giovedì 30 novembre 2023

La Forma che ci informa

Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigō Kōnin Sensei durante la Pratica Zen.



Spero che siate nel silenzio profondo dello Zazen e che le mie parole non turbino il vostro silenzio ma lo attraversino come una brezza che attraversa una stanza.

Varcare la soglia del Dōjō ci immette in una dimensione che ci permette di connetterci tra di noi e con tutte le esistenze costringendoci ad uscire dal nostro isolamento.
Per entrare nel Dojo è necessario assumere una forma, vestire un abito, che non ha niente a che vedere con il formalismo o l’indossare una divisa.
Potrei altrettanto dire che entrare nel Dojo lo si può fare esclusivamente spogliandosi completamente, il che equivale al vestire il Kesa.

Quando parliamo di forma dobbiamo fare molta attenzione perché spesso non parliamo della stessa cosa. Qualcuno di voi qualche giorno fa mi faceva una domanda riguardo a questo, e dal momento che per me è una domanda sincera e significativa, come interroga me deve interrogare tutti voi.

La domanda era: “Ma se noi abbiamo tutti un cuore diverso, perché dobbiamo adottare tutti la stessa forma?”

È una domanda interessante ma è una domanda anche molto scontata, l’ho sentita fare parecchie volte espressa in forme diverse, però è una domanda interessante alla quale in qualche modo mi sono sentito in dovere di rispondere, e condividere con voi la mia risposta.

Se noi confondiamo la forma con una tecnica, con un guscio esteriore, siamo completamente fuori strada. L’educazione Zen è radicata nella forma, se non si comprende questo si rischia di essere talmente deviati nel proprio sforzo tanto da andare in tutt’altra direzione.

Purtroppo, proprio per questo mi trovo in difficoltà ed ho delle sincere perplessità nell’insegnare a chi sta lontano e non respira l’aria del Dojo insieme a me, perché alcune cose possono passare soltanto a stretto contatto, letteralmente fisico, osservando come si muove un Maestro, osservando come si muovono i propri compagni, imparando a muoverci ed a relazionarci in rapporto a chi condivide con noi lo spazio di pratica, alle cose che utilizziamo e al nostro insegnante. Tutte le parole che si possono dire su questo, senza un’esperienza concreta fatta con il corpo, rimangono parole vuote. Ma come diceva Katagiri Roshi: Anche se le parole non esprimono in senso compiuto ciò che vogliamo dire, noi, da insegnanti, siamo tenuti a dire qualcosa, ad assumerci il rischio di dire qualcosa su ciò che in realtà è inesprimibile.

Questo per chi si trova nel ruolo di trasmettere qualcosa è estremamente faticoso e doloroso come il tentativo di un parto, non può sapere se quello che nascerà sarà vitale o sarà nato morto.

La forma è una porta, un passaggio. Non è vero che ognuno ha un cuore diverso, o quanto meno, è vero fintanto che rimaniamo chiusi nella nostra concezione di noi stessi ed in quella che riteniamo essere la nostra individualità separata dal resto.
La forma nello Zen è la porta che ci permette l’accesso al cuore del mondo, a quello che Deshimaru Roshi definiva ‘l’Ordine Cosmico’, ad un cuore vasto, un pensiero vasto, un ordine, un equilibrio, del quale siamo parte ma che è ben oltre noi. Allora la forma ci ‘costringe’, non in un’accezione negativa, ci aiuta costringendoci ad usare il corpo e la mente unificati sperimentando nuove dimensioni, nuovi linguaggi, nuove sensazioni, un nuovo modo di entrare in relazione con le cose, con lo spazio, con il tempo e con gli altri. Non bisogna confondere la forma con una tecnica, con un risultato esteriore.

Lo Zazen è il più alto dei riti, diceva Deshimaru Roshi: la più alta delle forme.
E cosa facciamo noi in Zazen, con questo corpo pulsante di vita? Ogni volta che noi sediamo in Zazen ci slanciamo verso quella forma ideale che è la postura del Buddha.
Ogni volta deve essere uno slancio, una ricerca entusiasmante ed appassionata in cui spendiamo tutto noi stessi, non esiste Zazen al di fuori di questo spendersi totalmente nell’ atto dell’essere pienamente seduti. Ogni volta cerchiamo di tendere a quella forma ideale, che vuol dire corpo-mente unificati, che vuol dire veder dissolvere il nostro pensiero nel pensiero Hishiryo, nel silenzio profondo, colmo, gremito di richiami. Per fare questo assumiamo una forma che diventa la porta attraverso la quale possiamo accedere a questa unificazione.
Il mio Maestro diceva: “La postura di Zazen è l’arco teso pronto a scoccare la freccia dello spirito”.

