lunedì 19 febbraio 2018

Schegge Budo e Zen - 19 febbraio 2018





















"Per me la ricerca del benessere è direttamente legata alla ricerca dell'efficacia nel Budō, non è una questione di stile.
Se non è per sentirsi bene e meglio, affrontando con il corpo e lo spirito i propri problemi esistenziali, non vedo per quale ragione continuare a praticare le arti marziali ai nostri giorni.
Le arti marziali sono un mezzo privilegiato per forgiare insieme, coscientemente, il corpo e lo spirito; per questo offrono una possibilità d'educazione fisica eccezionalmente ricca, a condizione di non impoverirle."

Kenji Tokitsu, L'Arte del Combattere



"Le bolle di sapone che questo bimbo
si diverte a staccare da una cannuccia
sono traslucidamente tutta una filosofia..
Chiare inutili e passeggere come la Natura,
amiche degli occhi come le cose, sono quello che sono
con una precisione rotondetta e aerea,
e nessuno, neppure il bimbo che le libera,
pretende che siano più che non sembrino.
Alcune a stento si vedono nell'aria tersa.
Sono come la brezza che passa e tocca appena i fiori
e solo sappiamo che passa
perchè qualche cosa si alleggerisce in noi
e accetta tutto più nitidamente."

Fernando Pessoa




"Diventare in mezzo alla finitezza, una cosa sola con l'Infinito ed essere eterni in un momento del tempo, questa è l'immortalità della religione..."

Friedrich Schleiermacher, Sulla religione: Discorsi a quegli intellettuali che la 
disprezzano



"Non si può diventare e rimanere dei buoni insegnanti se non ci si sente degli eterni allievi. E l'unico modo per insegnare ai propri allievi come ci si rapporta ad un Maestro è renderli testimoni della relazione con i propri Maestri."

Paolo Taigō Spongia Sensei  




"Riusciamo a comprendere il miracolo della vita quando lasciamo che l'inatteso accada..."

Monica De Marchi








venerdì 16 febbraio 2018

Sapore di Samu

di Roberta Roncallo
articolo già pubblicato sul giornale Tora Kan Dōjō N° 40 del 2007





Mi sono avvicinata al Samu più per la curiosità di conoscere meglio il Dojo e Sensei che altro.
Pensavo: conoscendo meglio il luogo dove si pratica e lavorando a fianco del mio Insegnante, imparerò sicuramente qualcosa di inatteso...e in più credevo fosse l’occasione per restituire qualcosa per il prezioso Insegnamento ricevuto, non sapendo, che ancora una volta sarei stata io a ricevere.
Nell'imparare a fare il Samu al Dojo, ho riscoperto le sensazioni che provavo quando ancora bambina mia nonna Concetta mi mostrava come pulire la casa, seguendo sempre la stessa logica ogni volta. Cosa che oggi, chissa perchè...mi fà pensare ad un kata, " prima spolvera , poi spazza ed in ultimo lava il pavimento.." illustrando il tutto con l’azione.
I pochi detersivi, candeggina (odiata da i miei zii), il "pronto" con i panni per spolverare ricavati da vecchie lenzuola, vecchi quotidiani ed alcool per i vetri, il buon profumo del sapone da bucato...
Le sue mani sapienti usavano ogni cosa con cura ed in ultimo tutto veniva riposto nello "sgabuzzino" bene in ordine, ogni cosa al suo posto, solo una spugna veniva tenuta a parte, quasi nascosta, poggiata ad asciugare sopra un tubo attacato dietro il water.
Durante le pulizie un consiglio ricorrente mi veniva dato " stai dritta con la schiena, tieni tu la scopa in mano ma lascia che lei faccia il suo lavoro".
Ora rileggo grandi cose tra quelle frasi semplici dette in dialetto calabrese, allora tra me brontolavo "e quando si muove la scopa se non la passo io” dimenticando che io senza la scopa non avrei potuto spazzare.
Comunque alla fine il risultato era magnifico, l'aria sembrava più pulita....la testa pure.
Sarà per questo che sento in me la voglia di condividere, so che è difficile farlo sinceramente e spesso mi vedo troppo affrettata ma tardare troppo è ugualmente sbagliato.

