mercoledì 21 ottobre 2020

Respirare - Respire di Federico Dainin Jôkô Sensei (versione Italiana e Francese)

Anche quando siamo abituati a rimanere seduti in meditazione, è importante ricordarci in cosa concretamente consista questa postura, come va adottata e di quello che rappresenta come pratica spirituale.
Zazen non è una pratica posturale.
Le pratiche spirituali sono molto importanti, ad esempio lo Yoga è una scienza esatta e una medicina a tutti gli effetti.
Lo Zazen, invece, non si limita ad una pratica esclusivamente posturale.
Allora come ci sediamo?
Questo è molto importante perché ci sono riflessi che, nel tempo, dimentichiamo. Una cosa molto importante, ad esempio, è salutare lo spazio in cui ci sediamo.
Salutiamo il cuscino e in seguito ci giriamo di 180 gradi e salutiamo coloro che sono di fronte al nostro cuscino. È un gesto rituale che ci fa salutare il luogo in cui ci troviamo senza dimenticare che in un altro posto vicino così come lontano, visibile e invisibile, altri luoghi diversi dal nostro meritano la nostra attenzione e il nostro rispetto. Non c'è nulla di santo nel cuscino di Zazen, quindi non ci prostriamo a qualcosa di misterioso che potrebbe abitare nel cuscino.
Ciò che invece c’è di santo (e sano) è salutare il luogo in cui ci troviamo e, quindi, prendere coscienza che ci siamo. Perché noi peregriniamo per tutta la nostra vita, attraversiamo lo spazio e il tempo, senza sapere, per la maggior parte delle volte, dove siamo. Quindi, questo gesto di salutare il nostra cuscino dovrebbe, col tempo, educarci ad essere consapevoli di ciò che andremo a fare, del luogo in cui ci troviamo e dove posiamo la nostra presenza.
E salutiamo il cuscino e questo luogo per quello che è, senza sperare in un altro, ma così com’è.
Che il cuscino sia pulito o pieno di polvere, ben centrato sulla stuoia o un po’ di traverso, ci ricorda che è un po’ come la nostra vita, magari perfetta in una giornata briosa, oppure in una giornata grigia, in un momento di felicità o infelicità, di dolore o di gioia, salutiamo questa vita che è lì in quel momento, così com’è.

E poi ci voltiamo di 180 gradi ed è una cosa molto importante perché salutiamo il reparto opposto, salutiamo il resto e in questo gesto di girarci intorno è come se noi decidessimo, dopo aver preso coscienza della nostra presenza, di prendere coscienza di tutte le altre presenze del mondo e non possiamo prendere coscienza delle altre presenze del mondo, se non iniziamo dal prendere coscienza della nostra stessa presenza.

Quindi salutiamo la nostra presenza, il luogo in cui ci troviamo, la circostanza, e poi ci voltiamo e salutiamo la presenza del mondo intero. E questa presenza la salutiamo così come salutiamo il nostro cuscino. Lo salutiamo per quello che è, con la stessa intensità, la stessa profondità, con la stessa fede, lo stesso coinvolgimento del corpo e dello spirito.

Salutiamo “ciò che è”, così come, allo stesso modo, salutiamo le altre presenze che conosciamo o meno, che amiamo o no, che ci piacciano o no, che riconosciamo in loro il dolore, la sofferenza o la gioia. Le salutiamo e le portiamo nel campo della nostra presenza così come sono.

Vedete, è un gesto molto semplice che facciamo all'inizio di ogni Zazen e che ripetiamo ogni volta che ci sediamo o ci alziamo.

Tutto questo (salutare il cuscino, quindi voltarsi e salutare tutte le persone sedute e tutte quelle presenti nel mondo) rappresenta molto più di un semplice gesto rituale che rende “pulito” il nostro Dojo.
Direi persino che in questo piccolo gesto che apre ogni Zazen, esprimiamo la fede nello Zazen, perché salutando ogni volta che ci sediamo e che ci alziamo, riconosciamo che non è più lo stesso cuscino e non c’è più la presenza di poco prima. Gli altri, tutt’intorno a noi, non sono più gli stessi e tutto ricomincia da capo.
Più salutiamo questo cuscino e la presenza degli altri e più coltiviamo l’entusiasmo.
Entusiasmo che sta e vive nel sapere che quello che salutiamo ci da’ anche la possibilità di vedere tutto in modo nuovo. E’ un atto di fede.

