sabato 15 gennaio 2022

Essere Maestro, essere Allievo

 

Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Paolo Taigō Kōnin Sensei durante la Pratica Zen.

 


Semplice dire cosa bisogna fare in Zazen, tanto facile quanto è difficile poi metterlo in pratica. Nella tradizione Zen si dice 'Shikantaza', solo totalmente seduti, solo semplicemente seduti. Difficile da comprendere e da mettere in pratica per l'uomo contemporaneo, forse lo è sempre stato ma adesso è ancora più difficile proprio per la sua essenzialità, difficile perché la nostra mente complicata e condizionata è abituata a pensare che se non ci agitiamo in tutte le direzioni e ci teniamo impegnati in qualcosa non siamo noi, non esistiamo.

Allora lo Zazen ci propone: stai solo seduto !

Il modo per restare solo seduti è essere totalmente implicati nell'azione del sedere. Richiede che si sia completamente assorbiti nella postura e nel respiro, nel contatto con la terra, nella spinta che dalla terra si riversa nella schiena, nella nuca che è ben distesa e il mento un po' rientrato che slancia il corpo tra terra e cielo.

Il respiro è la vita che fluisce in noi, nient'altro... e allora c'è posto per tutti... non rifiutiamo, non scegliamo, non tratteniamo.

Quello che viene a trovarci mentre siamo seduti diventa parte del nostro zazen, come la pioggia in questo momento. La pioggia è pienamente il nostro Zazen. Fra le gocce di pioggia che cadono e la nostra postura non c'è nessuna separazione.

Lasciate che il suono dell'acqua e il canto della pioggia scivolino attraverso i vostri pensieri. Godetevi questo momento.

"In altre parti del mondo i giovani partono per lunghi viaggi lontani, in cerca di un futuro promettente.

Il loro viaggiare è spesso sospinto dal sogno di trionfare sul bene, di trovare un grande amore, o dalla speranza di fare facilmente fortuna.

Qui, nel Tempio dell'altrove, si arriva solo traslocando, sognando. L'unico motivo per cui puoi arrivare, è saperti orfano.

Puoi sperare di diventare un eroe, ma qui non esiste una tale possibilità. Nel mondo freddo, arido e pieno di solitudine di chi si è perduto, non c'è posto per gli eroi.

Ma qui, prima o poi, puoi scoprirti a guida di molti, e vederti adulto. E forse, di qualcuno, padre, madre, fratello, sorella."

Questo è l'incipit, la descrizione che ha scelto il mio primo Maestro per definire il monastero da lui fondato.

Qualcuno ha affermato che tra le grida della battaglia e l'eccitazione, il coinvolgimento emotivo, diventa facile anche morire. Magari si è anche convinti di morire da eroi, eppure nel silenzio dello Zazen noi scopriamo che cosa significa essere pienamente umani, comprendiamo che non c'è bisogno di azioni eccezionali per onorare la nostra piena umanità. Se già siamo capaci di essere totalmente seduti, pienamente implicati nell'azione di sedere, stiamo già portando avanti il nostro compito di esseri umani nel miglior modo possibile.

Pascal diceva: tutti i problemi dell'uomo derivano dal fatto che non è capace di stare seduto nella sua stanza. Sembra una banalità ma per chi siede in Zazen è davvero un'affermazione profonda e assai condivisibile. Nel Dōjō Zen, in tutto quello che accade in questo spazio ricco di simboli, di miti, dove possiamo vedere seduti tra noi i Buddha e i Patriarchi, sentirne il profumo, condividere un pasto con loro, richiede ad ognuno di noi la capacità di essere completamente soli e nello stesso tempo indivisibili dagli altri. L'educazione Zen passa dall'imparare a 'fare corpo', diventare 'uno', una cosa sola.

Chi entra nel Dōjō Zen pensando di trovare lì l'occasione per una propria autoaffermazione, chi entra pieno di idee, verrà immediatamente smentito dalla stessa postura di Zazen.

Comprenderà che se non lega il proprio destino a quello degli altri, la propria azione a quella degli altri, è destinato a soffrire.


Quello che accade nel Dōjō Zen è quello che accade abitualmente nella nostra vita quotidiana e non ce ne rendiamo conto, mentre nel Dōjō abbiamo gli strumenti e le occasioni, i linguaggi e le forme che ci permettono di rettificare il nostro comportamento, la nostra percezione.

