martedì 19 ottobre 2021

Mushotoku - ricercare il massimo profitto

 



Un maestro zen vi insegnerà a non attaccarvi a parole e concetti se non li avete compresi fin nel midollo.
Vi insegnerà a non ripetere parole a pappagallo se non saranno le ‘vostre’ parole.

Potrei raccontarvi la famosa storia zen del discepolo che aveva preso l'abitudine di imitare il suo maestro alzando il pollice per rispondere alle domande.

Finchè un giorno il suo maestro gli pose una domanda, lui alzò il pollice e il maestro glielo tagliò con un colpo secco di coltello poi gli pose di nuovo la domanda e il discepolo provando ad alzare automaticamente il pollice e non trovandolo più si risveglia...

Ma vi racconto un'episodio accadutomi (uno tra i tanti) nella relazione educativa con il mio primo Maestro.

Mi trovavo ad una Sesshin a Fudenji ed ero tornato da uno dei miei primi viaggi ad Okinawa.

Orgogliosamente mostrai al mio Maestro un articolo che avevo scritto sulla mia esperienza ad Okinawa e che era stato da poco publicato da una prestigiosa rivista di cultura orientale ('Arti d'Oriente' Luni editore).

Nell'articolo raccontavo anche la mia prima esperienza di Pratica al Tempio Kozenji sotto la guida di Sakiyama Roshi e, non ricordo il contesto ma citai il famoso termine Zen 'Mushotoku' che tradussi nell'articolo con l'inflazionato: 'senza spirito di profitto' .

Il Maestro criticò aspramente la mia definizione dicendo:
"basta col ripetere questi principi che ancora non hai compreso perchè non ti hanno ancora modellato le ossa !
Altro che 'senza spirito di profitto' è il massimo profitto quello a cui aspiriamo!"

In quel momento non capii davvero l'esortazione del mio Maestro, oggi, mi è estremamente chiara:

Non è certamente il piccolo profitto derivante dalle piccole necessità dell'uomo illuso che ricerchiamo, ma il massimo profitto, il cuore del Dharma.

La nostra Pratica è la ricerca del massimo profitto, l'abbandono di sé, del proprio egoismo, che è il fallimento totale agli occhi dell'uomo ordinario.
 

Paolo Taigō Kōnin Sensei


















#karatedo #okinawagojuryu #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #moriohigaonna #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #asdtorakan #taigosensei #gojuryu #karatedo #coronavirus #meditazione #fudenji #dastudenteamaestro #taitenguareschi #taigosensei #taitenroshi #taigokoninsensei


sabato 16 ottobre 2021

Il Gesto perfetto

 



La tecnica divina, il waza magistrale, il gesto perfetto sono la stella polare della nostra ricerca quotidiana.

E in questa ricerca si consuma una vita che diviene essa stessa opera d’arte.

Come uno scultore che elimina il superfluo, momento dopo momento, in ogni colpo di scalpello è già compiuta l’opera, ogni passo è già la meta.

Non ci sono scuse né per principianti né per esperti, non c’è un tempo migliore da attendere, delle condizioni più favorevoli.

Questo istante è la nostra vita.

Concentrati, godiamo di ogni incontro, di ogni gesto.

Il gesto che nell’esaurirsi dell’istante risuona eterno riverberando nei tre tempi e nelle dieci direzioni.

Esprimere un gesto armonioso, bello, efficace, richiede l’unificazione di mente e corpo e l’abbandono di ogni legame con i fantasmi illusori del passato e del futuro per spendersi senza riserve nel presente.

Il gusto della pienezza del momento presente cui nulla manca.

Taigō Kōnin Sensei


© Tora Kan Dōjō




#karatedo #okinawagoju #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #moriohigaonna #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #asdtorakan #taigosensei #taigokoninsensei




martedì 12 ottobre 2021

Musubidachi, la posizione che unisce

Il 2016 è un anno che gli amanti dei film d’animazione ricordano bene. In quell’anno fu possibile ammirare sugli schermi del cinema l’ultima opera di Makoto Shinkai, acclamato regista già celebre per opere come “5cm al secondo” o “Il giardino delle parole”.