Se è vero che nel Buddismo Zen non c’è una credenza particolare e un Dio, c’è comunque una nozione di fede. Una fede nell’eterno cambiamento delle cose, nell’eterno stato di novità delle cose, a condizione d’essere presenti e coscienti in quel preciso momento.
Ed è così che apriamo lo Zazen con un piccolo gesto che si ripeterà per tutta la durata del rituale Zazen e questo è quanto può insegnarci: salutare la nostra presenza e la presenza del mondo intero e accogliendole per quello che sono.
E’ molto importante; magari vorremmo tutti sederci stasera e fare un bel Zazen, ma forse un dispiacere ci annoda il cuore, oppure la giornata è confusa e non riusciamo a concentrarci e forse arriveremo addirittura a credere che non servirà a niente. A volte, alcune persone (incluso me stesso) sono arrivate durante lo Zazen a detestare sé stesse.
E poi…c’è questo gesto che apre, che invita ad avere fiducia in tutto ciò che accadrà.
Saluto questo cuscino che è così solo in questo momento, in questo luogo, in questa situazione, in questa condizione e che può davvero condurmi ad essere quello che io sono. Non ce ne sono altri.
Salutare con pienezza questo momento porta a fidarsi di tutto ciò che può accadere durante la meditazione: confusione o beatitudine, come quei momenti dove siete state perfettamente soddisfatti.

Possiamo essere nella nostra vita come dei piccoli rituali che aprono e chiudono lo Zazen e vivere pienamente la nostra vita attraverso una grande fede: la fede che tutto andrà bene, e anche quando tutto sembra non andare, tutto va bene così com’è. Perché anche in questi “non va” le cose sono esattamente così come dovrebbero esistere in quel momento. Quindi apriamo e chiudiamo ogni Zazen con una professione di fede. È silenziosa, non esiste alcun credo, impegna semplicemente il corpo e la mente ad essere perfettamente lì, a tuffarsi in quella realtà.
Quindi ci voltiamo, per dare fiducia agli altri, venerare la loro propria fede, aiutandoli con la nostra fiducia presente e serena. Qualunque cosa avvenga, siamo lì.

Poi, la prima cosa che facciamo dopo questo rituale è sederci. Avviciniamo le nostre gambe, se possiamo, in mezzo Loto o in Loto completo e se non possiamo le mettiamo nella posizione del sarto, ma non c’è nessuna differenza perché il senso di questa postura inizia con l’abbandonarsi alla terra, semplicemente abbandonando tutto. Come se, in quel momento della nostra esistenza, ci fosse il bisogno di posare il corpo e lasciarlo sedere. E, in questo corpo seduto in contatto con la terra, noi iniziamo prendere coscienza che il mondo in cui viviamo ci trasporta e ci permette di essere vivi, semplicemente.

Questo posto in cui passiamo e ci sediamo con fiducia era lì già molto prima che noi arrivassimo e ci sarà per molto tempo ancora dopo di noi. C'è qualcosa di miracoloso nel rendersi conto che siamo in contatto con la terra, perché questo contatto con la terra lo abbiamo ogni giorno, ma non ne siamo mai davvero consapevoli.
Quanti passi della nostra giornata sono stati passi coscienti?
Qui ci sediamo e realizziamo il miracolo profondo d’essere qui, su questa terra, poiché il vero miracolo non è quello di camminare sull’acqua, ma è quello di poter camminare in questa terra.
Noi siamo esseri viventi su questa terra, semplicemente e solamente in questo luogo. Se riusciamo a renderci conto delle cose in questo modo durante tutto il percorso della nostra vita, questa vita non è che una continua scoperta miracolosa, perché non ci è dovuto l’essere presenti in questa terra, non è per forza un nostro diritto. E’, prima di tutto, un dono, una possibilità, un’opportunità, una fortuna. Ed ecco qua che, sedendo, può sorgere una domanda molto importante, che è: che pellegrinaggio ho compiuto sulla terra, che sia mio? Cosa faccio della mia presenza su questa terra?

Qui ricominciamo. Ci sediamo con la parte bassa del corpo, prendiamo coscienza del contatto con la terra, ci riconnettiamo con la realtà di questo mondo e cosa facciamo? Come quando entriamo in contatto con eventi nuovi, ci ergiamo per meglio vedere quello che succede... ebbene facciamo la stessa cosa in Zazen. Ci raddrizziamo e questo modo di essere eretti che stiamo cercando, non è rigidezza, ma è semplice ricerca della nostra postura naturale, che ci permette di stare bene, di rispettare il corpo, la colonna vertebrale, che ci consente di aprire il diaframma, la gabbia toracica, per respirare bene e per essere sereni. Cercheremo una postura dritta che non sarà mai rigida, a partire da questo treppiede della parte bassa del corpo. Non c’è bisogno di sforzarsi per essere dritti. Non c’è bisogno di pensarci durante la meditazione. Questa corretta postura eretta è importante se è naturale perché permette all’addome di posarsi, di offrirsi ampio, aperto, e in egual modo, la gabbia toracica.
Questo significa che possiamo davvero respirare con il ventre e riempire il corpo d’aria. Bisogna percepire davvero che questo si stia riempiendo, come se inspirando spingeste, attraverso gli addominali, lo stomaco in avanti. Poi, espirando, il respiro è ancora molto attivo e lasciamo che l’aria se ne vada naturalmente (tramite il naso) e spingiamo l’espirazione fino dal punto più basso dell’addome, svuotando il corpo fino al punto più basso dell’addome. E’ un’attività molto forte.
Nella espirazione ritiriamo il ventre come se la colonna vertebrale lo risucchiasse e, insieme a lui, l’ombelico. Espirazione dopo espirazione andiamo sempre più profondamente, e sempre più intensamente, verso il vuoto; quel vuoto di cui siamo capaci.