Mi appare ora più chiaro come in ogni gesto sincero e gratuito che compiamo c’è sempre qualcosa che ci accompagna oltre quel gesto, che ci rigenera senza consumarci, che restituisce alla vita il suo pieno significato.



© Tora Kan Dōjō

lunedì 12 febbraio 2018

Schegge Budo e Zen - 12 febbraio 2018






















"Coloro che vedono nella vita mondana un ostacolo al Dharma, non vedono il Dharma nelle azioni quotidiane. Non hanno ancora compreso che non esistono azioni quotidiane al di fuori del Dharma."

Dōgen Zenji



"Il pensiero che elabora, discrimina, analizza, organizza, che si accontenta dei dualismi di piacere e dolore, bene e male, è limitato. Lo Zazen è aprire la mano del pensiero, fargli abbandonare la presa, rinunciare a convinzioni, idee, concetti, opinioni, pregiudizi, per giungere alla vera realtà della vita."

Kōshō Uchiyama Roshi, Aprire la mano del pensiero



"In tutto l’universo non vi è nulla di più morbido e debole dell’acqua. Ma nulla le è pari nel suo modo di opporsi a ciò che è duro. Nulla può modificare l’acqua. Che la debolezza vinca la forza, che la morbidezza vinca la durezza ognuno sulla terra lo sa, ma nessuno è in grado di fare altrettanto."

Lao Tzu





"L'intuizione va saputa ascoltare, parla con una voce leggera che bisogna imparare a percepire tra i clamori della paura, dei condizionamenti, del calcolo di profitto e perdita...
La Pratica Zen rivitalizza l'intuizione attraverso la capacità di ascolto di sé e del mondo."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"La luna al buio
dirada le nuvole.
Cosa rimane?"

Alessandro della Ventura


mercoledì 7 febbraio 2018

Ganbatte Kudasai!

Okinawa - World Budo Sai IOGKF 2016


"In Giappone quando si vuole esprimere un augurio a qualcuno che deve affrontare una prova si usa dire:
' 頑張ってください!'
Ganbatte Kudasai, Fai del tuo meglio!

La buona o cattiva fortuna deriva in buona parte dall'aver fatto o meno del proprio meglio.
Abbiamo fatto del nostro meglio?
Stiamo facendo del nostro meglio?
Se abbiamo fatto del nostro meglio e alla fine ci coglie la morte o la disgrazia, non sarà un grosso problema, o meglio, l'accoglieremo con serenità.

Nell'esercizio del Randori nell'Arte Marziale questo diventa molto evidente.
Randori non significa combattere per vincere, ma combattere per mettere alla prova le proprie capacità, la propria condizione fisica, tecnica e psicologica, combattere per esprimersi al proprio meglio nelle situazioni più diverse, universali, non solo nel Dōjō.
Poi il risultato può essere qualunque, poco importa: anche se voi 'vincete' non siete migliori di uno che ha 'perso' combattendo con sincerità.

Dal punto di vista della crescita umana, della vostra maturazione, è assolutamente irrilevante una soddisfazione transitoria che viene dall'effimero successo dato dalla superiorità su qualcun'altro. 
Quello che conta e che arreca la vera profonda soddisfazione è il modo, lo spirito con cui vi cimentate, quello che vi fa essere consapevoli di aver dato il vostro massimo, fatto del vostro meglio, per cui non avete più nessun debito, avete restituito tutto quel che vi è stato offerto.
A quel punto potreste anche morire e sareste comunque soddisfatti.

Questa è la profonda differenza educativa tra l'Arte Marziale e lo sport."


P. Taigō Spongia Sensei


© Tora Kan Dōjō

lunedì 5 febbraio 2018

Schegge Budo e Zen - 5 febbraio 2018





















"Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!"