Tema portante del film, Your Name, era l’unione fra le persone. In un contesto di fantasia, il regista andava decifrando i sentimenti umani e le azioni che ci legano gli uni agli altri.

Al di là dell’indiscutibile bellezza del film, ad aver colpito la mia attenzione era stato un discorso pronunciato dalla nonna della protagonista:

“Musubi, questa parola ha un significato profondo. Intrecciare i fili è musubi, i legami tra le persone sono musubi, lo scorrere del tempo è musubi. Le corde intrecciate che noi creiamo rappresentano il flusso del tempo. Convergono e prendono forma. Si intrecciano e si aggrovigliano. A volte si sciolgono, a volte si spezzano, per poi legarsi nuovamente… Questo è musubi, questo è il tempo”

Musubi è un concetto shintoista e rappresenta l’energia che permea l’universo, la quale crea e lega fra loro tutte le cose, siano esse pura materia, animali o spiriti (kami).

Questo termine mi ha portato a riflettere sul perché la posizione usata nello yōi abbia tale nome.

Una spiegazione abbastanza semplice è che musubi significhi anche “nodo” o “unione” e si riferisca semplicemente ai talloni uniti della posizione. Ma esistono altri termini che indicano l’unione di qualcosa. Possibile che si sia scelto un termine tanto specifico, con un significato così profondo nella religione shintoista, per indicare meramente l’unione dei talloni?

Il giapponese, del resto, è una lingua molto descrittiva. Molte parole sono formate da ideogrammi che rappresentano il senso letterale del concetto che la parola vuole trasmettere. Ma, al tempo stesso, è dotato di parole opposte, dove la metafora prevale nettamente sulla descrizione letterale del concetto.

Ciò ci lascia con un dubbio quindi. Musubidachi è davvero riferita ai talloni?

Mi piace immaginare di no. Musubidachi è la posizione usata nel momento in cui ci si prepara all’azione. È la posizione di partenza, quella che ci lega all’avversario, sia esso reale o immaginario. È una posizione dalla quale si può creare la nostra azione, tramite la quale il nostro destino viene in un qualche modo intrecciato con quello della persona che abbiamo di fronte. È il primo punto di contatto con l’altro, l’attimo che immediatamente precede uno scambio fra le nostre vite.

Ovviamente non ho prove a sostegno di tale tesi. Come già scritto, il tutto può essere un volo pindarico alla ricerca di significati profondi là dove non ve ne sono. Al tempo stesso nessuno ci vieta di dare noi stessi questo significato a tale posizione, perché la parola al suo interno sarà comunque lì a ricordarci che tutto ciò che esiste è legato in qualche modo; e che non siamo mai solo noi stessi, ma che ogni nostra azione è legata ad altre innumerevoli azioni generate da innumerevoli esistenze.

Federico Pelliccia  (allievo Tora Kan Dōjō - Shodan)

© Tora Kan Dōjō




















#karatedo #okinawagojuryu #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #moriohigaonna #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #asdtorakan #taigosensei #gojuryu #karatedo  #meditazione #makotoshinkai #shinkai #musubidachi #yourname

venerdì 8 ottobre 2021

Uno spillo nell'oceano

Pubblichiamo un Insegnamento offerto da Sensei Taigō Kōnin presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. 




