mercoledì 27 marzo 2019

I Quattro Cavalli



Nelle scritture della tradizione Zen (Samyuktagana Sutra) si dice che ci sono quattro tipi di cavalli: eccellenti, buoni, mediocri e cattivi. 
Il migliore correrà piano o forte, a destra o a sinistra, secondo la volontà del cavaliere, ancor prima di vedere l’ombra della frusta; il secondo miglior cavallo farà tutto bene come il primo, ma un attimo prima che la frusta lo raggiunga; il terzo correrà quando avvertirà dolore sul corpo; il quarto correrà solo dopo che il dolore gli sarà penetrato fin nel midollo delle ossa. 
Immaginate un po’ quanto è difficile per il quarto cavallo imparare a correre! 
Ascoltando questa storia, quasi tutti vorremmo essere il cavallo migliore. 
Se non è possibile essere il migliore, vogliamo essere il secondo dopo di lui. È questo, credo, il modo consueto di intendere questa storia e lo Zen. 
Può darsi che pensiate che, sedendo in zazen, scoprirete se siete tra i migliori cavalli o tra i peggiori. Qui, tuttavia, ci troviamo di fronte a un fraintendimento dello Zen. 
Se pensate che scopo della Pratica Zen sia addestrarvi a diventare uno dei cavalli migliori, allora avrete veramente un grosso problema. Ma non è questo il retto intendimento. 
Se praticate lo Zen nel modo giusto non ha alcuna importanza che voi siate il cavallo migliore o peggiore. 
Proprio nelle vostre imperfezioni troverete la base per la vostra mente ferma, la mente che cerca la via.

Shunryu Suzuki Roshi 
Tratto da "Mente Zen, Mente di Principiante", 
Astrolabio Ubaldini, 1978.

© Tora Kan Dōjō



domenica 24 marzo 2019

Karate-Do e Zen, la metamorfosi del corpo-mente




La Pratica dell’Arte Marziale e dello Zen, percorsi necessariamente distinti ma che si sovrappongono ed integrano potenziando così la loro efficacia, devono accompagnare il praticante a tornare in contatto con le profondità di sé stesso attraverso la connessione corpo-mente e attraverso il ritorno alla condizione originale, naturale del corpo-mente.

Uno dei mezzi utilizzati sia nella pratica marziale che in quella Zen è quello di tornare a confrontarsi con gli elementi della natura e con le proprie paure: il caldo, il freddo, la stanchezza, il disagio…

La nostra civiltà si è ammalata di opulenza e iperprotezione e questo ha inibito molte delle capacità naturali, congenite all’uomo: capacità di intuito, di omeostasi (capacità di autoguarigione che ristabilisce l’equilibrio originario), forza fisica e mentale che permettono di confrontarsi con la realtà.
Una conseguenza di questo sono anche le cosiddette malattie sociali quali la depressione, patologie nervose, tumori.
L’uomo non è più ‘padrone’ del suo corpo-mente e vive condizionato da nevrosi e paure che fanno il gioco di chi promuove questa tendenza per vendere un prodotto.
Lo sport, con la sua esasperazione agonistica, è complice di questa tendenza e non è più sufficiente a fornire adeguati strumenti all’uomo per ritrovarsi.

Vivendo in un ambiente iperprotetto la mente e il corpo non sono più capaci di confrontarsi con gli elementi e soccombono di fronte ad ogni difficoltà o squilibrio.

Ormai incapace di ascolto ed intuizione l’uomo non è più in grado di riconoscere il linguaggio del proprio corpo, del corpo degli altri e ‘leggere’ intuitivamente le situazioni rispondendo adeguatamente e prontamente a quello che ogni situazione richiede.

Ecco allora che la pratica dell’Arte Marziale tradizionale (che non si è snaturata riducendosi a sport) e dello Zen attraverso gli strumenti che offrono per un profondo lavoro su sé stessi, permettono una straordinaria metamorfosi del praticante permettendogli di riaccedere a quella saggezza originaria del corpo-mente unificati che si esprimerà poi in ogni ambito della vita quotidiana.