Kahlil Gibran



"Zazen significa mettere in pratica ciò che non può essere pensato con il pensiero. È l'interruttore del Dharma che 'accende' l'intero universo.
Fare ciò significa praticare ciò che riempie l'intero universo, gettando te stesso completamente in esso, in ogni singolo istante, in ogni singola attività.
Fare semplicemente qualcosa significa farlo ora, qui. Significa non sprecare il poco tempo che hai nella vita."

Kōdō Sawaki Roshi




"Dovunque tu vada puoi allenarti. Il tuo Dōjō è ovunque."

Shihan Morio Higaonna



"Sono sempre più convinto che perchè l'uomo possa conservare la sua salute fisica e mentale debba trascorrere ogni giorno almeno un'ora in contatto con la natura."

Paolo Taigō Spongia Sensei 



"Rinasco qui tra me e me... 
Non so chi sono ma riconosco nella voce di un bambino le mie radici terrene. 
Un sussurro all'orecchio mi dice che è normale trasformarsi così." 

Monica De Marchi






venerdì 2 febbraio 2018

Salvando Edo dalla guerra - Yamaoka Tesshū e il suo tempo


Pubblichiamo due estratti sulla vita di Yamaoka Tesshū. Il primo tratto da nippon.com prende spunto dall'episodio della resa del Clan Togukawa alle forze imperiali durante il periodo Meiji per evidenziare il carattere dell'azione politica di Tesshū, spesso etichettata semplicisticamente come nazionalista. Anche il secondo contributo, tratto da La vita e i tempi di Tesshū in "Lo Zen e la spada " Luni Editrice , si serve di questo episodio per tratteggiare il profilo di un importante e influente uomo di stato mai in conflitto con il personale percorso spirituale.


Il tempio Zen Zenshōan nel distretto di Yanaka a Tokyo è stato a lungo un luogo di riflessione per l'élite politica, compresi diversi primi ministri. Questo estratto esamina il ruolo svolto dal fondatore Yamaoka Tesshū nel garantire la pacifica consegna del castello di Edo alle truppe imperiali nella primavera del 1868, quando la nazione fu bloccata in una guerra civile.

Yamaoka Tesshū (1836-88) era un servitore dello shogunato Tokugawa che giocò un ruolo fondamentale nell'assicurare il pacifico passaggio di consegna del castello di Edo alle forze imperiali, guidate da Saigō Takamori (1828-77), durante il periodo della Restaurazione Meiji del 1868.
Yamaoka, che era uno spadaccino esperto, ad un certo punto nel corso della sua vita abbandonò lo studio delle arti marziali per lo Zen. Nel 1883 fondò Zenshōan nel distretto Yanaka di Tokyo per onorare le persone uccise durante la transizione del Giappone a uno stato moderno. 

