sabato 26 settembre 2020

Con tutto l'Amore che puoi


Finché non sappiamo amare profondamente noi stessi, non possiamo sapere come amarci l'un l'altro in pienezza.
E l'altro, invece di essere un dono, un regalo, sarà solo un palliativo per la nostra mancanza di amore.
Per favore, non perdere tempo, siediti con tutto l'amore che puoi.
E quando questo amore ti ha riconciliato con la tua vita, può allora inondare il mondo.
Senza aspettarti nulla in cambio.
Lascia che la meditazione sia quello sguardo amorevole di te stesso su te stesso.
L'amore che danza nella gioia, l'amore che guarisce le ferite, l'amore che accetta e dimentica gli errori, l'amore del giubilo dei tuoi talenti, l'amore che illumina questo corpo così com'è, questa storia che è tua, così com'è.



Versione originale:

Tant que nous ne savons pas nous aimer profondément, nous ne saurons pas aimer l'autre en plénitude. Et l'autre, au lieu d'être un don, un présent, ne sera qu'un palliatif à notre manque d'amour. S'il vous plaît, ne perdez pas votre temps, asseyez-vous avec tout l'amour dont vous êtes capable. Et lorsque cet amour vous aura réconcilié avec votre vie, il pourra alors inonder le monde. Sans rien attendre en retour. Laissez la méditation être ce regard d'amour de vous-même sur vous-même. L'amour qui danse dans la joie, l'amour qui soigne les blessures, l'amour qui accepte et oublie les erreurs, l'amour de la liesse de vos talents, l'amour qui illumine ce corps tel qu'il est, cette histoire qui est la votre, telle qu'elle est.

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mercoledì 23 settembre 2020

Kafka e la bambola

 



A 40 anni Franz Kafka (1883-1924) che non si è mai sposato e non aveva figli, passeggiava per il parco di Berlino quando incontrò una giovane ragazza che piangeva perché aveva perso la sua bambola preferita.
Lei e Kafka cercarono la bambola senza successo.
Kafka le disse di incontrarsi lì il giorno dopo e che sarebbero tornati a cercarla.

Il giorno dopo, quando non avevano ancora trovato la bambola, Kafka diede alla ragazza una lettera " scritta " dalla bambola che diceva: " per favore non piangere. Ho fatto un viaggio per vedere il mondo. Ti scriverò delle mie avventure."

Così iniziò una storia che proseguì fino alla fine della vita di Kafka.

Durante i loro incontri Kafka leggeva le lettere della bambola accuratamente scritte con avventure e conversazioni che la ragazza trovava adorabili.

Infine, Kafka le riportò la bambola (ne comprò una) che era tornata a Berlino.
"non assomiglia affatto alla mia bambola", disse la ragazza.
Kafka le consegnò un'altra lettera in cui la bambola scriveva: " i miei viaggi, mi hanno cambiato."

La ragazza abbracciò la nuova bambola e la portò tutta felice a casa.
Un anno dopo Kafka morì.
Molti anni dopo, la ragazza oramai adulta trovò una letterina dentro la bambola.

Nella minuscola lettera firmata da Kafka c‘era scritto:

" tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l'amore tornerà in un altro modo."




A raccontare questo episodio è Dora Diamant, nel libro “Quando Kafka mi venne incontro…” Ricordi di Franz Kafka, a cura di Hans-Gerd Koch” (edito da Nottetempo, 2007)