Di tempio in tempio, di monastero in monastero, di Dōjō in Dōjō , di Maestro in Maestro, le forme possono assumere anche sfumature diverse, avere delle piccole o grandi differenze, anche se spesso i linguaggi fondamentali sono molto simili.
Se l’abate di Eiheiji venisse al Tora Kan Dojo, un po’ come dire se Papa Francesco venisse a fare visita ad una parrocchia di borgata, ebbene, l’abate entrando al Dōjō con ogni probabilità mi chiederebbe: cosa devo fare? Qual è la forma che adottate qui? Ne sono certo perché l’ho visto con i miei occhi, perché è la prassi, fa parte dell’educazione Zen, è il modo di un Maestro Zen, è il modo di un monaco Zen.

Quando voi vi ritirate in ango in un tempio, in Giappone o anche in Europa, c’è un periodo che viene chiamato Tangaryo, che può essere di sette o nove giorni in cui siete isolati in una stanza. Vi tolgono tutto, ogni accessorio personale, come in prigione, e per una settimana fate solo Zazen. C’è un monaco che si prende cura di voi, vi porta da mangiare, si dedica a spiegarvi nel dettaglio tutte le regole e le forme da adottare in quel tempio; dopo questo periodo, sempre che voi siate riusciti a superare la settimana in isolamento, siete ammessi nella comunità. Ovviamente non sarete reclusi in una stanza, uscirete e andrete nei bagni e potrete fare le vostre cose, ma quando incrocerete qualcuno vi ignorerà come se foste un fantasma. In realtà non esistete, siete ancora in qualche modo intrappolati nella vostra identità e avete bisogno di passare attraverso l’esperienza iniziatica, di capire quale linguaggio usare per comunicare con gli altri, per essere davvero parte della comunità. È effettivamente un’iniziazione. Oggi che non siamo più abituati a vivere l’iniziazione in nessun modo, ci può sembrare una cosa strana, costrittiva, frustrante. Eppure, se non passiamo attraverso il momento iniziatico, noi non saremo mai entrati nel Dōjō , non saremo mai entrati davvero nella relazione.

Se l’abate di Eiheiji venisse in questo momento al Tora Kan Dojo, prima di entrare mi chiederebbe: “Cosa devo fare? Insegnami … come fate qui?”, anche se io posso essere considerato l’ultimo dei monaci, l’ultimo del maestri. L’abate di Eiheiji sa cosa vuol dire una forma in un Dōjō e non pensa di aver capito tutto, non pensa che la sua forma sia migliore della nostra o che lui abbia compreso più di quello che possa aver compreso io; lui sa che per accedere a questo luogo, lui deve adottare una specifica forma, deve comunicare con quel linguaggio, altrimenti non sarà mai entrato nemmeno se varcherà la soglia … e questo vale per ognuno di noi.

Quindi pensate quanto può essere difficile pensare di essere entrati al Tora Kan Dōjō collegandosi online, come qualcuno ha la pretesa di fare, senza attraversare il momento iniziatico. Mi auguro che ognuno di voi che è lontano faccia tutto il possibile, anche oltre il possibile, per poter venire in questo luogo il più frequentemente possibile, il che vuol dire fare qualcosa di più di quelle che crediamo essere le nostre possibilità e limitazioni. Questo luogo non significa solo il Tora Kan Dōjō ovviamente, significa uscire dalla propria casa ed ‘andare e vedere’, intraprendere il pellegrinaggio verso noi stessi che ci richiede di perderci per ritrovarci.

Tornando alla forma, quando io posso dirvi, come è stato detto a me, e come io ho sperimentato nella mia esperienza e nel mio corpo, “alza bene i gomiti quando fai Gassho … alza bene i gomiti …” qualcuno potrebbe pensare: “ma se li tengo tre dita più giù cosa succede? magari io mi sento meglio così.”

Eppure nel momento in cui tu segui l’esortazione ed alzi i gomiti, come tante volte ho spiegato, il tuo corpo ti immette in una comprensione diversa, la mente e il corpo percepiscono delle cose, la forma ti informa … se tu lo fai davvero con partecipazione il tuo respiro cambia.
Non lo facciamo per ‘fare bene il compitino che ci ha assegnato qualcuno’ ma lo facciamo per fare esperienza diretta del Risveglio. Se non trovi il paradiso nel momento in cui alzi i gomiti facendo Gasshō, non lo troverai nemmeno quando sarai in un’altra vita.

Lo Zen ti dice alza i gomiti perché in quell’alzare i gomiti stai abbracciando il mondo intero, perché è il gesto di un abbraccio, perché il tuo respiro cambia e le tue spalle si abbassano, perché le tue dita davanti ai tuoi occhi ed il contatto delle tue mani unite innescano qualcosa nel tuo corpo e nella tua mente che ti fanno comprendere che cosa vuol dire davvero inchinarsi.

Nello Zen si dice che quando c’è una relazione con un insegnante s’instaura Kannodoko, una comunione di menti, una comunione di cuori che comunicano al di là delle parole, ed è quello stesso Kannodoko che si trasmette da cuore a cuore, la mente del Buddha, la comunione che ognuno di noi sedendo in Zazen instaura con il Buddha stesso, con la sua mente, che non è la mente di un uomo vissuto 2700 anni fa, ma è la Grande Mente di cui il Buddha, come noi, siamo un’espressione.