Una resa pacifica
Nel gennaio 1868 lo shogunato Tokugawa era sull'orlo del collasso, le forze filo-imperiali guidate dagli Chōshū e dagli Satsuma affrontarono i samurai fedeli al regime feudale nella battaglia di Toba-Fushimi nei dintorni di Kyoto, scatenando la Guerra Boshin (戊辰戦争 Boshin Sensō, "guerra dell'anno del drago"). L'esercito dell’appena instaurato governo Meiji affermò rapidamente la propria superiorità, e intorno alla metà di marzo 50.000 soldati erano pronti a conquistare Edo (ora Tokyo), la capitale dello Shōgunato di Tokugawa Yoshinobu (1837-1913).
Katsu Kaishū (1823-99), che guidava le forze dello Shogun, sapeva che una grande battaglia a Edo sarebbe stata devastante per la città e per la nazione. Nella speranza di evitare un tale conflitto, egli mandò tramite Yamaoka una lettera che conteneva la volontà di Yoshinobu di giungere a un compromesso. Yamaoka consegnò il messaggio a Saigō, accampato a Sunpu (ora Shizuoka), il 9 marzo e chiese audacemente al generale se fosse sua intenzione attaccare Edo.
Saigō assicurò all'inviato che il suo scopo non era quello di spingere la nazione al massacro, ma di sottomettere quei compatrioti che si erano incamminati su una strada imprudente. Yamaoka rispose che Yoshinobu era pronto a rendere omaggio all'Imperatore e che, dopo averlo ricevuto nel tempio buddista Kan'ei-ji a nord-est del Castello di Edo, si sarebbe rassegnato al destino che l'imperatore gli avrebbe riservato, ma avvertì anche che se Saigō avesse respinto questa apertura, lui e gli altri 80.000 fedeli ai Tokugawa sarebbero stati pronti a combattere fino alla morte per difendere l'onore dello Shogunato. Pregò quindi Saigō di riconsiderare il suo piano di attaccare Edo e di evitare le inutili morti dei civili. Dopo aver lasciato la stanza per consultarsi con i suoi consiglieri, Saigō disse a Yamaoka che avrebbe rinunciato all'attacco se Yoshinobu avesse accettato di arrendersi a determinate condizioni.
Questo scambio gettò le basi per un incontro cruciale tra Katsu e Saigō il 13 e 14 marzo a Edo. I due uomini erano consapevoli che se fossero scoppiati i combattimenti in città, la Gran Bretagna, alleata con le forze Meiji, e la Francia, alleata di Tokugawa, avrebbero potuto unirsi alla mischia. Nello stato frammentato del Giappone, un simile sviluppo avrebbe facilmente potuto portare alla sua colonizzazione da parte delle potenze occidentali. Alla vigilia dell'attacco pianificato, Saigō e Katsu raggiunsero un accordo per la pacifica consegna del castello di Edo, salvando gli abitanti di Edo da una guerra sanguinosa e assicurando la sopravvivenza della nazione.
Moderato per tutta la vita
Sensei Paolo Taigō Spongia sulla tomba di Tesshū Sensei
Mentre il Giappone marciava verso il militarismo nei decenni successivi al periodo Meiji, molti falchi riverirono Yamaoka come un vero patriota. Mentre, a seguito della sconfitta nella seconda guerra mondiale la sua eredità svanì nell'ombra con l’affermarsi delle idee democratiche che spingevano il pensiero nazionalista ai margini della società.
Ma a un esame più attento, si può dire che le simpatie dell'estrema destra per Yamaoka siano malriposte e non rispecchino adeguatamente il posto che Yamaoka occupa nella storia. Come ho avuto modo di sottolineare altrove, anche l'influente monaco buddista Yamamoto Genpō fu etichettato come un esponente della destra per la sua vicinanza all'ex ultranazionalista Yotsumoto Yoshitaka, nonostante abbia tenuto un consiglio con noti esponenti liberali.
Gli storici della modernizzazione giapponese hanno spesso caratterizzato questo periodo storico come un’epoca di conflitto tra istanze progressiste e conservatrici. Ma il panorama politico precedente e immediatamente seguente alla Restaurazione Meiji, non può essere semplicemente diviso tra sinistra e destra. E come la resa di Yoshinobu e la pacifica consegna del Castello di Edo mostrano, vincere una vittoria importante per la nazione spesso significa accettare una dolorosa sconfitta personale.
Questo era un convincimento che accompagnò sempre  Yamaoka, e che indubbiamente informò anche il suo centro di pratica e spiritualità Zen di Zenshōan.


Articolo tratto da nippon.com

L'autore, Demachi Yuzuru.
Nato a Takaoka, nella prefettura di Toyama, nel 1964. Laureato alla Waseda University. È entrato a far parte della Jiji Press nel 1990, prestando servizio come corrispondente presso il New York, tra le altre posizioni. È entrato in TV Asahi nel 2001 occupandosi di economia per diversi programmi influenti. Ha iniziato a scrivere a tempo pieno dopo il Grande terremoto del Giappone orientale nel marzo 2011. I lavori comprendono Seihin al fukkō Dokō Toshio 100 no kotoba (Povertà e ricostruzione: 100 detti di Dokō Toshiwo) e Keiki o shikaketa otoko Marui sōgyōsha Aoi Chūji (Scommesse sul successo: Fondatore Marui Aoi Chūji). Contribuisce regolarmente a vari giornali e riviste, concentrandosi sulla rivitalizzazione regionale e l'industria.


