
mercoledì 26 aprile 2023
Lettura del Mumonkan - (da Lo Zen e l'arte di aprire una porta aperta di Bruno Ballardini )

sabato 22 aprile 2023
Di che parla Hagakure?
Ho scoperto che la Via del Guerriero consiste nella morte. Quando arriva il momento di scegliere tra vita morte, è meglio scegliere subito la morte. Non è poi così difficile: basta solo decidere e andare avanti. Chi sostiene che morire senza aver raggiunto il proprio scopo sia morire invano, pratica una via da mercanti.
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martedì 4 aprile 2023
Condividere il Risveglio del Mondo
Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigō Kōnin Sensei durante la Pratica Zen.
Durante Zazen concentratevi nel percepire l’energia che si muove nel vostro corpo, l'energia della vita che scorre e si manifesta nel respiro, nel cuore che batte, nel sangue che scorre, nei vostri stessi pensieri che appaiono e scompaiono... percepite la vita che scorre e che vi attraversa. Mantenete la vostra consapevolezza su questa percezione. Percepite il corpo nella sua interezza.
A
volte possiamo percepire il nostro corpo come un limite a causa di tutte le sue
fragilità e limitazioni ma il nostro corpo è in realtà il ‘laboratorio’ del
nostro risveglio, è l'occasione preziosa e rara che ci è offerta di esser nati
in forma umana.
Oggi 8 Aprile si commemora la nascita di Shakyamuni Buddha, 2567 anni fa, in giapponese è denominata Hana Matsuri; tradizionalmente si allestisce una sorta di piccola fontana ricoperta di petali di fiori, al centro della quale c'è una piccola statua del Buddha bambino in piedi che con una mano indica il cielo e con una mano indica la terra.
I
fedeli, i bambini in particolare, con un piccolo mestolo versano sulla testa
del Buddha del thè dolce.
La
nascita del Buddha è importante in quanto Origine del suo Risveglio, del nostro
risveglio; ogni volta che noi sediamo in Zazen ri-attualizziamo il Risveglio
del Buddha.
Il
Buddha ogni volta che sediamo rivive il suo Risveglio. Non c'è nessuna
distinzione tra il nostro Zazen e lo Zazen del Buddha, non c'è niente che ci
separi, né il tempo né lo spazio, è un unico grande eterno Risveglio.
È
molto importante ricordare questo ogni volta che sediamo in Zazen per evitare
di cadere nella trappola di fare dello Zazen un esercizio privato o una
ginnastica spirituale.
E’
importante ricordare a noi stessi ogni volta che ci inchiniamo al nostro
cuscino e ci accingiamo a sedere che stiamo sedendo nel Risveglio del Buddha a
beneficio di tutte le esistenze.
Il
Risveglio abbraccia tutte le esistenze, non esclude nulla.
È
il Risveglio che si trasmette da cuore a cuore, è questo sapore che mi è stato
trasmesso, che a mia volta cerco di offrirvi, che voi stessi condividerete con
altri.
È
veramente un'occasione e una grande benedizione l'incontro con lo Zazen,
l'incontro col Dharma.
Non
potete non vedere quanto ha contaminato positivamente le nostre vite da quando
ci sediamo nel Dōjō insieme. Pensate che rivoluzione antropologica, epocale, se
tutti gli uomini sedessero in Zazen con questo spirito, e la mente e la
compassione dello Zazen si esplicitassero nelle azioni umane, sarebbe la salvezza del
mondo.
La
nostra missione è sedere in Zazen e condividere questa benedizione, non ricercarne
un vantaggio personale facendone un esercizio privato ed egoistico ma
condividerlo in tutte le forme possibili: con la nostra pratica quotidiana che
senz'altro genera un'energia estremamente positiva in tutto ciò che ci circonda
ed in tutto quello che tocchiamo.
Il nostro beneficio non è altro che il beneficio che possiamo offrire al mondo.
Quando
siamo in grado di rinunciare al nostro piccolo tornaconto allora ci è
restituito un beneficio ben più profondo, ben più vasto.