© Tora Kan Dōjō
















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sabato 19 settembre 2020

Diventate amici del mondo


In sanscrito "benevolenza" si dice "maitri" e in pali "metta".  
La radice di queste parole è la stessa della radice della parola "amico".
Essere benevoli potrebbe quindi essere tradotto in modo immediato e semplice: "essere un amico".
Vivi come un amico.  Ma per poter diventare amici del mondo e degli esseri, dobbiamo coltivare questa qualità nella nostra mente.  Nel nostro spirito.
E cos’è che un amico coltiva nella sua mente quando si trova di fronte al suo amico?
Il desiderio gioioso che l'amico a cui presta attenzione sia felice e che la sua vita sia colma di bene.
Quindi il bodhisattva è l'amico del mondo.
Se diventiamo "amici" del mondo e di tutti gli esseri, la nostra felicità è illimitata.
Pensare bene produce bene.
Qualche anno fa ho scritto questa preghiera:
"Tu che contempli, chiunque tu sia,
lasciami essere tuo amico.
Quando ti penso, ti guardo e sono vicino o lontano da te
che tu possa essere liberato dall'inimicizia attraverso di me
che tu possa essere liberato dall'afflizione attraverso di me
che tu possa essere libero dalla preoccupazione attraverso di me
che tu stia bene e viva felicemente "
Possiamo mantenere viva questa preghiera per tutti gli esseri e per tutte le esistenze.
Diventa amico di esseri e cose senza distinzioni.
Il nostro percorso spirituale è questo: diventare amici del mondo.
Ma questo nobile atteggiamento meraviglioso può iniziare solo con noi stessi.
Il Buddha disse nel versetto 47 dell'Udana:
"Chiunque ami se stesso non può nuocere a nessuno."
Questa è benevolenza.

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Versione originale: 

En sanscrit "bienveillance" se dit "maitri" et en pali "metta". La racine de ces mots est la même que la racine du mot "ami".
Etre bienveillant pourrait alors se traduire d'une manière immédiate et simple par: "être un ami". Vivre en ami. Mais pour que dans notre façon d'être nous devenions des amis du monde et des êtres, il faut cultiver cette qualité dans notre mental. En notre esprit.
Et un ami, que cultive-t-il donc dans son esprit lorsqu'il est face à son ami? Le désir joyeux que l'ami sur qui il porte son attention soit heureux et que sa vie soit remplie de bien.
Ainsi le bodhisattva est l'ami du monde.
Si nous devenons "amis" du monde et de tous les êtres , notre félicité est sans limites.
Penser le bien produit le bien.
Il y a quelques années j'écrivais cette prière:
"Toi que je contemple, qui que tu sois,
permets moi d'être ton ami.
Quand je te pense, je te regarde et suis près ou loin de toi
puisses-tu être libéré de l'inimité à travers moi
puisses-tu être libéré de l'affliction à travers moi
puisses-tu être libéré du souci à travers moi
puisses-tu bien-aller et vivre heureux"
Puissions nous tenir cette prière vivante pour tous les êtres et pour tous les existants. Devenir amis des êtres et des choses sans distinction.
Notre chemin spirituel est celui-ci: devenir amis du monde.
Mais cette noble merveilleuse attitude, ne peut que commencer par nous mêmes.
Le Bouddha disait dans le verset 47 de l'Udāna:
"Quiconque s'aime soit même, ne peut faire le moindre mal à qui que ce soit".
C'est cela la bienveillance.