La vita e i tempi di Tesshū



Per quanto coinvolto nella politica, Tesshū non smise mai di praticare lo zazen. Kiyokawa Hachiro, un eminente capo degli estremisti, si lamentò, «Spre­chi troppo tempo facendo zazen. Quando stai lì seduto, stai forse lavorando per il tuo signore? Stai servendo la nazione? O il popolo?»
Tesshu replicò a sua volta con una domanda: «Siete sicuro di servire voi stesso il vostro signore, il vostro paese ed il popolo?»
«Certo che lo sono» rispose Hachiro con alterigia. «Li servo giorno e not­te».
«Scusatemi per quello che sto per dire», replicò educatamente Tesshū, «ma penso che voi non serviate veramente nessuno tranne voi stesso. I vostri ser­vitori a casa devono servirvi a qualsiasi ora tralasciando le proprie como­dità. Non fanno un "principio" del servirvi; semplicemente compiono il loro dovere. Se sopravvalutate il valore del vostro servizio alla nazione e tenete conto di ogni servizio che rendete, questo non è affatto servire. State solo facendo tutto questo in nome di future ricompense. Dimenticatevi di voi stesso, tenete i vostri connazionali nel cuore e la bocca chiusa. Non vantatevi mai di servire il vostro paese in questo o quel modo. Allora servirete veramente la madrepatria». (Per inciso, Kyokawa, propugnatore di soluzioni violente per risolvere i problemi del paese, fu poi assassinato da un gruppo rivale).
Nel 1867, Tesshū entrò nella guardia personale dello Shogun Tokugawa Yoshinobu; ma lo Shogunato stava agonizzando. Il 3 gennaio 1868 gruppi armati guidati da samurai di Satsuma si impadronirono del palazzo dei Tokugawa a Kyoto in nome del nuovo imperatore Meiji, dichiarando nel contempo l'abolizione dello Shogunato.
Ne seguì una breve guerra civile. Le truppe Imperiali, superiori per numero, respinsero il tentativo delle truppe lealiste di ricatturare Kyoto, bat­tendole sonoramente a Toba-Fushimi, avanzando rapidamente verso Edo l'ultima roccaforte dei Togukawa. Yoshinobu e i suoi consiglieri si riunirono per discutere la mossa successiva; la maggior parte di essi era favorevole ad attendere, cioè a rimandare la decisione fino all'ultimo minuto. Tesshu, dal canto suo, insisteva su un'azione immediata, dichiarando «se rimandiamo sarà tutto perduto». Quando chiesero cosa avesse in testa, Tesshū si offri di andare a parlare direttamente con Saigo Takamori, comandante delle truppe imperiali. «troppo pericoloso» protestarono gli altri, «verrai certamente ucciso prima di riuscire ad avvicinarti a lui».
Tesshu non si fece scoraggiare ottenne il consenso di Yoshinobu a negoziare in suo nome, fece un salto a casa per avvisare sua moglie che stava per partire "per una commissione" e si diresse verso il quartier generale di Saigo a Shizuoka. Anche se Shizuoka pullulava di sentinelle armate di tutto punto, Tesshu prese la via più diretta, camminando con passo regolare e risoluto in mezzo alla strada; raggiunse il campo di Saigo senza venir fermato, solo un eroe o un folle poteva passare con tanta sicurezza attraverso le linee nemiche.
Tesshu disse in sostanza a Saigo: «Continuare la guerra civile distruggerà il paese; dobbiamo evitare altri combattimenti. Forse che l'Imperatore desidera il massacro dei nostri connazionali?». Saigo si consultò con i suoi aiutanti e tornò con una proposta: le forze imperiali avrebbero acconsentito alla pace se Tokugawa Yoshinobu si fosse sottomesso alle seguenti cinque condizioni:
1.                         Resa del castello di Edo
