martedì 26 ottobre 2021

Due cani che litigano per un osso

 



Due cani che si litigano un osso...

Vi sembra molto diverso quel che accade tra gli uomini proprio in questo momento ?

Vi sembra che questa umanità con tutta la sua filosofia, cultura, scienza, tecnologia, religione... si possa definire 'evoluta' ?

Tutta la sua 'evoluzione' alla fine a quale risultato ha portato ?

Tutta la sua conoscenza è stata messa al servizio del 'rubar più efficacemente e senza alcuno scrupolo l'osso all'altro cane'.

Non posso che condividere pienamente le riflessioni del grande Kodo Sawaki Roshi:

" Non dobbiamo dimenticare che l'attuale scienza e cultura si è sviluppata ed è scaturita dal più basso livello della consapevolezza (coscienza) umana.

Tutti parlano di cultura, ma cosa è di più se non una 'rifinitura' delle nostre illusioni? Per quante ragioni possiamo portare, da un punto di vista Buddhista, questo non ha niente a che fare con il 'progresso' o la 'civilizzazione'.

Tutti in questi giorni parlano di progresso, ma io mi chiedo: in che direzione stiamo realmente progredendo?

Quando si osservano degli insetti in un barattolo, si vede come si mordono l'un l'altro e si combattono con tutte le loro forze. Deve essere divertente osservare da un altro angolo dell'universo come gli esseri umani fanno scorte di bombe atomiche e all'idrogeno.

Un agire all'apparenza intelligente mentre in realtà si è dei perfetti idioti - il destino dell'umanità.

La gente ama quando le cose sono complicate. Anche se le cose sono già abbastanza complicate - anche quando cerchiamo di renderle il più semplici possibile - ci sono ancora alcuni che fanno uno sforzo per essere particolarmente complicati in tutto ciò che fanno.

Il mondo moderno accumula tutta la sua conoscenza solo al fine di correre giù per una strada senza uscita.

Gli uomini erano degli idioti anche nel passato. Hanno sprecato fortune in oro e manodopera per costruire castelli.

E a cosa è servito? a continuare a mordersi l'un l'altro.

Oggi gli uomini sono ancora più stupidi. Costruiscono bombe atomiche e all'idrogeno, al fine di cancellare l'umanità con una sola pressione di un pulsante.

Com'è possibile che l'umanità, a dispetto della sua scienza, non sia progredita di un millimetro?

Un'idiota siede al computer, un ritardato siede nella carlinga di un jet e un folle siede al pannello di controllo di testate nucleari - questo è il vero problema attualmente.

Forse potremmo salvare i nostri amici con le bombe atomiche - ma non i nostri nemici.
Solo lo Zazen è capace di salvare gli amici quanto i nemici."

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Two dogs are fighting for a bone ...

It seems very different what happens between men right now?

 It seems that this humanity with all his philosophy, culture, science, technology, religion ... can be defined as 'evolved'?

All his 'evolution' in the end which result has brought?

All his knowledge was put to the service of 'stealing more effectively and ruthlessly bone to another dog'.

 I can only fully agree with the thoughts of the great Kodo Sawaki Roshi:

" We mustn’t forget that today’s science and culture have only developed out of the lowest levels of consciousness.

Everybody is talking about culture, but what is it besides a refinement of our illusions? However much we iron out our drives, from a Buddhist standpoint, it’s got nothing to do with progress or civilization. Everyone is talking these days about progress, but I wonder in which direction we’re actually progressing.

When you observe insects in a tank, you see how they bite into each other and hold on with all their might. It must be amusing to observe from another corner of the universe how humans stock up on atomic and hydrogen bombs.

Acting clever while at the same time being the biggest idiots – that’s human fate.

People love it when things are complicated. Though things are complicated enough – even when we try to keep them as simple as possible – there are still some who make an effort to be especially complicated in everything they do.

The modern world musters up all of its knowledge just to run down a dead end street.

People were idiots in the old days too. They wasted a fortune in gold and manpower building castles. And what was it all for? To bicker with each other. Today, people are even dumber. They build atomic and hydrogen bombs in order to erase humanity with one push of a button.

