mercoledì 29 aprile 2020

L'essenza del Sanchin

Nakamura Sensei esegue shime su Spongia Sensei mentre esegue Sanchin Kata

L’essenza del Kata Sanchin nelle parole di un Maestro Cinese di Kung Fu



«Il corpo si coordina con il centro, il dantian.

Quando il dantian inizia a muoversi, ogni parte del corpo si muove simultaneamente e in connessione.

I muscoli delle gambe e della schiena lavorano insieme e il corpo muove le mani, che esprimono la forza.
Si tratta di un movimento tridimensionale, realizzato da tutto il corpo.

Il dantian, le anche, le ginocchia, le gambe lavorano in sincronia facendo muovere la forza a spirale per tutto il corpo.
L'area del dantian di per sé non ha molta forza, ma quando si coordina con il resto del corpo può convogliare una grande potenza.
Quando il movimento parte dal dantian, l'energia del centro comunica con tutto il resto del corpo diventando molto potente».

Chen Xiaowang

Okinawa Budokan 2016, Le Cinture Nere IOGKF dimostrano Sanchin, sulla sinistra Sensei Taigo Spongia




















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sabato 25 aprile 2020

Per non dimenticare

Avevamo già pubblicato questo articolo (a firma di Taigō Sensei)  nel Dicembre 2010 lo riproponiamo in occasione della celebrazione del 25 Aprile di quest’anno in questo momento così difficile per il nostro Paese e per il Mondo intero.

Consideriamo queste testimonianze dei preziosi tesori che ci ricordano da dove veniamo e dove dobbiamo dirigerci per onorare il sacrificio di tante giovani vite.

Sofia, la madre di Alfredo, è accolta dai Bersaglieri quando giunge sul luogo della sepoltura.
Gli sguardi sono straordinari, esprimono compiutamente lo sgomento e il dolore di quei momenti
 Qualche settimana fa ho postato la cartolina funebre che scrissero i miei nonni per annunciare la morte, nella Battaglia di Montecassino, di mio Zio Alfredo che fu, all’età di vent’anni, il primo a cadere nella terribile Battaglia.
Potete leggere qui l'articolo:  
Lo scorso 8 Dicembre (il giorno successivo alla ricorrenza della morte di Alfredo) mia madre mi ha fatto dono di un altro prezioso e toccante documento che desidero e ritengo doveroso condividere con tutti voi perché la memoria della lealtà, coraggio e nobiltà di questi uomini non vada persa.
Qui potete visionare e leggere il documento originale:
In un momento come quello che sta vivendo il nostro Paese ormai povero di esempi di lealtà, coraggio e onore, la memoria di questi uomini, delle loro gesta, emozioni, ideali, può essere la scintilla che risvegli ad una nuova consapevolezza gli spiriti anestetizzati. 
Si tratta di una lettera recapitata ai miei nonni, scritta dal Sergente Riccardi, nella quale descriveva gli ultimi momenti di Alfredo.
La lettera giunse quando già i genitori di Alfredo avevano raccolto le sue spoglie.
Ma quel che è più toccante di questa lettera è che il Sergente Riccardi non ebbe  la possibilità di spedirla e morì pochi giorni dopo sul campo di battaglia (come scrive a matita in calce il sergente che l’ha inoltrata).
Il Sergente Riccardi scrisse, il giorno prima di morire, una struggente lettera alla madre in cui le dà il suo addio usando parole di grande coraggio e nobiltà.
Questa la lettera del Serg. Ricccardi alla madre  (già pubblicata sul sito www.dalvolturnoacassino.it che ringraziamo) :

Giuseppe Riccardi
Medaglia d’Oro al Valor Militare
Sergente del LI° Battaglione
Bersaglieri A.U.C. *Montelungo*
- figlio di emigrati in Francia -
prima di partire per Montelungo
….. scrive alla mamma …..