Kōshō Uchiyama Roshi, già discepolo di Sawaki Roshi, abate di Antai-ji, definiva la Pratica dello Zazen con una frase giapponese che aveva coniato: 'Omoi no o tebanashi'. 
‘Omoi’: pensiero, 'te': mano, 'no o tebanashi': aprire la mano, lasciare la presa. 
Può essere tradotto con 'Aprire la mano del pensiero'. È una definizione a mio parere, molto azzeccata. 
Cosa significa 'Aprire la mano del pensiero'? 
Intanto, il carattere ‘Omoeru’ '思' che significa 'pensare' o 'pensiero', ha al suo interno dei radicali che rappresentano un campo dalle cui profondità si sviluppano delle erbe di vario tipo; può essere l'immagine di un campo di riso nel quale nascono e crescono vari tipi di erbe oltre al riso... ed è quello che accade nel terreno della nostra mente. 
E perché aprire 'la mano del pensiero'? 
Se vi osservate in Zazen, se osservate la vostra mente, se osservate i vostri pensieri, vi accorgerete che la mente ripercorre sempre gli stessi percorsi, quasi mai si produce un pensiero originale. 
Il pensiero sorge, ordinariamente, sulla base dei condizionamenti, delle esperienze vissute, delle memorie, e quasi mai è un pensiero fresco, intuitivo, sorprendente. 
In qualche modo, anche se non ce ne accorgiamo, esercitiamo un controllo sul pensiero, e questo controllo, questo filtro in realtà non fa altro che produrre altro pensiero condizionato.
Allora 'aprire la mano del pensiero' significa: concentrati sulla postura e sul respiro, abbandonare questa presa, lasciar cadere questo filtro. 
In un passaggio dello Zuimonki, Dōgen Zenji rispondendo alla domanda di un allievo riguardo alla Pratica, risponde: 
"La Pratica del Buddhadharma è solo sedere, esclusivamente sedere. Non cercate altro al di fuori di questo"... molto radicale in questa sua risposta. 
Perché la Pratica del Buddhadharma è conoscere se stessi, e conoscere se stessi è nell’essere ‘solo seduti’ (Shikantaza). 
Siamo attratti irresistibilmente dalle pratiche che ci offrono consolazione e distrazione, che ci offrono tanti giocattoli con cui distrarci... guardatevi intorno, oggi è pieno di queste offerte.
Oggi più che mai le persone cercano distrazione, ma la Pratica non è mai distrazione.
Pratica è immergersi completamente nel 'problema del nascere e morire' in maniera impellente, radicale. 
Sedere in Zazen non è facile, essere di fronte a questo muro per tanti anni, giorno dopo giorno, eppure... eppure è tutto lì. 
Tornare alla nuda essenza della nostra mente, attraverso la postura ed il respiro come punti d'osservazione, senza giocattoli (altra definizione che amava Uchiyama Roshi: ‘Zazen senza giocattoli’) senza distrazioni. 
È per questo che è una pratica molto matura e asciutta, per tutti e per nessuno. 
Bisogna essere davvero determinati ad andare al nocciolo della questione fondamentale della nostra vita senza distrazioni e senza girarci intorno. 
Deshimaru Roshi diceva "È prendere la via diretta per la cima della montagna, senza disperdersi passeggiandoci intorno". 
Quindi se vi sentite chiamati dallo Zazen non perdete questa opportunità.
Se vi sentite chiamati nonostante tutte le resistenze e le difficoltà che possiate incontrare, che sono fisiologiche e assolutamente normali, vuol dire che il vostro Karma vi ha predisposto a questo Incontro. Non perdete questa opportunità, non torna più... 
Dōgen Zenji fa degli esempi molto esplicativi della rarità di questo incontro: "Incontrare il Buddhadharma è così raro come trovare uno spillo in un oceano." E quindi esorta: "Non perdete questa occasione".


(registrazione e sbobinatura a cura di Monica De Marchi)

© Tora Kan Dōjō

www.iogkf.it

www.torakanzendojo.org










#karatedo #okinawagojuryu #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #moriohigaonna #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #dojo #taigosensei #gojuryu #karatedo #meditazione #buddhismo #kenzenichinyo #kenzenichinyoblog #taigokoninsensei #dogenzenji #uchiyamaroshi #sawakiroshi #deshimaruroshi #shikantaza #spillo #oceano 

martedì 5 ottobre 2021

La meditazione non serve ad evitare la sofferenza

Livia Chandra Candiani
Una paura che riscontro crescente in questi anni nelle persone che mi chiedono di imparare a meditare è la paura della sofferenza. Spesso mi accorgo che nella loro richiesta di iniziare un percorso interiore, c’è la speranza di poter star bene senza passare dal male, di scavalcarlo, di andare oltre senza attraversarlo. E c’è la speranza di poter fare tutto da soli, di incontrare una via di salvezza che non passi dalla scomodità dell’incontro con un altro, dal dialogo. Ma non è cosi che procede il percorso della meditazione. La meditazione, goccia a goccia, respiro per respiro, passo passo, ci mette in contatto con il male di vivere, con tutto quello che si frappone tra noi e il flusso costante che chiamiamo vita.