Perché avvenga questo Kannodoko si dice che ci si debba abbandonare ad una totale fiducia, un totale affidamento; come un bambino che si lancia tra le braccia del padre senza avere nessuna garanzia che il padre sia pronto a prenderlo al volo.
Questo è aderire alla forma.

Se voi fate Sampai con fiducia quando voi portate la fronte a terra e toccate la terra, se lo fate con spirito sincero, potrete ascoltare il brusio della terra, ascolterete quella parola dolce e delicata che la terra sussurra alle vostre orecchie mentre poggiate la vostra fronte, che non potrete sentire se siete pieni di voi; se voi poggiate la vostra fronte a terra con lo stesso atteggiamento di devozione e di amore con cui la poggereste sulla fronte di una persona che amate, di vostro padre o di vostra madre, allora la terra vi parlerà.

Ma se voi fate Sampai con l’atteggiamento di chi è intento a perfezionare un gesto tecnico, per quanto formalmente perfetto lo possiate fare, se non c’è quella partecipazione del cuore, la terra rimane muta, si ritrae. Perfezioniamo i nostri gesti perché il nostro corpo e la nostra mente divengano ‘uno’ in ogni azione, il che vuol dire essere totalmente presenti. Più il gesto si raffina e più siamo agevolati in questo, ma questo non significa che il gesto di un principiante che tiene la ciotola con tutte le dita e non con le prime tre, se lo fa con il cuore, con la tensione ‘verso quel’ gesto e ‘verso quel’ significato, non sia pienamente la mano del Buddha.

Quelle braccia che tengono la ciotola non devono essere più le nostre braccia in cerca avidamente di qualcosa per riempire lo stomaco ma devono essere le braccia dell’universo intero che si tendono nell’offrire e nel ricevere la vita stessa.

Tutti noi siamo portati a dire ‘Sì va bene ma io potrei farlo in un altro modo, mi sento più a mio agio facendolo così!’… l’ho fatto anch’io quando ho iniziato a praticare; eppure nel momento in cui ho cominciato piano piano ad affidarmi all’esortazioni anche severe del mio Maestro che mi richiamavano a quella presenza e quella forma, ho cominciato a capire che non era la stessa cosa se io l’avessi fatto come mi appariva più comodo e più affine a me … A me chi? A te chi? Ti chiede innanzitutto lo Zen.
Lo Zen innanzi tutto ci chiede: ma tu chi sei? a chi vuoi adattare questa forma?

E quando cominci a porti questa domanda: chi sono? allora capisci che la risposta viene solo dall’aderire a quella forma, nel passare attraverso quella porta.
La forma diventa allora la tua carne, le tue ossa, il tuo midollo, al di là della capacità di comprensione che è spesso condizionata dai nostri mi piace e non mi piace, che non ci permette di vedere.

Quanto più i maestri sono esigenti e richiedono una forma accurata e tanto più spesso gli allievi diventano integralisti e degli specialisti tecnici, ma è un rischio che vale la pena di correre. Bisogna saper riconoscere se quell’allievo in quel momento sta mettendo davvero tutto se stesso in quel gesto, anche se è apparentemente sbagliato. Se lo sta facendo con lo spirito giusto, qualcosa sta passando e sarà qualcosa che sta passando per lui e che io non potrò neanche lontanamente giudicare ed immaginare.

Posso fare solo da ponte, indicargli la via, indicargli la porta ma non posso passare per lui e non posso neanche sapere cosa lui vedrà, perché non sarà lo stesso panorama che ho visto io; sarà l’accesso a quel cuore comune che ci permetterà di guardarci e comprenderci aldilà delle parole. Quando vi inchinate in Gasshō uno di fronte all’altro voi lo sentite; chi lo pratica in un Dojo lo sa, può riconoscersi nelle mie parole. Si crea una comunicazione che va oltre le parole perché quei gesti sono come dei diapason, risuonano.

Se io vi dico che il Moppan si suona in questo modo è perché siete costretti a risuonare in quel modo. Risuonando in quel modo, il vostro cuore ed il vostro spirito, vibreranno insieme al legno, insieme al metallo che suona.

Il mio Maestro diceva: “La forma è una porta verso la libertà”. Libertà da se stessi innanzi tutto, da i nostri pregiudizi, da i nostri mi piace/non mi piace, dai nostri condizionamenti.

Lo Shodoka recita: “Un solo mi piace, non mi piace ed il cielo e la terra sono definitivamente separati.” Quando leggiamo queste cose, di cosa pensate che stiamo parlando? Questo è lo Zen.

Non si tratta di aderire ad uno schema, ma è ‘tendere verso’, è tenere l’arco per far scoccare la freccia. È come il Maestro di Kyudo che tende l’arco con una forma precisa; se voi non rispettate quella forma non riuscirete mai a tendere quell’arco.

