mercoledì 4 dicembre 2019

La libertà totale

Il Kesa d'Ordinazione di Taigo Sensei e sullo sfondo
il Kyosaku con calligrafato dal suo Primo Maestro: Shikantaza

Da quando, ormai molti anni fa, ho realizzato intimamente fin nelle cellule (non solo nel pensiero) la mia mortalità, non ho più tempo per quel che non sia davvero essenziale.
 

Da allora vivo accompagnato da un continuo sentimento di gratitudine e da una profonda libertà. 
La libertà di non avere una direzione prefissata da seguire dettata da condizionamenti, consuetudini, paure.
La libertà di poter essere totalmente sincero con me stesso e con gli altri senza temere di rischiare qualcosa.
La libertà di vivere ogni relazione senza attaccamento, senza essere condizionato dal bisogno o dalla paura.
La libertà di non ricercare il consenso altrui per le mie scelte e per affermare la mia supposta ed illusoria identità.

Ogni mattina, sedendo in Zazen, rinnovo questa memoria, indosso il mio Abito e ricomincio da zero.

Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō

venerdì 29 novembre 2019

Il Valore del Rito

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.
Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Ultimamente, tra le varie tendenze che ci sono nel diffondere lo Zen in Occidente, c’è quella di epurare la Pratica da ogni aspetto rituale.
Cerchiamo sempre di adattare la realtà alla nostra comprensione, alle nostre abitudini, alle nostre idiosincrasie, ai nostri condizionamenti, ai nostri pregiudizi, per renderci la vita facile. Ma la Pratica non ha niente a che vedere con il rendersi la vita facile, nemmeno renderla più difficile ovviamente, ma la Pratica, specie agli inizi, scuote le nostre abitudini costringendoci ad abbandonare la nostra ‘comfort zone’.
Una delle esperienze più significative della Pratica è proprio l’esperienza del rito che ha un impatto molto forte sul praticante.
Il significato e valore del rito sono spesso completamente fraintesi e l’insegnante in cerca di consenso (pericolosa attitudine per chi si pone nel ruolo di insegnante), invece di fare lo sforzo di far comprendere e vivere  ai propri allievi  il senso e l’efficacia profondi del rito, preferisce aggirare ogni difficoltà eliminando l’aspetto rituale e in tal modo ‘anestetizzando’ la Pratica.
Non a caso uso il termine ‘anestetizzare’.
Il rito è una performance estetica che coinvolge tutti i sensi e in una società sempre più anestetizzata il rito non trova più spazio.
“Rito” dal sanscrito rtàm può essere reso con ‘Ordine’, è ordine nell’azione ed è nell’azione che da sempre i cuori degli uomini si incontrano.
Non nelle filosofie, non nelle teorie e libri sacri, è nell’azione che i cuori si incontrano. 
Ecco perché la vera Pratica è innanzitutto azione e non speculazione.