S.Agata dei Goti, 6 dicembre 1943

Carissima Mamma,
quando queste mie ultime righe ti giungeranno, io sarò andato a raggiungere Papà.
Questa sera sono stanco. Quattro vecchi amici bersaglieri, ma di quelli di una volta, ci hanno lasciato congedati; domani sera entriamo in azione, non sarà per me la prima, comunque c’è un pò di nervosismo in me.
Non mi allungo a parlare di interessi.
Altro non ho se non qualche centinaio di lire in tasca: per i miei indumenti militari, poca roba mia, se possono i miei compagni te li faranno avere.
Per gli interessi ho finito e parliamo un pò di noi.
Carissima Mamma, mai come in questi momenti ti ho sentito così vicino a me come pure al mio caro Papà ed ai miei cari Nonni.
Le Zie mi aiutano con le loro Preghiere e non credo di avere dei nemici. Ove sono passato io sono, ringraziando Voi miei cari e parlo anche a Papà, sempre stato stimato, se non altro per la mia onestà e lealtà.
Possa il mio sacrificio servire a qualche cosa per la salvezza dei nostri piccoli e per la grandezza della nostra cara ITALIA che ho tanto amato. Oggi è avvilita ma un giorno verrà, e di questo ne sono certo, in cui ritroverà il suo posto al sole e non saremo più schiavi.
Non piangermi Mamma perché non piango nemmeno io.
Tutto ho donato e ciò che mi dispiace e di non aver fatto abbastanza: non è colpa mia e ciò mi consola.
Alle care Zie Suore non so come ringraziarle di tutto ciò che hanno fatto per me. Non una ma tre Mamme ho avuto la fortuna di avere e questo vuol dire tutto. La buona Madre di Genova, Suor Angela, il Padre Ambrogio di San Remo, i miei cari amici montanari di San Remo e Moresco di Genova un mio gentile pensiero.
Una bimba di Marostica, il cui indirizzo troverai nel mio libretto rosso, fu per me una cara sorella.
Gli amici d’armi sono troppi per elencarli: il mio povero tenente Nai che ho dovuto lasciare a Cellino, il mio caro Capitano Castelli, che fu per me un Padre molto più giovane di me e caro Fratello più che Superiore. A tutti grazie.
Alla mia cara Giorgetta che mi perdonerà se non ho potuto fare realtà il nostro sogno, desidero e voglio sperare che sarà più felice nell’avvenire e questo glielo auguro di tutto cuore, perché è l’unica, la sola per me, la quale avrei voluto fare la compagna della mia vita.
A tutti i miei amici di Francia i miei pensieri affettuosi con l’augurio e la certezza che come l’Italia nostra, la Sua sorella rinascerà dopo questa dura prova.
Mamma, ti bacio caramente, sorridi e non pensare a me che sono felice.
Baciami Giorgetta e ogni tanto prega per me e Papà.

Ti voglio tanto bene.
tuo Peppino

Questo il testo che vi ho trascritto della lettera inviata ai miei nonni:
Caro signore, il compito da lei richiesto non è certamente uno dei meno gravosi ma è con orgoglio di soldato e per i vincoli di affetto che ad Alfredo mi legavano che mi accingo a farlo sicuro di adempiere così uno dei più sacrosanti doveri derivanti dall'amicizia confermata sui campi di battaglia. 
So che in certi frangenti a nulla contano le parole voglio però pregarla di essere forte e fiero che suo figlio abbia compiuto sino all'ultimo il suo dovere di soldato.
Il nostro battaglione entrò in linea il giorno 6 dicembre 1943 e la notte del 7 il piombo nemico volle consacrare in Alfredo il primo caduto dell'esercito di questa Nuova Italia.
Una scheggia di mortaio lo colpiva all'altezza del cuore;
subito venne soccorso da noi tutti che ci trovavamo vicini ed immediatamente trasportato all'infermeria.
Nulla fu lasciato intentato ma il destino purtroppo doveva avere il sopravvento.
Causa la mortale ferita ed il centro vitale colpito brevissima è stata la sua sofferenza, infatti durante lo stesso trasporto al pronto soccorso soccombeva lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia della nostra 3a moto dove era da tutti stimato e benvoluto.
I pochi oggetti personali furono consegnati ad un suo carissimo amico che devi averli presso di sé ed il cui indirizzo è il seguente: …………
Altro materiale, cioè oggetti di corredo personali borghesi, si trova tutto ora alla nostra base di Airola (?) e sarà cura mia farglielo pervenire non appena detta base si raggiungerà.
Le trascrivo inoltre l'indirizzo del nostro caro Capitano Castelli che potrà confermarle quanto sopra e che fu particolarmente colpito dalla scomparsa di uno dei suoi migliori capi-squadra ed allievi.
Capitano castelli Enea 51º battaglione bersaglieri.

Il corpo di Alfredo è stato sepolto nel cimitero di guerra di (…?...) Valle di Lauro presso Mignano (davanti Cassino) croce n. 3 o 4.
Gli eventi bellici ( dal 6 febbraio con un altro battaglione ) non mi hanno permesso di recarmi personalmente da Lei ma pur sembrando forse gelide le parole vorrei rassicurarla che sono sempre felice di poter dare un minimo di consolazione al suo cuore di padre.
Il ricordo del nostro Alfredo ci accompagnerà ovunque e sarà per noi sempre di incitamento a meglio fare seguendo le sue orme d’avanguardia sulla via del dovere e dell’onore.