Nel libro ‘Lo zen e il tiro con l’arco’ quando Herrigel torna dal suo maestro e gli fa vedere tutto fiero di sé che era arrivato a padroneggiare quel gesto e che riusciva finalmente dopo mesi o forse anni in cui aveva fatto fatica anche solo a tenderlo, il Maestro va lì e senza dire una parola, fa fare un giro al perno che tende ancora di più la corda e gli dice: “Adesso che hai raggiunto questa forma, vai oltre”. Lui rimase sconfortato da questo, perché noi ci attacchiamo ai nostri risultati e vittorie, ma spesso son quelle che ci costringono a rinchiuderci in noi stessi, a ristagnare, a non crescere.

Il maestro di Kyudō tende l’arco con un gesto apparentemente privo di senso pratico, alzando le braccia sopra la sua testa, il che vuol dire non avere più nessun muscolo, di quelli più forti, coinvolto nel tendere l’arco, e così è costretto ad usare solo il respiro. Le braccia connesse al respiro e ad un certo stato del cuore permettono di tendere un arco che neanche un muscoloso pesista riuscirebbe a tendere. Una volta teso l’arco dimentica anche il bersaglio e a quel punto la freccia parte da sola: questo è lo Zazen, questa è la forma nello Zazen. Se voi mi dite: ma io potrei tendere l’arco con una carrucola! Certo, fatelo. La freccia potrà anche attraversare il bersaglio, ma non partirà la freccia dello spirito. L’aver centrato il bersaglio allora, sarà solo un ottenimento transitorio e insignificante come in ogni altra nostra azione in cui lo spirito ed il cuore non guidano la mano. 

(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin De Marchi)

© Tora Kan Dōjō


















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mercoledì 15 novembre 2023

La natura non ordinaria dell'essere umano


Il monaco ha le caratteristiche del monaco. Il professore ha quelle del professore. Il soldato ha le caratteristiche del soldato. I poveri hanno le caratteristiche dei poveri. I ricchi hanno le caratteristiche dei ricchi. Ognuno ha le sue caratteristiche. Il Cammino inizia quando tutte le tue caratteristiche vengono abbandonate. Il mondo fenomenico ha origine in cause e circostanze. Se i fenomeni hanno una causa di origine, non hanno una propria natura. È quando accetti e riconosci questa assenza che raggiungerai la Terra Pura. La nostra vita quotidiana è una vita di trasmigrazione e di vagabondaggio nel mondo dei nostri sogni e fantasie. Questo è chiamato il viaggio nella lunga notte dell'ignoranza. Cosa fanno gli uomini con tale implacabilità? Trasmigrano... Preferiscono giocare a nascondino e correre rumorosamente dietro ai loro desideri. Cercano di scappare da ciò che non gli piace, ma c'è un posto da cui fuggire? No. C'è un posto che possiamo raggiungere? No. Se desideri fortuna, salute o satori, sei solo un mendicante. Ma se dimentichi questa natura ordinaria dell'essere umano, non ci sarà nulla di te stesso che sarà separato dal cielo e dalla terra. Quando fai zazen, sei nella tua bara. Quando sei nella tua bara, puoi capire che nulla ti appartiene. Tutte le cose che hai accumulato, conoscenza, denaro, ninnoli, sono solo prestiti temporanei. Praticando zazen, puoi sederti in modo stabile e irremovibile nella tua vita.

Quando dimentichi ogni guadagno personale, il Buddha-dharma appare all'istante.

Qualunque cosa facciate di buono, se non è altro che per il vostro ego, è solo una storiella come tante.

Gli uomini accumulano conoscenze, ma penso che il punto finale sia essere in grado di ascoltare il suono della valle e guardare il colore della montagna. Insomma, non guardare agli uomini, ma guardare la luna, guardare gli alberi e ascoltare il sermone di tutto l'universo.

Quindi crea il presente del tuo vero ego! Questo presente che sgorga incessantemente, libero e senza ostacoli. Si chiama senza pensiero. Hishiryo. Se tutti gli uomini di questa terra desiderassero la Via, non ci sarebbero più guerre, carestie, esistenze inutili che trovano la loro giustificazione solo nella competizione. Questa terra sarebbe diventata un paradiso. Ma gli uomini preferiscono agitarsi con il loro ego personale.

Sconsiderato, senza desideri, ma hishiryo non significa essere un idiota. Non è rallegrarsi quando appare il Buddha e disgustati quando appare il demone.

Nel regno della Via, l'ego scompare. L'ego si dissolve in tutto il mondo.

Quando facciamo zazen, non c'è più alcun peccato. Zazen è il precetto unico trasmesso dai Buddha e dai patriarchi. E radicarsi nello zazen significa fermare tutte le fabbricazioni dell'ego, e praticare ciò che praticavano i Buddha e i patriarchi.