How is it that humanity itself, unlike its science, hasn’t progressed in the least?

An idiot sits at the computer, a dimwit in the cockpit of the jet and a madman at the control panel of the atomic rockets – that’s the current problem.

Perhaps we can save our friends with atomic and hydrogen bombs – but not our enemies. Only zazen is capable of saving friends as well as enemies. "



© Tora Kan Dōjō




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sabato 23 ottobre 2021

Corpo Celeste

 


“So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.

 

C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo splendore in scatolame e merce, ma deve vivere e essere felice con altri sistemi d’intelligenza e di pace, accanto a queste forze celesti. Che queste sono le guerre perdute per pura cupidigia: i paesi senza più boschi e torrenti, e le città senza più bambini amati e vecchi sereni, e donne al di sopra dell’utile. […] Vivere non significa consumare, e il corpo umano non è un luogo di privilegi.

 

Tutto è corpo, e ogni corpo deve assolvere un dovere, se non vuole essere nullificato; deve avere una finalità, che si manifesta nell’obbedienza alle grandi leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate. Noi, oggi, temiamo la guerra e l’atomica. Ma chi perde ogni giorno il suo respiro e la sua felicità, per consentire alle grandi maggioranze umane un estremo abuso di respiro e di felicità fondati sulla distruzione planetaria dei muti e dei deboli – che sono tutte le altre specie – può forse temere la fine di tutto? Quando la pace e il diritto non saranno solo per una parte dei viventi, e non vorranno dire solo la felicità e il diritto di una parte, e il consumo spietato di tutto il resto, solo allora, quando anche la pace del fiume e dell’uccello sarà possibile, saranno possibili, facili come un sorriso, anche la pace e la vera sicurezza dell’uomo.”

 

Anna Maria Ortese, Corpo celeste


© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it
www.torakanzendojo.org










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martedì 19 ottobre 2021

Mushotoku - ricercare il massimo profitto

 



Un maestro zen vi insegnerà a non attaccarvi a parole e concetti se non li avete compresi fin nel midollo.
Vi insegnerà a non ripetere parole a pappagallo se non saranno le ‘vostre’ parole.

Potrei raccontarvi la famosa storia zen del discepolo che aveva preso l'abitudine di imitare il suo maestro alzando il pollice per rispondere alle domande.

Finchè un giorno il suo maestro gli pose una domanda, lui alzò il pollice e il maestro glielo tagliò con un colpo secco di coltello poi gli pose di nuovo la domanda e il discepolo provando ad alzare automaticamente il pollice e non trovandolo più si risveglia...

Ma vi racconto un'episodio accadutomi (uno tra i tanti) nella relazione educativa con il mio primo Maestro.

Mi trovavo ad una Sesshin a Fudenji ed ero tornato da uno dei miei primi viaggi ad Okinawa.

Orgogliosamente mostrai al mio Maestro un articolo che avevo scritto sulla mia esperienza ad Okinawa e che era stato da poco publicato da una prestigiosa rivista di cultura orientale ('Arti d'Oriente' Luni editore).

Nell'articolo raccontavo anche la mia prima esperienza di Pratica al Tempio Kozenji sotto la guida di Sakiyama Roshi e, non ricordo il contesto ma citai il famoso termine Zen 'Mushotoku' che tradussi nell'articolo con l'inflazionato: 'senza spirito di profitto' .

Il Maestro criticò aspramente la mia definizione dicendo:
"basta col ripetere questi principi che ancora non hai compreso perchè non ti hanno ancora modellato le ossa !
Altro che 'senza spirito di profitto' è il massimo profitto quello a cui aspiriamo!"

In quel momento non capii davvero l'esortazione del mio Maestro, oggi, mi è estremamente chiara:

Non è certamente il piccolo profitto derivante dalle piccole necessità dell'uomo illuso che ricerchiamo, ma il massimo profitto, il cuore del Dharma.

La nostra Pratica è la ricerca del massimo profitto, l'abbandono di sé, del proprio egoismo, che è il fallimento totale agli occhi dell'uomo ordinario.
 