Vostro Sergente Riccardi Giuseppe

in calce a matita:

Egregio Sig. Aguzzi,
siccome il sergente Riccardi non ha potuto inviarvi prima la lettera perchè come ben sapete le lettere non sono ammesse, con piacere oggi, per mezzo di un amico, vi faccio recapitare questa lettera e con vero dolore vi comunico che il sergente Riccardi è caduto in combattimento qualche giorno dopo aver scritto la presente.
Questo è il nostro destino.

Tante cordialità e le mie più sincere condoglianze.

Sergente Menichini (?) Paolo


 
Mia Nonna Sofia, madre di Alfredo, giunta sulla tomba del figlio.



© Tora Kan Dōjō



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giovedì 23 aprile 2020

Il pensiero del tempo


Egli viveva accanto a Vasudeva, e talvolta scambiavano qualche parola, poche e ben ponderate parole. Vasudeva non era amico delle parole, e raramente riusciva a Siddharta d'indurlo alla conversazione. 
Una volta gli chiese: hai appreso anche tu quel segreto del fiume, che il tempo non esiste? 
Un chiaro sorriso si diffuse sul volto di Vasudeva. Sì Siddharta -rispose- ma è questo ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l'ombra del passato, neanche l'ombra dell'avvenire? 
Sì, questo -disse Siddharta-.
E quando l'ebbi appreso, allora considerai la mia vita, e vidi che è anch'essa un fiume, vidi che soltanto ombre, ma nulla di reale, separano il ragazzo Siddharta dall'uomo Siddharta e dal vecchio Siddharta. 
Nulla fu, nulla sarà. Tutto è, tutto ha realtà e presenza. 
Siddharta parlava con entusiasmo; questa rivelazione l'aveva reso profondamente felice. 
Oh, non era forse il tempo la sostanza di ogni pena, non era forse il tempo la sostanza di ogni tormento e d'ogni paura, e non sarebbe stato superato e soppresso tutto il male, tutto il dolore del mondo, appena si fosse superato il tempo, appena si fosse trovato il modo di annullare il pensiero del tempo?
Siddharta, Hermann Hesse


© Tora Kan Dōjō





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sabato 18 aprile 2020

Sostenersi nell'Esercizio

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.


Il Moppan, nel corridoio del Tora Kan Dōjō , 
segna i momenti della Pratica Zen
Qualche minuto prima dello Zazen bisognerebbe raccogliersi in silenzio in attesa dei suoni che invitano all’ingresso nel Dōjō
Bisognerebbe predisporsi a varcare la soglia del Dōjō.
Sono molto contento che voi coltiviate un’amicizia che va oltre la frequentazione nel Dōjō, è una cosa molto bella ed importante, ma dovete fare attenzione che l’intimità che vi lega non v’impedisca di coltivare la concentrazione e sostenervi vicendevolmente nell’esercizio.
Il legame che si crea praticando insieme nel Dōjō è molto profondo, si crea un’intimità molto profonda che richiede di essere custodita e protetta continuamente. 

Nel Dōjō dovreste sostenervi a vicenda mantenere e coltivare una profonda concentrazione; chi ha più esperienza dovrebbe mettersi al servizio ed essere da esempio.
Ognuno di voi deve essere un sostegno per gli altri, un modello per ricordare cosa siamo chiamati a fare in questo momento preciso. 
Ognuno di noi ha bisogno di questo sostegno nessuno escluso.

Taigō Sensei 
Se io percepisco la vostra concentrazione, questo mi aiuta a trovare la mia, mi aiuta ad instaurare la profondità del mio esercizio, e questo avviene per ognuno di noi.
Bisogna avere la capacità di cogliere l’essenza di ogni situazione e sapersi adeguare, armonizzare.
Incontrarsi di fronte ad un bicchiere di vino, in una pizzeria, non è la stessa cosa che incontrarsi nel Dōjō per sedere insieme in Zazen. E non significa che quel momento richieda meno concentrazione o sia meno prezioso. 
Ogni momento richiede una forma precisa perché sia vissuto a pieno, perché sia onorato nella forma che gli è congeniale. Se sbagliamo la forma, il tempo adeguati alla situazione che stiamo vivendo, perdiamo l’essenza di quel momento e anche la nostra azione non sarà efficace.
Lo so che non è facile, perché più si diventa intimi, amici, più si creano legami, e più questo diventa per certi versi difficile, impegnativo ma è proprio lì che inizia il nostro esercizio, è lì che la Pratica si fa potente e anche esigente e ci costringe a riflettere sul significato autentico e profondo della relazione con gli altri.
Bisogna coltivare un legame che vada oltre l’idea di legame a cui siamo abituati a pensare.