Shikantaza è lo stesso zazen di Bodhidharma e Shakyamuni. Ma se è uno zazen in cui si cerca qualcosa, per quanto alte possano essere le dottrine, non vale nulla ed è solo una pratica vuota. Solo questo zazen praticato con questo corpo di carne è Buddha. Io, il mio zazen non è guadagnare soldi, né diventare famoso né raggiungere una posizione. Per tutta la vita ho mangiato solo per zazen, mi sono preso cura di me solo per zazen, ho vissuto solo per zazen, tutta la forza della mia vita era solo per zazen.

È allora che Buddha o Dio appare in questo corpo e crea quello che viene chiamato il Buddha vivente.

Kôdô Sawaki Roshi 

dalla pagina facebook del Dojo Zen Chushin


© Tora Kan Dōjō















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venerdì 3 novembre 2023

Gasshō è la Via della Pace

 


Perché gli uomini hanno paura? Perché dipendono solo dalla propria individualità.
Quando, durante la guerra, ero in Cina, le mie mani ovunque andassi erano in gasshô.
Quando uno fa gasshô, colui che lo incontra fa automaticamente gasshō.
Se avessi agitato un pugno o impugnato una pistola, non sarebbe mai successo.
Assumere gasshō è smettere di sparare.
Le notizie del nostro mondo di oggi sono trasmesse per immagini.
Queste immagini frenetiche sono quelle dell'azione dei nostro bonnō (attaccamenti/illusioni) e delle nostre complicazioni. E sono queste complicazioni che chiamiamo civiltà, sviluppo e progresso.
Ma dal punto di vista del Buddha, questo non è progresso ma piuttosto degenerazione.
Sebbene gridiamo "civiltà, civiltà", in realtà incontriamo solo troppi fenomeni accecanti.
Lasciare la radio accesa, addormentarsi con la bocca aperta... svegliarsi, ascoltare un po'... alla cieca. Per le strade, i semafori rossi e quelli verdi non ci lasciano tregua.
Senza questa 'civiltà', possiamo entrare in intimità con la nostra naturale propensione alla liberazione.

 Kōdō Sawaki Rōshi

 

Tratto da ‘Conferences de Maitre Kodo Sawaki’
traduzione del Dojo Zen Chushin 


© Tora Kan Dōjō















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sabato 28 ottobre 2023

Permettete che sia così com'è




Domanda: Non è possibile attrarre solo condizioni positive nella nostra vita? Se il nostro atteggiamento e il nostro pensiero sono sempre positivi, manifesteremo solo eventi e situazioni positive, vero?

Eckhart Tolle: Sai veramente cosa è positivo e cosa è negativo? Avete il quadro completo? Ci sono state molte persone per le quali la limitazione, il fallimento, la perdita, la malattia o il dolore, in qualsiasi forma, si sono rivelati il loro più grande maestro. Ha insegnato loro a lasciare andare le false immagini di sé e gli obiettivi e i desideri superficiali dettati dall'ego. Ha dato loro profondità, umiltà e compassione. Li ha resi più reali. Ogni volta che ti succede qualcosa di negativo, c'è una profonda lezione nascosta al suo interno, anche se al momento non la vedi. Anche una breve malattia o un incidente possono mostrarvi ciò che è reale e irreale nella vostra vita, ciò che alla fine conta e ciò che non conta. Viste da una prospettiva superiore, le condizioni sono sempre positive. Per essere più precisi: non sono né positive né negative. Sono come sono. E quando si vive nella completa accettazione di ciò che è - che è l'unico modo sano di vivere - non c'è più "buono" o "cattivo" nella vostra vita. C'è solo un bene superiore - che include il "male". Visto dalla prospettiva della mente, tuttavia, c'è bene-male, piacere-disprezzo, amore-odio. Perciò, nel Libro della Genesi, si dice che Adamo ed Eva non poterono più abitare in "paradiso" quando "mangiarono dell'albero della conoscenza del bene e del male".

Domanda: Questo mi suona come negazione e autoinganno. Quando qualcosa di terribile accade a me o a qualcuno vicino a me - incidente, malattia, dolore di qualche tipo o morte - posso fingere che non sia brutto, ma rimane il fatto che è brutto, quindi perché negarlo?

Tolle: Tu non stai fingendo nulla. State permettendo che sia così com'è, tutto qui. Questo "permettere di essere" vi porta al di là della mente con i suoi schemi di resistenza che creano le polarità positivo-negativo. È un aspetto essenziale del perdono. Il perdono del presente è ancora più importante del perdono del passato. Se perdonate ogni momento - permettete che sia così com'è - allora non ci sarà nessun accumulo di risentimento che dovrà essere perdonato in un secondo momento. Ricordate che qui non stiamo parlando di felicità. Per esempio, quando una persona cara è appena morta, o sentite che la vostra morte si avvicina, non potete essere felici. È impossibile. Ma si può essere in pace. Ci possono essere tristezza e lacrime, ma a condizione che abbiate rinunciato alla resistenza, sotto la tristezza sentirete una profonda serenità, un'immobilità, una presenza sacra. Questa è l'emanazione dell'Essere, questa è la pace interiore, il bene che non ha un opposto.

