martedì 28 agosto 2018

Tutti hanno un piano...finchè non prendono un pugno.




Condividiamo una riflessione di Sensei Taigō sulla Pratica dell’Arte Marziale


Mettendo da parte la mia mancanza di simpatia per questo animale da ring (Mike Tyson n.d.r.) la sua frase ha un significato molto più ampio per coloro che praticano l’Arte Marziale....

“Tutti hanno un piano fintanto che non prendono un pugno in faccia”

Prendere un pugno in faccia o al corpo di tanto in tanto fa molto bene e insegna moltissimo (non troppi che fa male e significa che non siamo molto preparati a schivarli e bloccarli).

Oggi il contatto fisico, il rischio di subire dei colpi, è accuratamente evitato dagli odierni cosiddetti cultori delle arti marziali che ormai si limitano a mimare il combattimento senza mai affrontarlo davvero, eliminando dal proprio allenamento la dura pratica che prepara allo scontro reale.

Questo li condanna ad una pratica per lo più insignificante ed inefficace sotto il profilo marziale e sotto il profilo formativo ed educativo.

Uno degli apprendimenti fondamentali della vera Arte Marziale è quello di imparare a ricevere un colpo.
Saperlo assorbire con disinvoltura (Tai Atari, pratica fondamentale del Goju-Ryu di Okinawa) quando lo abbiamo intuito per approfittare dell’occasione che si crea per chiudere la distanza sull’avversario o  non essere sopraffatti dal dolore e, soprattutto dalla sorpresa quando arriva inatteso.

Ricevere un colpo durante la Pratica, insegna a controllare il fisiologico shock e la sorpresa che ne derivano per non lasciare ulteriori spazi all’avversario che ne possa approfittare in uno scontro reale.

Insegna a gestire le proprie emozioni e a non far condizionare la propria azione dalle stesse, capacità fondamentale nella vita quotidiana, nelle relazioni e nel lavoro.

Così nella vita, puoi fare tutti i piani che vuoi ma solo se sei capace di rimanere in piedi e mantenere la lucidità quando ricevi un forte colpo inatteso potrai avere la lucidità per capire quel che c’è da fare per non soccombere.
Questo insegnano le vere Arti Marziali il resto è un gioco.

Citando il Maestro Deshimaru dal suo ‘Zen e Arti Marziali’:

".... così riducono le arti marziali a semplici discipline sportive. Quelli invece che vogliono cogliere una dimensione più elevata del proprio essere, della propria vita, non devono imitarli.
Non si può costringere né criticare nessuno. Tuttavia potrei dire che i primi sono come bambini che giocano con le macchinine, gli altri ne guidano di vere.”



© Tora Kan Dōjō








sabato 25 agosto 2018

Il Gioco Divino



La prima cosa fondamentale è comprendere che la religiosità non deve essere un affare serioso: si può danzare e cantare, i musi lunghi non sono affatto necessari.

Abbiamo vissuto troppo a lungo con le facce immusonite; se guardi l’iconografia tradizionale di Dio, lo vedi serio, e la sua serietà richiama altra tristezza.

Adesso –e non solo ora, è sempre stato così, ma oggi soprattutto –adesso abbiamo bisogno di un Dio che danza e che ride. La serietà ha ucciso la religione; la colpa non è della gente irreligiosa, non è degli atei, ma della seriosità, delle facce serie dei preti e dei profeti.

La serietà è una malattia, e il volto serio della religione ha attratto solo persone malate.

I giovani, le persone vive che danzano e ridono, non si sono sentite attratte dalla religione, hanno sentito che non era per loro.
D’altro canto, quando si è vecchi e malati, quando la vita ci ha segnati, quando la nostra energia si è affievolita, allora –quando ormai la morte si sta avvicinando –solo allora si cerca il divino. Questo si è dimostrato fatale e, come conseguenza, il mondo intero non è più religioso.

La religiosità dev’essere giovane, viva e fresca. Deve avere fondamenta diverse. Io definisco come sue fondamenta la festa, la celebrazione, una profonda inclinazione verso la felicità.

E sii giocoso. Ricordati sempre questa parola: gioco. Con me è fondamentale.

In India la creazione divina viene chiamata lila, il gioco divino.
Dio non ha creato il mondo: è un gioco. Il mondo non è una creazione separata dalla divinità: è divino. Tutto è solo un gioco. Quindi lascia giocare il divino che è dentro di te, lascia che danzi, celebri e canti. Solo allora lo avvicinerai, solo allora ti si rivelerà.

Non avvicinarti alla ricerca interiore in modo serioso. Non è un lavoro, assomiglia al gioco dei bambini; non è lavoro, è un gioco.
Non è neppure una gara, perché quella ha delle regole che devi seguire.
Quando giochi devi seguire soltanto la tua energia vitale. Seguila, fluisci con essa. Dimentica te stesso, lascia che ci siano soltanto la danza e il canto, e raggiungerai una sorgente molto profonda dentro te. Nella tua vita spunteranno molti fiori nuovi, si apriranno nuove dimensioni: lascia semplicemente scorrere la tua energia vitale, e ricorda sempre che è più saggia di te.

Quando conosci la tua energia vitale e lasci che sia lei a guidarti, ti accorgerai di quanto sei stato stupido, di quanto sei stato sciocco; cercavi di dirigere la tua vita, cercavi di forzarla in una direzione. Con la tua mente, con le tue misere idee, i tuoi concetti, cercavi di controllare un’energia più grande di te: cercavi di racchiudere il cielo in una finestra. Non sei altro che la cornice di una finestra! Non interessartene troppo. Interessati solo alla sorgente vitale, alla forza, all’energia che è dentro di te.

Osho
Tratto da ‘Lettere d’Amore all’Esistenza’  ed. Feltrinelli


© Tora Kan Dōjō























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mercoledì 22 agosto 2018

Nutrirsi l'un l'altro / Feeding Each Other




Un giorno, un sant’uomo si rivolse a Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno».
Dio lo condusse davanti a due porte, ne aprì una e gli permise di guardare all’interno.

C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola, un enorme recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Al sant’uomo venne l’acquolina in bocca.

Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutte l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.
Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio, non potevano accostare il cibo alla bocca.

Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: «Hai appena visto l’Inferno».

Poi Dio e l’uomo si spostarono alla seconda porta. Dio l’aprì.

La scena che l’uomo vide era identica alla precedente: la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina, le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici.
Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo.

Il sant’uomo disse a Dio: «Non capisco!» «È semplice», rispose Dio. «Hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo non consente di prendere il cibo per se stessi, ma permette loro di darlo al proprio vicino. Così hanno imparato a nutrirsi a vicenda! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi...»

Inferno e Paradiso sono due luoghi simili: siamo noi a fare la differenza.