E’ oggi molto più probabile che si ritrovi lo spirito religioso lavorando insieme in un campo piuttosto che riunendosi passivamente in una chiesa. Quando si lavora insieme e ci si confronta con le leggi della natura, con gli elementi del tempo e dello spazio, con i suoi ritmi, e ci si confronta con la vita e con la morte, si vive profondamente, inconsciamente, il senso profondo del gesto rituale e dello spirito religioso.
Coltivare la terra è un rito molto profondo. Se osservate la vita di un contadino non è altro che la ripetizione di gesti rituali dall’alba al tramonto, gesti che hanno un ordine legato a leggi universali.
Il rito non trova più spazio in una civiltà anestetizzata che interpreta il lavoro e l’azione come delle noie necessarie al raggiungimento dello stipendio a fine mese da spendere per lo più in direzioni insensate.
Il rito invece è proprio unire i cuori nell’azione: corpo-mente unificati.
Un’azione che trascende le limitate e spesso illusorie necessità umane.
Niente a che vedere con l’andare in chiesa la domenica da spettatori annoiati.
Senza una vera e sincera partecipazione non esiste alcun rito e si contamina il proprio cuore anziché purificarlo.
Se partecipate con sincerità, con il corpo-mente unificati, ai semplici riti del Dōjō, constaterete che il corpo è chiamato a muoversi all’unisono con quello degli altri.
Si è costretti ad uscire dal proprio isolamento, dalla distrazione.
Al suono della campana risponde  istantaneamente il nostro inchino tanto che diventa difficile riconoscere se sia l’inchino a seguire il suono della campana o se la campana sia chiamata al suono dalla vibrazione dell’inchino.
Offriamo un incenso, la nostra mano lo posa ben diritto nell’incensiere preparato con cura, il Dōan suona la campana, l’Assemblea s’inchina e l’alchimia si compie, il mio gesto si connette indissolubilmente al gesto degli altri, impossibile separarli.
In questa comunione di gesti, c’è un’ assoluta comunione di cuori che permette di accedere a profondi significati, ai quali da soli sarebbe difficile, quando non impossibile, accedere.
Si è uniti e aperti di fronte al mistero.
Quello che celebriamo è un mistero al quale ci affidiamo completamente.
Allora il sacro si manifesta sul nostro fiducioso cammino.
Qualcuno ieri mi scriveva preoccupato perché ha saputo che in questi giorni un tifone si sta abbattendo proprio sulla rotta che percorrerò dopodomani per andare ad Okinawa, mi esortava a non partire. Ma io mi reco ad Okinawa in risposta ad un invito del mio Maestro e  accettato l’invito del proprio Maestro non possiamo più tirarci indietro, qualunque cosa accada. E’ davvero questione di vita o di morte.
Quando viaggio in aereo sono costretto ad affidarmi e non ho alcuna possibilità di controllare e di gestire quello che accadrà se non in misura irrilevante. Il risultato che questo provoca in me è un profondo rilassamento. 
Questo rilassamento che viene dall’affidarci è quello che dovremmo riprodurre anche nella nostra vita quotidiana, imparare ad affidarci completamente perché c’è una forza più grande di noi che ci sostiene e ci tiene in vita, ci sostiene a prescindere dalla nostra volontà o capacità, intelligenza e stupidità e via dicendo … 
Ed è questo affidarsi che noi viviamo attraverso il rito.
Impariamo ad affidarci, a lasciarci guidare, ad abbandonarci all’ordine dell’azione comune che nel Dōjō può essere l’inchino di cinque persone ma che diventa un’azione che coinvolge l’universo intero.
Non c’è nessun’azione che sia isolata, ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero, ogni nostra decisione coinvolge ogni cosa e produce effetti che vanno ben oltre la nostra capacità di comprensione e previsione.
Affidarsi alla vita è la cosa più importante da imparare, ed è quello che innanzitutto ci insegna lo Zazen.
Siamo pieni di paure perché non sappiamo affidarci.
Una fede profonda scaturisce spontaneamente sedendo in Zazen, celebrando quello che il Maestro Deshimaru definiva ‘il più alto dei riti’.

mercoledì 27 novembre 2019

Camminare come un elefante



Tutti gli insegnamenti vengono dalla pratica dello zazen, con la quale ci viene trasmessa la mente del Buddha. Sedere in meditazione significa aprire la nostra mente; tutti i tesori di cui facciamo esperienza ci provengono da quella mente. Molti sono alla ricerca di un posto speciale e vanno in confusione: Come ha detto Dogen Zenji: "Perché rinunciare al tuo seggio e andare in giro per i regni polverosi di terre straniere?". Quando facciamo del turismo siamo presi dall'idea di raggiungere una meta in fretta; il nostro modo di andare, invece, è camminare passo passo, apprezzando la vita quotidiana. Così possiamo scoprire che cosa stiamo facendo là dove ci troviamo. Pratichiamo come un elefante invece che come un cavallo. Invece di galoppare, camminiamo lentamente, come un elefante. Sei già un buon studente zen se sei capace di camminare lentamente senza idea di ottenere qualcosa. Noi non pratichiamo lo zazen allo scopo di raggiungere l'illuminazione ma piuttosto per esprimere la nostra vera natura. Anche la tua attività di pensiero, mentre fai zazen, è un'espressione della tua vera natura. Il tuo pensare è come qualcuno che parla in cortile o dall'altra parte della strada: magari ti chiedi di che cosa stia parlando, ma quel qualcuno non è una persona in particolare, quel qualcuno è la nostra vera natura. La vera natura dentro di noi parla sempre di buddhismo; qualunque cosa facciamo è un'espressione della natura di Buddha. E' una pratica che non ha né un inizio né una fine. Dovreste avere chiaro questo punto: non potete sprecare il vostro tempo anche se lo zazen che fate non è poi tanto buono. Può essere che non capiate neanche che cosa sia, ma un giorno, una volta, qualcuno accetterà la vostra pratica; dunque limitatevi a praticare senza vagare in giro, senza lasciarvi prendere dal turismo dello zazen. In quel caso avete una possibilità di raggiungere la vostra pratica; "buona" o "cattiva" non importa. Se sedete in meditazione tenendo questo a mente, convinti della vostra natura di Buddha, presto o tardi vi troverete circondati dai grandi maestri dello zen. Il punto importante, dunque, è praticare senza alcuna idea di guadagno frettoloso, senza alcuna idea di fama o di profitto. Noi non pratichiamo zazen a favore degli altri o a favore di noi stessi: Pratica zazen a favore dello zazen; siedi in meditazione e basta.