2.                         Evacuazione di tutte le truppe dal medesimo
3.                         Consegna di tutte le armi
4.                         Resa di tutte le navi da guerra
5.                         Esilio a Bizen di Yoshinobu
Tesshū dichiarò: «Posso acconsentire a tutte le condizioni salvo una: non posso accettare la clausola dell'esilio di Yoshinobu. I suoi seguaci non po­trebbero mai approvare un simile affronto non necessario».
«Si tratta di un ordine imperiale!» esclamò Saigo duramente.
«Anche se è così» rispose Tesshū con calma «non posso acconsentire». «Si tratta di un ordine imperiale!»
«Vi prego di mettervi nei miei panni; ho giurato fedeltà ai mio signore e devo fare tutto quello che è in mio potere per mantenere il suo onore. Se le nostre posizioni fossero invertite, cosa fareste?»
Saigo restò silenzioso per un certo tempo e poi disse: «Capisco. Non posso darvi una risposta ufficiale senza discuterne con gli altri generali, ma farò del mio meglio. A proposito, come avete fatto ad arrivare qui da Edo?»
«Ho camminato lungo la strada principale» rispose Tesshū.
Vagamente sconcertato, Saigo gli chiese: «Non avete visto nulla di strano venendo qui?»
«Sì. Le strade erano piene di sentinelle, era piuttosto impressionante».
Dopo aver bevuto qualche coppa di saké, Saigo diede a Tesshū un salva­condotto per tornare a Edo. Sulla strada del ritorno Tesshu incontrò uno stalliere che conduceva alcuni cavalli. «Di chi sono questi cavalli ?» chiese allo stalliere.
«Sono un dono del mio signore alle truppe imperiali».
«Bene, ormai sono un membro delle forze imperiali, per cui dammene uno» disse Tesshu saltando su uno dei cavalli e allontanandosi.
Tesshu passò le linee nemiche senza incidenti, ma avvicinandosi a Edo la sue stesse truppe aprirono il fuoco contro di lui. Fortunatamente Tesshu tornò sano e salvo, Saigo non insistette sull'esilio di Yoshinobu, il castello di Edo venne ceduto pacificamente alle forze imperiali e fu scongiurato un bagno di sangue. Combattimenti sparsi continuarono nelle province per un altro anno, ma alla fine l'intero paese venne posto sotto il controllo imperiale. Edo, ribattezzata Tokyo, divenne la capitale del nuovo governo Meiji.
(Vi è una disputa sull'incontro tra Saigo e Tesshū. I sostenitori di Katsu Kaishu affermano che Tesshu non era altro che un messaggero, il semplice latore di una lettera di Kaishu per Saigo. Tuttavia, dalla sua stessa versione e da altre fonti, appare chiaro che fu Tesshu a condurre le trattative iniziali come rappresentante di Yoshinobu).
Mentre alcuni dei più vicini seguaci di Tokugawa Yoshinobu si ritirarono a vita privata assieme al loro signore, molti altri, tra cui Tesshū, presero parte al nuovo governo Meiji; nel 1869 fu inviato a Shizuoka per collaborare alla riorganizzazione di quel distretto. Mancavano cibo, vestiti e alloggi e molti erano stati costretti a sfollare durante i combattimenti. Tesshū lavorò instancabilmente per confiscare e assegnare nuove terre per distribuirle agli abitanti impoveriti. Contribuì inoltre allo sviluppo delle piantagioni di the di Maki-no-hara, che oggigiorno producono il 60 per cento del the giappo­nese. Dopo aver servito a Shizuoka per due anni, Tesshu venne inviato per un breve periodo alle prefetture di Ibaragi e di Imari. Nel 1872 venne asse­gnato alla Casa Imperiale, dove divenne il confidente prediletto dell'Imperatore Meiji e il suo aiutante più fidato.