Paolo Taigō Kōnin Sensei


















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sabato 16 ottobre 2021

Il Gesto perfetto

 



La tecnica divina, il waza magistrale, il gesto perfetto sono la stella polare della nostra ricerca quotidiana.

E in questa ricerca si consuma una vita che diviene essa stessa opera d’arte.

Come uno scultore che elimina il superfluo, momento dopo momento, in ogni colpo di scalpello è già compiuta l’opera, ogni passo è già la meta.

Non ci sono scuse né per principianti né per esperti, non c’è un tempo migliore da attendere, delle condizioni più favorevoli.

Questo istante è la nostra vita.

Concentrati, godiamo di ogni incontro, di ogni gesto.

Il gesto che nell’esaurirsi dell’istante risuona eterno riverberando nei tre tempi e nelle dieci direzioni.

Esprimere un gesto armonioso, bello, efficace, richiede l’unificazione di mente e corpo e l’abbandono di ogni legame con i fantasmi illusori del passato e del futuro per spendersi senza riserve nel presente.

Il gusto della pienezza del momento presente cui nulla manca.

Taigō Kōnin Sensei


© Tora Kan Dōjō




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martedì 12 ottobre 2021

Musubidachi, la posizione che unisce

Il 2016 è un anno che gli amanti dei film d’animazione ricordano bene. In quell’anno fu possibile ammirare sugli schermi del cinema l’ultima opera di Makoto Shinkai, acclamato regista già celebre per opere come “5cm al secondo” o “Il giardino delle parole”.

Tema portante del film, Your Name, era l’unione fra le persone. In un contesto di fantasia, il regista andava decifrando i sentimenti umani e le azioni che ci legano gli uni agli altri.

Al di là dell’indiscutibile bellezza del film, ad aver colpito la mia attenzione era stato un discorso pronunciato dalla nonna della protagonista:

“Musubi, questa parola ha un significato profondo. Intrecciare i fili è musubi, i legami tra le persone sono musubi, lo scorrere del tempo è musubi. Le corde intrecciate che noi creiamo rappresentano il flusso del tempo. Convergono e prendono forma. Si intrecciano e si aggrovigliano. A volte si sciolgono, a volte si spezzano, per poi legarsi nuovamente… Questo è musubi, questo è il tempo”

Musubi è un concetto shintoista e rappresenta l’energia che permea l’universo, la quale crea e lega fra loro tutte le cose, siano esse pura materia, animali o spiriti (kami).

Questo termine mi ha portato a riflettere sul perché la posizione usata nello yōi abbia tale nome.

Una spiegazione abbastanza semplice è che musubi significhi anche “nodo” o “unione” e si riferisca semplicemente ai talloni uniti della posizione. Ma esistono altri termini che indicano l’unione di qualcosa. Possibile che si sia scelto un termine tanto specifico, con un significato così profondo nella religione shintoista, per indicare meramente l’unione dei talloni?

Il giapponese, del resto, è una lingua molto descrittiva. Molte parole sono formate da ideogrammi che rappresentano il senso letterale del concetto che la parola vuole trasmettere. Ma, al tempo stesso, è dotato di parole opposte, dove la metafora prevale nettamente sulla descrizione letterale del concetto.

Ciò ci lascia con un dubbio quindi. Musubidachi è davvero riferita ai talloni?

Mi piace immaginare di no. Musubidachi è la posizione usata nel momento in cui ci si prepara all’azione. È la posizione di partenza, quella che ci lega all’avversario, sia esso reale o immaginario. È una posizione dalla quale si può creare la nostra azione, tramite la quale il nostro destino viene in un qualche modo intrecciato con quello della persona che abbiamo di fronte. È il primo punto di contatto con l’altro, l’attimo che immediatamente precede uno scambio fra le nostre vite.

Ovviamente non ho prove a sostegno di tale tesi. Come già scritto, il tutto può essere un volo pindarico alla ricerca di significati profondi là dove non ve ne sono. Al tempo stesso nessuno ci vieta di dare noi stessi questo significato a tale posizione, perché la parola al suo interno sarà comunque lì a ricordarci che tutto ciò che esiste è legato in qualche modo; e che non siamo mai solo noi stessi, ma che ogni nostra azione è legata ad altre innumerevoli azioni generate da innumerevoli esistenze.