English Version

One day a man said to God:
 “God, I would like to know what Heaven and Hell are like.”


God showed the man two doors.
Inside the first one, in the middle of the room, was a large round table with a large pot of stew. It smelled delicious and made the man’s mouth water, but the people sitting around the table were thin and sickly. They appeared to be famished.
They were holding spoons with very long handles and each found it possible to reach into the pot of stew and take a spoonful, but because the handle was longer than their arms, they could not get the spoons back into their mouths.

The man shuddered at the sight of their misery and suffering. God said, “You have seen Hell.”

Behind the second door, the room appeared exactly the same. There was the large round table with the large pot of wonderful stew that made the man’s mouth water.
The people had the same long-handled spoons, but they were well nourished and plump, laughing and talking.

The man said, “I don’t understand.”

God smiled. It is simple, he said, Love only requires one skill. These people learned early on to share and feed one another. While the greedy only think of themselves… 



sabato 18 agosto 2018

Un Fuoco Ardente




La tua lettera così colma d’amore mi ha fatto piacere.
Possa la tua fiamma vitale ergersi nitida verso la verità: questo è il mio unico augurio.

Per conseguire il divino occorre trasformare la propria vita in un fuoco ardente: mi auguro tu possa ricordarlo sempre.
Che tu sia addormentato o sveglio, se questo anelito, questa sete, questa rimembranza sarà presente in ogni tuo respiro –se sarà la focalizzazione della tua visione –, non sarà necessario fare altro. La sete, e quella sete da sola, sarà sufficiente per conseguirlo.

L’oceano è così vicino… ma in noi non c’è sete alcuna.
Quella soglia è così vicina… ma noi neppure bussiamo.
L’unica cosa necessaria è la capacità di vedere che il divino è sempre presente.

Purtroppo i nostri occhi si focalizzano su altre cose e la nostra mente è piena di tutto ciò che è inutile: ecco perché siamo incapaci di vedere ciò che è. Il cuore è coperto da altro, e il Sé è dimenticato. Questo rivestimento dev’essere rimosso: le alghe e i rifiuti che ricoprono le acque pure e limpide del lago devono essere eliminati; allora vedremo che nulla è mai stato perduto, nulla può essere perduto.

Io vivo costantemente nella verità, nell’essenza. È ciò che sono. E lo stesso vale per te: Tattvamasi, Shvetaketu; quello sei tu, Shvetaketu. Svegliati e ricorda: in ogni tua azione, ricorda colui che la sta osservando. In ogni tuo pensiero, fa’ in modo che la tua messa a fuoco sia su ciò che si trova dietro di esso.

Devi risvegliarti a quello spazio in cui non c’è né azione, né pensiero, né movimento. Lo si trova tra lo spazio e il tempo; lo si trova dove dimorano la pace, la beatitudine e il nirvana. Una volta trovato quello spazio, non occorre conseguire altro.
Trasmetti il mio amore a tutte le persone che amo.

Osho
Tratto da ‘Lettere d’Amore all’Esistenza’  ed. Feltrinelli





mercoledì 15 agosto 2018

Chi è Sensei Morio Higaonna. - Who really is Morio Higaonna Sensei (ITA / ENG)


A margine di un'intervista a Sensei Morio Higaonna pubblicata sulla rivista Dragon Times l'editore esterna questo inequivocabile attestato di stima:

Morio Higaonna è quel Maestro che Don Draeger (*) descriveva come “l’uomo più pericoloso in Giappone in un combattimento reale”. Colui che Terry O’Neill, il famoso campione europeo di Shotokan (kata e kumite) ha definito essere “veramente vicino al modello classico di Maestro di Karate”. Colui di cui il nostro Harry Cook rispose, quando gli fu domandato Chi è il più completo artista marziale che tu abbia mai visto?:
“Dei maestri Giapponesi dovrei proprio rispondere Morio Higaonna. Higaonna Sensei può fare tutto, i suoi fondamentali sono molto potenti, i suoi kata sono eccellenti e può dimostrare molti bunkai di ogni kata. Non ci sono dubbi sulle sue qualità di combattimento ed è eccitante guardarlo. Eravamo soliti assistere alle sue dimostrazioni a Tokyo ed ogni volta ringraziavi   di non essere il suo assistente! E’ molto bravo anche nella lotta, se gli finisci vicino sei nei guai."
Il mio contributo, karate a parte. Un uomo che vola per migliaia di chilometri solo per offrire una breve dimostrazione, e che deve essere persuaso a salire su una limousine mandata a prelevarlo all’aeroporto (dove aspettava in fila alla fermata del bus), e che poi rifiuta di essere pagato e rimborsato perché “era per un amico”, questo è il tipo di uomo che è Morio Higaonna!

ENGLISH VERSION

Morio Higaonna is the instructor that Don Draeger (*) referred to as "The most dangerous man in Japan in a real fight." Who Terry O'Neill, the famous European Shotokan champion (kata and kumite) called "As close as one can come to the model of the classical karate master." Of whom our own Harry Cook said when asked; "Who is the most complete martial artist you have seen?"
"Of the Japanese teachers I would have to say Morio Higaonna. Higaonna sensei can do it all; his basics are very powerful, his kata are excellent and he can demonstrate many bunkai for all the kata. There is no doubt about his fighting ability and he is exciting to watch. We used to watch him do demonstrations in Tokyo and you were always glad that you weren't his assistant! He's also very good at grappling; when he gets you in close you are in trouble."
My assessment-the karate aside. When a man flies thousands of miles just to do a brief demonstration; has to be persuaded to get into the limo sent to collect him from the airport (where he was waiting in the bus line), then refuses payment and expenses because "it was for a friend," that's the sort of man Morio Higaonna is!
* Vedi anche l'articolo pubblicato su questo blog (* see also) :

sabato 11 agosto 2018

Non cercare vie di fuga

Pubblichiamo un'estratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.


Una lumaca scala con decisione il Monte Fuji nel dipinto di Yamaoka Tesshu Sensei



L’Hagakure insegna:

“È bene che il samurai, anche quando è sul punto di essere decapitato, conservi l'abilità di compiere un'ulteriore azione senza incertezze. Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore e mostrare grande determinazione, benché privato della testa, egli non morirà”

“L'uomo calcolatore è un codardo. Affermo questo perché i calcoli concernono sempre il guadagno e la perdita, e l'opportunista si preoccupa sempre di ciò. Morire è una perdita, vivere è un guadagno ed è così che spesso si decide di non morire, ma questo è un atto di viltà. Allo stesso modo, chi ha ricevuto una buon'educazione può mascherare con la sua intelligenza ed eloquenza, la codardia o la cupidigia che costituiscono la sua vera natura. Molte persone non se ne rendono conto.”