Nonostante le pesanti responsabilità come uomo di stato e i costanti impegni, Tesshū era ancora capace di dedicarsi appieno al proprio vero lavoro: perfezionare lo spirito attraverso la pratica e l'insegnamento della Via. Co­me accade a molti di noi oggi, i doveri di Tesshu gli impedivano di dilettar­si a suo agio di religione e di arte. Non poteva "abbandonare" i suoi molti obblighi, ma questo non lo ostacolò affatto: il servizio pubblico, la vita fa­miliare e una grande illuminazione non erano incompatibili. La vera storia comincia ora.

da "Lo Zen e la spada " Luni Editrice



© Tora Kan Dōjō

lunedì 29 gennaio 2018

Schegge Budo e Zen - 29 gennaio 2018






















"Coloro che cercano la via facile non cercano la Vera Via."

Dogen Zenji



"A che scopo vuoi ancora attaccare? 
Siedi come uno che abbia vinto!"

F. Nietzsche, Umano, troppo umano





"Mushin (無心) ha come fondamento il muga, 'non io' che non è affatto un concetto filosofico e neppure una mera virtù morale esprimibile col concetto di 'altruismo', 'benevolenza'; è un'esperienza vivente ed è condizione indispensabile per il conseguimento della Via, sia per il monaco che per il bushi."

Mario Polia, L'etica del bushidō




"Nel Dōjō si deve adottare uno stile raffinato che va penetrato con la ripetizione. Si deve coltivare Mushin (libertà di spirito, mente e cuore sgombri da opinioni, preconcetti, convinzioni). Il sapere deve essere nutrito con il corpo. Il corpo conosce, sa, e va educato attraverso gesti rapidi, precisi, nel giusto tempo."

Paolo Taigō Spongia Sensei  




"L'equilibrio è assestamento, è armonia tra spinte opposte. È un lavoro continuo e impegnativo, costituito da tanti infinitesimi dettagli da curare per ordinare un insieme di elementi caotici... è la quiete nella tempesta... tutt'altro che immobilità..."

Alessandro della Ventura 

mercoledì 24 gennaio 2018

La Terra ci è data in prestito dai nostri figli

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissimo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.


Questo il link diretto all'articolo:
Giappone Mon Amour 




Il 6 agosto 1945 una bomba atomica distruggeva la città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo Nagasaki fu a sua volta colpita. L’8 agosto, nell’intervallo tra i due episodi, il tribunale internazionale di Norimberga si era arrogato il diritto di giudicare tre tipi di crimini: i crimini contro la pace, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Nel giro di tre giorni, i vincitori della seconda guerra mondiale avevano aperto un’èra nella quale la potenza tecnica delle armi di distruzione di massa rendeva inevitabile che le guerre diventassero criminali rispetto alle stesse norme che stavano emanando.