E’ su questo vuoto che andrò a soffermarmi oggi.

Alla fine dell’espirazione, il raggiungimento di questo vuoto dispiega automaticamente una grande serenità, perché alla fine di questo vuoto c’è il nostro volto originale. Il cuore di questo vuoto è molto fisico, non è concettuale e al centro di questo vuoto accade una sorta di cancellazione. Non rimane più niente. Dopo venti minuti di Zazen, se siamo veramente concentrati sul respiro, arriviamo a completare una respirazione completa in un minuto. Un minuto che comprende un’ispirazione e un’espirazione. Quindi è tutta la nostra vita, tutta l’attività stessa della nostra vita, che rallenta e che scende in profondità, sempre più in profondità. Nel più profondo del profondo, come una pietra che cade nell’oceano... fino a quando non ci sarà più niente, se non profondo senso di vacua serenità.

Non è un concetto, è ciò che sperimentiamo nel respiro. Ad un certo punto del tuo respiro, arriverai a toccare qualcosa che è “nulla” e anche l’idea stessa del nulla non esiste più, è una sorta di “esso”.
Ci vorrebbero diverse vite per respirare correttamente.
Ma se davvero praticassi questo respiro di Zazen: salutare, porre la presenza, sentire la terra, elevare la verticalità, espirare fino al vuoto; potresti vedere come tutta la nostra vita è irrigata con calma.

Perché questo tipo di grande profondità in noi è sempre stato calmo e pacifico. L'unica differenza tra l'ordinario e la meditazione è che in meditazione iniziamo davvero a frequentare questa pace e più la frequentiamo, più questa si sviluppa. È come un'amicizia. Si tratta di ritornare in amicizia con la nostra vita con la nostra più profonda serenità, la nostra pace intrinseca. Lei c’è da sempre. Ci basta solo di incontrarla e frequentarla.

Quello che voglio dirti è che ogni gesto della nostra pratica formale è importante. E che il cuore di questa pratica è riuscire a distribuire correttamente il respiro. Il buon respiro di Zazen è naturale ed estremamente profondo. In realtà, non abbiamo bisogno di nient'altro. Tutto ciò che conta è in questo respiro. L'inspirazione non è comandata, ma naturale, a seconda della gabbia toracica, e l’espirazione è controllata, profonda e attiva.

Il resto lo approfondiremo la prossima volta, riguardo la posizione di occhi, mani, spalle, orecchie, naso, ma è importante parlare delle basi della meditazione.

Quindi, con ogni ispirazione, riporremo l’attenzione su tutto ciò che attraversa la tua vita. Tutto. I suoni del cortile, i suoni del nostro cuore, la musica, il vicino che si muove, i rumori interni, i pensieri, le immagini ecc ... Osserviamo. E mentre espiri, affiderai al respiro tutto ciò che hai osservato e che ti osserva e lo lanceremo nel vuoto. Non lo rifiutiamo, lo rilasciamo nel vuoto e lo liberiamo. Così, respiro dopo respiro, impariamo a liberare tutte le cose, tutti gli esseri, tutto ciò che abita dentro di noi.

Questo è il cuore di Zazen, pratica di liberazione e libertà, che passa per il respiro. Ci vorrebbero già diecimila anni per padroneggiare il respiro, se fossimo bravi allievi, altrimenti trentamila anni; quindi riprova.
Non hai bisogno del maestro per questo, devi solo meditare davvero con il respiro costantemente e seriamente. Sedetevi in Zazen, come se fosse l’ultimo Zazen della vostra vita; l’ultima occasione che vi è donata di respirare a pieni polmoni. Vedrete che praticando come abbiamo appena spiegato e analizzato, l’ispirazione prenderà il gusto delle cose, comprese quelle che fanno male, così come se dovreste annusare un fiore, ma non tutti i fiori profumano. Ogni ispirazione come se annusassimo un fiore e ogni fiore ha il suo particolare odore: potente, delicato, acido..
Così nella espirazione profonda e attiva, per arrivare alla profondità del vuoto, lasciate che questi fiori diventino i fiori del vuoto.