“Abbiamo la tendenza a pensare che la vita quotidiana sia diversa dall'attimo decisivo; così, quando arriva il momento di agire, non siamo mai pronti [...] «il momento presente è adesso» significa prepararsi costantemente all'imprevisto.”

Coinvolgimento totale è quel che ci insegna lo Zazen.

Impegnare tutta la nostra attenzione ed energia nell’assumere la postura determina una metamorfosi del corpo e della mente (Shin Jin Datsu Raku).

Si incrociano correttamente le gambe, ci si centra e si distende la spina dorsale tra cielo e terra e si rimane lì di fronte a noi stessi e alla vita senza cercare vie di fuga.
L’uomo contemporaneo è sempre in cerca di vie di fuga e si dispone all’azione e alla vita con incertezza, senza una vera determinazione.

Raramente quando propongo ai miei allievi un semplice progetto d’azione mi sento rispondere: ‘Sì, ci sono!’ ‘Presente’, la riposta più frequente è: ‘penso di sì all’80%....’
Ci si lascia sempre una via di fuga, si prende tempo per calcolare profitto e perdite.
Ma come si può essere efficaci nell’azione se invece di guardare con determinazione davanti a noi ci guardiamo intorno in cerca di vie di fuga?
Se non siamo in grado di offrire una risposta chiara e decisa alla domanda che la vita ci pone di momento in momento (Genjō Koan)?

Lo Zazen e l’educazione Zen ci insegnano a non cercare vie di fuga e a rispondere alla vita : ‘Presente!!’ in qualsiasi condizione.

Philippe Petit, funambolo o meglio artista del cielo come ama definirsi, afferma: ‘Non ho mai paura sul filo, sono troppo impegnato’
Ecco, è questa condizione di spirito che si deve evocare in ogni azione della nostra vita.
Dovremmo vivere con la stessa concentrazione e determinazione che ci sarebbe richiesta se ci trovassimo in equilibrio su di una fune e fossimo chiamati a muovere un passo.
Non ci è dato pensare ad altro, dobbiamo muovere un passo deciso ed equilibrato senza esitazioni, senza troppi calcoli.

Ovvio che questo atteggiamento dello spirito debba essere allenato, proprio come il camminare sul filo. 
Si deve essere educati all’equilibrio e alla determinazione, soprattutto oggi, in questa società molle, che educa a fuggire ogni sforzo, difficoltà e responsabilità.
L’educazione del Dōjō, dello Zen e delle Arti Marziali, hanno anche questo obiettivo.

Le cosiddette arti marziali sono state addomesticate e adattate alla mollezza e pavidità dei praticanti odierni e farebbe un gran bene oggi a questi bambini che giocano ai samurai l’essere educati in un vero Dōjō Zen per ritrovare lo spirito del Budō.

Il mio primo Maestro affermava: 'Oggi lo Zen ha bisogno del Budō tanto quanto il Budō ha bisogno  dello Zen.'

Sempre il buon Petit afferma: ‘la mia esibizione dura pochi minuti ma ho chilometri di filo nella testa’.
Esercizio continuo (Gyōji) finchè il gesto diventa davvero nostro, spontaneo, naturale e pertanto sicuro.
Allora si potrà avanzare con decisione ed entusiasmo sul filo della vita come Petit tra le due torri.
Avanzando decisamente sulla nostra strada senza la necessità di cercare vie di fuga.

(Registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin)



mercoledì 8 agosto 2018

Scendere dalla schiena della tigre

Raimon Panikkar 1918-2010


DOMANDA: Prof. Lei chiama lo sviluppo “tigre”, perché? 

RISPOSTA: l’attuale modello di sviluppo che si basa su un sistema 
economico che fa prevedere la miseria di gran parte del pianeta come  condizione per il benessere di pochi privilegiati, denuncia da sé la sua  inadeguatezza. Inoltre, lo sviluppo pare che stia sempre più diventando 
autonomo dall’uomo: non è più uno strumento di cui l’uomo si serve per 
migliorare la propria vita, è un essere a sé stante che ha come primario  obiettivo la propria conservazione. 
Storicamente, l’economia e il commercio sono stati importanti motori dei 
contatti tra le culture; spesso gli scambi economici si sono trasformati in  scambi anche culturali, basti pensare al processo di ellenizzazione del 
mondo romano o agli elementi orientaleggianti di cui si è arricchita  l’architettura delle antiche repubbliche marinare.. 
Oggi tutto è diventato più veloce ed automatizzato, tanto che gli scambi  commerciali non favoriscono più gli incontri tra gli uomini. Inoltre, la 
civiltà occidentale, forte di una fiorente economia, minaccia di assorbire le  più deboli culture dell’America latina, dell’Africa, dell’India, dell’Asia. 
Per me la globalizzazione non corrisponde a nulla di positivo: non si può 
pensare ad un governo mondiale, ad una moneta mondiale, ad un solo  sistema mondiale.
Questo è un vero e proprio terrorismo dello sviluppo. 
E’ una tigre sulla cui groppa è seduto l’uomo, assolutamente impotente di 
fronte alle decisioni della belva. La grande sfida alla contemporaneità, è  quella di riuscire a scendere dalla sua schiena senza farsi mangiare. 

DOMANDA: e come si fa a non farsi mangiare? 

RISPOSTA: nell’uomo esiste una dimensione che sfugge alla logica.  Mentre l’uomo occidentale ormai l’ha dimenticata, è ancora molto  presente in altre culture. Potrebbe esserci una mutua fecondazione, in un 
dialogo che dia spazio e dignità ad entrambi gli interlocutori. I cristiani,  poi, dovrebbero tornare al Vangelo. Una signora chiese: ma come si fa  questo? E la risposta fu:- Nulla è impossibile. L’unica cosa che vale la  pena, è di cercare di fare l’impossibile. Non ho ricette :le prediche sono  ricette e a me non piace fare prediche. Questa è la sfida: creare una nuova  situazione dinanzi all’impossibile Il giovane di fronte a questo resta  perplesso: io gli dico: cammina da solo, scopri il senso della tua vita e di  quanto ti sta attorno .Io non cammino per voi. La speranza è del presente,  non del futuro. Poniti di fronte agli altri non per eliminare le differenze, ma per incontrarli consapevolmente, nella loro peculiarità. 

DOMANDA: una nuova situazione, di fronte all’invadenza della  globalizzazione, potrebbe essere un dialogo più stretto e più sincero tra le  culture? 

