qu'elle a rencontré: "regarde papa ... regarde l'arbre ... regarde le poteau lumineux ... regarde cette feuille ... regarde les fourmis ". C'était comme tout voir pour la première fois. Les enfants ont naturellement ce regarde, il n'est pas nécessaire de le garder en quarantaine. Ce regard qui nous a manqué parce que nous sommes convaincus que nous avons déjà tout compris, que nous avons déjà tout vu et tout compris. Au contraire, comme nous le rappelle cet enseignement, la vie est un mystère, le mystère de l'homme, le mystère de la vie, un mystère à explorer constamment avec tout notre enthousiasme, avec toute notre joie; tout comme un enfant qui quitte la maison après des mois et voit les choses pour la première fois.

Ichi go 
Ichi e
Ce n'est qu'une illusion de penser que nous avons déjà tout vu, même les choses les plus courantes, celles que nous utilisons quotidiennement, et les gens que nous rencontrons, car l'une des lois fondamentales de l'enseignement du Bouddha est: tout change, tout change constamment , il n'y a rien qui reste immobile et qui reste égal à lui-même.
Donc, si nous comprenons intimement cette vérité, l'illusion de savoir déjà, d'avoir déjà vu, tombe, tombe automatiquement, spontanément. Ensuite, chaque rencontre devient la première rencontre; en japonais, il est écrit "Ichi go ichi e", "Une rencontre, une vie". Chaque rencontre est une vie entière, chaque rencontre est la première et la dernière fois.
Quelle richesse notre vie nous offrirait si nous apprenions à abandonner toutes nos croyances, tous nos préjugés, le conditionnement, même nos propres questions, cette pensée continue qui crée un bourdonnement constant dans notre esprit. Vous avez peut-être entendu qu'au début de notre Zazen il y avait un bruit, un bourdonnement continu qui était probablement produit par un appareil. Nous avons commencé le Zazen avec ce bruit et avons continué pendant plusieurs minutes, peut-être quinze ou vingt minutes avec ce bruit dans les oreilles et nous nous y sommes habitués, il est devenu une partie de notre Zazen. À un moment donné, il s'est arrêté et un profond silence est tombé. Ce n'est pas que notre Zazen ait besoin de refuser le bourdonnement, s'il y a le bourdonnement, il accueille aussi le bourdonnement; ce n'est pas plus ennuyeux que le chant des oiseaux, mais il faut toujours se rappeler qu'au fond de ce bourdonnement il y a un profond silence. 
Dainin Sensei dit: "souviens-toi qu'il y a en toi une source cachée dont les eaux traversent le pays de ton esprit", ce silence profond qui est à la base et qui est le fondement de nos pensées, de ce bourdonnement constant qui anime notre esprit et qui souvent ne nous permet pas d'écouter; la vie nous parle en chuchotant, et si nous ne sommes pas capables de garder le silence, nous ne pouvons pas l'écouter. Parce que nous sommes pleins de nos idées, de nos calculs, de nos peurs, de tout ce qui a conditionné notre regard, même le regard des générations qui nous ont précédé qui nous a été transmis.
Taigō Sensei
Zazen nous apprend à aller au-delà de cela, nous fait expérimenter qu'il existe un fond de non-pensée, dans le Zen on l'appelle 'Hishiryo', pensée avant pensée, vaste pensée, pensée universelle, 'pensée cosmique' comme Deshimaru Roshi l'a défini, sur lequel nos pensées et nos illusions se déplacent comme des nuages.
Lorsque nous en faisons l'expérience en Zazen, nous réalisons que nous pouvons prendre cette pensée, cette profondeur et cette source mystérieuse qui est devant nos pensées comme le fondement de notre vie. Puis, comme lorsque le bourdonnement s'est arrêté, le silence tombe, un silence de paix, de joie, de sérénité dans lequel nous pouvons nous abandonner, et nous pouvons compter sur cette profonde sagesse qui va au-delà de notre esprit trouble qui ne nous permet pas de voir clairement ce que nous avons devant nous sous la forme précieuse et irremplaçable sous laquelle il se manifeste à chaque instant. Ce n'est qu'en silence, basé sur ce «Hishiryo», sur cette «pensée avant pensée», sur cette source profonde et mystérieuse dont nous pouvons puiser à pleines mains, que de cette façon, nous pouvons affronter la vie avec le regard d'un enfant qui voit tout pour la première fois.Si vous vous asseyez peu à peu en Zazen, une confiance naît, vous percevez qu'il y a quelque chose qui nous soutient et que c'est avant même notre illusoire capacité à calculer, penser et voir qui nous soutient toujours et sur laquelle nous pouvons constamment revenir. Faites de Zazen votre refuge, où revenir pour vous rappeler cette merveilleuse opportunité qu'est notre vie.


© Tora Kan Dōjō















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