Un altro aspetto molto importante nella Pratica Zen è la relazione con un Maestro, con qualcuno che possiamo riconoscere come un Insegnante. È un aspetto fondamentale che oggi in qualche modo si cerca di scavalcare per semplificarsi la vita.

Il rapporto con un insegnante è necessario, non tanto perché qualcuno più esperto di noi possa impartirci delle nozioni, come siamo portati a pensare quando pensiamo in Occidente all'insegnamento, ma perché un vero insegnante, ovvero che ha esperienza e che ha praticato davvero sotto la guida di un altro insegnante assorbendone il carattere e le strategie educative, è capace di essere il nostro specchio.

Non è affatto scontato che entrando in una classe si diventi degli allievi, nemmeno dopo anni di frequentazione. Essere degli allievi significa non perdere occasione per provocare il nostro Maestro ad insegnarci.

Un vero Maestro (appellativo che non ha nulla a che vedere con qualifiche, gradi…), e vale per qualsiasi ambito, insegna solo se è chiamato, con una certa insistenza, con una grande passione, ad insegnare.  Un vero Maestro non insegna perchè vuole affermare sé stesso o perché vuole esibire una qualche conoscenza o abilità,  insegna perché è sollecitato a rispondere ad una domanda alla quale non può sottrarsi, e la sua risposta non va mai al di là della qualità della domanda.
Anche solo uno sguardo o un gesto del discepolo possono diventare una domanda impellente per il maestro.


In un Dōjō Zen il rapporto con un insegnante è sempre uno ad uno, non si insegna mai ad una classe.
Non ci si può nascondere nel 'gruppo'.
Uno a uno, 'I shin den shin', da cuore a cuore.

Si deve essere in grado di esporsi e di affidarsi, di far percepire a quello che noi consideriamo il nostro insegnante tutto il nostro appassionato desiderio di imparare, di praticare, e allora un insegnante non può fare a meno d'insegnare.

Senza questa attitudine si rischia di frequentarsi senza essersi davvero mai incontrati, senza essersi mai davvero contaminati l’uno con l'altro, senza avere mai corso il rischio della relazione.

Parlo da allievo, sto mettendo i miei piedi nelle orme che ho già percorso, posso raccontarvi solo quello che ho vissuto. Bisogna essere intraprendenti, bisogna fare un passo in più di quello che anche il nostro insegnante può aspettarsi da noi, poi cercare di cogliere ogni occasione, ogni parola, ogni esortazione, ogni riferimento per arricchire la nostra personale ricerca. Imparare non significa mai ripetere pedissequamente quello che pensiamo di dover imparare, significa creare sulla base di quella esperienza. 

Ricordo bene, negli anni trascorsi a imparare sotto la guida del mio Maestro radice, quanto fosse importante il fatto che il suo Insegnamento si rivelasse essere un discorso che rimaneva in sospeso per poi riprendere, in altro tempo ed altro spazio in modo inatteso. Tante volte ho visto persone con l'aria perplessa di chi non comprende, io comprendevo invece che era un discorso ininterrotto, fluiva continuamente di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, e si arricchiva. Non era un discorso che aveva un inizio ed una fine con l'intenzione di chiudere un cerchio, presupponeva il camminare insieme.

Non c'era da andare da qualche parte in particolare, era contemplare insieme il paesaggio che di giorno in giorno cambiava e si trasformava, così come si trasformava l'Insegnamento in funzione del paesaggio.
Il Cammino comune ed il paesaggio condiviso erano l'essenza della Trasmissione non andava ricercata altrove.

A volte, soltanto dopo mi sono reso conto di quanto ogni parola, ogni gesto, ogni esperienza vissuta insieme riverberasse nelle parole, nei gesti, nelle esperienze che ci trovavamo a vivere a distanza di qualche tempo. Era come se il discorso riprendesse da dove si era interrotto e continuasse ad esprimere più profondamente e compiutamente quel sentire.

Quello che lega e permette la trasmissione è guardare insieme in una direzione comune, avere un progetto, un sogno comune. Se invece ci si avvicina ad un Insegnante solo per soddisfare delle esigenze personali non lo si incontrerà mai. 

(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin)



© Tora Kan Dōjō

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