lunedì 21 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 21 agosto 2017


























"L'attacco è il segreto della difesa.
La difesa è la preparazione di un attacco."


Sun Tzu

 

"Così, attraverso i sensi, possiamo respirare, guardare, sentire tutti i suoni, avvertire i sapori e i profumi...
È il vero Zen Shinkantaza.
Manteniamo un atteggiamento corretto, privo di paura, fermo.
Da un lato risoluti, con una postura forte, e dall'altro delicati ed eleganti, come il profumo del sandalo o dell'incenso."

Taisen Deshimaru Roshi
 






"La fine della disciplina è l'inizio della libertà.
Solo una persona disciplinata è una persona libera. Se senti che la morte arriva, finisci prima la tua pratica! Affronta la paura della morte con coraggio e la morte diventerà qualcosa di grandioso e bellissimo."

Guruji



"Per quanto possiamo ritenerci importanti non esiteremmo un'istante a sacrificare la nostra vita per salvare quella dei nostri figli e questa è la dimostrazione che la nostra vita va ben oltre la 'nostra' vita."

P. Taigō Spongia Sensei 




"Tutto qui... nei miei occhi,
ho il cuore pieno di tutto."


Monica De Marchi


© Tora Kan Dōjō

venerdì 18 agosto 2017

La bellezza della fine 「有終の美」

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
Questo il link diretto all'articolo:






L’inizio delle cose è fondamentale. È il primo passo, l’ingresso in cui lasciare le scarpe e salire il piccolo gradino che ti introduce in una casa. È l’inchino che inaugura l’incontro tra persone, la prima sorsata di birra che Delerm indicava come uno dei minuti piaceri della vita.
L’inizio dona la sensazione duratura di conoscere qualcosa, è l’istante in cui i sensi afferrano le cose e danno loro un nome. Pare che la “prima impressione” su una persona si imprima nella nostra mente in non più di dieci secondi. 第一印象, daiichiinshō così si dice anche in giapponese. Letteralmente.

Ci sono poi persone con cui da subito ci si trova. Come se, davvero, ci si stesse cercando. Perchè trovare sottintende anche un cercare, più o meno consapevole, un bisogno senza nome che si avverte talvolta solo dopo che lo si è soddisfatto. E in questo Giappone che ho conosciuto tardi, tanto che a vent’anni neppure me lo figuravo nella mente se non come accumulo di tecnologia, robot e dubbia ilarità, io mi sono trovata. Senza neppure sapere di essere in cerca. Nel trovarmi ho capito che era questo ciò che volevo, il mondo che cercavo.

Ma l’inizio, in questo nostro mondo combustibile, sottintende anche una fine.
E’ un concetto crudele, ma per quanto l’inizio e la continuazione siano importanti è la fine che determina il ricordo duraturo. Il tempo nella fine si fa più inquieto, va in discesa.