Eckhart Tolle

tratto dalla pagina FB Ekhart Tolle e i Testimoni della Verità
















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giovedì 19 ottobre 2023

L'educazione del cuore nel Dôjô

 



L'educazione del cuore passa attraverso linguaggi mitico/simbolici che da tempo sono stati completamente abbandonati tanto nell'educazione scolastica quanto in quella familiare.

Eppure quel che nutre i principi morali dei giovani sono modelli mitici, eroici... assimilati attraverso la letteratura, le tradizioni familiari, sociali...

L'abbandono delle tradizioni, con i suoi racconti, i suoi riti di passaggio, i suoi miti ha determinato un vuoto incolmabile che i giovani cercano di riempire spesso dirigendosi in pericolose direzioni prendendo a prestito modelli tutt'altro che educativi.

La pratica dell'arte marziale può colmare questo pericoloso vuoto.

In un Dôjô tradizionale durante la pratica si utilizzano costantemente e sapientemente linguaggi mitico/simbolici attraverso gestualità e riti, prove iniziatiche, esperienze arcaiche, che offrono efficaci mezzi di conoscenza di sé e dell'altro, che permettono di assimilare inconsciamente principi etici e fare potenti esperienze formative.

Si tratta di luoghi davvero di un valore inestimabile, quanto mai necessari oggi per colmare il drammatico vuoto educativo.

I veri Dôjô purtroppo sono pochi, pochissimi, richiedono da parte dell'Insegnante di essersi formato rigorosamente e sinceramente sotto la guida di un maestro in una tradizione autentica che gli abbia trasmesso efficacemente la maestria nell'utilizzo di questi linguaggi, una maturità e delle capacità e competenze che nessuna 'federazione' può trasmettere e riconoscere con degli stage del fine settimana.

I Dôjô non hanno nulla a che vedere con le 'palestre' dove si scimmiotta malamente una gestualità marziale praticando un gioco sportivo.

E' per questo che il Karate tradizionale dovrebbe essere protetto come un inestimabile tesoro culturale ed educativo ed uscire dal ghetto dello sport (a breve ci aspettiamo il riconoscimento del Karate di Okinawa nell'Unesco).

Lo sport ha in gran misura fallito il suo progetto educativo diventando solo una fabbrica di 'campioni a temine' per i quali la vittoria con ogni mezzo è l'obiettivo primario per il quale sono sacrificati educazione morale ed anche la stessa educazione fisica che, nell'esasperazione agonistica, arriva a devastare il corpo e la psiche degli atleti.

 Taigō Spongia Sensei


© Tora Kan Dōjō


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sabato 14 ottobre 2023

Il Buddha ciccione

 


Ecco la storia di Hotei il sorridente monaco ciccione, così la fate finita di pensare al Buddha come un ciccione... Il Buddha era magro, l'illuminato ciccione era Hotei.


In Giappone si tramanda la storia di Hotei, il Buddha che ride. 

Il suo insegnamento si riassumeva tutto nella risata. 

Si spostava da un posto all’altro, da una piazza del mercato all’altra. 

Si metteva nel mezzo del mercato e iniziava a ridere: era il suo sermone.

La sua risata era contagiosa, coinvolgente; era una vera risata. 

Lo stomaco gli pulsava, ballava al suono di quella risata. Si rotolava per terra, ridendo. 

La gente si raccoglieva, e poi si metteva a ridere, e la risata si diffondeva, diventava un’onda che travolgeva l’intero villaggio: tutti ridevano.

La gente aspettava sempre che Hotei passasse dal loro villaggio perché portava felicità e benedizioni incomparabili. 

Non pronunciò mai una sola parola. 

Lo interrogavi su Buddha e lui rideva; 

gli chiedevi dell’illuminazione e lui scoppiava a ridere, gli chiedevi qualcosa sulla verità e lui rideva. 

Il suo unico messaggio era la sua risata.


© Tora Kan Dōjō


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domenica 24 settembre 2023

Judo e Agonismo

 