Gasshô
(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin)
© Tora Kan Dōjō
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martedì 28 marzo 2023
Il Rumore della Vita
Vivere atto secondo. Ho sempre identificato
questa propensione “filosofica” anche nel lavoro e nell’impegno di certi uomini
straordinari come Nietzsche, Epicuro, Camus o Thoreau, tutti consapevoli che
non si può distinguere l’esperienza di un corpo dalla dimensione spirituale e
intellettuale. Di certo, se c’è stato per me un argine alla deriva della
fascinazione psicanalitica, che mi ha “salvato” dall’avvitarmi in certi deliri
ego referenziati, è stato un altro incontro e un altro viaggio. Quello nel pensiero
del Buddha. Freud l’avrebbe con gioia e con una certa morbosità steso sul suo
lettino. Nel mio caso, ho sempre preferito averlo sul sedile di fianco.
Vittorino Andreoli, in una recente intervista a «Sette», si chiede: «Ora che
facciamo l’analisi con Skype... se sparisce l’ascolto, cosa diventa l’altro?».
Ho sempre amato ascoltare. Soprattutto le storie che mi raccontavano di mondi
ed esperienze umane. Contadine. I ritmi della mietitura, le greggi su corridoi
immaginari e antichi scolpiti nelle vallate brulle della Magna Grecia e nelle
menti dei pastori. I racconti di mia nonna, mondina, nel dialetto del suo
paese, quel misto di suoni germanici e cantilene galliche, oscuri a un orecchio
non addestrato. L’antico. Gli echi che giungono da lontano. Le ore passate a
immaginare Alcibiade che solcava lo Ionio verso la Sicilia per fondare città e
seguire imprese eroiche e meravigliosamente velleitarie. Vite filosofiche
governate da una potenza magica e concreta. Vite erranti che sognavo a occhi
aperti. Andreoli, un uomo che ho sempre ammirato, sostiene che per lui la
psichiatria significa sofferenza, anzi, interpretazione della sofferenza di
esistere e che la relazione è la base di tutto. La mente non è un luogo ma una
funzione del cervello. E su questa funzione si può, si deve lavorare per uscire
dalla condizione del soffrire prodotta dal pensiero magico che ci aliena
proprio questa funzione. In Freud la parola ha un ruolo terapeutico
fondamentale. In essa risiede la potenza guaritrice e la minaccia della nevrosi
e dell’alienazione. Quindi non ci sono elementi per affermare che la follia sia
inscritta nel codice genetico, sostiene lo psichiatra. Ma entrano in gioco tre
fattori fondamentali: la parte del cervello che definiamo “plastica” perché si
struttura sulla base delle esperienze, la personalità, e poi l’ambiente. “La
follia non è fatale!” è il suo mantra. Non siamo destinati a soffrire per
sempre proprio perché non dobbiamo mai dimenticare che il piano sul quale
osserviamo i fenomeni della mente è quello dell’esistenza. E l’esistenza è in
continua mutazione. Impermanente. È proprio l’esperienza dei malati che ci
insegna che anche l’individuo più folle può sviluppare forme considerevoli di
creatività e che anche il più “normale” può commettere atti di follia. Il
confine è sottile. Dipende da quanto il pensiero magico riesce a irretirci in
un piano immaginario che ci allontana dalla magia della vita e della realtà. Magia
che non è negata neppure a una mente “folle”, che riesce, comunque, a creare.
La potenza dell’esistenza oltrepassa i confini della funzione della mente.
Un’energia ci muove, ci entra nel corpo, modella il cervello e va ben oltre la
mente stessa, anche quando questa dimentica i codici per interpretare la
natura. Gli indiani d’America, invece che confinare i “matti” in luoghi
dimenticati, li tenevano in grande considerazione. Consapevoli che nel loro
delirio potevano apparire forme di saggezza. Persino lampi di vita filosofica.