  Esiste in giapponese una parola, un concetto che racchiude la fine e la sua bellezza. Come le mani del direttore di un coro che sembrano chiudere a ventaglio – tra le dita – tutte le voci sul finale. È la chiusura e tutti i suoni finiscono nella girandola e nel pugno.
È la bellezza della fine, il bel finale: 有終の美 yūshū no bi, con in coda il kanji di fine e, in testa, quello di avere. Un’espressione che si usa in coppia con la bellezza che è bi.
Lasciare un lavoro, ad esempio, sottintende tanti sentimenti: l’eccitazione per quello che verrà, l’inquietudine per un futuro che non si conosce, talvolta anche la stanchezza e l’impazienza. Lo ammetto, ero sorpresa di quanto ligio fosse Ryosuke nell’ultimo mese di lavoro nella società che avrebbe lasciato di lì a poco. Non capivo, proprio ora perchè non prendersi un giorno di riposo, fare quella gita che abbiamo tanto rimandato, dai, se non ora quando? Tanto sta per finire no?
Lasciare una stanza d’albergo dopo aver rifatto il letto, aver piegato lo yukata, aver aperto o chiuso una finestra, aver gettato ogni rifiuto nel cestino e aver magari anche serrato il sacchetto della spazzatura. Passare una mano sulla superficie del tavolo di un caffè, raccogliere le briciole in un palmo, allineare la sedia e il tavolo nella posizione originale.
È forte in questo paese la coscienza del prossimo, la consapevolezza di chi verrà dopo di noi. Siamo tutti di passaggio, in continua migrazione. “Tutto capita a tutti, prima o poi, se c’è abbastanza tempo” scriveva con la sua acutissima ironia George Bernard Shaw.
E d’altronde il senso del bel finale è concetto individuale. Bellezza a manciate, tanta da riempirsene le tasche, il cappuccio della giacca e i polmoni tutti.
Concludere in bellezza non solo le imprese, ma anche (e soprattutto) le piccole azioni del quotidiano: in questo io ci ho visto sempre un modo per appropriarsi di se stessi, dei propri gesti. Del tempo che se ne va via troppo veloce. Prendere coscienza delle mani, del corpo che inizia e conclude azioni, del sapore di una cosa e del retrogusto che rimane nella bocca.
「立つ鳥跡を濁さず」, tatsu tori ato wo nigosazu è un detto giapponese che recita così: “Un uccellino che spicca il volo non intorbidisce le acque”. Così come l’uccellino lascia dietro di sè limpida l’acqua così anche noi dobbiamo lasciare un luogo o una situazione con eleganza, pulizia e gentilezza, nel rispetto di chi ci succederà.
Con un fazzoletto pulire la superficie del tavolo di un caffè, risistemare la sedia.L’insignificanza della vita che nella fine acquista peso, volume e bellezza.

mercoledì 16 agosto 2017

Gli stereotipi sono abiti logori

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
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http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/





“Sei felice in Giappone?”
“Sì, da morire”

E’ un dono ma anche una maledizione perchè sai che non potrai più vivere altrove. Quindi, tanto vale capire a fondo il paese che ti vedrà morire.
   E’ forse questa la motivazione profonda per la quale non mi accontento del sentito dire, dell’iniziale percepito che conserva in sè le difficoltà delle prime volte, la solitudine abbacinante che comporta il trasferirsi soli in un estero tanto remoto. Per questo, perchè so che qui io ci morirò, lo stereotipo del “dicono che i giapponesi…”, del “mi è sembrato che questo paese…” non mi serve a niente.
E’ come chi vuole convincerti che il mondo fa schifo, che la gente tutta vuole solo prenderti in giro, che l’uomo è capace solamente di bassezze. Persone che ci mettono una dose troppo esagerata di entusiasmo nel ribadirlo, un’eccitazione ributtante nell’enumerare tutte le “ragioni sacrosante” per cui la vita è un mucchio di bugie, perchè loro hanno capito tutto e tu nulla. Persone che si scagliano contro chi in quella sfera d’acqua, mare, carne e tanto altro, ci vede anche del bene e ci crede persino. Cazzate, dicono, non hai capito niente, sei solo un ingenuo.
Ho la sensazione, da sempre, che il desiderio di condividere la bruttezza sia un tentativo malriuscito di liberarsene. Un desiderio destinato miseramente a fallire, perchè a ripetere il negativo lo si aumenta. E allora tentano almeno di contagiare chi hanno intorno in modo da non avvertire il continuo fallimento del non essere stati capaci di vederla, la bellezza.
Per questo, dopo tanti anni ormai, sono refrattaria alle sciocchezze o semplicemente ai giudizi pronunciati prima del tempo. Come che per i giapponesi soffiarsi il naso in pubblico è come defecare (!!!), che se non succhi il ramen o la soba sbagli, che i giapponesi sono solo apparenza, che sono ipocriti, che la loro gentilezza e’ solo in superficie, che sono bambini, che non parlano mai etc. etc.
Pensare male è tanto più facile. Cercare di capire richiede invece umiltà, sforzo, tanto tempo e una dosa immensa d’amore. E’ come con le persone, nè più nè meno. Se le ami cerchi di capirle, ti metti in discussione. E non si può amare chiunque. A volte si ama e non si è amati, altre si è amati e non si ama. Molto più rararamente accade il miracolo e il sentimento è corrisposto secondo lo stesso grado di passione.
Così io amo il Giappone e ci sono voluti anni, tre per la precisione, per iniziare a capire e, soprattutto, per cambiare atteggiamento nei confronti del diverso. Sospendere il giudizio, fermare l’opinione prima che giri l’angolo e scompaia là dove le mani non possono più riafferrarla e, in caso, cambiarle la pettinatura.
Gli stereotipi sono abiti logori, indossati da troppi, pregni del sudore di molti, della rabbia, del rancore, spesso ancor più della frustrazione e della tristezza di chi non è riuscito o non ha il coraggio di provare, della fretta, della vergogna di non aver capito, dell’insofferenza che scatta per la stessa ragione, della presunzione. A volte solo del disinteresse.
Ebbene preferisco confezionarne di nuovi, scegliere io il colore dei miei abiti e la loro misura.