C’è un sutra, un discorso, del Buddha che si intitola 'Il discorso della freccia'. 
In esso, il Buddha spiega come chi non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali sperimenta, esattamente come chi li ha ricevuti, sensazioni piacevoli, spiacevoli, e né piacevoli né spiacevoli. Ma qualcosa li distingue profondamente. Il non praticante è come se fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da una seconda freccia, cosi da percepire il dolore di due frecce. Questa seconda freccia è la sensazione mentale di avversione nei confronti delle sensazioni dolorose e di attaccamento nei confronti di quelle piacevoli. E questa aggiunta al nudo, puro sentire che crea la sofferenza non necessaria di cui la Via buddhista ci insegna a liberarci. E come? Tornando a un sentire spoglio, senza aggiungere, senza togliere, lasciandoci attraversare dall’impatto con il mondo. L’aggiunta che noi facciamo al male è la vergogna, la paura, il senso di fallimento, l’avversione ostinata alla sofferenza. Ma noi sappiamo, organicamente, fisicamente, provare la sofferenza? Sappiamo ancora sentirla? Per questo parlo non solo di non aggiungere ma anche di non togliere niente al sentire.

Quante volte ho visto usare la meditazione per non sentire, per creare una personalità spirituale che ci ripari dal mondo, dai conflitti, dai desideri, dalla rabbia, dalla paura, dal piacere. Quante volte si parla di osservare le sensazioni, le emozioni, i pensieri perché si sta cercando in realtà di creare una scissione, un non sentire, un tenere a distanza la vita stessa. Mentre si tratta di entrare in tale intimità con il sentire stesso, con il flusso vitale, da non lasciare spazio alcuno nemmeno all’io, a quel costante sentirsi colpiti in prima persona, «Perché a me, proprio a me? che è l’autoriferimento sempre in agguato. Si tratta di interrompere l’autonarrazione, la seconda freccia, che descrive, aggiunge commenti, cronache in diretta o in differita, personaggi, personalità, film e storie. E stare invece con la nudità del sentire, lasciarsi fare e disfare dal sentire che non ci è nemico, è tutt’uno con l’essere al mondo, con il ricevere l’impatto sensoriale con il mondo. Certo, si tratta di una pratica graduale, e occorre creare inizialmente un nido, un luogo in cui tornare, il respiro, il corpo, le sensazioni, la coscienza ben radicata nell’organismo, un luogo a cui poter fare costante ritorno. Come gli uccelli che iniziano a volare, non si allontanano ma troppo dal nido, da principio. Poi, scoprono che ci sono tanti appoggi, piccoli nidi provvisori, stazioni di sosta: rami, tetti, muri, sporgenze. Allora si va, più liberamente, più sicuri, perché il ritorno è sempre più frequente e a portata di mano, perché si impara a tornare a sé sempre e ovunque, perché non c’è più un’unica postura per farlo, ma piuttosto un atteggiamento di diffusa fiducia nel percorso.
Allora anche la paura diventa sentibile, vivibile, sostenibile. A dosi omeopatiche inizialmente e poi sempre più cosi come viene. C’è un no nella paura, non vogliamo viverla. Ricordo notti intere in cui la mia paura si trasformava in terrore e pietrificazione perché mi rifiutavo di sentirla, non ero pronta. In realtà, una sensazione non può durare che al massimo due o tre minuti, poi cambia. E la paura arriva a ondate, ha pause, intervalli, a capo. Quello che la può rendere apparentemente continua sono le nostre aggiunte, i commenti, le critiche, l’autonarrazione.