E dunque, alla fine, dire, come fa Andreoli, «io amo i matti» equivale ad
affermare che si amano i propri simili e la loro inestirpabile, incomparabile
singolarità. Nonostante i progressi delle neuroscienze, è sempre la necessità del
legame umano, sancito alla parola, a riaffiorare a ogni snodo del discorso.
Grazie a questo usciamo dal pensiero magico e guariamo. Ho sempre sentito,
istintivamente, che il rumore di fondo della vita, un certo disagio,
l’interrogarsi incessante e onnipresente dell’interiorità ha a che fare con
qualcosa di più vasto che non sta dentro al confine di una personalità, per
quanto contribuisca a definirla. Più che essere interessato alla dimensione
dell’io in quanto me, cioè del “mio” sé, ero affascinato alla relazione di
questo “me” con qualcosa di più grande, col mondo. Ho sempre pensato che lì
fosse il nodo da affrontare, la vera condizione che ci realizza e ci consente
di esprimere ciò che realmente siamo. Perciò la ricerca di una vita filosofica
è stata e continua, in un certo senso, a essere l’unico “analista” cui mi sia
mai rivolto. Questo approccio mi obbliga a relazionarmi con maggiore
consapevolezza alla condizione esistenziale che ci accomuna tutti: la
fragilità. Perciò mi interessano gli strumenti di cura individuati e messi in
pratica dal Buddha, per la loro efficacia e praticità, così come mi affascina
il lavoro di medici come Andreoli. Freud, che della psicanalisi è stato il
fondatore, aveva il culto della ragione come strumento principe per conseguire
il dominio sulle passioni irrazionali e sul potere dell’inconscio. Ma,
contemporaneamente, il suo approccio nei confronti dell’essere umano è
totalmente filosofico e “paradossalmente” spirituale: nella Introduzione allo
studio della psicanalisi illustra i risultati che alcune pratiche mistiche possono
produrre nel processo di trasformazione della personalità e più volte parla
della terapia psicanalitica come la liberazione dell’essere umano dai suoi
sintomi nevrotici, dalle inibizioni e anomalie caratteriali facendo riferimento
al terapista come a un maestro. Di cosa? Un maestro di vita. E definisce la
relazione tra paziente e analista come un rapporto che si basa sull’amore del
vero e del riconoscimento della realtà che impedisce ogni sorta di simulazione
e inganno. Non è un caso che anche Eric Fromm, un altro dei grandi padri della
psicanalisi, la definisca come un’espressione caratteristica della crisi
spirituale dell’uomo occidentale. Figlia del razionalismo e dell’umanesimo
occidentali e dell’indagine introspettiva del romanticismo, ha due “padrini
spirituali” in cui affonda le radici: la sapienza greca e l’etica ebraica,
entrambe interessate al tema del raggiungimento della perfezione e della
felicità.
Stefano Bettera
‘L’abbraccio del mondo’, Coltivare l'eleganza dello spirito per costruire la mente ecologica - ed. Oscar Mondadori© Tora Kan Dōjō
mercoledì 22 marzo 2023
Un fiume pacifico
di Thich Nhat Hanh
New Hamlet, Plum Village 26 gennaio 2012
* A Peaceful River, trad. ingl. (dal vietnamita) di sister Chan Khong, «the Mindfulness Bell», Summer 2012 (numero speciale per il 30° anniversario di Plum Village). [N.d.T.]