Sediamoci e per i prossimi diecimila anni impareremo di nuovo come respirare. Così potremo sperimentare nel profondo che mentre respiriamo siamo vivi e che moriremo mentre respiriamo. La prima cosa che facciamo quando veniamo al mondo è un’ispirazione molto violenta e forte. I polmoni si aprono in un colpo solo ed è impressionante al punto da farci piangere. L’ultima cosa che facciamo prima di andarcene, di lasciare questa vita, è un’espirazione.
Il respiro è il fulcro della nostra vita. Perché tra questo primo e l'ultimo momento, la nostra vita sarà solo una serie di ispirazioni ed espirazioni.

Spetta a noi garantire che questo ritmo vivente sia consapevole, che ci insegni, che ci approfondisca e che ci apra. Non c'è nulla di esoterico, è molto tangibile e tutta la nostra storia è una storia di respiro. C’è qualcosa di profondamente reale, biologicamente esplicabile e, allo stesso tempo, molto misterioso.

Se avete accompagnato una persona in fin di vita, fino al suo ultimo respiro, inevitabilmente siete stati accanto a lui o lei, in questo ultimo momento avrete sentito che non cede una semplice espirazione, ma è qualcosa di molto più profondo. Così come un neonato che ispira la prima volta, non respira solo aria, ma vita (n.d.r.). E’ intuitivo e sappiamo che è qualcosa di più grande di una semplice attività meccanica.

Lo Zazen è solo questo. E’ coltivare l’attività dell’essere vivi. Potremmo porre fine a tutte le cerimonie, tutti i canti, tutte le pratiche formali, tutti gli insegnamenti dei maestri in Kesa rosso, lasciare cadere tutto e la sola cosa che resterebbe di questa pratica di Zazen, è coltivare il respiro che viene, che ci rende coscienti, che va e che ci libera. Solo questo.
Questa è l’attività di coloro che sono svegli e vivi ed è già un grande lavoro. Tanti auguri per i prossimi diecimila anni.

So che quando sono davvero consapevole del mio respiro, quando mi capita, mentre medito, di essere davvero consapevole di ciò che osservo, come se fossi davvero un tutt’uno con ciò che mi attraversa, e consapevole di avere questo potere di lasciare andare tutto nel respiro, e quando entro, quando lo provo tutto questo, ne sono incredibilmente scosso. E’ qualcosa che mi nutre per settimane. Questa consapevolezza che la vita è in me, mi rende sensibile, mi rende disponibile a tutto e allo stesso tempo mi libera da tutto. È meraviglioso, miracoloso.
E’ questo il risveglio. Questa vita che mi abita, che da’ il ritmo alla mia esistenza, che sia stato buono o cattivo. Quindi facciamo insieme l’esperienza di questa vita che va e viene in noi…(Zazen).

Federico Dainin Jôkô Sensei
(traduzione a cura di Laiza Pucci)



Versione originale


RESPIRE 


Il est important de se souvenir, même si nous somme habitués à nous asseoir en méditation, de se souvenir de ce qu'est concrètement cette posture, à quoi elle sert, comment elle se déploie, et de ce qu'elle est en tant que pratique spirituelle.
Zazen, ce n'est pas une pratique posturale. Les pratiques posturales sont très importantes, le yoga est une science exacte, voire même une médecine à part entière.
Mais Zazen ne se limite pas à une pratique posturale.Alors, comment on s'assied ? C'est très important, car il y a des réflexes qu'on oublie avec le temps.  Une chose très importante, par exemple, est de saluer la place à la quelle nous nous asseyons. Nous saluons le coussin, et ensuite, nous nous retournons à 180 degrés, et nous saluons ceux qui se trouvent à l'opposé de notre coussin. C'est un geste rituel qui fait que nous saluons le lieu dans lequel nous sommes sans oublier que dans un ailleurs proche aussi bien que lointain, visible et invisibles, d'autres places que la notre méritent notre attention et notre respect. Il n'y a rien de saint dans le coussin de Zazen, donc on ne se prosterne pas devant une sorte de chose mystérieuse qui habiterait le coussin. En revanche, ce qu'il y a de saint (et de sain), c'est de saluer le lieu où nous sommes, de prendre conscience, que nous sommes à cet endroit. Parce que nous pérégrinons notre vie durant,  nous allons et nous venons, nous traversons l'espace et le temps, sans savoir la plus grande partie du temps où nous sommes. Et bien, ce geste de saluer notre coussin, devrait avec le temps nous éduquer à prendre conscience de ce que nous allons faire, du lieu dans lequel nous sommes en train de poser notre présence. Et on salue ce coussin et ce lieu tel qu'il est. Non pas en l'espérant autre, mais tel qu'il est.
Que le coussin soit propre, ou plein de poussière, bien centré sur la natte, ou un peu de travers, un peu comme notre vie, qu'elle soit parfaitement dans une journée éveillée, ou une journée sombre, dans un moment de bonheur ou de malheur, d'épreuve ou de joie, on salue cette vie qui est là, telle qu'elle elle là. 