Il malcostume della nostra amata Italia frizzantina è anche insito nel giudicare sempre tutto, nel criticare con asprezza senza certezza delle proprie ragioni, nel cercare sempre il risvolto della giacca per evidenziarne cuciture, nell’esser certi che “a pensar male il più delle volte ci si azzecca”, nel credere più al brutto che al bello, alla colpevolezza che all’innocenza. Nel pensare che nella scortesia sia insita la sincerità e nella gentilezza la falsità.
Donne a comizio sulla spiaggia, raccolte sotto a un ombrellone, tutte intente a indicare cellulite, nasi grossi, costumi che rivelano inestetismi, abiti che “non ci si può proprio permettere” o, nel caso di persone conosciute, pettegolezzi che naturalmente pendono sempre sul disprezzo, sulla riprovazione per qualcosa.
Il gruppo è rinforzato dall’esclusione di un elemento estraneo, l’amicizia dalle critiche severe verso un terzo.
Non mantiene saldo il rapporto solo ciò che c’è di bello in esso ma anche il sentimento di riprovazione da condividere a discapito di altri. Una tendenza che è insita nella maggior parte di noi italiani e che spesso un poco incrina la qualità della nostra vita. Ma è una scelta e un’abitudine sociale e culturale e, pertanto, non c’e’ da sentirsi meno di nessuno.

Eppure in un mondo tanto differente come quello giapponese non solo è sbagliato giudicare secondo la scala di valori del proprio ecosistema (l’antropologia culturale lo insegna) ma è come bruciarsi un’occasione. Un’Occasione. Quella di essere diversi, di scegliersi ed educarsi, di comportarsi con più misericordia e maggiore garbo. Per me, almeno, e’ stato cosi’. E solo di me posso parlare.
E allora mi dico che è valsa la pena sbattere la testa contro l’incomprensione, la solitudine, farmi male, soffrire a fasi alterne per tre anni perchè non ero sicura che questo fosse il posto adatto a me.
Ne e’ valsa la pena. Perchè adesso alla domanda: “Sei felice?” io rispondo sempre “sì”.


lunedì 14 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 14 agosto 2017





















"Si dovrebbero ascoltare con rispetto e gratitudine le parole degli uomini d'esperienza, anche se parlano di argomenti che si conoscono già. Talvolta accade che, dopo aver sentito dieci o venti volte la stessa storia, si abbia un'improvvisa intuizione e che essa trascenda il significato abituale."

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure



"Beviamo, nel frattempo, un sorso di tè. Lo splendore del meriggio illumina i bambù, le sorgenti gorgogliano lievemente e nella nostra teiera risuona il mormorio dei pini. Abbandoniamoci al sogno dell'effimero, lasciandoci trasportare dalla meravigliosa insensatezza delle cose."