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Caro sangha, oggi è il 26 gennaio 2012. Siamo nella Sala di Meditazione della Luna Piena di New Hamlet. La gatha di oggi dal sutra che stiamo studiando dice che tutti noi conteniamo una corrente e che non abbiamo un sé separato. La gatha è la seguente:
Esseri viventi è il nome di una corrente continua e tutti i fenomeni in quanto oggetto di percezione sono soltanto segni; perciò non c’è alcuna reale trasformazione della nascita nella morte e della morte nella nascita e nessuna persona che realizzi il nirvana.(1)
La nuvola è impermanente
Quando il fiume rallenta,
ha tempo di riflettere molte nuvole piene di colori; le nuvole hanno molti,
molti colori. Allora il fiume comincia ad affezionarsi alle nuvole: «Oh, quella
nuvola è così bella! Ah, pure quella nuvola è bella!». E il fiume corre da una
nuvola a un’altra nuvola. Anche noi siamo un fiume; siamo un corso d’acqua e
diventiamo attratti da quella nuvola, quell’immagine. Ci affezioniamo a molte
cose entusiasmanti, piene di colori e interessanti. Ma la natura di ogni cosa è
impermanente, incluso la nuvola. Ora la nuvola è qui, ma nel pomeriggio
passerà. Mentre le nuvole scompaiono, tu corri da una nuvola a un’altra nuvola,
cercando di aggrapparti. Anche noi corriamo dietro a questo o a quel progetto,
dietro a un’altra bella donna, a un altro bell’uomo. Sentiamo del vuoto nei
nostri cuori e siamo come un fiume in corsa dietro a una nuvola. Ma la verità
della nuvola è l’impermanenza; la sua natura è di scomparire. Perdiamo il
nostro respiro rincorrendo questa nuvola, poi un’altra nuvola; e allora, poiché
abbiamo quella sensazione di vuoto dentro, ci sentiamo soli. Poi, un giorno, il
fiume è così triste, mancandogli le nuvole, e non ha nessun desiderio di
vivere. Il cielo è vuoto, non c’è alcuna nuvola da rincorrere, niente per noi
da inseguire. Perciò il fiume vuole morire. Vuole suicidarsi. Ma il fiume non
può uccidersi: è impossibile. Una corrente deve continuare, non può smettere di
scorrere. Ed è lo stesso per noi. Noi siamo un fiume di forma, sensazioni,
percezioni, formazioni mentali e coscienza. Diciamo che possiamo ucciderci, che
possiamo suicidarci; ma non possiamo mai farlo, perché appariremo semplicemente
in un’altra forma. Quindi dobbiamo scorrere in modo che il fiume diventi sempre
più ampio, sempre più limpido, sempre più bello, e andare nella direzione che
rende la vita più bella. Il fiume era così vuoto e così perduto, ma è tornato
al fiume, a sé stesso.
Già illuminato
Il nirvana in te
Vediamo le meraviglie di
ogni secondo, di ogni minuto. Il sole è così bello. Il sangha è così bello. Noi
siamo un fiume; dobbiamo scorrere. Perché pensi che puoi ucciderti? Non puoi
uccidere un fiume. Il fiume continua a cercare una via per continuare: quella è
la tua pratica. Basta che tu pratichi così. Non hai bisogno di imparare
migliaia di sutra. Semplicemente cammina sulla Terra, sii realmente con la
Terra, sii con il sole. La Terra è una meraviglia, il sole è una meraviglia.
Siete uno. La Terra è un grande bodhisattva, il sole è un grande bodhisattva.
Noi non possiamo essere diversi, non possiamo trovare un bodhisattva migliore.
Hai bisogno soltanto di praticare così; è sufficiente. Quando riesci a
camminare in presenza mentale, profondamente, a essere uno con la Terra, a
essere uno con il sole, a essere uno con l’universo, puoi vedere che ogni passo
ti porta a quella grande realtà. Così tutto il tuo dubbio sarà rimosso. In
realtà, non c’è niente di perduto, niente di aumentato. Perdere qui, aumentare
lì: puoi vedere che niente dura. Perciò il nostro fratello è scomparso, ma
appare qui, lì, e in te stesso, in molte altre persone. Non cercare di trovare
il nirvana lontano. Puoi trovare il nirvana in te, nel momento presente. Niente
nasce, niente muore. Ogni cosa è non-nascita, non-morte; nessun aumento,
nessuna diminuzione. Vediamo il mondo della sofferenza e vediamo il mondo
dell’illuminazione perché siamo dualistici nella nostra visione. Se puoi
toccare il mondo della bellezza nel mondo della bruttezza, allora puoi toccare
il mondo della sofferenza nel mondo dell’illuminazione. Il mondo
dell’illuminazione è dentro il mondo della sofferenza. Non pensare che l’illuminazione
sia diversa dall’ignoranza. Dall’ignoranza puoi ottenere l’illuminazione. Devi
vedere che nella sofferenza ci sono parecchi elementi che ti aiutano a
raggiungere l’illuminazione. Dobbiamo imparare a prenderci cura della nostra
sofferenza per cambiare, trasformare, essere liberati. Allora quando abbiamo
sofferenza, dobbiamo soffrire insieme. Non soffrire da solo. Quando soffri da
solo non puoi trovare la via d’uscita. Ma se soffriamo come un sangha, insieme,
troveremo una via d’uscita. Io sono molto felice che vi ho tutti insieme con
me. Ho attraversato molte situazioni difficili, ma voi siete qui, e noi tutti
lavoriamo insieme per trasformare il nostro dolore. Perciò, come il fiume, non
cercare di inseguire le nuvole. Ciò che stai inseguendo è già qui in te.