RISPOSTA: Che cosa accadrebbe se noi semplicemente smettessimo di affannarci a costruire questa tremenda torre unitaria? Che cosa, se invece  dovessimo rimanere nelle nostre belle piccole capanne e case e focolari  domestici e cupole e incominciassimo a costruire sentieri di comunicazione  (invece che solo di trasporto), che potrebbero col tempo convertirsi in vie  di comunione, fra differenti tribù, stili di vita, religioni, filosofie, colori,  razze e tutto il resto? E anche se non riuscissimo ad abbandonare il sogno  del sistema monolitico della Torre di Babele che è diventato il nostro  incubo ricorrente, questo sogno di un’umanità unitaria non potrebbe  essere soddisfatto costruendo semplicemente strade di comunicazione  piuttosto che un gigantesco impero, vie di comunicazione invece che di 
coercizione, sentieri che possono condurci al superamento del nostro  provincialismo, senza spingerci tutti nello stesso sacco, nello stesso culto,  nella monotonia della stessa cultura? 

DOMANDA: lei vuol dire che negli occidentali, specie nei giovani, vi  dovrebbe essere più umiltà nel disporsi alle differenze culturali, più 
apertura ad accogliere l’altro così com’è? 

RISPOSTA: Il dialogo sincero è quello che mi toglie l’ingenuità di pensare che quello che è valido per me è valido per tutti. Scoprire che  anch’io, io il cristiano, io il buddhista, io il moderno, io lo scienziato, io  qualsiasi altro tipo, ha presupposti non analizzati che io non posso vedere 
e che ho bisogno dell’altro perché me li scopra. Solo partendo da questo è possibile parlare di pluralismo. Nel momento in cui si accetta la  contingenza della propria cultura e ci si rende consapevoli del fatto che  non esiste una verità unica, ci si può aprire all’Altro. Il pluralismo è molto più della tolleranza; nasce dalla consapevolezza dell’inconciliabilità tra le culture e dell’irriducibilità dei sistemi. Bisogna anche ricordarsi che 
le culture non sono folklore. L’America ed il Quebec si definiscono multiculturali per il fatto che ospitano ristoranti e negozi tipici d’altre culture, ma non c’è nulla di più falso: non è pensabile ridurre le culture a queste loro manifestazioni. Ogni cultura ha valori diversi, e questi si traducono in comportamenti diversi nei rapporti tra le persone, in differenti concezioni dell’umano e del divino, in diverse percezioni del tempo e dello spazio e, non da ultimo, in differenti sistemi economici. 
Pluralismo, multiculturalità, significa tenere in considerazione queste differenze e lasciare loro lo spazio di esprimersi. Lo stato attuale delle cose  è ben lontano dalla prospettiva del dialogo rispettoso. L’occidente ha  imprigionato il resto del mondo nella logica dello sviluppo, pretendendo 
da esso un’evoluzione uguale alla propria, e stigmatizzando gli altri paesi  con espressioni come "paesi sottosviluppati" o, nella migliore delle ipotesi, 
"paesi in via di sviluppo". Non c’è scampo: la strada è quella segnata dal  mondo occidentale, e tutti ci arriveranno, chi prima chi dopo. 

DOMANDA: Non è troppo entusiasta della cultura moderna…o no? 

RISPOSTA: La tecnocrazia è senz'altro l'aspetto che più caratterizza la  cultura moderna occidentale, oltre al fatto di essere paneconomica ed una  american way of life. Essa ha reso tutto monetizzabile e dipendente 
dall'economia: il tempo, l'educazione, il matrimonio, il nutrimento, la mia 
salute, le mie credenze, la mia felicità. Tutto ha un coefficiente economico,  ossia, in altre parole, quantificabile. L'american way of life è la mentalità  che si dichiara soddisfatta di questo tipo di cultura. Certo, dal punto di vista pratico ci sono delle cose da correggere, da migliorare, ma dal punto  di vista teorico questa civiltà basta a dare all'uomo la felicità. L'uomo -  secondo l'antropologia che sta alla base di queste convinzioni- non è che 
un insieme di bisogni. Se gli si offrono i mezzi per soddisfarli, l'uomo è felice. Questo tipo di mentalità e di cultura non è universale né universalizzabile. E non lo è né da un punto di vista qualitativo, per i  motivi sopra esposti, né da un punto di vista quantitativo: il 6% della  popolazione mondiale consuma il 40% delle risorse disponibili e ne controlla il 60%. Le possibilità e le risorse del pianeta sono limitate. Nella  prima metà del secolo il sistema economico mondiale era relativamente aperto. Ora il sistema è chiuso e in un sistema chiuso ogni aumento in una regione comporta una diminuzione in un'altra. Viviamo un aumento costante d’entropia. Il nostro stile di vita non può essere mantenuto su scala mondiale. Nel complesso tecnocratico ogni progresso implica un regresso in un altro ambito. La cultura moderna contiene in se stessa il germe della propria autodistruzione. È proprio quel desiderio d’assoluto, d’infinito, che la sorregge, ciò che provocherà la sua inevitabile fine. 
Quando il desiderio d’assoluto non si esprime nella sfera, appunto,  dell'assoluto, ma in quella del relativo, del materiale, non può che 
diventare una specie di cancro autodistruttore, perché ciò che è limitato  non può sostenere uno slancio infinito. 

DOMANDA: già, che n’è del sacro, oggi? 

RISPOSTA: il divino, l'umano e il terrestre - o in ogni caso li si voglia  chiamare- sono le tre dimensioni irriducibili che costituiscono il reale, in 
altre parole qualsiasi realtà in quanto tale. Tutto ciò che esiste presenta questa struttura, triplice e unica, espressa in queste tre dimensioni che si 
generano reciprocamente ma non sono riducibili l'una all'altra. Vi è un'unica relazione, benché intrinsecamente triplice, che esprime la costituzione ultima della realtà. La realtà mostra questa triplice dimensione: un aspetto metafisico (trascendente), un fattore pensante e un elemento fisico o materiale. A livello umano, poi, questo principio si esplica nei tre fondamentali modi di percepire la realtà: l'esperienza sensibile, l'esperienza intellettuale e l'esperienza sopra- conoscitiva e  totale che trascende il pensiero. Il sacro, il divino non si può imprigionare nei teismi: monoteismo, deismo, politeismo, panteismo, ateismo, cioè  qualsiasi concezione che voglia localizzarlo in un luogo speciale. Sia che  questo luogo non esista (ateismo), sia che questo luogo stia al di sopra, al  di dentro o dappertutto. La realtà è di natura cosmoteandrica. 

DOMANDA: lei segue con interesse le manifestazioni dei giovani, quale input darebbe loro, in particolare? 

RISPOSTA: non faccio prediche, dico loro di vivere con sincerità e basta.  Per i cristiani il sermone della montagna è quanto mai lapidario e preciso:  è quanto basta per vivere la vita nella sua pienezza. La vita è unica per  ciascuno di noi e quindi, incomparabile. Di essa si è perso il senso mistico 
e siamo diventati soltanto animali razionali o computer molto sofisticati.  Nel Vangelo la vita è eterna e noi qui siamo stati invitati solo per un certo 
tempo. 