Okakura Kakuzō, Il libro del tè




"Non solo non è un bene per gli altri, ma danneggia noi stessi rimanere sempre calmi e parlare come un bambino di tre anni senza arrabbiarsi mai, non portare mai rancore o non lamentarsi quando si dovrebbe. Questo vale anche per il passar sopra alle situazioni in cui invece si dovrebbe parlare sinceramente; alla fine ci si farà la fama di essere estremamente accomodanti. È buona cosa mantenere la calma della mente, ma bisogna parlare come si deve quando una situazione deve essere corretta, per non diventare noti come persone completamente noncuranti."

Shiba Yoshimasa



"Se la tua azione è animata da onestà e coerenza non puoi non farti dei nemici... Specie tra i potenti e chi agisce in malafede.
La ricerca del consenso a tutti i costi è l'attitudine del vigliacco o del disonesto."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Nell'educazione Zen non si tratta semplicemente di fare bene il compitino assegnato, ma di essere presenti e consapevoli in quello che siamo chiamati a fare. Paradossalmente è irrilevante l'esito, il risultato della tua azione, perché se sei completamente presente, se lo fai con tutto il tuo cuore, non puoi commettere errori, l'azione scaturirà molto spontaneamente e sempre rinnovata..."

Alessandro della Ventura








© Tora Kan Dōjō

venerdì 11 agosto 2017

Leggere L'aria 空気を読む



Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
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http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/


 I giapponesi leggono l’aria. Sembra un gioco di parole ma è solo una traduzione letterale.
  I giapponesi crescono in un ambiente che li incoraggia a farlo.「空気を読む」, kuuki wo yomu, si dice in questa lingua complicata, ovvero letteralmente “leggere l’aria”. Nel senso di capire quando è bene parlare e quando no, quando un discorso rischia di ferire qualcuno o di insultare qualcun altro, quando è il caso di esprimersi su un argomento e quando è bene piuttosto ritirarsi. Quando la sincerità è troppa ed è giusto sorvolare.

  Sull’io prevale il tu e a dirlo così sembra persino un credo religioso. Non tutti sanno leggere l’aria, molti sbagliano, ma la capacità di farlo resta in questo paese un valore.
  I giapponesi parlano di sè quando viene chiesto di farlo, non parlano a sproposito. Se nella nostra società occidentale è bene mostraredissipare ombre evidenziando il proprio valore, stringere forte la mano per comunicare sicurezza, guardare dritto negli occhi per trasmettere attenzione, i giapponesi vengono invece educati a non vantarsi, a non parlare per parlare, a non guardare fisso, a non riempire spazi con domande o battute che cercano risate.
 Sono più tolleranti nei confronti del silenzio. Lo accettano e aspettano il proprio turno per parlare. E se la situazione non lo suggerisce, preferiscono tacere.
  Alcuni dicono che i giapponesi non hanno idee. Che mancano di opinioni forti. E’ gente forse poco paziente che non ha avuto la fortuna di dover aspettare. Le idee ce le hanno eccome ma non avvertono il bisogno di dimostrare di possederle. E’ proprio la tempistica, la distanza tra il possedere ed il mostrare che ci distingue da loro.
Per noi nel possedere è insito il mostrare, c’è dentro lo scambio, la condivisione immediata e spesso accesa delle idee. Un’opinione la proviamo subito sul campo, come un prototipo che venga sperimentato immediatamente per accertarsi del suo funzionamento e dei suoi eventuali difetti. Siamo noi a dover convincere il prossimo del nostro valore. Imporci talvolta per far capire che siamo sicuri, che abbiamo da dire.
E va benissimo così. Ad ogni società il suo relazionarsi.
  Ma qui è diverso. E non si può leggere un testo in giapponese cercandovi dentro la grammatica italiana. O si rischia una delusione cocente, di quelle che ricamano pregiudizi sulla pelle di un paese.

Legger l’aria significa pertanto anche far domande quando si vede l’altro silenzioso e saper aspettare che formuli la sua risposta. Anticipare un giapponeseparlargli sopra – magari solo per enfatizzare un segmento di ciò che ha detto – significa mettergli un dito sulle labbra.