L’acqua è in te; anche la nuvola è acqua, non è una promessa del futuro. Il
paradiso è qui e ora. Il Regno di Dio è ora o mai più. Puoi rimanere dove sei,
non rincorrendo alcunché. Devi praticare «Sono arrivato, sono a casa». È la
nostra ancora. Significa che dimoriamo pacificamente, felicemente, qui e ora.
Faccio voto di portare il mio corpo, la mia mente, la mia azione e la mia
parola a mettere fine a ogni conflitto, alle liti, e
portare comprensione e
amore a ognuno. Ciò è il nostro compito. È la nostra missione. La nostra
missione è portare comprensione nella vita, a noi stessi per primi e poi
insieme l’un l’altro. Cerchiamo di portare comprensione agli amici intimi, ai
nostri cari, vicini e lontani. Dimoriamo pacificamente, in presenza mentale, nel
momento presente, per proteggere il nostro bel pianeta verde, e facciamo voto
di vedere l’interessere di ogni cosa per trascendere i segni, l’apparenza. In
questo modo tocchiamo la realtà. Devi essere consapevole che ogni parola
influenza l’intero sangha. Ogni azione corporea influenza l’intero sangha.
Quando pensi qualcosa, influenza l’intero sangha. Tu sei una cellula di un
corpo. Devi pensare in un modo che porti felicità e purezza al sangha. Devi
parlare in un modo che porti purezza e comprensione al sangha. Dobbiamo agire
in un modo che porti comprensione e bellezza al sangha per creare la Terra
Pura. Arrivare completamente, non essere portati via dalle apparenze,
trascendere i segni. Tu mi ami: significa che tu ti ami. Tu ti ami: significa
che tu mi ami. Il Buddhismo applicato è la via per toccare la realtà, per
vedere che nascita e morte sono soltanto porte dalle quali entri ed esci.
Sembra che tu nasca, sembra che tu muoia, ma in realtà nasci ogni secondo,
muori ogni secondo. Perciò, amici, non pensate che questo corpo sia proprio
voi, perché voi siete un fiume. Questo fiume continua a scorrere e scorrere. E
se si ferma qui, apparirà dall’altra parte.
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Note:
(1)Gatha 44 dallo
Yogacarabhumishastra di Acarya Asanga.
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mercoledì 15 marzo 2023
Dimorare in Hishiryo
Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigô Kônin Sensei durante la Pratica Zen.
