sabato 23 gennaio 2021

Incontrare il vero drago




Un piccolo commento del maestro Zen Gudo Wafu Nishijima, all'ultima parte del Fukanzazengi di Dogen Zenji:

C'era una volta un uomo che era affascinato dai draghi.
Le pareti della sua casa erano allineate con dipinti di draghi e ogni scaffale era pieno di figurine e statue di draghi.
Un giorno, un vero drago si ritrovò a guardare fuori dalla sua finestra.
Quando vide tutte queste immagini di draghi, traboccò di gioia, perché qui, chiaramente, viveva qualcuno che amava i draghi.
Sarebbe sicuramente molto felice se un vero drago venisse a trovarlo.
Ma quando l'uomo guardò fuori e vide il drago, ebbe così paura che svenne immediatamente.


L'opinione del Maestro Dôgen è quindi molto chiara.
Non dobbiamo correre dietro alle immagini della Verità.
Non dovremmo attaccarci a teorie o spiegazioni intellettuali.
È meglio incontrare la Verità direttamente.
Praticare Zazen è incontrare la Verità dei Buddha.
Praticare Zazen è incontrare un vero drago, faccia a faccia.




© Tora Kan Dōjō





















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mercoledì 20 gennaio 2021

Intervista a Sensei Spongia su Radio Francigena


                              Intervista a Sensei Spongia su Radio Francigena
                                                          19 Gennaio 2021




Se pensiamo ad un eremita nel bosco, ci immaginiamo un francescano a piedi scalzi, o un monaco zen che si sottopone ad una severa disciplina. Mentre il francescanesimo oramai consegna i Papi, il buddismo zen si è diffuso nelle nostre città e nelle nostre campagne, sebbene sia nato molto distante, nel tempo quanto nello spazio. Eremo delle rose e delle radici è un cammino in un bosco di voci di praticanti, monaci e studiosi che stanno rimodellando, ciascuno a proprio modo, lo zen alle nostre latitudini.

In un paese di poeti, santi ed esploratori sono stati gettati i semi di un’antica pratica spirituale e religiosa: il buddismo zen. Mezzo secolo orsono i primi incontri, i primi ritiri e le prime sale di meditazione.
Oggi lo zen è diffuso capillarmente sul territorio italiano ma chi lo trasmette? Chi lo insegna? Chi lo vive quotidianamente?

E come è rinato nella nostra terra e a contatto con la nostra cultura? Eremo delle rose e delle radici è un piccolo cammino radiofonico alla scoperta delle voci di alcuni maestri e praticanti.

Prima puntata: quattro passi con Paolo Taigō Kōnin Spongia (Roma, 1962).

Paolo Spongia è insegnante di Okinawa Goju-Ryu Karate-Dō, allievo e rappresentante in Italia di Morio Higaonna Sensei, nonché fondatore del Tora Kan Dōjō di Roma. Nel 2002 riceve l’Ordinazione monastica zen sōtō dal maestro Fausto Taiten Guareschi mentre nel 2020 riceve la trasmissione del Dharma dal maestro Federico Dainin Jōkō, abate della Comunità de La Montagne Sans Sommet.



© Tora Kan Dōjō














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martedì 19 gennaio 2021

Nella difficoltà è bene tacere





" In certe occasioni bisogna stare attenti nel parlare per non causare disturbi. Quando nel mondo avviene qualcosa di grave, la gente perde il controllo e si agita. Ma in queste situazioni è inutile parlare, ne derivano discussioni e lotte, discorsi che screditano gli altri e creano dei nemici.
In tempi simili è bene stare a casa e dedicarsi alla poesia e ad altri svaghi."
Hagakure

l'Hagakure è un prezioso testo Samurai del 1600 in cui Tashiro Tsuramoto raccoglie le memorie e gli insegnamenti del suo Maestro Yamamoto Tsunetomo.
Tsunetomo era stato un Samurai del Feudo di Nabeshima e alla morte del suo Signore, invece di fare seppuku, si rasò la testa e divenne un monaco Zen Soto.
Questo libro doveva essere distrutto secondo le indicazioni date da Tsunetomo al suo discepolo (Hagakure significa 'nascosto tra le foglie' a sotolineare la segretezza ed intimità dell'Insegnamento) ma questi non ubbidì perchè le parole del suo Maestro non andassero perse.
Questa la Prefazione che scrisse Tashiro Tsuramoto:
"Presto o tardi tutti gli undici volumi di questo scritto dovranno essere bruciati. Io, Tashiro Tsuramoto, ho scritto fedelmente quanto il Maestro Yamamoto Tsunetomo desiderò ricordare ai posteri riguardo alla vita politica, alla condotta dei Samurai, alle usanze del tempo, volendo far tesoro del suo insegnamento.
Chi leggerà queste note forse potrà provare collera o antipatia, per questo il Maestro mi ha raccomandato frequentemente di bruciare ad ogni costo il manoscritto.
Ci siamo incontrati per la prima volta il cinque marzo dell'era Hiei.

