sabato 8 gennaio 2022

Il Buddha e Socrate

 




Nella guerra al pensiero convenzionale che chiamiamo, convenzionalmente, filosofia, Socrate è il grande stratega. Sta al centro del cerchio come un lottatore di sumo, raccolto su se stesso, tarchiato, basso, agile, pronto a scattare a destra e a manca, mai dove lo si aspetta, come Cassius Clay. La filosofia non è il suo mestiere. Non ha un sapere da monetizzare: so solo una cosa, ed è che non so niente. Dal terreno del non sapere, il più saldo di tutti, nessuno lo fa sloggiare. Chi lo coglierà in flagranza di sapere? Chi gli dirà: «Socrate, tu sai e tu sai perfettamente che tu sai e che io so che tu sai»? Partita persa in anticipo. Non si tratta di stabilire qui un paragone tra Socrate e il Buddha, e ancor meno un giudizio di valore. Ogni saggio è un continente con la sua flora, la sua fauna, le sue curiosità. Ma se il buddhismo è una filosofia, come si dice a volte, Socrate e il Buddha devono avere più punti in comune che differenze. Una breve panoramica mostra che non è così. Socrate nasce nel 470 a.C. Il Buddha sarebbe nato nel 480. Se queste date sono esatte, li separa solo un decennio. Socrate muore nel 399. Il Buddha forse nel 400. Entrambi insegnano. Il Buddha va avanti e indietro nella pianura del Gange, scortato da centinaia o migliaia di discepoli. Una vasta eco lo accompagna. Socrate non esce da Atene se non per obblighi militari. Si rivolge a un uditorio ristretto, gente di buona compagnia, a cui parla la lingua dei fabbri, dei ciabattini, dei conciatori. Uno è figlio di re, l’altro è figlio di un tagliapietre. L’uomo della plebe insegna ai principi, il principe parla all’uomo qualsiasi. Socrate vuole risvegliare la gente. Il Buddha anche. Socrate non smette di assillare i dormienti, come Meleto, Anito, Licone, coloro che non cercano, non interrogano, non trovano. Socrate cerca ma non per questo trova. È per questo che i dormienti nutrono risentimento verso di lui: perché sono stati svegliati per nulla. I dialoghi di Platone sono aporetici. Non si saprà, leggendoli, che cosa sono il bene, la pietà o la felicità «in sé». Socrate interroga. Non smette di interrogare. La filosofia dopo di lui si stabilisce nella precarietà dell’interrogazione, come il potente demone Eros che soffia sulle braci del pensiero. Il filosofo è colui che cerca le buone domande. Diffida delle risposte. Il Buddha non interroga. Non cerca. Come Picasso, trova. È impegnato in un processo di scoperte senza fine al quale dà il nome di nirvāṇa. Il nirvāṇa si manifesta quando la ricerca cessa. Il Buddha non si cura di questo rompicapo chiamato dialettica. La sua radianza fa a meno delle parole, è diretta, tangibile, travolgente, come un elefante nella savana. Quando il dialogo è finito Socrate sta alle costole del suo interlocutore. Vuole proseguire lo scambio, gode del dibattito. Un buddhista, invece, non dice: «Questo è vero, questo è falso». Non prende parte alla controversia. E perché non disputa? «Perché tutte queste discussioni non hanno rapporto con lo scopo, con la vita nobile, perché non conducono al disincanto, alla disillusione, alla cessazione, alla tranquillità, alla conoscenza profonda, all’illuminazione e al nirvāṇa» taglia corto il Buddha. Socrate turba, il Buddha tranquillizza. Socrate è il tafano sui fianchi della città. Il Buddha toglie i pungiglioni: «Vi insegno il cammino dove le spine scompaiono» (Dhp, 275). Socrate cerca la crepa del ragionamento e del ragionatore, il suo punto cieco. Mette tutto «sottosopra». Lo si accusa di corrompere la gioventù, di aizzare i figli contro i padri, contro lo Stato, contro gli dèi. Quando il boia, un uomo che non spacca il capello in quattro, gli porta la cicuta, Socrate lo guarda dal basso in alto con quello sguardo di toro che gli era abituale e che sembra insinuare che, dopotutto, fino a prova contraria, il capello si può spaccare eccome. «Tutto in lui ... è al tempo stesso occulto, pieno di secondi fini, sotterraneo» scrive Nietzsche (Crepuscolo degli idoli). Socrate porta una maschera: «Trascorre tutta la vita fra gli uomini fingendo ignoranza e scherzando» dice Alcibiade. Il Buddha non nasconde nulla, non dissimula nulla. Non fa ironie. È immutabile. Il suo sguardo è diretto come quello dell’elefante. Socrate disputa. La dialettica è una gara. Ma l’ultima parola, quella conclusiva, non gli appartiene. Il Buddha ha la parola finale, proclama la fine del mondo, proprio qui, in questo corpo alto sei piedi. La filosofia è al principio, è cosa da esordienti, filosofare è esordire. Socrate pensa. Il Buddha vede. Socrate tende alla saggezza –è il filosofo per definizione. Il Buddha non tende a nulla. Non è incline a nulla, sta nel Mezzo, a occhi aperti. Il nirvāṇa, dice un testo, è «lo stato senza inclinazioni».

 

Tratto da ‘Le Cose come sono’  di Hervé Clerc


© Tora Kan Dōjō














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