In Zazen, dimorando nella consapevolezza del respiro e della postura, osserviamo. Diventiamo testimoni di quello che si muove dentro di noi, in particolare abbiamo modo di osservare chiaramente quel che si muove nella nostra mente. Da questa osservazione comprendiamo e facciamo l'esperienza profonda del corpo e della mente; facciamo l’esperienza dell’esistenza di un fondamento aldilà del pensiero che è profondo ed immutabile, non condizionato dai movimenti della mente, definito 'Hishiryo'... Immaginate il vasto cielo che rimane sullo sfondo qualunque fenomeno appaia, passa una nuvola, il volo di un uccello, il vento... ma il cielo rimane sullo sfondo, profondo, non condizionato, non coinvolto ed imperturbato dai fenomeni che appaiono e trascorrono. Possiamo così divenire consapevoli che tutte le nostre emozioni, positive e negative, rabbia, gelosia, passione, sono solo voli di uccelli, dei fulmini improvvisi, una folata di vento che si manifestano sullo sfondo di un cielo profondo e quieto. Imparando a dimorare nel pensiero Hishiryo, ed essendo profondamente intimamente consapevoli della sua presenza costante, possiamo tornare in un momento a dimorare nella quiete e osservare i fenomeni transitori per quello che sono. Questo non significa che non avremo sentimenti d'irritazione, rabbia e qualsiasi altro naturale sentimento umano... ma quando siamo consapevoli di questo fondo che rimane aldilà dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, spesso condizionati da condizioni esterne ed esperienze passate, allora riusciamo a non farci più coinvolgere e a non diventare schiavi di queste emozioni. In uno dei Mondô che avverranno durante Hossenshiki un monaco chiede: " Ma quelle risate di felicità e quelle lacrime di tristezza, non è quello che fanno tutti?" E lo Shusô risponde "Ahimé, felici si diventa schiavi della felicità, tristi si diventa schiavi della tristezza. Anche il giorno e la notte sono preda a questo attaccamento che li separa". L'attaccamento va inteso come diventare schiavi ed essere in balia di quello che è inconsistente e mutevole e lasciare che condizioni la nostra vita e le nostre scelte... Praticare Zazen, fare l'esperienza nel Dojo con gli altri, ci permette di scoprire che c'è un fondo di saggezza al quale possiamo tornare costantemente; come la tigre che torna nella montagna... Il Buddha diceva: "Siate un’isola a voi stessi", siate rifugio a voi stessi, intendeva proprio questo tornare a questa essenza fondamentale che ci appartiene e della quale non siamo consapevoli se non quando sediamo in Zazen. Impariamo a tornare a questo fondo e da lì attingere la nostra solidità e serenità in mezzo a qualsiasi condizione, anche nella peggiore delle tempeste possiamo trovare questo rifugio.
Al mattino, al termine dello Zazen ci riuniamo al centro del Dojo e cantiamo i Sutra. I Sutra sono insegnamenti profondi del Buddha e dei Patriarchi, dei Maestri che si sono succeduti uno dopo l'altro nel trasmettere questa infinita saggezza... Non è tanto importante solo il significato delle parole e la comprensione intellettuale del testo quanto l'espressione di gratitudine che avviene attraverso il respiro comune nel canto. Esprimiamo tutta la nostra riconoscenza per avere avuto l'opportunità in questa vita di incontrare il Dharma; gratitudine e riconoscenza nei confronti di chi ci ha preceduto nella nostra vita: verso i nostri antenati, i nostri genitori, i nostri maestri, e così via all'infinito. Lo esprimiamo con i gesti, con il respiro, con il canto, con lo sguardo, con l'attitudine del corpo, prosternandoci... Uscendo da questo luogo dopo la Pratica del mattino siamo veramente capaci di affrontare la giornata con un altro sguardo, a partire da questa consapevolezza e da questo riconoscimento profondo della nostra gratitudine. Questo forse è uno dei più preziosi insegnamenti che lo Zazen ci offre. Tornate dunque a guardare le cose da quel fondo di quiete e profonda consapevolezza che è sempre presente. Se siete capaci di tornare a quel fondo, e da lì osservare la vostra vita, non può che sorgere spontaneamente un profondo sentimento di benevolenza e gratitudine. Possiamo allora sorridere delle nostre più detestabili abitudini, delle nostre emozioni più superficiali, siamo allora come un bambino disteso nell'erba che guarda la forma delle nuvole che si modificano col vento... anche se appare un drago o un mostro, il bambino non si spaventa ma può divertirsi ad osservarlo.© Tora Kan Dōjō
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