Notavo di recente come per chi vive in città è diventata una lotta accanita evitare qualsiasi piccolo disagio, come il caldo, una pioggia improvvisa, le zanzare. Non riusciamo a fermarci a sentire la spiacevolezza della sofferenza, ad assaporare esattamente com’è, Ma ci vuole un centro, qualcosa a cui tornare, altrimenti ci si polverizza. Perfino per una zanzara, ci si frantuma in irritazioni e rabbie assolutamente sproporzionate. Vale anche per la stanchezza. Noi occidentali siamo spaventatissimi dalla stanchezza, forse perché svuota di io, fa sentire vaghi, vacui. Ho visto indiani stanchi rannicchiarsi tranquillamente ai bordi di una strada e dormire, o sdraiarsi durante i discorsi di un Guru, di un Maestro, e schiacciare un pisolino, poi riprendere l’ascolto belli freschi. Impensabile in Occidente, dove sempre più spesso si sente dire: «Sono cosi stanco!» Ma la stanchezza non viene sentita fisicamente, assaporata, altrimenti, semplicemente, ci riposeremmo, perché sentire è già riposare dall’aggiunta mentale che facciamo alla sensazione.
La paura è sempre nel tempo. E nel passato, la paura di qualcosa che è già avvenuto e temiamo ritorni o si ripeta. O nel futuro come anticipazione di qualcosa. O nel presente come ansia che non ci permette di sentire quel che sta realmente accadendo. La consapevolezza non appartiene al tempo, vive nel fluire, trascorre, tutt’uno con la vita stessa. Come il respiro. Come l’andatura dei passi, un piede si solleva, l’altro sta appoggiato a terra, c’è una costante danza di pieno e di vuoto, di lasciare e di contattare. La consapevolezza non osserva il fiume, è il fiume.

Nel male, accolto, sentito, c’è la risposta al male, c’è il bene. Non basta leggerlo o sentirlo dire, bisogna provarlo, proprio ora, proprio qui, in pieno corpo. Ogni sensazione, ogni emozione, ogni pensiero è per sua stessa natura pura consapevolezza. Niente interrompe la consapevolezza, è come credere che le onde interrompano l’oceano. Le onde sono il movimento dell’acqua, la sua energia. Cosi, sensazioni, pensieri, emozioni sono le onde, l’energia che attraversa la nostra coscienza che fondamentalmente è pace.
La paura diffusa, sfondo costante della nostra epoca, di fine del futuro è tutt’uno con il concetto irresponsabile di crescita e di progresso che ha ridotto la natura a un fondo eternamente attingibile. Non è cosi, sappiamo che c’è una fine alle risorse, ora lo sappiamo. Saper stare nel flusso, sapere che se c’è alba c’è tramonto, se c’è nascita c’è morte, e che se c’è tramonto c’è alba e se c’è morte c’è nascita, insegna a tornare alla fonte anziché orientarsi sempre a una meta. Andare con la corrente, sentire e assecondare, non opporre inutili resistenze. Non ha niente a che fare con la passività, è anzi un totale balzo nel fiume della vita. Non siamo soli, siamo tutto, e per scoprirlo occorre attraversare un profondissimo, assoluto senso di solitudine. La paura della solitudine è un altro degli osta coli al percorso verso se stessi, un percorso indispensabile.

Quello che la poesia e la meditazione come tutte le Vie fanno è di scollarci dai luoghi comuni, dal calduccio degli stereotipi condivisi. La meditazione non va utilizzata per pacificare tutto, ma per sentire gli strappi, le lacerazioni, le paure di un’epoca e di un individuo che ne fa parte, e trasformarle in punto di partenza per una nuova fiducia e un senso di responsabilità che è capacità di rispondere alle sfide che ogni tempo propone a noi esseri umani sapendo che siamo fatti per farcela. 
E il concetto di farcela che va riscritto in noi, non più la conquista, la sfida, la crescita all’infinito, ma il sintonizzarsi, l’ascolto umile e attento degli insegnamenti che bussano nei fili d’erba e negli astri, nelle zanzare e negli elefanti, nelle creature che stanno scomparendo e in tutto quello che resta, nella responsabilità di stare svegli e sensibili in questo immenso non-sapere.