Il Tora Kan Dōjō di Roma, fondato e diretto dal Maestro Paolo Taigō Spongia (7° dan di Okinawa Goju-Ryu Karate-Dō e Monaco Zen Sōtō), è da 33 anni uno straordinario laboratorio in cui la Pratica dell’Arte Marziale e dello Zen (Ken Zen Ichinyo) sapientemente trasmessi favoriscono questa ‘metamorfosi e ritorno alla condizione originale’.


© Tora Kan Dōjō




mercoledì 20 marzo 2019

Rassegnazione per Principianti


"Tu non cercare nulla. Non c'è niente da trovare,

Niente da capire. Accontentati.

Quando verrà il loro tempo fioriranno i tigli

Sopra la tomba scavata di fresco.

Quando verrà il suo tempo si dissiperà il buio,

Scintillerà la luce rinata.

Niente è concluso, tutto continua.

E tu sarai allegro. O forse no.

Tra sparire e ricominciare

L'impossibile accade.

Come e perché non è stato svelato.

Suona nuova al principiante l'antichissima melodia.

Per cercare il senso profondo, non sprofondare.

Tu non cercare. Così lo troverai."

Masha Kaleko 

© Tora Kan Dōjō



domenica 17 marzo 2019

Rischiare è la Vita (in memoria di Daniele Nardi)