DOMANDA: lei spesso focalizza l’attenzione su due donne : Chiara d’Assisi e Maria di Magdala che nella loro vita hanno vissuto la mistica e 
la bellezza. Pensa che le donne di oggi siano ancora capaci di queste  scelte? 

RISPOSTA: lei non mi farà una domanda che riguarda circa due miliardi di persone! Le donne devono superare questo patriarcalismo che esiste 
dappertutto: nella politica, nello sport, nella società, nella chiesa e,  soprattutto, in mezzo ai preti che è una razza in estinzione. Le caste  finiranno, però non c’è solo la morte, ma pure la risurrezione e la trasformazione totale del cosmo, delle persone, delle società e…dei preti. 

DOMANDA: ha più speranza nella società di oggi, oppure in quella in cui è vissuto trent’anni fa? 

RISPOSTA: ci sono cose migliori ed altre peggiori. Migliori: una certa  tolleranza e conoscenza degli altri che non si possono eliminare, né bruciare. Peggiori : l’ipocrisia, il potere, le guerre e la tecnocrazia.



© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it







giovedì 2 agosto 2018

Tre errori da evitare in Giappone

Questo articolo è tratto dal Blog: Coco Japan che ringraziamo




Durante il viaggio lungo tra Giappone e Italia, sul volo dove ci sono sia giapponesi che italiani, vedo spesso gli italiani girare in corridoio senza le scarpe, ogni tanto neppure senza le calze.

Per i giapponesi sporcare le calze significa sporcare dentro le scarpe, poi sporcare il pavimento della casa. Per questo motivo sul volo i giapponesi sono sempre con le ciabatte che hanno portato dal Giappone.

Se tu avessi avuto l’idea di portare le ciabatte sul volo, faresti tre errori in Giappone.

1. Non entrare a casa con la valigia

Credo che tu sappia già che alla casa giapponese nessuno può entrare con le scarpe, ma avevi pensato anche alla tua valigia?
Molti giapponesi pensano che la valigia sia come le scarpe perché durante il viaggio le ruote e il fondo hanno toccato la terra come le scarpe.
Dunque la tua valigia non deve entrare a casa automaticamente. All’ingresso dovresti chiedere al padrone della casa come si fa con la valigia, forse si deve pulire le ruote.

2. Non usare le bacchette degli altri

Le bacchette sono come le vostre posate, ma diverse.
Le bacchette giapponesi sono di legno naturale o bamboo e con URUSHI: il materiale naturale. Ogni uno ha le sue proprio bacchette scegliendo il colore e il disegno che gli piacciono, la loro taglia è giusta per il proprietario misurando la mano. Personalmente io pago almeno venti euro per avere le mie bacchette che mi piacciono.
Naturalmente per preparare la tavola devono ricordarsi di chi sono bacchette. Di solito danno all’ospite le bacchette temporanee: WARIBASHI e tu puoi usare quelle.
Se stai per più giorni, sarà una buona idea portare le tue bacchette per te.

3. Non entrare nel FUTON prima della doccia

FUTON è come il vostro letto, ma diverso.
Esiste solo quando dorme una persona pulita. Se volessi riposarti di giorno in Giappone, potresti sdraiarti sul divano anche sul pavimento, ma non farlo su FUTON.
In Giappone ogni giorno tutti fanno il bagno prima di andare a dormire. Anche se hai fatto la doccia prima di uscire per la cena, quando torni a casa, non sei più pulito per i giapponesi, dovresti fare almeno la doccia di nuovo prima di entrare nel FUTON.
In Giappone devi ricordare che rispetto agli italiani i giapponesi sono molto più pignoli.


Molto facile!


© Tora Kan Dōjō

lunedì 30 luglio 2018

Corpo Mente e Cuore


Conferenza tenuta nell’Università dell’Aquila il 23/11/1999
Dal Maestro Cesare Barioli (17 agosto 1935 – 13 luglio 2012)
Per gentile concessione del sito: Scuola Judo Tomita