Et puis, on se retourne à 180 degrés, et c'est une chose très importante, on salue les rangées opposées, on salue le reste, et dans ce geste de se retourner, c'est comme si nous décidions, après avoir pris conscience de notre présence, de prendre conscience  de toutes les autres présences du monde. Et on ne peut pas prendre conscience des autres présences du monde, si on ne commence pas par prendre conscience de notre propre présence.
Alors on salue notre présence, le lieu où nous nous trouvons, la circonstance, et puis nous nous retournons et nous saluons la présence du monde entier. Et cette présence là, on la salue comme on a salué notre coussin. On la salue telle quelle, avec la même intensité, la même profondeur, avec la même foi, le même engagement du corps et de l'esprit.

On salue "tel quel", ces autres présences, que nous connaissons ou pas, que nous aimons ou pas, plus ou moins, qu'elles nous plaisent ou pas, que nous ressentions dans ces autres présences de la douleur, de la souffrance, ou de la joie. Nous les saluons, nous les prenons dans le champs de notre présence telles qu'elles sont.

Vous voyez, c'est un geste tout simple qu'on fait au début de chaque Zazen et qu'on répète à chaque fois qu'on s'assied ou qu'on se relève. Saluer notre coussin puis se retourner et saluer toutes les assises du monde, toutes les présences, est bien plus qu'un simple geste rituel qui fait "propre" dans le dojo. Je dirais même que dans ce petit geste qui ouvre chaque Zazen, nous exprimons la foi de Zazen, car en saluant à chaque fois qu'on s'assied et que l'on se relève, nous exprimons qu'il n'y a plus le même coussin, qu'il n'y a plus la même présence. Ces autres, tout autour de moi, ne sont plus les mêmes, et tout à recommencé. Et plus nous saluons ce coussin et la présence des autres, plus nous cultivons l'enthousiasme, cet enthousiasme de savoir que quoi que nous sommes en train de saluer, il y a la possibilité que tout soit toujours nouveau. C'est un acte de foi.

S'il est vrai que dans le bouddhisme zen, il n'y a pas une foi particulière en un dieu, il y a quand-même une notion de foi. Une foi dans l'éternel changement des choses, dans l'éternel  état de nouveauté des choses, à condition que nous y soyons conscients et présents.
Voilà donc que nous ouvrons Zazen avec un petit geste, et tout au long de notre Zazen, du rituel, voilà ce qu'il peut nous apprendre.
Saluer notre présence, et la présence du monde ; accueillir notre présence telle quelle. C'est très important ; on voudrait tous s'asseoir là, ce soir, et faire un beau Zazen. Mais peut-être qu'il y a un chagrin qui nous broie le cœur, ou bien c'est une journée de confusion, et on arrive pas à se concentrer, et même à finir par croire que ça ne sert à rien. Parfois, certaines personnes (dont je fais partie) sont arrivées en Zazen à se détester elles-mêmes. Et puis....., il y a ce geste, qui ouvre, qui invite à faire confiance à tout ce qui va se passer. Saluer ce coussin car il n' y a à cet instant qu'en ce lieu et qu'en cette situation, dans cette condition, que je peux être vraiment ce que je suis. Il n'y en a pas d'autre. Saluer pleinement cet instant amène à faire confiance à tout ce qui peut advenir en méditation : confusion, ou béatitude, comme ces moments où vous étiez parfaitement apaisés.

Nous pouvons être dans la vie comme dans ce petit rituel, qui ouvre et ferme notre Zazen, et vivre vraiment notre vie avec grande foi, la foi  que tout va bien, que même quand ça ne va pas, tout va bien. Parce que, même dans ce "ça ne va pas", les choses sont là telles qu'elles doivent être à ce moment là. Aussi on ouvre et on ferme chaque Zazen avec une profession de foi. Elle est silencieuse, il n'y a pas de credo, elle engage juste le corps, et l'esprit, à être parfaitement là. À plonger dans la réalité 'tel quel', puis en se retournant, à faire confiance aux autres, à vénérer leur propre foi, à les aider de notre confiance présente et sereine, quoi qu'il advienne, tout va bien pour eux. Quoi qu'il advienne nous sommes là.

Puis, la première chose que l'on fait après ce rituel, c'est s'assoir. Et on rassemble nos jambes, si on peut, en demi lotus, ou en lotus complet si on est vaillant, et si on ne peut pas, en tailleur, mais il n'y a aucune différence, car le sens de cette posture commence par simplement nous abandonner à la terre, simplement relâcher tout. Comme si, en pèlerins de l'existence, à un moment donné, nous ayons besoin de déposer le corps, l'asseoir. Et dans ce corps assis, en contact avec la terre, nous commençons par prendre conscience, que le monde dans lequel nous vivons, nous porte et nous permet d'être vivant, tout simplement.