'Sakko', novembre 1929

Di opinioni ne esistono molte e di vario tipo, fra queste riporterò solo le due opposte. Coloro che sono contrari alla competizione sostengono che questo fenomeno sia deplorevole e che, con tutte le arti guerriere di cui disponiamo nel Bujutsu nipponico valide sia come educazione fisica che spirituale, non c'è bisogno di affaticarsi e impazzire per sport importati dall' estero, perché in questo modo si rischia di diventare stranieri persino nell'animo, anziché coltivare lo spirito e i comportamenti morali confacenti alla nostra tradizione. Mentre i sostenitori, riferendosi all' utilità e al vantaggio dello sport , asseriscono che anche il Judo deve essere modellato e divulgato su quell' esempio, tanto nella prassi d' addestramento quanto nella regolamentazione degli incontri. Nessuna delle due opinioni mi convince pienamente, per cui ritengo necessario chiarire il rapporto, o meglio la distinzione che intercorre tra il Judo e le altre discipline sportive. Come ripeto ogni volta, Il Judo è una disciplina concepita come Grande Via, ossia universale. Esso permette di graduare l' insegnamento secondo la necessità e l' interpretazione personale. Può essere concepita come Bujutsu, può costituire un'educazione fisica, interessare la coltivazione mentale e morale, fino a permettere l'applicazione delle capacità acquisite al vivere quotidiano. Diverso è invece il caso degli sport agonistici, che rappresentano un genere di attività fisica dedicato essenzialmente al risultato di vittoria-sconfitta, anche se il loro allenamento, a patto che sia eseguito in modo corretto, porta un giovamento sul piano fisico e mentale e quindi può risultare efficace e utile, cosa di cui nessuno discute. Fatto sta che la differenza è enorme: mentre negli sport competitivi l'obiettivo si confina nell'ambito ristretto di ricercare la vittoria, quello del Judo propone una finalità ampia e complessa, tanto che possiamo definire gli sport competitivi come un'applicazione parziale dell'obiettivo in cui si riconosce la disciplina del Judo.

Jigoro Kano

© Tora Kan Dōjō

www.iogkf.it

www.torakanzendojo.org

















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Nulla che nasce, nulla che muore

Questo insegnamento è stato offerto da Taigō Kōnin Sensei durante un incontro di pratica online che si tenne durante il primo lungo lockdown per l’emergenza Covid del 2020.

 

Continuate a mantenere la vostra attenzione sulla vostra postura e sul respiro.

Lasciate che le mie parole vi attraversino senza che ci sia da parte vostra intenzione di trattenere, di comprendere … come se ascoltaste il vento o il canto di un uccello.

Se imparate ad ascoltare con questa attitudine il vostro ascolto è molto più efficace perché le parole, i pensieri, le riflessioni bypasseranno e scavalcheranno la vostra volontà di analizzare, di comprendere, di giudicare, di scegliere, di trattenere; quello che deve rimanere rimarrà, e questo sempre, non solo durante lo Zazen … quando ascoltiamo dobbiamo imparare ad ascoltare essendo completamente aperti, completamente disponibili, come una porta che si apre ad una folata di vento.

Adesso di fronte a me, di fronte alla postazione in cui sono seduto in Zazen c’è il mio piccolo altare domestico su cui è accesa una candela.

Sapete che uno degli appellativi del Buddha è Tathagata.

Tathagata è un termine onomatopeico che può essere tradotto approssimativamente come “colui che così viene, colui che così va”, “colui che così appare, così scompare” …

La fiamma della candela che noi possiamo immaginare fissa e permanente, è lì, accesa, brucia e in questo momento non è disturbata dal vento, per cui è apparentemente ferma. Ma in realtà, quello che noi riconosciamo come fiamma, non è altro che un apparire ed uno scomparire di una forma che si manifesta grazie a delle condizioni, come ogni altra forma sensibile.

La candela che è composta di cera, la mia mano che con un gesto ha acceso lo stoppino, l’aria che la circonda e nutre la fiamma … senza l’ossigeno il fuoco non si manifesterebbe.

Anche soltanto senza una sola di queste condizioni: la cera, lo stoppino, l’ossigeno, la mia mano, il fiammifero… la fiamma non potrebbe manifestarsi.

Di momento in momento la fiamma non è mai la stessa fiamma. Noi abbiamo l’illusione che ci sia qualcosa di stabile, che si muove appena quando c’è un po’di aria, di vento, ma in realtà è un apparire ed uno scomparire continui.

Anche se la candela è spenta in qualche modo la fiamma è già presente nelle condizioni che preludono al suo manifestarsi, possiamo dire che non si è ancora manifestata, non si è ancora resa visibile, ma la fiamma è già lì in tutte le sue componenti, finché ci sarà come ultimo fattore il mio gesto dell’avvicinare il fiammifero allo stoppino per dare il via a questa manifestazione.

Così quando seminiamo un pianta; la seminiamo in aprile o in maggio, e poi la pioggia, il calore del sole, tutti gli elementi del terreno faranno si che appaiano i germogli che poi offriranno i loro fiori; ma possiamo dire che prima della sua manifestazione nella forma del fiore il fiore non esisteva? Possiamo pensare che ad un certo punto è nato un fiore dal nulla? Quello che vale per la fiamma e per il fiore vale anche per noi …

Noi per questioni pratiche immaginiamo la vita come un processo lineare: un giorno siamo nati, un giorno moriremo. Decidiamo che in tale giorno a tale ora un bambino è nato ma in realtà il bambino non nasce in tale giorno e in tale ora; per i giapponesi un bambino nasce circa un anno prima perché sono considerati già parte della sua vita i nove mesi della gravidanza. Il bambino non nasce al momento del concepimento, le condizioni della sua presenza erano già presenti nella madre e nel padre e nelle generazioni che hanno dato vita a sua madre e suo padre; il bambino è sempre stato lì, nelle condizioni che preludevano al suo manifestarsi, era solo in attesa di manifestarsi, come la fiamma di questa candela, come il fiore.