 Non è il paese del “tutto e subito”. Ci vuole tempo.
Ma chi sa aspettare e si sa guardare intorno riuscirà un giorno, persino, a leggere l’aria.






mercoledì 9 agosto 2017

Ogni giorno una splendida rosa




Una sola cosa mi tormenta: mi dispiace gioire da sola di tanta bellezza!
Vorrei gridare fortissimo oltre il muro: ''Oh, vi prego, ammirate questa splendida giornata!''

Non dimenticate, anche se siete molto occupati, anche se attraversate il cortile solo nella fretta del vostro lavoro quotidiano, non dimenticate di alzare velocemente la testa e di gettare uno sguardo su queste immense nuvole argentate e sul calmo oceano blu in cui galleggiano.

Ammirate dunque l’aria carica dell’alito appassionato degli ultimi fiori di tiglio e la luminosità e lo splendore che inondano questa giornata, perché questa giornata non ritornerà più, mai più!
Vi è offerta come una rosa al culmine della fioritura che giace ai vostri piedi in attesa di venire raccolta e poggiata sulle labbra.


Rosa Luxemburg, dal carcere di Breslavia







lunedì 7 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 7 agosto 2017





















"Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione, un nuovo cammino,
della caduta, un passo di danza,
della paura, una scala,
del sogno, un ponte,
del bisogno, un incontro."

F. Pessoa



"L'essenza dell'addestramento marziale, risiede nel proprio portamento giornaliero."

Morihei Ueshiba, L'arte della Pace



Morio Higaonna Sensei condivide della frutta con alcuni suoi allievi dopo il duro allenamento nel suo Dōjō storico a Okinawa



"Non pensate a ciò che è bene o male, non tentate di giudicare il giusto e l'ingiusto. Non cercate di controllare le percezioni o la coscienza, né di rappresentare le vostre sensazioni, idee o punti di vista..."

Dōgen Zenji, Fukan Zazen-gi



"Un allievo chiede al maestro come raggiungere l’illuminazione.
Il maestro: 'Hai già finito di mangiare il riso che hai davanti?'
L’allievo, perplesso, risponde di sì.
Allora il maestro gli dice: 'bene, va a lavare la tua scodella'.

Se guardi bene hai sempre una scodella da lavare davanti a te... La tua vita è tutta lì, non cercarla altrove."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Per tutto il giorno
non dirò una parola.
L'ombra di una farfalla."

Monica De Marchi








© Tora Kan Dōjō

lunedì 31 luglio 2017

Suparinpei Kata

Sensei Paolo Taigō Spongia, 7° dan e Capo Istruttore d'Italia IOGKF, dimostra Suparinpei Kata, il più alto e complesso Kata del Goju-Ryu di Okinawa, durante l'Enbu Kai annuale-Saggio Dimostrativo IOGKF Italia, 4 Giugno 2017.



Schegge Budo e Zen - 31 luglio 2017





















"Al magico contatto col bello le corde più segrete si risvegliano e noi, trasalendo, vibriamo in risposta al suo richiamo.
Lo spirito parla allo spirito. Ascoltiamo quel che non è stato detto, contempliamo quello che non si può vedere.
Il Maestro fa scaturire note che non sappiamo da dove provengano. Ci tornano alla memoria ricordi da tempo immemorabile dimenticati, ricchi di un senso nuovo. Speranze che la paura aveva soffocato, flussi di tenerezza che avevamo timore di riconoscere si offrono nuovamente a noi, arricchiti di uno splendore che non conoscevamo."

Okakura Kakuzo (Maestro del Tè)



"Davanti a un lampo
l'uomo non comprende
quanto sia sbalorditivo."

Matsuo Bashō





"Non c'è posto per l'ego in un Dōjō..."