"Quanto è distante
da questo mondo
il ciliegio selvatico?"

Yamamoto Tsunetomo

"Sotto bianche nuvole,
sotto il ciliegio infiore,
ci siamo appena incontrati."

Tashiro Tsuramoto


Tratto da ‘Hagakure’ traduzione di Luigi Soletta Ed. Ave
© Tora Kan Dōjō














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sabato 16 gennaio 2021

Coltivare Nyozé (versione Italiana e Francese)


Nyozé, il 'così com'è', è senza alcun dubbio il cuore della pratica dello zen.
Coltivare Nyozé significa sperimentare una contingenza che sfugge agli schemi delle nostre avide congetture intellettuali. Nyozé è il vero koan della nostra quotidianità. 
Che le cose siano “come sono”, contemplarlo, realizzarlo, percepirlo, non significa affatto che esse sono “così” e basta. Che le cose siano “come sono” significa che in quel preciso istante, sotto i miei occhi, ciò che accade davanti a me accade per me e attraverso di me, ed è com’è per me. L’esperienza del 'cos' com'è' è l’opposto della ricerca dell’Assoluto; eppure è proprio quando tutte le cose sono “come sono” che vediamo come in esse opera misteriosamente l’eternità. 
Ma cos’è allora l’eternità? È il dischiudersi di un fiore nato e morto in un istante della mia vita. E il fiore stesso, nato e morto nei miliardi di istanti di centinaia di vite che lo contemplano. Pertanto, non c’è la vita di un fiore, ma centinaia di vite sono la vita di un solo fiore. Il mondo intero è dunque un solo e unico fiore, e un solo e unico fiore che si sta schiudendo, che sboccia miliardi di volte in migliaia di vite. Questa esperienza ci strappa dalla nostra visione ristretta e ci getta nell’oceano di compassione del mondo; può essere che stiate dicendo a voi stessi che non vedete qual è qui la relazione con la compassione. Beh, come possono i vostri cuori non traboccare d’amore e di compassione sapendo che quel fiore sotto i miei occhi è amato da centinaia di vite prima o dopo di me, e che ha abbellito centinaia di vite prima e oltre la mia? Come può non traboccare di compassione sentendosi finalmente racchiuso in un’esistenza che non è né cominciata né si è mai conclusa? Quando realizziamo ciò, per davvero, allora ci manca il fiato talmente la Vita è abbondante e infinita. Sì, è da togliere il fiato. Allora semplicemente, respirate. Il 'così com'è' non è un concetto semplicistico, è, al contrario, rimparare ad assaporare la vita infinitamente. Per sempre.


Estratto dal libro ‘Bere la luna e cavalcare le nuvole

(Traduzione a cura di Arianna Carlesi)


Versione in Francese:

Nyozé, l'ainsité, est sans nul doute le coeur de la pratique du zen. 
Cultiver nyozé c'est faire l'expérience d'une contingence qui échappe aux schémas de nos conjectures intellectuelles avides. Nyozé c'est le véritable koan de nos quotidiens. Que les choses soient "ainsi", le contempler, le réaliser, le percevoir, ni signifie aucunement qu'elles sont "comme-ça" et basta. Que les choses soient "ainsi" signifie qu'à cet instant là, précis, sous mes yeux, ce qui se produit devant moi se produit pour et par moi, est c'est ainsi pour moi. L'expérience de l'ainsité est l'opposé de la recherche de l'Absolu ; et pourtant c'est bien dans l'ainsi de toutes les choses qu'oeuvre mystérieusement l'éternité. Mais qu'est-ce que donc l'éternité ? C'est que l'éclosion d'une fleur nait et meurt dans un instant de ma vie. Et que la même fleur, nait et meurt dans les milliards d'instants des centaines de vies qui la contemplent. Aussi il n'y a pas la vie d'une fleur, mais des centaines de vies sont la vie d'une seule fleur. Le monde entier alors est une seule et unique fleur, et une seule et unique fleur en éclosant, éclot des milliards de fois en des milliers de vies. Cette expérience nous arrache à nos vues étriquées et nous jette dans l'océan de compassion du monde ; vous vous dites peut être que la compassion , ici, vous n'y voyez pas le rapport. Et bien comment vos coeurs ne déborderaient pas d'amour et de compassion en sachant que cette fleur sous mes yeux est aimée par des centaines de vies avant et après moi, et qu'elle a embelli des centaines de vies en deçà et au delà de la mienne? Comment ne pas déborder de compassion de se sentir enfin pris dans une existence qui n'a ni commencé ni ne s'est jamais achevée? Quand nous réalisons cela, pour de vrai, alors le souffle nous manque tellement la Vie est abondante et infinie. Oui c'est à en couper le souffle. Alors simplement, respirez. L'ainsité n'est pas un concept simpliste, c'est au contraire réapprendre à gouter la vie infiniment. Eternellement.