Federico Pelliccia  (allievo Tora Kan Dōjō - Shodan)

© Tora Kan Dōjō




















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martedì 5 ottobre 2021

La meditazione non serve ad evitare la sofferenza

Livia Chandra Candiani
Una paura che riscontro crescente in questi anni nelle persone che mi chiedono di imparare a meditare è la paura della sofferenza. Spesso mi accorgo che nella loro richiesta di iniziare un percorso interiore, c’è la speranza di poter star bene senza passare dal male, di scavalcarlo, di andare oltre senza attraversarlo. E c’è la speranza di poter fare tutto da soli, di incontrare una via di salvezza che non passi dalla scomodità dell’incontro con un altro, dal dialogo. Ma non è cosi che procede il percorso della meditazione. La meditazione, goccia a goccia, respiro per respiro, passo passo, ci mette in contatto con il male di vivere, con tutto quello che si frappone tra noi e il flusso costante che chiamiamo vita.

C’è un sutra, un discorso, del Buddha che si intitola 'Il discorso della freccia'. 
In esso, il Buddha spiega come chi non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali sperimenta, esattamente come chi li ha ricevuti, sensazioni piacevoli, spiacevoli, e né piacevoli né spiacevoli. Ma qualcosa li distingue profondamente. Il non praticante è come se fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da una seconda freccia, cosi da percepire il dolore di due frecce. Questa seconda freccia è la sensazione mentale di avversione nei confronti delle sensazioni dolorose e di attaccamento nei confronti di quelle piacevoli. E questa aggiunta al nudo, puro sentire che crea la sofferenza non necessaria di cui la Via buddhista ci insegna a liberarci. E come? Tornando a un sentire spoglio, senza aggiungere, senza togliere, lasciandoci attraversare dall’impatto con il mondo. L’aggiunta che noi facciamo al male è la vergogna, la paura, il senso di fallimento, l’avversione ostinata alla sofferenza. Ma noi sappiamo, organicamente, fisicamente, provare la sofferenza? Sappiamo ancora sentirla? Per questo parlo non solo di non aggiungere ma anche di non togliere niente al sentire.

Quante volte ho visto usare la meditazione per non sentire, per creare una personalità spirituale che ci ripari dal mondo, dai conflitti, dai desideri, dalla rabbia, dalla paura, dal piacere. Quante volte si parla di osservare le sensazioni, le emozioni, i pensieri perché si sta cercando in realtà di creare una scissione, un non sentire, un tenere a distanza la vita stessa. Mentre si tratta di entrare in tale intimità con il sentire stesso, con il flusso vitale, da non lasciare spazio alcuno nemmeno all’io, a quel costante sentirsi colpiti in prima persona, «Perché a me, proprio a me? che è l’autoriferimento sempre in agguato. Si tratta di interrompere l’autonarrazione, la seconda freccia, che descrive, aggiunge commenti, cronache in diretta o in differita, personaggi, personalità, film e storie. E stare invece con la nudità del sentire, lasciarsi fare e disfare dal sentire che non ci è nemico, è tutt’uno con l’essere al mondo, con il ricevere l’impatto sensoriale con il mondo. Certo, si tratta di una pratica graduale, e occorre creare inizialmente un nido, un luogo in cui tornare, il respiro, il corpo, le sensazioni, la coscienza ben radicata nell’organismo, un luogo a cui poter fare costante ritorno. Come gli uccelli che iniziano a volare, non si allontanano ma troppo dal nido, da principio. Poi, scoprono che ci sono tanti appoggi, piccoli nidi provvisori, stazioni di sosta: rami, tetti, muri, sporgenze. Allora si va, più liberamente, più sicuri, perché il ritorno è sempre più frequente e a portata di mano, perché si impara a tornare a sé sempre e ovunque, perché non c’è più un’unica postura per farlo, ma piuttosto un atteggiamento di diffusa fiducia nel percorso.
Allora anche la paura diventa sentibile, vivibile, sostenibile. A dosi omeopatiche inizialmente e poi sempre più cosi come viene. C’è un no nella paura, non vogliamo viverla. Ricordo notti intere in cui la mia paura si trasformava in terrore e pietrificazione perché mi rifiutavo di sentirla, non ero pronta. In realtà, una sensazione non può durare che al massimo due o tre minuti, poi cambia. E la paura arriva a ondate, ha pause, intervalli, a capo. Quello che la può rendere apparentemente continua sono le nostre aggiunte, i commenti, le critiche, l’autonarrazione.