© Tora Kan Dōjō





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mercoledì 16 settembre 2020

Lo Spirito della Sesshin

Taizan Maezumi Roshi

“Che cos’è lo spirito?” È uno dei termini più ambigui che esistano. 
Lo spirito: ne possiamo parlare in maniera ordinaria, o secondo dei concetti filosofici, da un punto di vista metafisico o utilizzando dei termini psicologici, ma che cos’è realmente? 
Noi parliamo del nostro spirito, dello spirito degli altri, dello spirito universale o cosmico o dello spirito con la S maiuscola. Collegarsi o connettersi allo spirito: trasmettere, ricevere o preservare lo spirito. Adesso, potete scorgere il significato di Sesshin.
È' diventare autenticamente Uno con lo Spirito.
Esiste un bellissimo passaggio di Dôgen Zenji sullo Spirito. 
Dice: “Lo Spirito sono le montagne, i fiumi, gli alberi e l’erba. 
Lo Spirito è il sole, la luna e le stelle.” 
Ciò vuol dire che l’universo intero è lo spirito stesso. E noi ne facciamo parte.
Pensiamo di avere uno spirito. D’accordo, ma che cos’è? 
Qual è quello spirito di cui parla Dôgen Zenji? Che cos’è lo spirito universale? 
Unire tutti questi spiriti, collegare il nostro spirito allo Spirito dell’universo, tale è il senso di Sesshin.  Ci identifichiamo nello Spirito universale, nello spirito di Buddha. 
Tale è il senso di Sesshin. Facciamo Zazen. In Zazen, realizziamo l’unità di un tale Spirito.
Ci identifichiamo nello Spirito universale, nello spirito di Buddha. 
Tale è il senso di Sesshin. Inoltre, noi trasmettiamo, riceviamo, diventiamo realmente coscienti di questo stato d’identità del nostro spirito, della nostra esistenza quanto tale e di quella di tutte le cose.  Anche questo è il senso di Sesshin.
Setsu significa allo stesso modo “controllare”, “aggiustare, o “comprendere”.  
Abitualmente la nostra coscienza è troppo occupata, correndo sempre in tutte le direzioni come una scimmia su di giri. Il nostro spirito è così. Qualcuno dice qualche cosa, noi ne siamo attratti e diciamo: “È davvero una buona idea, ecco un buon modo di agire.”
E poi qualcun altro dice un’altra cosa e noi diciamo: “Oh! Questa è migliore, facciamo così.” In tal modo ci dibattiamo senza sosta anche per una piccola decisione. 
La nostra coscienza è sempre molto instabile, perciò controllarla, regolarla e farla funzionare correttamente è un altro significato per Sesshin.
Il primo senso, collegare il nostro spirito allo Spirito dell’universo è piuttosto attivo mentre il secondo, controllare e assimilare (o comprendere, come sopra) il nostro spirito cosciente è, bensì, passivo. Il primo è l’identificazione con lo Spirito, ossia con la natura di Buddha o la natura del dharma, quale che sia il nome che gli si vuole dare, mentre il secondo tende verso la tranquillità, la calma e la riconciliazione. L’uno e l’altro sono sufficientemente giusti.
La ragione è semplice.
Quale che sia il nostro stato di coscienza, infatti, quello spirito è già unito a tutte le cose, connesso a tutto, uno con tutto. Ecco perché diciamo: “Tutti gli esseri viventi sono originariamente dei Buddha”. E poiché noi siamo originariamente dei buddha, siamo già nello stato dello spirito di Buddha.
La sola cosa che dobbiamo fare è lasciare che sia.
È la nostra coscienza egocentrica che impedisce a questo spirito di Buddha di agire come tale. A causa di questa coscienza dell’ego, che è uno spirito estremamente parziale, limitato, incontrollato e sregolato, noi siamo confusi. 
Provare a calmare questo spirito sfrenato e selvaggio, questo è il senso di Sesshin.

Taizan Maezumi Roshi

(Traduzione a cura di Arianna Carlesi)