Dettaglio dello Zendō
Nel Dōjō è come essere uniti in una cordata in alta montagna, ognuno è responsabile della vita e della sicurezza degli altri e ognuno può onorare questa responsabilità innanzitutto rimanendo concentrato sui propri passi.
Se veniste al Dōjō con vostro marito, fidanzato, un vostro intimo amico, nel momento in cui sedete nel Dōjō dovreste guardarlo come si guarda un Buddha, non vederlo più con lo sguardo ordinario con cui lo guardate tutti i giorni, allora forse, uscendo dal Dōjō potrete scoprire aspetti prima sconosciuti della vostra relazione.
Altrimenti, come succede molto spesso nei luoghi di Pratica, si rischia di far scadere le nostre riunioni nell’ennesima distrazione, in una ricerca di un conforto diverso da quello che deve dare l’esercizio dello Zazen.
Molti vengono al Dōjō per trovare un’ennesima occasione per distrarsi da sé stessi e trovare conforto alle proprie convinzioni ma la Pratica del Dōjō con il sostegno del Sangha deve accompagnare con decisione a coltivare un nuovo sguardo sulla propria vita.
Vi esorto a fare attenzione dunque, a rimanere concentrati, ad assumere ognuno di noi, dal principiante al più esperto la responsabilità di contribuire a rendere l’atmosfera del Dōjō densa e solenne questo aiuterà ognuno di noi a praticare con più profondità e ad instaurare dei legami davvero profondi al di là dei nostri condizionamenti e delle nostre simpatie o antipatie.

(trascrizione a cura di Monica De Marchi)




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giovedì 16 aprile 2020

La Poesia del non fare.




Una stanza della meditazione è un luogo poetico, in senso letterale, il luogo di un fare, un particolare tipo di fare che in un certo senso consiste nello smettere di fare alcunché, nel disimparare. Nella stanza ci si siede con attenzione, con cura, cura per il cuscino, la sedia, lo spazio, lo spazio proprio e altrui, per il corpo. Ci si raggiunge, ci si accorge di essere seduti lí in quel momento. Si porta l’attenzione al respiro cosí com’è, si riceve il respiro. L’attenzione è morbida, tenera, eppure salda e determinata, simile a quella che avremmo per una farfalla: se la stringessimo, la uccideremmo, se non la tenessimo con attenzione, sfuggirebbe. Si smette dunque di affaccendarsi in azioni, pensieri, preoccupazioni per il futuro, ricordi del passato. Ci si acquieta, lasciando che i pensieri sorgano e passino come uccelli in un cielo vasto. E si disimpara a prendere parte e posizione, a essere a favore o contro questo e quello, a fare di sensazioni, memorie, desideri, pensieri dei concetti a cui credere indiscutibilmente e di cui poi convincere gli altri. È un luogo che si fa insieme, di per sé è solo una stanza vuota, né brutta né bella, piena di spazio, di possibilità. E quel che ne nasce assomiglia al luogo stesso, sono miracoli del noto, del cosí già tanto visto che lo si dà per scontato: sedersi, osservare l’ambiente senza essere rapiti dal commentatore interno che ce lo descrive e ce lo spiega, respirare, sentire il corpo e le sue sensazioni, chiedersi come sto, restare in attesa della risposta. Lasciare spazio intorno a questi gesti tanto ordinari, dargli una stanza, li fa brillare, permette che aprano un varco nell’oscurità in cui di solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora, pian piano, si ricevono le visite della consapevolezza. La consapevolezza del piccolo esercitata con pazienza e continuità apre la porta a una consapevolezza sempre piú costante e piú profonda, non piú solo del corpo, ma anche del nostro funzionamento mentale, del nostro modo di ricevere e reagire al mondo, agli altri, agli eventi della vita, alla morte. Stare fermi fa conoscere i movimenti della mente. Ci apriamo. Ad accogliere. A non subire. A non interferire. Ad accogliere con fiducia qualsiasi cosa ci capiti. E questo non interferire, che permette il rivelarsi, apre la possibilità della comprensione e dello scioglimento.

Candiani, Chandra Livia. Il silenzio è cosa viva: L'arte della meditazione (Vele Vol. 143) Einaudi. 





© Tora Kan Dōjō




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