venerdì 14 luglio 2017

Inchinarsi


Pubblichiamo l'estratto di una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.



Voglio spendere due parole su un aspetto molto importante dell’esercizio Zen, che è la pratica “dell’inchinarsi”.
Forse la forma dell’inchinarsi in Gasshō è una delle prime cose che viene insegnata entrando nel Dōjō. Inchinarsi varcando la soglia del Dōjō, inchinarsi verso i propri insegnanti, inchinarsi verso i compagni di pratica… nel Dōjō Zen ci si inchina continuamente.
Ci si inchina in Gasshō con le mani unite davanti al viso a rappresentare l’unità tra noi e l’oggetto del nostro inchino; ci si inchina in Sanpai, fino ad arrivare a terra con una prosternazione profonda, fino ad arrivare a poggiare la fronte al suolo sollevando le mani con il palmo verso l’alto, come a voler accogliere nelle nostre mani i piedi di chi è oggetto della nostra riverente prosternazione.

Nel Dōjō Zen ci inchiniamo continuamente.
Ci inchiniamo al nostro Maestro, ci inchiniamo ai nostri compagni di pratica, ci inchiniamo ad ogni oggetto che ci troviamo ad utilizzare.
Si narra che un Maestro Zen cinese avesse un callo sulla fronte per la frequenza delle sue prosternazioni.
Ho notato che quando vengono introdotte per la prima volta alla pratica dell’inchino, quando viene suggerito di inchinarsi per la prima volta, le persone si irrigidiscono, e questo ogni volta mi conferma ancora di più l’efficacia e la potenza di questo gesto, di questa pratica, proprio perché tocca qualcosa nel profondo di ognuno di noi. 

Sanpai di Taisen Deshimaru Roshi
Lo stesso Zazen a volte è vissuto con meno smarrimento, che non il gesto di prosternarsi o di inchinarsi in Gasshō, e quindi considero questa pratica una vera e propria terapia, straordinariamente efficace per curare l’arroganza e l’ignoranza dell’uomo che dimentica il suo debito di gratitudine, la sua interdipendenza, il suo legame con ogni altra esistenza.

Ci inchiniamo continuamente, perché in ogni esistenza animata ed inanimata riconosciamo la stessa Natura di Buddha che ci appartiene e alla quale apparteniamo, in ogni manifestazione della Grande Vita riconosciamo la nostra stessa vita e autentica natura: in ogni persona, in ogni oggetto che utilizziamo, in ogni spazio che ci ospita. Quindi la capacità di inchinarsi riconduce l’uomo alla sua più autentica natura, alla sua piena umanità.
Lo aiuta a prendere coscienza che la sua vita è il risultato di milioni di vite ed è costantemente nutrita e mantenuta da milioni di vite.

Che cosa c’è di più importante per un uomo da raggiungere che non questa profonda consapevolezza che non c’è nulla che non ci riguardi direttamente, nulla verso cui noi non si sia debitori in qualche modo?
Non c’è alcun elemento della natura che non contribuisca al nostro essere qui in questo momento, non c’è nessuna esistenza che rimane fuori di noi e questa comprensione noi la esprimiamo inchinandoci.
Inchinarci ci fa abbandonare quell’arroganza che ci fa credere di poter essere autosufficienti, tanto autosufficienti da abbandonare il sentimento di gratitudine.
Qualche giorno fa parlavo dello squilibrio: ecco, quando noi ci inchiniamo dobbiamo squilibrarci.
Dobbiamo essere disposti a perdere la nostra posizione per andare verso l'altro. Infatti l’inchino è in qualche modo uno sbilanciarsi in avanti verso l’altro, non è rimanere fermi sui propri piedi (e le proprie convinzioni).

Ieri sera ho coniato una definizione proprio riflettendo sull’inchinarsi:
“Ogni passo che muoviamo nella nostra vita dovrebbe scaturire dallo sbilanciamento che viene da un profondo inchino.”
Ogni nostra giornata dovrebbe iniziare con un profondo senso di gratitudine e con un profondo inchino atto ad esprimere questa gratitudine: gratitudine verso chi ci ha preceduto e ci accompagna nel nostro cammino in forma umana: i nostri antenati, i familiari, gli amici, ogni esistenza che ci sostiene e che fa sì che un nuovo giorno ci possa essere donato.

Io credo che la perdita della capacità di provare gratitudine riconoscendo la propria connessione con il Tutto sia la più grave malattia della nostra civiltà e l’origine di molti mali che minacciano l’esistenza dell’uomo.

Se guardiamo alle culture arcaiche, non possiamo non constatare che vivevano manifestando costantemente la propria gratitudine, anche nell’uccidere. Si cacciava e subito dopo si celebrava un rito con cui in qualche modo ci si scusava con quella creatura che per nutrirsi si era stati costretti ad uccidere.
Nel Dōjō Zen anche mangiando una foglia di insalata recitiamo le strofe: “riconosciamo che in questo nostro nutrirci la vita nutre la vita, ne siamo grati e pratichiamo per essere degni di questo dono”.
Ogni volta che mangio mi chiedo se sono veramente degno di questo dono, di questo sacrificio. Quindi mi impegno perché il sacrificio di una vita per nutrire la mia vita sia degnamente riconosciuto e onorato attraverso la mia azione: questo è il senso delle strofe che recitiamo prima di mangiare.

Costruire una casa, spesso con le proprie mani, nelle culture arcaiche richiamava una forma di riconoscenza. Prima si costruiva il centro che era dedicato agli antenati e poi intorno a quello la casa, e questo in tante culture. Oggi noi, obesi, colmi di ogni comodità e abbondanza non siamo più in grado di essere riconoscenti, di esprimere gratitudine, e allora ecco che la prima cosa che si impara nel Dōjō Zen è inchinarsi, perché è la prima vera Pratica, la prima vera terapia per l’uomo moderno.
Mettiamo da parte la nostra abitudine a reclamare diritti e proprietà e ci ricordiamo che in realtà nulla ci appartiene. Tutto è un dono, anche il semplice fatto di poter essere qui stasera vivi a respirare insieme è un dono. Non è affatto scontato.

Allora vi invito a fare di questa pratica il centro della vostra azione quotidiana.
Trovate un momento al mattino per inchinarvi, per offrire un incenso ed esprimere la vostra riconoscenza e continuate durante la giornata a richiamare alla mente ed al cuore questo sentimento di gratitudine.
Gasshô di Taigô Sensei al Tora Kan Dôjô
Vi assicuro che essere capaci di riconoscere quel che ci dà vita, riconoscere la nostra unità con il Tutto automaticamente fa sì che la nostra vita non sia più la nostra vita soltanto, ma non ci sarà espressione della vita che incontreremo che non sia la nostra stessa vita e non ci sentiremo più soli, non più un frammento insignificante in un universo estraneo, ma noi stessi un’espressione della Vita Universale con tutta la gioia e la potenza che ne deriva.
Allora ogni cosa ci verrà in soccorso, ci sosterrà, ci consiglierà.
Non c’è passo che muoviamo su questa terra che non sia un dono frutto del nostro legame con ogni altra esistenza e risvegliarsi a questa comprensione non può essere espresso altrimenti che con un profondo inchino.

Gasshō 


Alcune foto sono tratte dal sito: http://global.sotozen-net.or.jp/eng/index.html che ringraziamo


© Tora Kan Dōjō

1 commento:

  1. Meraviglioso come ogni frase di questo scritto ci riporta la mente a qualche nostro comportamento errato nel quotidiano.
    Gassho

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