Versione originale Francese

"Qu'est-ce que l'esprit ?" C'est l'un des termes les plus ambigus qui soit. L'esprit : nous pouvons en parler d'une manière ordinaire, ou selon des concepts philosophiques, d'un point de vue métaphysique ou en utilisant des termes psychologiques, mais qu'est-ce réellement ? Nous parlons de notre esprit, de l'esprit d'autrui, de l'esprit universel ou cosmique ou de l'esprit avec un E majuscule. Se relier ou se connecter à l'esprit ; transmettre, recevoir ou maintenir l'esprit. Maintenant, vous pouvez entrevoir la signification de sesshin.
C'est devenir véritablement un avec l'Esprit.
Il existe un très beau passage de Dôgen zenji sur l'Esprit. Il dit : "L'Esprit, c'est les montagnes, les rivières, les arbres et l'herbe.
L'Esprit, c'est le soleil, la lune et les étoiles." Ce qui veut dire que l'univers entier est l'esprit lui-même. Et nous en faisons partie.
Nous pensons que nous avons un esprit. D'accord, mais qu'est-ce que c'est ? Quel est cet esprit dont parle Dôgen zenji ? Qu'est-ce que l'esprit universel ? Unir tous ces esprits, relier notre esprit à l'Esprit de l'univers, tel est le sens de sesshin. Nous nous identifions à l'esprit universel, à l'esprit de Bouddha. Tel est le sens de sesshin. Nous faisons zazen. En zazen, nous réalisons l'unité d'un tel Esprit. Nous nous identifions à l'Esprit universel, à l'esprit de Bouddha. Tel est le sens de sesshin.
De plus, nous transmettons, nous recevons, nous devenons réellement conscients de cet état d'identité de notre esprit, de notre existence elle-même et de celle de toutes choses. C'est également le sens de sesshin.
Setsu signifie également "contrôler", "ajuster" ou "assimiler". Habituellement notre conscience est très occupée, courant toujours dans tous les sens comme un singe excité. Notre esprit est ainsi. Quelqu'un dit quelque chose, nous sommes attirés et nous disons : "C'est une très bonne idée, voilà une bonne façon d'agir." Et puis quelqu'un dit autre chose et nous disons : "Oh! C'est mieux, faisons comme ça." Ainsi nous nous débattons sans cesse même pour une petite décision. Notre conscience est toujours très instable, donc la contrôler, l'ajuster et la faire fonctionner correctement est une autre signification pour sesshin.
Le premier sens, relier notre esprit à l'Esprit de l'univers est plutôt actif tandis que le second, contrôler et assimiler notre esprit conscient est plutôt passif. Le premier est l'identification avec l'Esprit, c'est-à-dire avec la nature de Bouddha ou la nature de dharma, quel que soit le nom qu'on veuille lui donner, alors que le second tend vers la tranquillité, le calme et l'apaisement. L'un et l'autre sont assez justes.
La raison en est simple.
Quel que soit notre état de conscience, cet esprit est en fait déjà uni à toute chose, relié à tout, un avec tout.
C'est pourquoi nous disons : "Tous les êtres vivants sont originellement des bouddhas". Et puisque nous sommes originellement des bouddhas, nous sommes déjà dans l'état de l'esprit de Bouddha.
La seule chose que nous avons à faire est de le laisser être.
C'est notre conscience egocentrique qui empêche cet esprit de Bouddha d'agir comme tel. En raison de cette conscience de l'ego, qui est un esprit très partial, limité, incontrôlé et déréglé, nous sommes confus. Essayer de calmer cet esprit déréglé et sauvage, tel est le sens de sesshin.


Taizan Maezumi Roshi



© Tora Kan Dōjō















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sabato 12 settembre 2020

Nel Budō non esiste avversario



Nel Budō giapponese non esiste la definizione di ‘avversario’nemmeno nello Shiai.
Colui che ci fronteggia nel combattimento del Budō è un ‘concorrente’, un ‘collaboratore’ che con la sua abilità ci mette in difficoltà perchè noi si possa esplorare profondamente noi stessi nella connessione con l’alterità.
Si cerca dunque un ‘opponente’ il più coraggioso e valido possibile e ci si augura che possa esprimere al meglio le sue capacità.
Niente di più lontano dalla miserabile ricerca della vittoria a tutti i costi che caratterizza lo sport, compreso il karate-sport.
Un altro mondo, un’altra dimensione.

Taigō Sensei
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In Japanese Budō does not exist a term like ‘opponent’ neither in Shiai.
The one who is in front of us in the Budō fighting is a ‘concurrent’, a ‘contributor’ who with his skills let us face difficoulties that permit us top explore deeply ourselves and our connection with otherness.
Then we should search for a ‘concurrent’ the most brave and skilled possible and we wish him to be at the best of his abilities.
Nothing more far from the miserable research of the victory at any cost typical of the sport, also of karate-sport.
An other world, an other dimension.

Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō




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martedì 8 settembre 2020

Impara a vivere nei tuoi incubi




"Dove c'è disagio, c'è paura, quando ti trovi in queste dure posizioni, vivi in un angolo d'inferno. E attraverso questa sofferenza quotidiana, impari a sopravvivere in queste situazioni.
Devi essere in grado di essere a tuo agio in situazioni di disagio.
Devi essere capace di vivere nel tuo peggior incubo.
L'arte marziale ti pone totalmente nel momento in cui devi essere completamente concentrato nel trovare la soluzione al problema.
Questo allena la mente a sviluppare tale concentrazione, a migliorare la tua consapevolezza, la tua capacità di risolvere problemi.
A volte, non devi necessariamente vincere.
Non puoi vincere.
Ma questo non ha niente a che fare con l'essere sconfitto."

Rickson Gracie


















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sabato 5 settembre 2020

Ogni giorno è un buon giorno.





Ogni sabato pomeriggio esco, diretta a una casa che si trova a dieci minuti di cammino. È una vecchia casa, con una grande fatsia in vaso vicino all’entrata. La porta d’ingresso scorre con un rumore di legno secco, il tataki dell’atrio è cosparso d’acqua e si sente odore di fuliggine e carbone. Dalla parte del giardino arriva lieve un suono di acqua corrente.
Entro in una stanza silenziosa che affaccia su quel giardino, mi siedo in ginocchio sul tatami, riscaldo l’acqua, preparo il tè e lo bevo. Non faccio altro, tutte le volte.
Ripeto l’esercizio della cerimonia del tè una volta alla settimana da venticinque anni, da quando ero una studentessa universitaria.
Ancora adesso, dopo venticinque anni, spesso sbaglio la sequenza. Ci sono un sacco di cose di cui non capisco il senso e mi resta sempre il dubbio del perché, poi, si debba fare cosí. Mi si addormentano le gambe. Le regole sono complicate. Non riesco nemmeno a immaginare quanta pratica dovrò fare ancora perché tutto mi sia perfettamente chiaro.
«Ma cos’è che ti piace della cerimonia del tè? Com’è che continui ancora, dopo tanto tempo?»
Capita che gli amici me lo chiedano.

Quando ero in quinta elementare, i miei genitori mi portarono a vedere La strada di Fellini. È una storia di poveri artisti girovaghi, molto cupa, comunque la si guardi. Io non ne capii il senso e pensai: «Perché questo film è considerato un capolavoro? Non era meglio andare a vederne uno della Disney?»
Però, poi lo rividi dieci anni dopo, quando ero all’università, e mi scosse profondamente. Mi ricordavo vagamente il Tema di Gelsomina, ma quanto alla storia, era come se lo vedessi per la prima volta.
«Era questo, La strada?»
Mi si straziò il cuore, e piansi a calde lacrime nel buio della sala.
Dopo di che, anche io mi sono innamorata e ho sofferto per la fine di un amore. E ho continuato a cercare il mio posto nel mondo, tra le mille difficoltà che incontravo a trovare un lavoro. Sono trascorsi piú di dieci anni, senza, peraltro, che accadesse niente di particolare: dovevo essere sui trentacinque, all’incirca, quando vidi di nuovo La strada.
 «Eh? Ma questa scena c’era?»
C’erano molte scene che non avevo notato e dialoghi che non avevo sentito. Mi emozionò da morire l’interpretazione cosí convincente di Giulietta Masina nella parte della candida protagonista, Gelsomina. Zampanò che, ormai vecchio, di notte, piange sulla spiaggia con il corpo scosso dai singhiozzi, quando viene a sapere della morte della donna che aveva abbandonato, non era piú solo un uomo crudele. «L’essere umano è una triste creatura!» pensai, mentre sulle guance continuavano a scorrermi le lacrime.
Ogni volta che l’ho visto, La strada di Fellini è diventato una cosa diversa. Ogni volta che l’ho visto è diventato piú profondo.