 Questa «ironia mostruosa» avrebbe segnato per sempre il pensiero del filosofo tedesco più misconosciuto del XX secolo, Günther Anders […] uno dei rarissimi pensatori che abbiano avuto il coraggio e la lucidità di paragonare Hiroshima ad Auschwitz senza togliere nulla al triste privilegio che possiede il secondo di incarnare l’orrore morale senza fondo. Ha potuto farlo perchè ha capito, come Hannah Arendt e probabilmente prima di lei, che una volta superati certi limiti, il male morale diventa troppo grande per gli uomini che ne sono responsabili e che nessuna etica, nessuna razionalità, nessuna norma che gli esseri umani si possono dare ha la minima pertinenza per valutare ciò che è successo.
.
C’è bisogno di coraggio e di lucidità per fare questo accostamento, perchè Hiroshima rappresenta ancora, nella testa di molta gente e, a quanto pare, della stragrande maggioranza degli americani, l’esempio per definizione del male necessario […]  Interrogarsi sulla razionalità e sulla moralità della distruzione di Hiroshima e Nagasaki vuol dire anche trattare l’arma nucleare come uno strumento al servizio di un fine. Sennonché un mezzo si perde nel suo fine come un fiume nell’oceano, ne è completamente assorbito. La bomba, invece, va al di là di tutti i fini che le si possono dare o trovare. […] Perchè l’orrore morale del suo impiego non può esser percepito? Perchè questa «cecità dell’apocalisse»?”
Mi capita raramente di citare a lungo brani di un autore senza avvertire la possibilità di rielaborare, spiegare, ingoiare e restituire a parole mie qualcosa.   Questa è una di quelle occasioni preziose che svelano come vi sia chi ha saputo, in un brevissimo saggio, illustrare l’Assurdità del male con lucidità perfetta. È Jean-Pierre Dupuy, professore di Filosofia sociale e politica presso l’ Ècole Polytechnique e l’Università di Stanford e il suo libro si intitola “Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo” Merita d’esser letto per intero nelle sue cento paginette o poco più.
.
  Il detto di apertura di questo piccolo intervento è anch’esso partorito dal libro suddetto. “La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”. È un po’ come quando Jorge Luis Borges scrive che “Possiamo dare solo ciò che è già di altri” e ci ricorda il debito che fin dall’istante in cui nasciamo – come esseri viventi oltre che come produttori di parola – abbiamo contratto nei confronti di tutto ciò e di tutti quelli che ci hanno preceduto e che verranno.  Nulla è nostro, in sostanza. A noi tocca solo amministrare una concessione, un prestito. Una lunga catena di debiti su cui varrebbe la pena di riflettere ogni volta che si decide di muoversi verso la distruzione di qualcosa, di qualunque cosa.
.
   Oltretutto, e questo forse più di ogni altra cosa mi indigna, immenso è l’egotismo dell’uomo che è convinto che questo pianeta sia cosa sua. Forse, in un tempo in cui la terra, le foreste, la natura tutta si ritrae ferita, sotto il passo incessante ed arrogante dell’essere umano, sarebbe il caso di domandarsi chi gli ha dato il diritto di arrogarsi il possesso del pianeta, quale religione auto-architettata ed auto-imposta gli abbia concesso la possibilità di agire a proprio piacimento. Da dove nasce l’eliminazione dell’alterità, il senso di mostruosa superiorità che egli esercita con una disinvoltura ancora più mostruosa?



E mentre noi stiamo a dibattere su Hiroshima, Pearl Harbor, le responsabilità di allora, le efferatezze e simili diatribe prive di reale conoscenza e di spessore, è interessante quanto sconvolgente notare – come fece lo stesso Günther Andersen (che nel 1958 si recò alle commemorazioni ad Hiroshima e Nagasaki) – che:
.
  “La regolarità con cui [i giapponesi] omettono di nominare gli autori, con cui tacciono del fatto che la catastrofe è stata prodotta dall’uomo; e con cui, benchè vittime del delitto più orrendo, non mostrano il minimo risentimento – tutto ciò mi pare eccessivo, non mi piace affatto
  Un sentimento che ahimè comprendo e che riconosco parte dell’animo giapponese che, al contrario del trattamento che subisce per crimini di un lontano passato certamente commessi (ma non più efferati di quelli perpetuati dalla nostra civilissima Europa o dall’America o dall’Asia in millenni di guerre e d’una quotidianità violenta e brutale), non condanna nè attacca chi ha fatto loro un torto tanto grande.


.
  L’idea è 「ひどい事をしたから、ひどい事をされても仕方ない」 “Dato che abbiamo fatto cose terribili, ci sono state fatte cose terribili. Non c’è nulla da fare”

  Qualcosa che l’occidente di questo paese ignora tutt’oggi totalmente. Qualcosa che un occidentale non comprenderà probabilmente mai. Del resto il mix di uno stereotipo ben edificato dai suoi detrattori, unito ad un’indole affatto accusatoria, porta il Giappone ad essere vittima di insopportabili (solo per me che sono occidentale) affronti.

Accompagnata dalle melodie della meravigliosa canzone composta da Sakamoto Ryuichi e interpretata da Hajime Chitose “Shinda onna no ko” (La bambina morta), rivolgo una preghiera alle vittime di Hiroshima e Nagasaki e soprattutto una preghiera per l’uomosenza sterili differenziazioni di nazionalità.  Perchè si renda conto della responsabilità che ha, della bellezza e fragilità del pianeta che abita e della terribile capacità che ha di distruggere qualcosa che neppure gli appartiene.

Le meravigliose illustrazioni sono dell’artista Seiji Fujishiro
.(il grassetto e la spaziatura, nel testo citato in apertura, sono miei)