Extrait du livre «Boire la lune et chevaucher les nuages»


© Tora Kan Dōjō















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martedì 12 gennaio 2021

Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere


James Hillman
«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». 
Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l'ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l'ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un'atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L'unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l'ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all'ultima soglia dell'essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull'essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l'essenza della vita».

Com'è morire?

«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c'è perdita in quel senso. C'è la fine dell'ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E' molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E' una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall'induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E' accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E' vero. E' molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage - come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione - oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l'attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco

«E' molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l'osservazione che ha fatto, l'odore dell'aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev'essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell'alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.


Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l'intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».


Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c'è la morte, e se c'è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un'intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c'è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E' raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E' prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand'è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l'intera cerimonia - perché la definirei così - non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l'idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c'è un'altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C'è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c'è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E' questo il punto».

E' pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un'arte estrema del vivere.«Non mi piace definirla un'ars moriendi. E' piuttosto un'arte dello stare in prossimità dell'essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».


James Hillman 
(fonte Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)
















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sabato 9 gennaio 2021

Il Secchio Incrinato (versione Italiana e Francese)



Nella provincia di Gangwon, c’era un monastero zen perduto nella campagna dove dei monaci vivevano una vita tranquilla lontano dal mondo.
Tutti i giorni, il monaco cuoco prendeva la sua canna di bambù sull'estremità della quale erano appesi due secchi, uno all'estremità destra e l’altro a sinistra, e partiva fino al fiume per cercare dell’acqua.
Camminava per tre ore, raccoglieva l’acqua per il monastero e camminava di nuovo altre tre ore per tornare. Uno dei suoi secchi grandi era molto vecchio.
Era vecchio, fessurato, bucato, il suo legno era stato usurato dal tempo. 
Il secondo secchio invece era tutto nuovo.
Un pomeriggio, mentre il monaco si riposava sotto la tettoia del tempio, sentì il vecchio secchio lamentarsi: “sono vecchio, fragile, fessurato, non servo a niente, o quantomeno servo a poco.
Tu, disse rivolgendosi al secchio più giovane, quando rientriamo al monastero, sei pieno d’acqua fino all’orlo. Io invece, con le mie fessure, le mie perdite, i miei buchi, arrivo appena a metà.
Non sono altro che dispiacere per i monaci, presto si sbarazzeranno di me.” 
All’ascolto di queste parole, il monaco fu preso dalla compassione.
Prese allora il vecchio secchio e si incamminò verso il fiume con lui.
Camminando gli disse: “Guarda il lato opposto del sentiero, quello che prendiamo al ritorno dal fiume, quello che al ritorno dal fiume è dal tuo lato, quello sul quale tu perdi più della metà della tua acqua per la tua fragilità. Osserva bene: quello, è il lato del cammino che è fiorito.
E il secchio si mise allora ad amare le sue fragilità e a esserne felice. 
Non immagini a che punto le tue fragilità possano essere piene di luce, piene di fiorescenze. Non cercare nessuna verità. Diventa giusto ciò che sei.
Queste crepe in noi Dobbiamo amare queste crepe in noi, queste stesse crepe che ci fanno credere che la crepa è nell’altro. L’albero che cade nella foresta, fa rumore se nessuno lo sente?