In giro per Latina oltre che per i social c’è chi dice: “Ma chi glielo ha fatto fare? Come gli salta per la testa, a uno di Sezze, di andare fino sopra all’Himalaya, al Nanga Narbat, con moglie e un figlio piccolo a casa? Non glielo aveva detto pure Messner: rinunciate, non andateci?”. Be’, con tutto il rispetto per Messner, credo però che non ci sia stato nessuno – tra tutti quelli che lo hanno conosciuto sia a Sezze che a Latina, a cominciare dalla madre – che non gli abbia detto chissà quante volte: “Non partire Danie’, stàttene alla casa!”
Ma lui ti guardava con quegli occhi bambini, e poi sorrideva: “Debbo andare per forza”.
“Pìgliatela in quel posto, allora, adesso” dicono sui social o in giro per i bar, dimenticando che – prima o poi – si muore tutti a questo mondo, pure quelli che restano a casa. Pure giovani giovani, magari in macchina sulla Pontina o una Migliara, quando non proprio dentro il bagno di casa, scivolando sulla saponetta. Muoiono perfino quelli che non fumano – quelli che non hanno proprio mai fumato, mai drogato, mai bevuto, pensa tu! – mentre certi che fumano arrivano pure a cent’anni. C’è poco da fare: prima o poi si muore tutti e non conta – alla fine – come si muore, ma come si è vissuto.
Non c’è essere umano che – da bambino o adolescente – non abbia sognato di fare, da grande, ciò che nessun altro aveva mai fatto: nel lavoro, nello sport, nell’arte, nella scienza o nell’avventura. Poi man mano, crescendo, la maggior parte si adegua agli standard del reale e cerca una vita pressappoco uguale a quella degli altri: “Perché chiedere di più?”
Ci sono invece quelli – una minoranza – a cui il fuoco non si spegne con la crescita, a cui il fuoco rimane.
A loro non basta una vita normale.
Debbono sempre osare e stirarla al massimo: sempre in cerca di guai, sempre in bilico sull’orlo per superare il limite. Pensano un’impresa e subito la tentano, e più è difficile e più gli viene voglia: “Non l’ha fatta mai nessuno? Be’, è per questo che la debbo fare io. Se no chi la fa?”. Pensa solo a quanta gente è morta, prima che imparassimo a volare.
Quelli che vanno in cerca di guai ci servono come il pane. Svolgono una fondamentale funzione cosmica, prima ancora che sociale. E’ una legge della fisica: non possiamo essere tutti perfettamente uguali, non esiste in natura la normalità. Pure se vai in spiaggia da Capo Portiere a Rio Martino e ti metti con il microscopio, tu non troverai due chicchi di sabbia perfettamente identici.
Ora noi umani siamo sostanzialmente tutti uguali e le spinte che animano il conscio e l’inconscio di quella minoranza – quelli che, quando tutti guardano da una parte, loro invece guardano da un’altra: per terra, di lato, per aria o comunque oltre; i divergenti – quelle stesse spinte le abbiamo tutti, dentro. La maggioranza poi le reprime, per il fortissimo impulso a conformarsi agli altri, a sembrare in tutto e per tutto uguali per essere accettati dagli altri, amati e rassicurati.
Per fortuna però ci sono pure quelli come Daniele Nardi – ma come anche Tom Ballard e Virginia Chimenti del resto, la volontaria Onu di Cisterna caduta l’altro giorno col Boeing in Etiopia, mentre era in volo per Nairobi – che quelle spinte non le hanno represse ed hanno vissuto fino in fondo la voglia di divergere, di scoprire l’ignoto e superare i limiti imposti.
Se non ci fossero al mondo quelli come loro – quelli che con gli occhi bambini e col sorriso sulle labbra sfidano l’inviolabile – noi staremmo tutti ancora all’età della pietra, anzi, pure prima: sopra le piante come ogni altra specie di scimmie, nel centro dell’Africa, a mangiare banane. Quando il primo di noi – un milione e mezzo d’anni fa – è sceso dall’albero, ha raccolto una pietra e con questa pietra ne ha scheggiata un’altra per farne un utensile e s’è levato in piedi in mezzo alla savana, a vedere se per caso passasse una gazzella, noi tutti in coro, da sopra all’albero, gli strillavamo: “Che cazzo stai a fa’? Torna subito qua sopra, che là sotto ti si mangiano i leoni”.
Invece è lì che è nata la civiltà – la tèkne, lo sviluppo – il primo passo della civilizzazione, con tutti noi che dietro a lui, mano mano, siamo scesi dall’albero e un passo dopo l’altro, seguendo loro, siamo arrivati dove siamo, alle navicelle spaziali oramai pronte per la conquista dello spazio. Ogni singolo progresso dell’umanità è dovuto a quei pochi – come Daniele Nardi – nati e cresciuti con il fuoco dentro e privi del normale senso del limite. Li dovremmo solo ringraziare.
Ciao, Daniele. Riposa in pace col tuo amico Tom Ballard. Vi sia lieve la neve che vi copre.
Un pensiero ai vostri cari.

Antonio Pennacchi

mercoledì 13 marzo 2019

L’io che cresce in mezzo al noi o dell’individualismo giapponese


Pubblichiamo un estratto dall'articolo tratto dall'interessantissimo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
Questo il link diretto all'articolo:



L’io che cresce in mezzo al noi o dell’individualismo giapponese


<...>Tutti immobili e calmi un attimo prima, ritti in prossimità del convoglio in arrivo sulla banchina, poi aggressivi nello scatto e nell’occupazione del posto, e nel momento successivo ancora, quasi a chiudere il cerchio, ecco la tranquillità ritrovata, l’indifferenza dolente di chi chiude subito gli occhi nella posa del sonno se, nella corsa, ci si rende consapevoli di aver sottratto il posto a un altro che mirava allo stesso sedile, quello stesso che, sconfitto pur senza malevolenza, consapevole in fondo che è una questione di pura casualità, gli sta ora in piedi davanti. Altri, in cui è l’emozione di imbarazzo a prevalere, cedono invece il posto nell’istante in cui, entrambi in prossimità del posto vacante, si accorgono che l’altro sta per sedersi. Basterebbe un ennesimo scatto, ma il disagio ha la meglio, e si preferisce cercarne uno ulteriore che, probabilmente, non si troverà.<...>
<...>Nata e cresciuta in Occidente, mi sento d’esser maturata tuttavia in Oriente, in quello specifico del Giappone che mi tiene per mano da tredici anni. Ho sempre pensato che la libertà sia il principio fondamentale dell’uomo, che è inseguendo la propria personale felicità che ci si realizza. Eppure qui ho scoperto che la gioia, quella duratura, la fa soprattutto l’ambiente in cui si vive, la comunità sconosciuta che ci accoglie.
È la pulizia delle strade, il sorriso che si presenta ovunque, il garbo del contatto, la bellezza di una città curata, l’esattezza dei mezzi, il fatto che – esclusi casi eccezionali – non esiste nervosismo originato da terzi, da sconosciuti che collidono nelle nostre vite e ci impongono la loro individualità. Siamo troppi in questo mondo, e vivere tanto vicini deve necessariamente spingere a rivalutare il concetto di individualismo a tutti i costi.<...>


<...>Solo così, nell’edificazione di una gioia generale, si può sperare di vivere bene.
Ci ho messo un mucchio di anni a capirlo, a smettere di considerare “bello ma poco condivisibile” il modo giapponese di considerare il tutti prima del , quasi a provare una tenerezza di distacco nel loro garbo che mi pareva francamente eccessivo, quasi naïve. L’io occidentale è enorme, e si considera “poverino” chi non pensa prima a sé. Ma è poverino davvero? Si è veramente felici a mettere sempre l’io prima del loro?<...>




domenica 10 marzo 2019

Il segreto del figlio

Dall'introduzione al libro "Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato" di Massimo Recalcati. Un libro che affronta nello specifico il tema della paternità e che più in generale definisce il legame d'amore come apertura all'Altro e al mistero.

"Osservo la vita dei miei figli crescere, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa. Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante. Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e al loro splendore come di fronte al loro disordine e alla loro indolenza. Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio. Eppure così incomprensibilmente uguali. Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera. Nel camminare fianco a fianco - nel silenzio dei nostri corpi vicini - percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile. E' un fatto: ogni figlio porta con sé - già nel suo respiro - un segreto inaccessibile. Nessuna illusione di confusione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l'incondivisibile che ci separa genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione. I nostri figli sono nel mondo - esposti alla bellezza e all'atrocità del mondo - senza riparo. Sono - come tutti noi - ai quattro venti della vita nonostante o grazie all'amore che nutriamo per loro.

 Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo. Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare. Vicino non perchè li comprendo, ma perchè stimo il loro segreto".

 (Massimo Recalcati - Il segreto del figlio - Feltrinelli)

mercoledì 6 marzo 2019

La Mente prima della Tecnica

Il Maestro Enzo Montanari, personaggio storico del Karate Italiano



Domande e risposte sulla “Difesa Personale", tra le indicazioni del M° Enzo Montanari contenute nel suo libro "Il Cammino sulla Via del Karate”.

Domanda:
Perché la difesa personale dovrebbe riguardare principalmente la prevenzione e non lo studio di cosa si dovrebbe fare se si subisce un’aggressione.
Perché prevenire è così importante?

Risposta del M° Montanari:

Perché dovendo insegnare a dei bambini i potenziali pericoli esistenti nell’attraversamento di una strada, si farà di tutto per far loro comprendere l’importanza dell’attenzione e le precauzioni necessarie al fine di evitare di essere investiti. Sarebbe surreale soffermarsi sullo studio di “come affrontare l’impatto” con un veicolo (cioè come difendersi da una brutale aggressione): il risultato non potrà che essere l’ospedale o l’obitorio. La difesa personale non consiste nel difendere il proprio ego, ma nel difendere la propria vita. Allenati al combattimento oppure no, le conseguenze derivanti da uno scontro fisico, rappresentano un evento che può cambiare radicalmente la nostra esistenza. Sicuramente in peggio.