“Vi chiedo di scusarmi, ma inizio con una nota biografica. Nel mio biglietto da visita c’è scritto: insegnante di judo. Non ho titoli da elencare o incarichi sociali da vantare. Per quanto riguarda il judo (“via dell’adattabilità”), la disciplina che ho praticato per quasi mezzo secolo di vita, è stata creata da un professore e burocrate giapponese (Kano Jigoro) nell’intento di proporre una nuova educazione, che non ha a che fare con la disciplina olimpica promossa in Occidente. Inoltre vorrei anticipare un’obiezione: non sono un apostolo dell’Oriente, continente che cerco di comprendere, ma non mi sogno di accettare passivamente. E ora vorrei sottoporvi a un corso intensivo di judo, perché sia più chiaro il contesto di quanto voglio dire.
Uno degli artefici della configurazione scolastica del Giappone nel XX° secolo, Kano Jigoro, ha inserito un principio morale universale in un’arte di attacco e difesa nata nel periodo feudale giapponese, il jiu-jitsu, reso ormai obsoleto dalla struttura sociale e dalla diffusione delle armi da fuoco. Quell’arte feudale di autodifesa è stata così trasformata in una disciplina educativa di straordinaria rilevanza, che ha un profondo significato morale. Il rilievo storico e sociologico del judo educativo dovrebbe essere trattato a parte e a lungo. Nella vicenda del judo educativo si rispecchia una parte importantissima della cultura giapponese. Mi limito ad alcune osservazioni di larga massima, sviluppando soprattutto gli insegnamenti che ho tratto dagli anni passati nella interpretazione, traduzione, pubblicazione dei testi classici del judo educativo.
Il judo fa convergere le parti dissociate dell’essere umano in una direzione ideale. Noi diciamo che unifica corpo, mente e cuore nella direzione del principio morale definito come “il miglior impiego dell’energia”. Questa suddivisione dell’essere umano in “corpo, mente e cuore” è empirica. Per “cuore” intendiamo quello che altri hanno chiamato anima, spirito, affettività. Per “mente” intendiamo uno strumento calcolatore abbinato a una raccolta di immagini. Per “corpo” intendiamo proprio il corpo, nella sua fisicità e materialità.
Ora, il motivo per cui il judo ha storicamente assunto la dimensione di una lotta, è che il guerriero ha scoperto (e, soprattutto, il guerriero giapponese ha conservato questa scoperta fino a noi) che nel pericolo dì essere tagliati in due da uno spadone, l’essere umano unifica le sue facoltà nel saltare di fianco. Voglio dire che, in tale circostanza, nel gesto difensivo o nel contrattacco, non ha esitazioni inconsce, subconscie,o dettate dal super-io. Naturalmente chi giungeva per tempo a questo segreto arrivava ad invecchiare e insegnava alle giovani leve i suoi segreti. Chi commetteva un sia pur minimo errore nella capacità di unificare l’essere al momento del bisogno, finiva concime ai gelsi di campagna.
Se mi concedete una licenza audace, farò un esempio pratico che illustra bene la differenza tra corpo, mente, cuore. Un giovane cerca la via spirituale. Evidentemente il cuore mira a quest’ideale. In seminario gli spiegano che è necessaria la castità e la sua mente capisce: quindi cuore e mente sono d’accordo. Ma nessuno ha preso in considerazione il corpo, e il giovane si sveglia al mattino con una manifestazione virile impressionante. La via spirituale intrapresa diventa un tormento. In questo contrasto tra il corpo da una parte, e mente e cuore dall’altra, con guasti per entrambe le parti, può essere danneggiata la salute, ma anche la funzionalità cardiaca e le stesse funzioni mentali fondamentali. Osservate alcune discipline spirituali orientali come lo yoga o il buddhismo-zen: esse iniziano disciplinando il corpo. Per questo aspetto la cultura orientale è decisiva.
Perché il corpo ci mette mesi o anni a capire, quando la mente impiega giorni o settimane e il cuore, con le sue misteriose ragioni, può comprendere in un lampo? Permettetemi di riprendere una nota iniziale, riaffermando che non propongo l’imitazione delle esperienze orientali. Le considero “cultura” e sottolineo l’importanza di un principio: “bisogna prendere dall’esperienza umana le cose positive e scartare quelle negative”.
Scusatemi se sarò un poco estremista nel riassumere le mie idee, ma è per me importante sottolineare che abbiamo ricevuto un’educazione razzista. Personalmente ho constatato le differenze esistenti tra gli esseri umani, che a un certo livello possono costituire caratteristica di razza. Non ho nulla in contrario a riconoscere la superiorità fisica dei neri, la sensibilità dei gialli, le facoltà psichiche degli aborigeni australiani e lo strapotere militare dei bianchi che spesso hanno schiavizzato i primi, drogato con l’oppio gli altri, distrutti gli ultimi. Ritengo che il significato negativo che attribuiamo alla parola ‘razzismo’ riguardi la presunzione di considerare una certa razza superiore in assoluto.
Premesso questo, osservo di aver ricevuto un’educazione di parte, che mi ha inculcato i nomi di sette capitribù chiamati Re di Roma, ma ignorando il più duraturo e glorioso impero della terra, quello cinese, che ha creato, senza depredare i vicini, opere d’arte davanti alle quali il Colosseo quasi scompare. Ho ricevuto un’istruzione che valorizza l’Eneide, la Divina Commedia e l’Orlando Furioso, completamente ignorando il Mahabharata, il cui nucleo Vyasa comprendeva migliaia di versi quando noi occidentali non sapevamo ancora scrivere nemmeno quel poco che era necessario per censire la consistenza del gregge.
Da solo ho dovuto scoprire l’influenza che la sottocultura giapponese (la grande cultura dell’Oriente è cinese) ha avuto nella seconda metà dell’800 sulla pittura moderna, attraverso il fenomeno del “japonisme”. E da solo profetizzo che in questo secolo cambierà profondamente la nostra musica, aprendosi alla pluralità dei suoni, al di là delle sette note di Sono un italiano vero che tanto successo ha ottenuto da vincere un festival (la musica indiana, o i suoni ‘yin’ e ‘yang’ di quella cinese potrebbero aprire le porte di una nuova sensibilità).
A tredici anni chiedevo perché dovessi studiare latino. “Per sviluppare la mente” , rispondevano. A volte chiedevo: “Il tedesco non andrebbe meglio?” Silenzio. Una lingua viva avrei potuto usarla; anche le relazioni umane aiutano a sviluppare la mente. Oltretutto mi resi conto che grandi benefattori del ’900 (ad esempio Albert Bruce Sabin, o Muhammed Junus) non avevano studiato il latino, ma che la certezza della superiorità greca e latina forniva una giustificazione ideologica per quel colonialismo a cui siamo giunti fuori tempo massimo.
Come consolazione, la certezza della nostra superiorità fornisce volontari per “missioni di pace” in Somalia, dove soldati moderni hanno usato un razzetto per interpretare la prerogativa virile del più forte (è inevitabile, mi hanno detto).
Allora (al mio liceo), spiegavano che senza greco e latino non si poteva accedere a Medicina, perché non si sarebbe potuto comprendere da dove derivasse il nome dei medicinali. Io, studente lazzarone, guardavo incredulo questi insegnanti che per stipendio lavavano il cervello ai futuri dirigenti del Paese. Aggiungo che 600 vie della mia città sono intitolate a musici occidentali e nessuna a personaggi di altra razza.
Attenzione, questa critica al passato non vuole condannarlo: ho rinunciato alla prerogativa mediterranea del Giudizio. La Storia mi serve per vivere il presente, in cui mi pare che abbiamo raggiunto un livello di sviluppo che potrebbe permetterci di vivere meglio e di accettare le grandi sfide che l’inquinamento, la sovrappopolazione e la nostra mentalità di supremazia ci pongono.
Abbiamo bisogno di una svolta nell’ educazione?