Notavo di recente come per chi vive in città è diventata una lotta accanita evitare qualsiasi piccolo disagio, come il caldo, una pioggia improvvisa, le zanzare. Non riusciamo a fermarci a sentire la spiacevolezza della sofferenza, ad assaporare esattamente com’è, Ma ci vuole un centro, qualcosa a cui tornare, altrimenti ci si polverizza. Perfino per una zanzara, ci si frantuma in irritazioni e rabbie assolutamente sproporzionate. Vale anche per la stanchezza. Noi occidentali siamo spaventatissimi dalla stanchezza, forse perché svuota di io, fa sentire vaghi, vacui. Ho visto indiani stanchi rannicchiarsi tranquillamente ai bordi di una strada e dormire, o sdraiarsi durante i discorsi di un Guru, di un Maestro, e schiacciare un pisolino, poi riprendere l’ascolto belli freschi. Impensabile in Occidente, dove sempre più spesso si sente dire: «Sono cosi stanco!» Ma la stanchezza non viene sentita fisicamente, assaporata, altrimenti, semplicemente, ci riposeremmo, perché sentire è già riposare dall’aggiunta mentale che facciamo alla sensazione.
La paura è sempre nel tempo. E nel passato, la paura di qualcosa che è già avvenuto e temiamo ritorni o si ripeta. O nel futuro come anticipazione di qualcosa. O nel presente come ansia che non ci permette di sentire quel che sta realmente accadendo. La consapevolezza non appartiene al tempo, vive nel fluire, trascorre, tutt’uno con la vita stessa. Come il respiro. Come l’andatura dei passi, un piede si solleva, l’altro sta appoggiato a terra, c’è una costante danza di pieno e di vuoto, di lasciare e di contattare. La consapevolezza non osserva il fiume, è il fiume.

Nel male, accolto, sentito, c’è la risposta al male, c’è il bene. Non basta leggerlo o sentirlo dire, bisogna provarlo, proprio ora, proprio qui, in pieno corpo. Ogni sensazione, ogni emozione, ogni pensiero è per sua stessa natura pura consapevolezza. Niente interrompe la consapevolezza, è come credere che le onde interrompano l’oceano. Le onde sono il movimento dell’acqua, la sua energia. Cosi, sensazioni, pensieri, emozioni sono le onde, l’energia che attraversa la nostra coscienza che fondamentalmente è pace.
La paura diffusa, sfondo costante della nostra epoca, di fine del futuro è tutt’uno con il concetto irresponsabile di crescita e di progresso che ha ridotto la natura a un fondo eternamente attingibile. Non è cosi, sappiamo che c’è una fine alle risorse, ora lo sappiamo. Saper stare nel flusso, sapere che se c’è alba c’è tramonto, se c’è nascita c’è morte, e che se c’è tramonto c’è alba e se c’è morte c’è nascita, insegna a tornare alla fonte anziché orientarsi sempre a una meta. Andare con la corrente, sentire e assecondare, non opporre inutili resistenze. Non ha niente a che fare con la passività, è anzi un totale balzo nel fiume della vita. Non siamo soli, siamo tutto, e per scoprirlo occorre attraversare un profondissimo, assoluto senso di solitudine. La paura della solitudine è un altro degli osta coli al percorso verso se stessi, un percorso indispensabile.