Domanda:
Perché esiste una così grande differenza nell’utilizzo della difesa personale in palestra e nella realtà della strada?

Risposta del M° Montanari:

Così come non è possibile imparare a nuotare fuori dall’acqua, pur eseguendo, distesi a terra i movimenti dei vari stili di nuoto, in quanto viene a mancare l’elemento essenziale, allo stesso modo se ci si allena rimanendo emotivamente neutri, senza alcuna intenzionalità e quindi senza considerare che in una situazione reale l’elemento non trascurabile è la scarica adrenalinica, come sarà possibile imparare a difendersi? Trascurare il disagio emotivo e gli effetti, spesso paralizzanti, derivanti dalla messa in circolazione dell’adrenalina, sarebbe come pretendere di imparare a nuotare fuori dall’acqua.



domenica 3 marzo 2019

Le menzogne dell’io




Il fallimento è non provare non il non riuscire.
Io ho scalato quasi duemila cime, ma sono più le cime che non ho raggiunto, per il maltempo, per le mie incapacità… ma non mi sento affatto un fallito. Mi sento uno che ci ha provato.
Il fallimento non esiste, esistono tentativi che a volte vanno a buon fine a volte no.
Il fallimento sarebbe invece il non provare a fare nulla per paura di fallire.

  Le menzogne dell’io

 Nella vita di tutti giorni, il nostro io ci sembra del tutto reale e solido. Pur non essendo tangibile come un oggetto materiale, lo percepiamo attraverso la vulnerabilità cui ci espone costantemente: un semplice sorriso lo gratifica, un aggrottarsi di sopracciglia basta per addolorarlo. È sempre presente, pronto per essere ferito o premiato. Riluttanti a percepirlo come multiplo e inafferrabile, ne facciamo un bastione unico, centrale e permanente. Ma esaminiamo nei dettagli su cosa si basa la nostra identità. Il nostro corpo? Un insieme di carne e ossa. La nostra coscienza? Una successione di pensieri fugaci. La nostra storia? Ricordi di qualcosa che non esiste più. Il nostro nome? Gli attribuiamo ogni sorta di concetti relativi alle nostre origini, alla nostra reputazione e al nostro status sociale, ma dopo tutto non è altro che una serie di lettere. Se vediamo scritto il nostro nome, per esempio GIOVANNI, la mente ha un sussulto, pensa: Ma sono io! È però sufficiente separare le lettere, G-I-O-V-A-N-N-I, e non ci sentiamo più coinvolti. L’idea che ci facciamo del «nostro» nome non è che una costruzione mentale, e l’attaccamento alla nostra discendenza e alla nostra reputazione non fa che limitare la nostra libertà interiore. Il sentimento profondo di un io che è il centro del nostro essere: è questo che bisogna analizzare con onestà. Quando esploriamo il corpo, la parola e la mente, ci rendiamo conto che l’io non è che una definizione, un’etichetta, una convenzione, un segno. Il problema è che questa etichetta viene considerata assolutamente reale. Per smascherare le menzogne dell’io, è necessaria un’indagine inflessibile. Dobbiamo fare come chi, sospettando la presenza di un ladro nella propria abitazione, ispeziona ogni stanza, ogni accesso e ogni possibile nascondiglio, finché non è sicuro che non c’è davvero nessuno, e solo allora può sentirsi tranquillo. Nel nostro caso, si tratta di una ricerca introspettiva che si propone di scoprire ciò che si nasconde dietro la chimera di quell’io che definirebbe noi stessi. Un’analisi rigorosa ci porterà a concludere che l’io non risiede in nessuna parte del nostro corpo. Non lo si può trovare nella testa, nel cuore o nel petto. E non è nemmeno diffuso ovunque come una sostanza che ci pervade. Siamo soliti pensare che sia associato alla coscienza. Ma anche la coscienza è un fluire continuo: il passato è morto, il futuro non c’è ancora e il presente è inafferrabile. Com’è possibile che l’io possa esistere, sospeso come un