Di Livia Chandra Candiani
Tratto da ‘Il silenzio è cosa viva
Ed. Einaudi

© Tora Kan Dōjō














#karatedo #okinawagojuryu #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #moriohigaonna #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #asdtorakan #taigosensei #gojuryu #karatedo #liviachandracandiani #meditazione

sabato 2 ottobre 2021

Nessun errore

Pubblichiamo un ricordo del giorno dell'esame a Nanandan nel 2015 di Paolo Taigō Kōnin Sensei ad Okinawa. Una riflessione di qualche anno fa ma sempre attuale. 

"L'esame si è aperto con l'affermazione di Higaonna Sensei: non vi sarà concessa nessuna esitazione nè errore... D'altronde non si può richiedere di meno a degli aspiranti al Nanadan, il settimo dan, un riconoscimento che da ragazzo potevo immaginare detenuto solo da inarrivabili Maestri. In una situazione in cui si è di fronte alla vita e alla morte che esitazione ti può essere concessa? Lo so, è inaccettabile alla 'buonistica' filosofia che governa la nostra istruzione ed educazione ma questa è educazione marziale ed è l'unica possibile altrimenti diventa una parodia insignificante e patetica come gli esami che si tengono abitualmente nelle federazioni di karate italiane. Eravamo in 7, in commissione oltre ad Higaonna Sensei, Nakamura Sensei, Larsen Sensei, Bakkies Sensei e Molineux Sensei. Questo è stato il mio quarto esame sostenuto ad Okinawa e il quinto di fronte al mio Maestro e in alcune occasioni anche di fronte agli ultimi discepoli di Chojun Miyagi Sensei: An'Ichi Miyagi e Sensei Shuichi Aragaki Sensei. Ogni esame ha lasciato un segno profondo nella mia mente così come nel corpo (ancora ho un punto della gamba dolorante per un colpo ricevuto in combattimento dal capo istruttore Moldavo Sensei Viktor Panasiuk nel 1998) e sono stati tutti durissimi, una vera prova al limite delle mie possibilità, fisiche e mentali. Quello di oggi è stato in assoluto l'esame più intenso, psicologicamente, forse proprio perchè la posta in gioco era altissima e anche i Maestri in commissione non potevano permettersi di sbagliare ad attribuire un grado così alto a chi non lo meritasse appieno. L'atmosfera nel Dōjō era profondissima come di fronte ad un cerimonia di Seppuku. Ho fatto tutto quello che so fare, ho dato tutto.

Questo sacco d'ossa ha fatto il suo dovere e anche la mia anca malmessa che in questi ultimi giorni mi impediva di camminare senza zoppicare, mi è stata alleata e non si è fatta sentire. I miei quarant'anni di pratica si sono condensati in queste ore, come pare che accada a chi, sul letto di morte, vede scorrere davanti ai suoi occhi tutta la sua vita negli ultimi istanti. Sono soddisfatto, a prescindere da quello che sarà il giudizio finale (che si saprà solo sabato sera). Se sarò considerato all'altezza di detenere un grado tanto alto allora farò del mio meglio per onorare tale decisione e praticherò ancora più duramente per continuare a meritare tale riconoscimento. Se si riterrà che il mio livello non è ancora maturo allora accetterò con gratitudine questo ammonimento e praticherò ancora più duramente per raggiungere la perfezione. Il guerriero ha diritto all'azione ma non ai suoi frutti recita il Mahabarata. E' proprio così." 

















#karatedo #okinawagojuryu #artimarziali #torakandojo #torakan #taigospongia #iogkf #karateantico #karatetradizionale #zen #zazen #zensoto #karate #artimarziali #budo #kenzenichinyo #bushido #asdtorakan #taigosensei #gojuryu #karatedo #meditazione #higaonna #settimodan #higaonnasensei