È la nostra mente limitata, la nostra piccola mente che necessariamente, anche per questioni pratiche, legate alla necessità di rifarsi ai sensi, che ci fa cadere nell’illusione che il bambino nasca in quel momento, che la fiamma si accenda ed esista soltanto nel momento in cui io con la mia mano gli do avvio, o che il fiore esista solo dal momento in cui sboccia … è una convenzione dettata dai nostri sensi limitati.

In questo momento in cui sediamo in Zazen siamo circondati ed attraversati da un’infinità di onde magnetiche, di radiazioni, di onde radio, e anche se non le percepiamo non possiamo dire che non esistono; e quanto della vita sfugge ai nostri sensi e noi viviamo come se questo non esistesse ? Questa è anche la causa della distruzione che l’uomo ha creato su questo pianeta proprio perché la sua mente limitata non gli permette di andare oltre la percezione dei immediata dei sensi, oltre l’illusione dell’apparenza.

Quando noi sediamo in Zazen, possiamo vedere tutto questo, possiamo guardare in profondità in noi stessi e nella realtà; è quello che ha vissuto il Buddha al momento del Risveglio di fronte alla Stella del Mattino.

Quindi proprio perché in Zazen noi acquisiamo e abbiamo modo di fare esperienza di questa visione profonda, capiamo quanto sia importante prenderci cura di ogni cosa, e non solo della sua manifestazione immediata, quella che ci appare davanti agli occhi, ma ci dobbiamo prendere cura di ogni cosa nel suo divenire, nel suo apparire e scomparire continuo e simultaneo. Prenderci cura delle condizioni che permettono il manifestarsi di ogni cosa. La nostra natura, come la natura della fiamma, è la natura del  non venire e del non andare. Venire ed andare, apparire e scomparire …

Il mio Maestro diceva “La forma di ogni cosa è bella perché è rara e preziosa” … è unica, non c’è un foglio di carta uguale ad un altro, non c’è fiamma di candela uguale ad un’altra, non c’è un essere umano uguale ad un altro.

Consapevoli di questo, come possiamo non prenderci cura con tutto il nostro amore e la nostra compassione di ogni espressione della vita, qualunque essa sia? Imparare ad apprezzare e a vedere in profondità quanto in ogni cosa che viene offerta ai nostri sensi, al nostro sguardo, sia presente tutto l’universo. Tutto l’universo ha contribuito perché il foglio di carta sia qui in questo momento, e quella fiamma si sia manifestata, la persona che abbiamo davanti  … è un miracolo … un miracolo continuo del quale noi siamo chiamati a testimoniare.

Se spengo quella fiamma, la fiamma comunque ancora esiste … il suo calore è ancora presente, ma in un’altra forma. Se io do fuoco al foglio di carta il suo calore entrerà in me, entrerà nel cielo, entrerà nella terra … la carta bruciata diventerà concime per l’erba, la sua forma sarà andata e sarà venuta, e avrà assunto un’altra forma; non c’è nulla che nasce, nulla che muore.

Adesso ho 57 anni, se guardo sull’altare c’è una foto di me bambino mentre do la mano al mio amato Nonno.

Dov’è finito quel bambino? io sono ancora quel bambino o sono un’altra persona?

Se io prendo un’altra candela adesso ed accendo con la fiamma che adesso è presente un’altra candela, è la stessa fiamma? È un’altra fiamma? È un’altra cosa, è la stessa cosa?

Non posso dire che quel bambino non esiste più, nello stesso tempo non posso dire di essere ancora quel bambino.

Questo è il mistero meraviglioso della vita, questo è il mistero che noi viviamo profondamente in Zazen. Semplicemente tornando al respiro, alla nostra postura.

Allora possiamo vedere ancora quel bambino che vive in noi, i nostri genitori, i nostri antenati … non c’è cosa nell’universo che non viva attraverso di noi.

Per questo la nostra Pratica è così importante, perché insieme a noi praticano tutte le esistenze.
Sulle nostre gambe camminano tutte le esistenze.

Insieme a noi in questo preciso momento praticano i nostri antenati, i nostri genitori, il Buddha e i Patriarchi …

E quindi noi pratichiamo anche per loro, proseguiamo il loro cammino, proseguiamo i loro sogni … Possiamo ancora prenderci cura delle loro ferite anche se non ci sono più; lo facciamo prendendoci cura della nostra Pratica, di noi stessi.

Questo è veramente molto importante … perché getta una luce completamente diversa sulla nostra vita, sulla nostre aspirazioni, sulla nostra stessa Pratica.

Vi prego di tenere sempre a mente questo e grazie a questa comprensione profonda orientare  la vostra vita.


© Tora Kan Dōjō

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