fiore nel cielo, tra qualcosa che non esiste più e qualcosa che non esiste ancora? Non può dunque essere individuato né nel corpo né nella coscienza, che per il buddismo equivale alla mente. Inoltre, in quanto entità distinta, non lo si trova né all’interno di una combinazione di corpo e mente, né al di fuori di loro. Nessuna analisi seria, nessun esperimento contemplativo diretto permette di giustificare il sentimento di possesso dell’io. L’io non può essere trovato nel contesto a cui è associato. Possiamo pensare di essere alti, giovani e intelligenti, ma l’altezza, la giovinezza o l’intelligenza non sono l’io. Per il buddismo è soltanto un’etichetta con cui designare un continuum, un po’ come il nome di un fiume, Gange o Mississippi. Il continuum esiste, certo, ma in modo puramente convenzionale e fittizio. È totalmente privo di esistenza intrinseca, o reale.
 Il concetto di «persona», include l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’idea della nostra identità, del nostro status sociale, è radicata nella nostra mente e influenza costantemente il nostro rapporto con gli altri. Quando una discussione si fa accesa, non è tanto l’oggetto del dibattito che ci infastidisce, quanto la messa in discussione della nostra identità. È sufficiente che qualche parola mal interpretata minacci l’immagine che abbiamo di noi stessi, perché la situazione ci appaia insopportabile, anche se le stesse parole, rivolte a qualcun altro in circostanze differenti, non ci darebbero così fastidio. Chiunque abbia una forte immagine di se stesso cercherà di assicurarsi che sia riconosciuta e accettata da tutti. Non c’è niente di più angosciante che vederla contestata. Ma qual è il valore di questa identità? È importante ricordare che il termine «personalità» deriva da persona, che in latino significa «maschera». La maschera attraverso (per) la quale l’attore fa riecheggiare (sonat) il proprio ruolo. 15 A differenza dell’attore, che sa di portare una maschera, noi ci dimentichiamo spesso di distinguere tra il ruolo che svolgiamo nella società e la nostra natura più profonda. Talvolta capita di fare incontri particolari in paesi lontani, e in condizioni più o meno difficili, come nel corso di un trekking o di una traversata in mare. In quei momenti, la sola cosa che conta è condividere l’avventura con i compagni di viaggio, con le loro qualità e i loro difetti, che manifestano nel corso delle peripezie che viviamo insieme. Poco importa chi siano, quale mestiere esercitino, quanti soldi posseggano o quanto siano importanti a livello sociale. Ma quando, finita l’avventura, gli stessi compagni si ritrovano, la spontaneità di quei momenti è svanita perché ognuno ha recuperato la propria maschera, il proprio ruolo sociale di padre di famiglia, di imbianchino o di dirigente d’impresa. L’incanto è spezzato. La profusione di etichette falsa i rapporti umani, e invece di vivere il più sinceramente possibile ci fa ostentare il comportamento più utile a preservare la nostra immagine. Di solito siamo spaventati all’idea di affrontare il mondo senza alcun riferimento, e quando dobbiamo abbandonare maschere e titoli siamo presi dalla vertigine dell’ignoto: se non sono più musicista, scrittore, impiegato, colto, bello o forte, chi sono? Eppure l’assenza di etichette è la migliore garanzia di libertà, il modo più agile, leggero e gioioso di attraversare il mondo. Non essere più vittime delle menzogne dell’ego non c’impedisce affatto di alimentare una forte determinazione per ottenere gli obiettivi che ci siamo prefissati e di godere in ogni istante la ricchezza delle nostre relazioni con il mondo intero. Anzi, accade proprio l’esatto contrario.

Tratto da  ‘il gusto di essere felici’ di Ricard Mathieu


© Tora Kan Dōjō