Al mondo esistono due tipi di cose: quelle che capisci subito e le altre. Alle cose che capisci subito, basta che ci passi davanti una volta. Ma le cose che non ti sono subito chiare inizi a comprenderle dopo, piano piano, frequentandole, e diventano man mano una cosa diversa, come La strada di Fellini. E, ogni volta ti rendi conto che quello che vedevi non era che un piccolo frammento del tutto.
Il è cosí.
Quando avevo vent’anni pensavo che il tè non fosse che un rito. Mi dava la sgradevole sensazione d’imprigionarmi in uno stampo. E poi, potevo rifarlo migliaia di volte, ma non riuscivo a capire cosa stessi facendo. Mentre io faticavo a imprimermi nella memoria anche una sola cosa, l’abbinamento degli utensili e l’ordine di esecuzione cambiavano ogni giorno e ogni momento in accordo al clima e alle condizioni meteorologiche. Quando cambia la stagione, si deve riorganizzare tutta la stanza. Per anni e anni ho riprodotto questi cicli della sala del tè solo con il corpo, senza capire bene quello che facevo.
Ma un giorno, all’improvviso, la pioggia iniziò ad avere un odore molle e tiepido. «Oh, sta arrivando un acquazzone serale!» pensai.
Le gocce di pioggia mi parvero battere sulle piante in giardino con un suono diverso. Subito dopo, tutt’intorno si diffuse un forte sentore di terra.
Fino a quel momento, la pioggia non era che acqua dal cielo e non odorava. Non sentivo nemmeno l’odore della terra. Era come se osservassi il mondo esterno da dentro un barattolo di vetro. Si era aperto il coperchio del barattolo, e le stagioni avevano iniziato a sollecitare i miei cinque sensi con fragranze o suoni. Mi ero ricordata di essere una creatura stagionale, come una rana che sa riconoscere con l’olfatto la riva su cui è nata.
Ogni anno, agli inizi di aprile i ciliegi raggiungono la piena fioritura e, intorno alla metà di giugno, canonicamente, inizia a piovere. Sono cose scontate, ma io me ne sono accorta – e con grande sorpresa – quasi a trent’anni.
Fino ad allora le stagioni per me erano solo quella calda e quella fredda. In seguito, le distinzioni si sono fatte sempre piú minuziose: a primavera, il primo a fiorire è il cotogno giapponese, poi il susino cinese, il pesco e, alla fine, il ciliegio; quando i ciliegi, persi i fiori, diventano verdi di giovani foglie, i grappoli di glicine profumano l’aria e, alla fine della massima fioritura delle azalee, l’atmosfera si carica di umidità e iniziano a cadere le prime piogge dello tsuyu; i frutti del susino cinese si gonfiano, e sulle rive d’acqua spuntano gli iris, fioriscono le ortensie e si diffonde il dolce profumo delle gardenie; poi finiscono le ortensie, finisce anche lo tsuyu e iniziano a vedersi in giro le ciliegie e le pesche. Le stagioni si sovrappongono l’una all’altra, senza alcun intervallo.
Le quattro stagioni – primavera, estate, autunno e inverno – nel calendario tradizionale sono divise in ventiquattro frazioni. Ma per me, ogni settimana, ogni volta che andavo a lezione di tè, era una stagione diversa.
Quel giorno pioveva a dirotto. Ero completamente presa dal suono della pioggia, quando, all’improvviso, ebbi l’impressione che la stanza sparisse: mi trovavo nel bel mezzo dell’acquazzone. Mentre stavo lí ad ascoltare la pioggia, alla fine ero diventata io stessa pioggia e stavo cadendo sulle piante del giardino di casa della maestra.
«Era questo essere vivi?!»
Mi venne la pelle d’oca.