Estratto dal libro ‘Bere la luna e cavalcare le nuvole




Commento di Taigō Sensei:

In questi giorni difficili, di fronte alla difficoltà ancora più evidenti appaiono le nostre fragilità e le fragilità degli altri.
Osservando gli altri questi giorni diventano lo specchio che riflette e svela le nostre debolezze, le nostre paure, la nostra stessa limitatezza umana.
Quando sediamo in Zazen impariamo ad osservare , diventare consapevoli ed accogliere tutto quello che ci costituisce, quello che amiamo di noi così come quello che detestiamo.
Come nell’arte Giapponese dello Kintsugi si ricostruisce una tazza in frantumi riempiendo d’oro le incrinature e il risultato è un’opera d’arte più bella e preziosa di una tazza nuova e integra. Così noi cuciamo il nostro Kesa con le pezze di stoffa che il mondo rifiuta che cucite insieme danno forma all’Abito più nobile, più puro, l’Abito del Risveglio che veste il nostro Zazen.
Così quando Pratichiamo Zazen, in una pratica di riconciliazione, ricuciamo con l’oro della consapevolezza e della compassione tutte le incrinature, le fragilità che riconosciamo in noi e negli altri e ne facciamo l’opera d’arte della vita che tutto abbraccia e nulla esclude.
In questi giorni vedendo la fragilità e le paure degli altri, riconoscendo che sono le nostre stesse fragilità e paure, le accogliamo e questo ci fa sentire più uniti e possiamo prenderci cura degli altri come una madre o un padre si prendono cura del loro bambino.
Il mio augurio dunque è che vi prendiate cura di voi e gli uni degli altri, anche di chi incontrate per strada sul vostro cammino, perché state incontrando vostro fratello.




Versione Francese 

 Il y avait dans la province de Gangwon, un monastère zen perdu dans la campagne et ou des moines vivaient une vie paisible i l'écart du monde. Tous les jours, le moine cuisiner prenait sa canne de bambou au bout de laquelle étaient accroches deux seaux, une à l'extrémité droite et l'autre a gauche, et il partait jusqu'à la riviere pour chercher de l'eau. Il marchait trois heures durant, puisait l'eau pour le monastère et marchait de nouveau trois heures durant pour revenir. Un de ses grands seaux était très très agé. Il était vieux, felé, troué, son bois avait été mangé par le temps. Le second seau, lui, est tout neuf.
Or, un après-midi, alors que le moine se reposait sous lauvent du temple, il entendit le vieux seau se plaindre:
Je suis vieux, fragile, felé, je ne sers à rien ou, tout du moins, a pas grand-chose. Toi, dit-il en regardant le seau tout neuf, quand nous rentrons au monastère, tu es plein d'eau, à ras bord. Alors que moi avec mes telures, mes fuites, mes trous. J'arrive au mieux à moitié plein. Sans doute ne suis-je que deception pour les moines, bientôt ils se débarrasseront de moi
En entendant ces paroles, le moine fut pris de compassinon. Il prit alors le vieux seau et fit le chemin vers la riviere avec lui. En marchant, il lui dit: “Tu vois le côté opposé du sentier, celui que l'on emprunte lorsque l'on revient de la rivière, celui qui au retour de la rivière est de ton coté, celui sur lequel tu perds plus de la moitié de ton cau, où tu fuis, par ta fragilité. Regarde bien: c'est le côté du chemin qui est fleuri.
Et le seau se mit alors à aimer ses fragilités et à en être heureux.
Tu n'imagines pas à quel point tes fragilités peuvent étre pleines de lumière, pleines de floraisons. Ne cherche aucune vérité.
Deviens juste pleinement ce que tu es.

Extrait du livre «Boire la lune et chevaucher les nuages»



Commenter par Taigō Sensei:

Je veux partager un mot sur les paroles de Federico Dainin Sensei que je viens de lire. 
En ces jours difficiles, dans la difficulté comme en ces jours, nos fragilités, peurs, faiblesses sont encore plus évidentes. Nous les voyons en autrui aussi, elles sont évidentes comme dans un miroir. Nous nous voyons, et nous savons notre fragilité. 
Pourtant en Zazen nous observons nous prenons conscience de tout ce que nous sommes, tels que nous sommes et nous apprenons à accueillir et à accepter, y compris nos faiblesses, peur et fragilités. C'est comme réparer une tasse brisée faisant couler une pate d'or pour rassembler les morceaux brisés. C'est comme quand nous cousons notre habit de moine: nous rassemblons et nous nous revetons de ce que nous avons rassemblé. 
Méditer c'est cela: accueillir et embrasser tout de nous, remplissant d'or nos fractures, les nôtres et celles d'autrui. 
Mon voeu est qu'en ces jours difficiles, nous pussions cueillir l'occasion, comme ne méditant, d'accueillir nos fragilités et celles d'autrui, et réalisant nos fragilités, nous tenir encore plus proches les uns des autres, prenons soin de nous les uns les autres comme un père une mère le font avec leur enfant. Prenez soin de vous et de celui que vous rencontrez.

© Tora Kan Dōjō

















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