Cet endroit où nous nous asseyons était là bien avant nous, et sera là bien après nous, ce lieu dans lequel nous passons et nous nous asseyons avec confiance. Il y a quelque chose de miraculeux que de se rendre compte, que nous sommes en contact avec la terre. Parce que ce contact avec la terre, nous l'avons tous les jours, mais nous n'en sommes pas conscients, vraiment pas conscients. Combien des pas de notre journée ont été des pas conscients ? Là, on s'assied, et on prend conscience du miracle absolu que nous sommes ici, sur cette terre. Pace que le miracle véritable n'est pas de marcher sur les eaux, le miracle véritable est que nous marchons sur cette terre.

Nous sommes vivants sur cette terre. Simplement, seulement, sur cette terre. A cet endroit. Si nous nous rendons compte des choses de cette manière là tout au long de notre vie, cette vie n'est qu'une sorte de découverte miraculeuse, car il ne nous est pas spécialement dû d'être sur cette terre ; ce n'est pas spécialement un droit. C'est avant tout un don, une possibilité, une opportunité, une chance. Et voici, qu'en asseyant le bas du corps, peut naître une question très importante, qui est : qu'est-ce que je fais de ce pèlerinage sur la terre, qui est le mien ? Qu'est-ce que je fais de ma présence sur cette terre ?

Ici, on recommence. On assoit le bas du corps, on prend conscience du contact avec la terre, on se re-connecte avec la réalité de ce monde, et que fait-on ? Comme lorsqu'on entre en contact avec des choses nouvelles, on se redresse pour mieux voir ce qui se passe, et bien, on fait la même chose en Zazen. On se relève. Et cette droiture que nous allons chercher, n'est pas de la raideur, c'est simplement rechercher notre droiture naturelle, qui nous permet d'être bien, de respecter le corps, la colonne vertébrale, qui nous permet d'ouvrir le diaphragme, la cage thoracique, pour bien respirer, pour être serein. On va chercher une droiture qui n'est jamais raide, à partir de ce trépied du bas du corps. Pas besoin de faire l'effort d'être droit. Plus besoin d'y penser pendant la méditation.  Cette droiture est importante si elle est naturelle, car elle permet à l'abdomen de se poser, d'être offert, large, ouvert, et la cage thoracique également. Ce qui veut dire que nous pouvons vraiment respirer avec le ventre,  remplir le corps d'air. Il faut que vous sentiez vraiment que ça se remplit, comme si en aspirant, vous poussiez, avec vos abdominaux,  le ventre vers l'avant. Et puis, en expirant, le souffle toujours très actif, on laisse l'air naturellement s'en aller (par le nez), et on pousse l'expiration, on la pousse, jusqu'au plus bas de l'abdomen, en vidant le corps au plus bas de l'abdomen. C'est vraiment une activité forte. Dans l'inspiration, on retire le ventre, comme si la colonne vertébrale aspirait, happait le nombril. Et expiration, après expiration, on va de plus en plus profondément, de plus en plus intensément, au plus vide du vide dont nous sommes capables. C'est sur ça que je vais m'arrêter aujourd'hui, sur ce vide.

Au bout de l'expire, atteindre ce vide déploie automatiquement une grande sérénité, parce que au bout de ce vide, il y a notre visage originel. Au cœur même de ce vide, c'est très physique, ce n'est pas conceptuel, au cœur de ce vide, il y a comme une sorte d'effacement de tout. Il n'y a plus rien. Au bout de vingt minutes de Zazen, si l'on est vraiment concentré sur le souffle, nous arrivons à une respiration complète sur une minute.  Une minute égale un inspire et un expire. C'est toute notre vie, l'activité même de notre vie, qui ralentit. Et qui descend profond, profond, bas....au plus profond du profond comme une pierre qui tombe dans l'océan... Jusqu'à qu'il n'y ait plus rien. Heureuse vacuité.

Ce n'est pas un concept, c'est ce que nous expérimentons dans le souffle. À un moment, dans votre expire, vous allez toucher quelque chose qui est "rien". Et même l'idée du rien elle-même n'existe plus. Une sorte de "ça". Il nous faudrait plusieurs vies pour respirer correctement. Et si vous pratiquiez vraiment ce souffle de Zazen : saluer, poser la présence, Sentir la terre, relever la verticalité, expirer jusqu'à la vacuité, vous pourriez voir comment notre vie toute entière est irriguée de calme.

Parce que, cette sorte de grande profondeur en nous, est calme et apaisée depuis toujours. La seule différence entre l'ordinaire et la méditation, c'est qu'en méditation nous commençons vraiment à fréquenter cette paix. Et plus nous la fréquentons, plus elle se développe. C'est comme l'amitié. Il est question de revenir en amitié avec notre vie avec notre sérénité la plus profonde, notre paix intrinsèque. Elle est là depuis toujours. Il nous faut juste aller la rencontrer  et la fréquenter.