Ho affrontato la lettura dei testi spesso propinati alle future maestre. La pedagogia moderna comincia con J. J. Rousseau. E io mi son letto (in francese, perchè in italiano è stato pubblicato con un ritardo sospetto) La Nouvelle Eloise, chiedendomi chi fosse questo autore. Ad una prima indagine, mi risulta che avrebbe avuto 5 figli da una signora (ritengo altri da altre), bimbi che non ha visto perchè alla nascita li ha puntualmente fatti consegnare al brefotrofio. Pentitosi, dopo qualche anno li ha cercati, ma erano morti. La sua fama sembra dovuta alla lotta tra l’Illuminismo e la Chiesa.
Proseguendo ho scoperto che gli educatori celebrati, da Pestalozzi a Makarenko (finalmente un picchiatore!), dalla Montessori al commovente Korczak, fino al decano dei prof. di educazione fisica Vittorino da Feltre, sono state persone che hanno tolto le castagne dal fuoco al sistema, occupandosi di giovani derelitti, orfani, profughi di guerra, disabili.
Persino un mio carissimo capo-scout Bertolini si è fatto un nome nelle Scienze dell’Educazione proveniendo (come Direttore, intendiamoci) dal riformatorio Cesare Beccaria. Il professor Bernardi mi ha raccontato che Piaget prendeva a calci i nipoti perché contravvenivano alle sue teorie.
La mia tesi è che il modello dell’educazione è fornito da noi genitori allevando dei figli considerati normali; e ad esso si devono avvicinare i casi più disperati di alterazione del gruppo familiare. Cioè: gli educatori siamo noi e Rousseau farebbe bene a leggere qualche nostra raccomandazione.
Noi, la razza umana, sappiamo benissimo come intervenire nella formazione dei cuccioli. Come genitori ce la siamo in qualche modo cavata e come educazione di massa, ogni ideologia ha saputo fare dei fanatici, ogni religione dei martiri, ogni esercito degli eroi, ogni divinità dei santi, ogni sport dei campioni, ogni Stato dei lavoratori.
Fin’ora abbiamo lavorato efficacemente, ma forse in una direzione che alcuni potrebbero non condividere. Chi sono i nomi di culto del secolo trascorso? Nel bene o nel male l’austriaco Hitler; il sovietico Stalin; l’argentino Guevara; l’albanese Teresa; il cinese Mao; questo Papa polacco…E nel quadrilatero della presunzione? che cosa hanno oggi prodotto quelle scuole che un tempo avevano prodotto i filosofi tedeschi, gli artisti francesi, i colonialisti inglesi, i mafiosi italiani?
Visti i progressi fatti in questo secolo, dal volo di 266 metri dei fratelli Wright allo sbarco (forse) su Marte, dal pallottoliere al computer, alla clamorosa sconfitta di tantissime malattie, si potrebbe immaginare che molti progressi sono stati fatti nell’educazione (pardon, nelle Scienze dell’Educazione)! Dovremmo aver prodotto almeno venti Lawrence d’Arabia, trenta Cleopatre, una decina di Giulio Cesare, qualche Leonardo da Vinci…
No. Fatemi fare l’estremista fino in fondo. Abbiamo prodotto una massa di lavoratori puntuali a timbrare (ai quali però tratteniamo le tasse all’origine) divisi tra esagitati che si realizzano sugli spalti e depressi che si godono in colonna l’autostrada. Il progresso c’è stato. Nella vecchia Europa non c’è confronto di uomini e donne con il passato. A mio parere, la realizzazione individuale è stata soffocata. Diffondendo il nostro progresso scolastico soffocheremo sul nascere i possibili Gandhi, Picasso, Confucio e Gautama Buddha dei Paesi esotici. Soffocheremo anche tutte le specie che non produrranno per il più forte.
Questa scoperta è avvenuta in Oriente, o da noi? Non saprei. Certo è che al liceo mi hanno fatto studiare cose che mai mi sono servite nella vita, sottoposto a una pressione combinata di prof., compagni, famiglia, allettato da un voto che mi avrebbe permesso di alleviare questa pressione.
E’ avvenuto in parallelo alla costrizione di andare a scuola obbligatoriamente a sei anni, mentre potrebbe apparire logico che si affronti questo passo in ragione del livello di sviluppo individuale.
Certo, viene il sospetto che dopo essersi applicati a molte cose di cui non si comprende l’utilità, fra i 6 e i 23 anni, ci si avventa nella vita completamente domati e il sistema concede il contentino finale di dare maggior credito al laureato, concedendogli di sentirsi superiore al magutt (muratore da quarta elementare).
Una proposta educativa
Se l’educazione è andata in un senso, parlandone insieme, definendola e quindi attuandola, potremo modificare il corso di questa Storia, riappropriarci del destino e offrire ai nostri figli e nipoti un mondo adeguato al loro livello di sviluppo. Espongo in cinque punti la mia proposta di insegnante di judo.
1) L’educazione nasce per insegnare ad affrontare la realtà.
Ogni genitore prepara il suo cucciolo ad affrontare la realtà. Ho osservato questo nell’animale selvatico e ne ho sentito parlare da Alberto Manzi relativamente agli indigeni dell’Amazzonia. Mi pare che una svolta è stata attuata da Platone (La Repubblica) quando raccomanda agli educatori dei futuri ‘custodi’ di non raccontare ai bimbi le avventure licenziose degli dei, che potrebbero ispirarli da grandi, distraendoli dalla vita di austerità che lui auspicava per la categoria; da Platone in poi troppo spesso l’educazione è uno strumento del potere.
2) Non c’è educazione senza trasmissione di un principio morale.
Io non posso trasmettere a mio figlio l’esperienza con cui io ho affrontato il problema sessuale, perchè allora non c’era l’aids; mio padre ha dovuto adattare le sue conoscenze fotografiche ai nuovi tempi, perchè in gioventù stendeva sulla lastra un’emulsione idonea all’immagine che voleva ottenere (per esempio paesaggi nebbiosi in pieno sole). Ma se comunico ai giovani Il Miglior impiego dell’Energia e propongo loro le prime esperienze in tal senso, poi sarà semplice, con l’insegnamento, dare nozioni applicative adeguate.
Semplicisticamente, possiamo dire che spesso quando nella Storia abbiamo fatto qualcosa di buono, abbiamo applicato Il Miglior Impiego dell’Energia. Questo principio è di grandissima importanza pratica e morale.
3) Occorre presentare questo principio morale innovativo ad un Occidente che ha sempre avuto “verità rivelate”.
Se noi mettiamo insieme dei bambini di cinque anni, arabi ed ebrei, bianchi e neri, figli di comunisti e fascisti, dopo un quarto d’ora giocheranno insieme. Ritrovandosi vent’anni dopo probabilmente si uccideranno, come dimostrano gli oltre 40 conflitti in atto nel mondo.
Cos’è successo nel frattempo? Abbiamo dato loro un’educazione di parte (secondo le aspirazioni del potere di turno) religiosa, etnica, o politica. Se noi adottassimo per tutti il principio morale di Il Migliore Impiego dell’Energia, guidandone le prime esperienze durante l’età ricettiva e facendo scoprire che Il Miglior Impiego dell’Energia è: tutti insieme per Crescere e Progredire, arrivati a vent’anni questi giovani potranno prendere coscienza delle proprie tradizioni etniche, religiose e politiche e trapiantarle sul Principio Morale Universale che costituisce la base della loro educazione, arrivando a litigare com’è giusto per l’affermazione delle idee, ma senza uccidersi. Diminuirebbero di molto le guerre.
4) L’educazione a Il Miglior Impiego dell’Energia suppone l’unificazione di mente, corpo e cuore.
Istruttori sportivi e professori di educazione fisica possono rivolgersi al corpo; mentre gli insegnanti di materie intellettuali, che parlano da dietro la cattedra, raggiungono solo la mente. Si propone una concezione rivoluzionaria dello sport e dell’educazione fisica, con adeguata rivalutazione degli operatori. Alcune discipline sportive dovrebbero essere scartate da questo processo, altre dovrebbero modificarsi; certamente l’ideale olimpico andrebbe accantonato, o riservato all’ingresso al professionismo. L’educazione fisica dovrebbe essere rivoluzionata (negli anni ’60 l’Isef ha scartato il judo, sesto sport nazionale per numero di praticanti, dai suoi programmi perché disciplina extraeuropea, chiarendo che le stava più a cuore il razzismo strisciante che il sereno esame di cosa poteva giovare ai ragazzi). Una definizione di educazione fisica si potrebbe così formulare: essere sani per essere utili. Rivediamo il basket, il body building e, naturalmente, il football.