In tutto il tempo in cui ho praticato la cerimonia del tè, momenti del genere mi sono capitati periodicamente, come se maturassi gli interessi su un deposito vincolato. Non è che facessi qualcosa di particolare: ho trascorso normalmente i miei vent’anni, banalmente ho attraversato i miei trenta e ho vissuto i miei quaranta.
In tutto questo tempo, una goccia alla volta, l’acqua si accumulava nel bicchiere, senza che io stessa me ne accorgessi. Non si verificava nessun mutamento finché il bicchiere non era pieno. Quando, finalmente, il bicchiere si riempiva, in un dato momento di un dato giorno, cadeva la goccia che rompeva l’equilibrio dello specchio d’acqua, gonfio per la tensione superficiale. E in quell’istante, tutto d’un tratto, il liquido straripava dal bordo del bicchiere.
Ovviamente, anche senza imparare la cerimonia del tè, tutti sperimentiamo, nella nostra vita, questi stadi di presa di coscienza. Capita di sentir dire a un uomo appena diventato padre:
 «Mio padre me lo diceva che un giorno lo avrei capito anche io, ma solo ora che ho un figlio mi sono reso conto di cosa volesse dire».
C’è anche chi dice:
«Dopo essermi ammalato ho capito quanto siano importanti per me tutte le cose che ho intorno, anche le piú banali».
Con il trascorrere del tempo le persone aprono gli occhi e scoprono, di volta in volta, di essere cresciuti.
Il tè, però, sfronda il superfluo, facendoti percepire con chiarezza la maturazione di cui da solo non ti renderesti conto. All’inizio non capisci minimamente cosa stai facendo. Poi, da un certo giorno, all’improvviso la tua visuale si amplia, venendo a coincidere con la vita.
 Non comprendi subito ma, in compenso, l’acqua straripa da bicchieri piccoli, grandi o enormi facendoti assaporare piú e piú volte il fascino ineffabile dell’istante in cui il tuo mondo si espande.
Poco dopo aver compiuto i quarant’anni, a vent’anni dall’inizio della mia pratica della cerimonia, ho cominciato a parlare del tè agli amici. Loro facevano delle facce incredule:
«Eh?! E chi immaginava che il tè fosse una cosa di questo genere!»
E ancor piú mi stupivo io per la loro reazione. La maggior parte delle persone crede che la cerimonia del tè sia semplicemente un costoso divertimento elitario, senza avere la minima idea di cosa si provi nel praticarla. Mi ero dimenticata completamente che anche per me fosse cosí fino a un po’ di tempo fa.
Da allora, ho iniziato a pensare che avrei voluto provare, prima o poi, a scrivere del tè: di tutte le stagioni che ho sentito in questi venticinque anni nella stanza delle lezioni a casa della maestra, dell’istante in cui l’acqua straripa dal bicchiere.
La strada di Fellini che non avevo capito da piccola, ora mi fa piangere a dirotto. Anche senza fare nessuno sforzo per capire, mi sento straziare il cuore. Ci sono cose che puoi provarci quanto e come vuoi ma non le capisci finché non arriva il momento giusto. Però quando poi un giorno le capisci, dopo non puoi far finta di niente.
Quando ho iniziato a imparare la cerimonia del tè, per quanto mi sforzassi, non avevo assolutamente idea di cosa stessi facendo. Tuttavia, in questi venticinque anni mi si è chiarito per gradi, e ora intuisco perché lo faccio.
Quando vivi un periodo difficile, nei momenti bui, in cui perdi la fiducia in te stesso, il tè ti dà un insegnamento: «Vivi l’oggi in prospettiva».
Ogni giorno è un buon giorno. (1)

1. E' un motto Zen, attribuito al monaco cinese Yunmen Wenyan (862 o 864-949), Unmon Bun'en in giapponese, vissuto alla fine del periodo Tang (618-917).

Tratto da ‘Ogni giorno è un buon giorno’ di Morishita Noriko
ed. Einaudi



© Tora Kan Dōjō




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