Ce que je veux vous dire, c'est que chaque geste de notre pratique formelle a une importance. Et que le cœur de cette pratique est d'arriver à déployer correctement notre souffle. Le bon souffle en Zazen, est à la fois naturel et extrêmement profond. En réalité, nous n'avons besoin de rien d'autre. Tout ce qui compte est dans ce souffle. L'inspire est non-maîtrisé, naturel, en fonction de votre cage thoracique, et l'expire est maîtrisé, profond, actif. 

Le reste, nous nous y attarderons une prochaine fois, notamment sur la position des yeux, des mains, des épaules, les oreilles, le nez.
Mais c'est une très bonne chose de revenir aux fondamentaux de la méditation.

Puis à chaque inspiration, vous allez être attentif à tout ce qui traverse votre vie. Tout. Les bruits de la cour, la musique, le voisin qui bouge, les bruits intérieurs, les pensées, les images etc....On observe. Et en expirant, vous allez confier au souffle tout ce que vous avez observé, et on le lance dans le vide. On ne le rejette pas, on le jette dans le vide, on le libère. Et souffle après souffle, nous apprenons à libérer toutes les choses, tous les êtres, tout ce qui nous habite.

Voilà le cœur de Zazen, pratique de libération, et de liberté, qui passe par le souffle. Déjà, il nous faudrait dix mille ans pour maîtriser, si nous sommes bons élèves, sinon, c'est trente mille ans pour maîtriser notre souffle; donc essayez encore. Vous n'avez pas besoin du maître pour ça, il vous suffit de vraiment vous recueillir avec votre souffle pour de bon, sérieusement. Mettez-vous en Zazen, comme si c'était le dernier Zazen de votre vie. La dernière occasion qu'il vous est donné de respirer pleinement. Et vous verrez que si vous le faites comme nous venons de le déployer, de le décortiquer, là, à l'inspire prendre le goût des choses, y compris celles qui vous font mal, comme si vous deviez sentir une fleur, et toutes les fleurs ne sentent pas bon, chaque inspire comme si nous humions une fleur. Chaque fleur à sa particularité. Puissante, délicate, acide, ...
Et dans l'expire profond, actif, au plus vide du vide, laissez ses fleurs devenir les fleurs du vide.

Asseyons nous et, pendant les dix mille prochaines années, nous allons réapprendre à respirer. Et vraiment faire l'expérience, que nous vivons comme nous respirons. Ce qui veut dire aussi que nous allons mourir comme nous allons respiré.
La première chose que nous faisons en venant au monde, c'est un inspire très violent, très puissant. Les poumons se déploient d'un seul coup. C'est impressionnant au point qu'on en pleure. Puis, la dernière chose que nous faisons en nous en allant, en quittant cette matrice, c'est expirer. Le souffle est vraiment l'affaire de notre vie. Parce qu'entre ce premier et dernier instant, notre vie ne sera qu'une suite d'inspirations et d'expirations.
C'est à nous de faire en sorte que ce rythme vivant soit conscient, qu'il nous enseigne, qu'il nous approfondisse, et qu'il nous ouvre. Il n'y a rien là d'ésotérique, c'est très factuel, toute notre histoire est une histoire de souffle. Il y a quelque chose à la fois de très réel, tangible, biologiquement explicable, et en même temps de très mystérieux.

Si vous avez accompagné une personne en fin de vie, jusqu'à son dernier souffle, forcément, si vous êtes à côté d'elle ou de lui, à cet instant de sa vie, vous avez ressenti qu'il ne rend pas qu'un souffle. C'est beaucoup plus immense que ça. Tout comme un nouveau-né qui inspire pour la première fois, il ne fait pas qu'inspirer de l'air. On le sait, c'est intuitif, on sait que c'est plus grand que cette activité mécanique.

Zazen, ce n'est que ça, c'est cultiver l'activité du vivant. On pourrait cesser toutes les cérémonies, tous les chants, toutes les pratiques formelles, tous les enseignement des maîtres en kesa rouge, tout laisser tomber, et la seule chose qui resterait de cette pratique qu'est Zazen, c'est cultiver le souffle qui va, qui nous rend conscient, et qui vient, qui nous libère. Juste ça. Ça, c'est l'activité des éveillés, rien d'autre. Et c'est déjà un grand travail. Alors, bonne chance pour les dix mille prochaines années.