5) Il judo è parte di questa proposta educativa.
Gli occidentali hanno accettato il judo nel dopoguerra quando, da una parte non erano disposti a farsi dare lezioni di morale dai giapponesi, e dall’altra questi ultimi avevano bisogno di uno sport nazionale per creare l’immagine del nuovo Giappone. L’accordo fra le due parti ha trasformato il judo in uno sport olimpico in cui si cerca di vincere ad ogni costo per l’onore del gruppo di appartenenza e non disdegnando il premio in danaro. Le conseguenze dell’educazione sportiva sono particolarmente evidenti in Maradona (il campione più conosciuto al mondo), Tyson (il più apprezzato) e Tomba (onore e vanto della nostra Penisola sciatrice).
Il creatore del metodo judo non voleva che tutto il mondo lo praticasse, ma lo proponeva come esempio: inserendo in un’arte di autodifesa il principio morale, questa si trasformava in una disciplina educativa. Ci ha chiesto di inserire il principio morale nella scuola, con lo sport, con gli oratori, con i boys scout.. Dovunque troviamo delle attività per i giovani.
In pratica, come agisce il judo? Uno dei suoi motti è “dare per crescere e crescere per dare di più”. La struttura del judo è descritta come: un fondamento che è insegnare a combattere, le pareti della costruzione sono essere sani per essere utili, e il tetto è costituito dal principio morale del Miglior Impiego dell’energia.
Tutto comincia con un saluto, che è un rito per fissare l’attenzione,
Poi, dietro la facciata superficiale di studio delle cadute e perfezionamento delle tecniche di pugno e calcio, delle proiezioni e della lotta corpo-a-corpo, il giovane affronta un periodo in cui l’obiettivo è dare tutto se stesso al judo. Dopo questa esperienza egli sarà in grado di dare tutto se stesso a qualsiasi obiettivo si proponga: la famiglia, il lavoro un’impresa, la soluzione di una crisi.
Il momento successivo porta a dare tutto se stesso con il judo. Comporta incontrare l’altro e poter lavorare e costruire insieme a lui, disponendo dell’istruzione ricevuta.
Il terzo passo è dare tutto se stesso agli altri, cioè la comprensione del principio sociale: si sta insieme per costruire un mondo migliore. Non uso volutamente il termine “si lavora”, perché il verbo “lavorare” è stato interpretato come fare qualcosa per un salario o stipendio e il judoista non lavora in tal senso, ma contribuisce a migliorare il mondo sociale. Solo incidentalmente incassa dei soldi che gli servono per vivere.
L’ultimo passo insegnato dal judo ha una configurazione esoterica. Si tratta di raggiungere lo stato del dare, un modo di essere che acquista realtà dopo aver mosso i primi passi sulla via.
Da judo-educazione a sport-educazione
Attualmente in Italia una trentina di associazioni di judo (2.000 praticanti) praticano la proposta educativa del judo e altrettante ne accettano alcuni aspetti come l’insegnamento a disabili (alcune categorie di disabili mentali e fisici, non vedenti e non udenti), a giovani disadattati (condannati, o a rischio), a comunità di recupero.
La buona volontà naturalmente non basta e spesso si sono verificare situazioni difficili dovute all’incomprensione dell’autorità. Abbiamo ottenuto ottimi risultati occupandoci dei disabili mentali, nonostante la mancanza sia di una struttura assicurativa (la nostra politica è stata: non incorrere in incidenti), sia di una collaborazione medica (in questo caso abbiamo sfiorato il reato), sia di un riconoscimento ufficiale (sarebbe opportuno che il Ministro chiarisse agli operatori del sistema che la nostra suddivisione empirica in psichici, caratteriali e dawn con ritardati, non possono essere messe insieme, a scanso di guai).
Mediocri risultati abbiamo ottenuto con il sistema carcerario minorile. Una delle difficoltà è l’accesso alle cartelle mediche per sapere quale allievo (il 50%) è siero positivo. Nel judo ci si graffia, anche… Un’altra sono i pidocchi che ci portiamo in palestra. Meglio ci sta andando con i giovani teppisti di buona famiglia, perchè spesso è il giudice minorile, contrario alla galera, che preferisce condannarli a due anni di judo presso un buon insegnante. La cosa è sperimentale. E imbarazzante.
Nelle comunità di recupero per tossico-dipendenti, la difficoltà è economica: vi sono delle spese che la comunità non vuole o non può affrontare; mentre assorbire questi utenti in corsi normali richiede la garanzia che non siano sieropositivi e comunque la segretezza, perché la gente li rifiuta. Vi è anche la constatazione che il judo non interessa per la debilitazione fisica e per la mancanza di una promessa di impiego attraverso di esso.
L’esperienza con i disabili mentali ci ha portato ad organizzare buone gare e dimostrazioni, che giovano ai ragazzi insieme alla disciplina di palestra e ai concetti assimilati dalla pratica; ci siamo aggiornati con una serie di congressi internazionali dove abbiamo appreso dai francesi (molto avanzati nel settore) e abbiamo insegnato ad altre nazioni arretrate rispetto a noi. Nell’attività incontriamo una difficoltà nella competente federazione del Coni che, applicando il regolamento sportivo, espone a gravi rischi (documentati da incidenti) i ragazzi; e spingendo la proposta delle para-olimpiadi (che noi non ammettiamo per i disabili mentali) crea un effetto contro-educativo.
Vorrei aggiungere che comunque il sogno di portare i disabili meno gravi ad un’autosufficienza che li renda relativamente indipendenti dalle famiglie (affrontata in Francia con un discreto successo) è remoto e passa per un diverso approccio al disabile da parte di tutti gli operatori coordinati. Ciò che invece abbiamo indiscutibilmente ottenuto da questa esperienza è una notevole crescita umana dei normodotati che sono stati, più o meno a contatto con i disabili. Cosa che ci ha fatto postulare una comunità di recupero per normodotati gestita da disabili…
Le proposte per trovare alleati e compagni in altre discipline sportive sono finora cadute nel vuoto. Tuttavia sappiamo che il processo di coinvolgimento passa attraverso un riconoscimento ufficiale e, in attesa di questo, continueremo a lavorare.




© Tora Kan Dōjō

















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