Pervez Mistry Sensei, Capo Istruttore IOGKF India



"La crescita, non solo tecnica, di un solo allievo è la misura della crescita di tutti perchè possiamo crescere e migliorare soltanto insieme.
La Pratica in un Dōjō è come una cordata in montagna, si può avanzare solo insieme e nessuno può permettersi di restare indietro."

P. Taigō Spongia Sensei






"La vita è un viaggio e le molteplici strade che possiamo percorrere non sono altro che le scelte che facciamo durante questa lunga avventura. Può  capitare di smarrirsi su queste vie, ma l'importante è accorgersene in tempo e tornare sulla giusta via, ritrovare il passo..."

Alessandro della Ventura





© Tora Kan Dōjō

domenica 30 luglio 2017

Iakusoku Kumite

Sensei Paolo Taigō Spongia, 7° dan, Capo Istruttore IOGKF d'Italia, dimostra Iakusoku Kumite durante l'Enbu Kai-Saggio Dimostrativo IOGKF Italia del 4 Giugno 2017

venerdì 28 luglio 2017

La Solitudine






Quando le persone sentono l’espressione «l’isola del sé» pensano spesso che significhi che devono vivere da sole ed escludere dalla propria vita la gente e tutto il resto. Ma questa pratica, questo tipo di «vivere da soli», non significa che intorno a te non c’è nessuno. Significa soltanto che sei saldamente insediato nel qui e ora; sei consapevole di tutto quello che sta succedendo nel momento presente.
Usi la tua presenza mentale per diventare consapevole di tutto, di ogni sentimento, ogni percezione di te stesso, oltre a quello che sta succedendo intorno a te nella tua comunità. Sei sempre con te stesso, non ti perdi. Quello è il modo più profondo di vivere una vita di solitudine.
Praticare la solitudine significa praticare l’essere in questo singolo momento, non prigioniero del passato, non trascinato via dal futuro, e soprattutto non trascinato via dalla folla.
Non devi isolarti nella foresta. Puoi vivere con le persone, andare in drogheria, camminare insieme ad altri, e puoi comunque godere del silenzio e della solitudine.
Nella società odierna, con così tante cose intorno a te che reclamano a gran voce la tua attenzione e la tua reazione, quella solitudine interiore è una cosa che devi imparare. Anche trascorrere un po’ di tempo da soli ogni giorno è positivo.
Magari pensi di poter essere contento unicamente quando ti trovi con altre persone, parlando e ridendo e spassandotela. Ma gioia e felicità possono essere smisurate anche in solitudine, talmente profonde da donarti una maggiore capacità di condividere. Se hai profonda gioia e felicità, sviluppate in solitudine, hai molto da dare. Senza la capacità di stare solo ti esaurisci sempre più. E quando non hai abbastanza nutrimento per te stesso non hai molto da offrire agli altri. Ecco perché è importante imparare a vivere in solitudine.
Ogni giorno dedica un po’ di tempo allo stare da solo, perché facilita la pratica di nutrire te stesso e osservare in profondità. Questo non significa che è impossibile praticare lo stare soli e l’osservare in profondità quando si è con una folla di persone. È possibile. Persino quando sei seduto nella piazza del mercato puoi essere da solo e non venire trascinato via dalla folla. Sei ancora te stesso, ancora padrone di te stesso. Analogamente puoi essere ancora te stesso persino se ti trovi coinvolto in una vivace discussione di gruppo e persino se esiste una forte emozione collettiva. Puoi continuare a dimorare al sicuro e saldamente nella tua isola.
Ci sono due dimensioni di solitudine e sono entrambe importanti. La prima è essere soli fisicamente. La seconda è riuscire a essere sé stessi e rimanere centrati persino nel bel mezzo di un gruppo. È perché sei a tuo agio nella solitudine che puoi essere in comunione con il mondo. Mi sento legato a te perché sono pienamente me stesso. È semplice: per legarsi davvero al mondo devi prima tornare a collegarti con te stesso.

Da ‘Il Dono del Silenzio’
Di  Thich Nhat Hanh
Ed. Garzanti



© Tora Kan Dōjō