Je sais, que quand je suis vraiment conscient de mon souffle, quand il m'arrive en méditant d'être vraiment conscient de ce que j'observe, comme si je faisais vraiment un avec ce qui me traverse, et conscient d'avoir ce pouvoir de libérer tout, de laisser tout s'en aller dans le souffle, quand je le pénètre, quand j'en fais l'expérience, j'en suis incroyablement bouleversé. C'est quelque chose qui me nourrit pendant des semaines. Cette conscience que la vie est en moi,  me rend sensible, me rend disponible à tout, et à la fois, elle me libère de tout. C'est merveilleux, miraculeux.
C'est ça l'éveil. Cette vie qui m'habite, rythme mon existence, que j'ai été bon ou mauvais. Alors, faisons ensemble, l'expérience de cette vie qui va et qui vient en nous.... (Zazen)














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sabato 17 ottobre 2020

Kuzushi: La montagna che si sfalda

Nelle Arti Marziali si familiarizza presto col principio di kuzushi (崩し). E’ un termine che traduciamo sbrigativamente con “squilibrio” ma il verbo da cui deriva, kuzureru, ha una semantica più profonda:  crollare, collassare, demolire…
Un interessante lavoro di etimologia di Noriko Williams ci aiuta a comprendere la nascita della grafia del kanji , che abbiamo riportato nell’immagine di questo post. Si vede piuttosto chiaramente che il kanji contiene l’ideogramma yama ( la montagna) e tomo ( che secondo Williams non significa “amico”, ma è la trasposizione grafica “sbagliata” del disegno di fili di collana che si dividevano. Questo forse era più chiaro negli ideogrammi arcaici).
Al di là di questioni etimologiche, rimane il fatto che kuzushi è ben più di uno squilibrio. Ha a che fare col crollo di una montagna, con la distruzione di ciò che riteniamo essere più solido.
In questi giorni e nei prossimi mesi facciamo esperienza di forti squilibri e di parziali crolli di quelle che credevamo essere nostre certezze mentre, probabilmente, si trattava di comode abitudini ritenute dovute. Poter uscire e andare come, dove e con chi credevamo. Poter aprire gli occhi e ritenere scontato di avere intorno a noi le persone care. Poter lavorare e disporre a proprio piacimento del superfluo del superfluo del superfluo.
Sul tatami non c’è possibilità alcuna di preservare per sempre la propria posizione. Il movimento è esso stesso uno squilibrio dinamico. Sferrare l’attacco è un salto totale al di fuori della propria area di comfort. Riceverlo per potersi rialzare significa distaccarsi da tutto ciò che credevamo e riscoprire i confini di ciò che siamo.
Questo impariamo, perché questo è ciò che siamo: esploratori dello squilibrio. Cadiamo e ci alziamo, cadiamo e ci alziamo.
Meglio: distruggiamo le nostre illusioni e costruiamo le nostre certezze.
Per questo siamo convinti che questa situazione di precarietà possa essere la vera medicina di cui abbiamo bisogno.
Perché può darsi benissimo che, sotto sotto, scopriamo di essere portatori di ben poche certezze. Magari di nessuna.
Possiamo scoprire, ripensando alla nostra pratica, di essere stati abili mentitori e di aver soffocato con la forma ciò che ogni caduta, ogni tecnica sbagliata, ogni kuzushi inferto e subito aveva da dire alla parte più vera di noi.
Quindi, benvenuto kuzushi! Alla fine di tutte queste cadute saremo tutti un po’ più acciaccati e stanchi ma saremo più veri.

Brano tratto dal sito Novum Experience, potete consultare l'originale qui


© Tora Kan Dōjō






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martedì 13 ottobre 2020

Quando cadi, cadi completamente




Nei momenti tragici dell'esistenza viene naturale pensare che il nostro destino sia compiuto, senza riserve.
La postura di Zazen è incoraggiamento costante, dono della non paura, dono del coraggio.
Si apprende a cadere con ciò che via via accade. Opporsi alla caduta aggrava il risultato.
Quando cadi, cadi completamente. Nel fuoco sii rovente, nel ghiaccio sii gelido. E' l'unico modo per ristabilire l'equilibrio.
Felice sii completamente felice. Triste sii completamente triste, dice un noto apologo Zen.
Per proteggersi occorre buttarsi completamente e con generosità.
Zazen è cadere cadendo.
E' resa totale, perfetta, generosa caduta, resa completa.
 
F. Taiten Guareschi Roshi

© Tora Kan Dōjō

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sabato 10 ottobre 2020

Qualsiasi cosa accada




Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa, a me sconosciuta,
mi possa accadere la prossima ora o domani,
certamente non la potrò modificare con la paura e l'ansia.
L'affronto dunque con perfetta pace interiore,
con il mare del sentire perfettamente calmo.
Paura ed angoscia paralizzano la nostra evoluzione;
respingiamo allora le ondate di paura e di ansia per quanto nella nostra anima ci viene incontro dal futuro.
La devozione nei confronti di ciò che viene chiamato la Sapienza divina presente negli eventi,
la certezza che qualsiasi cosa accadrà perché doveva accadere, e che - qualsiasi ne sia la direzione - avrà comunque i suoi effetti positivi;
traducendo questo atteggiamento animico in parole, sentimenti, idee, realizziamo lo stato d'animo della preghiera devota.

Rudolf Steiner







© Tora Kan Dōjō




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