Quello che la poesia e la meditazione come tutte le Vie fanno è di scollarci dai luoghi comuni, dal calduccio degli stereotipi condivisi. La meditazione non va utilizzata per pacificare tutto, ma per sentire gli strappi, le lacerazioni, le paure di un’epoca e di un individuo che ne fa parte, e trasformarle in punto di partenza per una nuova fiducia e un senso di responsabilità che è capacità di rispondere alle sfide che ogni tempo propone a noi esseri umani sapendo che siamo fatti per farcela. 
E il concetto di farcela che va riscritto in noi, non più la conquista, la sfida, la crescita all’infinito, ma il sintonizzarsi, l’ascolto umile e attento degli insegnamenti che bussano nei fili d’erba e negli astri, nelle zanzare e negli elefanti, nelle creature che stanno scomparendo e in tutto quello che resta, nella responsabilità di stare svegli e sensibili in questo immenso non-sapere.


Di Livia Chandra Candiani
Tratto da ‘Il silenzio è cosa viva
Ed. Einaudi

© Tora Kan Dōjō














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sabato 2 ottobre 2021

Nessun errore

Pubblichiamo un ricordo del giorno dell'esame a Nanandan nel 2015 di Paolo Taigō Kōnin Sensei ad Okinawa. Una riflessione di qualche anno fa ma sempre attuale. 

"L'esame si è aperto con l'affermazione di Higaonna Sensei: non vi sarà concessa nessuna esitazione nè errore... D'altronde non si può richiedere di meno a degli aspiranti al Nanadan, il settimo dan, un riconoscimento che da ragazzo potevo immaginare detenuto solo da inarrivabili Maestri. In una situazione in cui si è di fronte alla vita e alla morte che esitazione ti può essere concessa? Lo so, è inaccettabile alla 'buonistica' filosofia che governa la nostra istruzione ed educazione ma questa è educazione marziale ed è l'unica possibile altrimenti diventa una parodia insignificante e patetica come gli esami che si tengono abitualmente nelle federazioni di karate italiane. Eravamo in 7, in commissione oltre ad Higaonna Sensei, Nakamura Sensei, Larsen Sensei, Bakkies Sensei e Molineux Sensei. Questo è stato il mio quarto esame sostenuto ad Okinawa e il quinto di fronte al mio Maestro e in alcune occasioni anche di fronte agli ultimi discepoli di Chojun Miyagi Sensei: An'Ichi Miyagi e Sensei Shuichi Aragaki Sensei. Ogni esame ha lasciato un segno profondo nella mia mente così come nel corpo (ancora ho un punto della gamba dolorante per un colpo ricevuto in combattimento dal capo istruttore Moldavo Sensei Viktor Panasiuk nel 1998) e sono stati tutti durissimi, una vera prova al limite delle mie possibilità, fisiche e mentali. Quello di oggi è stato in assoluto l'esame più intenso, psicologicamente, forse proprio perchè la posta in gioco era altissima e anche i Maestri in commissione non potevano permettersi di sbagliare ad attribuire un grado così alto a chi non lo meritasse appieno. L'atmosfera nel Dōjō era profondissima come di fronte ad un cerimonia di Seppuku. Ho fatto tutto quello che so fare, ho dato tutto.

Questo sacco d'ossa ha fatto il suo dovere e anche la mia anca malmessa che in questi ultimi giorni mi impediva di camminare senza zoppicare, mi è stata alleata e non si è fatta sentire. I miei quarant'anni di pratica si sono condensati in queste ore, come pare che accada a chi, sul letto di morte, vede scorrere davanti ai suoi occhi tutta la sua vita negli ultimi istanti. Sono soddisfatto, a prescindere da quello che sarà il giudizio finale (che si saprà solo sabato sera). Se sarò considerato all'altezza di detenere un grado tanto alto allora farò del mio meglio per onorare tale decisione e praticherò ancora più duramente per continuare a meritare tale riconoscimento. Se si riterrà che il mio livello non è ancora maturo allora accetterò con gratitudine questo ammonimento e praticherò ancora più duramente per raggiungere la perfezione. Il guerriero ha diritto all'azione ma non ai suoi frutti recita il Mahabarata. E' proprio così." 

















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