Shunryu Suzuki Roshi



© Tora Kan Dōjō

















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domenica 24 novembre 2019

Per una nuova visione delle arti marziali

Sempre più spesso sulla riviste compaiono articoli che da diversi punti di vista analizzano e lamentano una certa crisi delle varie arti marziali, ma a mio avviso c’è un motivo interno che quasi nessuno ha trattato, che è all’origine di questo processo di disaffezione. Motivo che riguarda principalmente le metodiche didattiche e di allenamento che non si sono evolute di pari passo con le esigenze del praticante che sorgono durante le diverse tappe evolutive della pratica marziale. Nella maggioranza dei casi oscillano tra metodiche falsamente tradizionaliste rimaste ancorate a una era pionieristica in cui non si andava tanto per il sottile a metodiche presuntuosamente moderniste dove il gesto marziale è diventato gesto atletico chiuso nella ristretta dimensione della performance sportiva.
Tradizione e ritorno al futuro
Tradizionalmente in tutte le arti marziali gli aspetti mentali, fisico-tecnici ed energetici della pratica hanno sempre costituito un tutt’uno, solo in tempi recenti, a partire dalla seconda metà del secolo scorso in concomitanza con la loro diffusione in Occidente, si è assistito a una progressiva scissione che ha visto gli aspetti fisico-tecnici diventare sempre più importanti relegando sullo sfondo, fino a farli quasi completamente sparire, quelli mentali ed energetici. Questa trasformazione dello spirito originario ha lentamente fatto perdere alla pratica la dimensione di techne (arte) insita nel gesto marziale per diventare tecnicismo fisico-atletico. Di questa scissione nessuna delle arti marziali è stata immune, neanche quelle che si richiamano al più puro spirito tradizionale.
La situazione oggigiorno è sotto gli occhi di tutti, anche se molti si ostinano a non vedere che il Re è nudo e scambiano per tecniche mentali banali schematismi psicofisici di attacco-difesa, di azione-reazione, e pensano di costruire una mente forte con massacranti allenamenti fisici e continue ripetizioni di forme o di combinazioni tecniche. Ogni stagione ha i suoi frutti recita un vecchio adagio contadino, e certamente durante la fanciullezza marziale questi metodi possono essere utili, ma quando si raggiunge la maturità bisogna cambiare modo di allenarsi, altrimenti si rischia che le arti marziali diventino vecchie senza riuscire a diventare adulte.

Un praticante maturo non può sudare e ansimare come un bue al traino nel vano tentativo di stare al passo con un atleta giovane, ma non può neanche sedersi sul suo passato e pretendere un rispetto formale dovuto agli anni, ma deve guadagnarselo giorno dopo giorno nel confronto diretto, pena quel senso di frustrazione misto ad invidia per la maggiore capacità aerobica, maggiore resistenza e miglior recupero fisico tipici della gioventù, che pian piano ti fa passare la voglia di praticare.
Sarebbe ora, per ovviare a simili situazioni di disagio, di fare un ritorno al futuro andando a recuperare tutti quei valori e metodi tradizionali di tecniche di lavoro interno Nei gong - uchi ko) che differenziano le arti marziali dagli sport da combattimento, che possono permettere al praticante maturo una crescita marziale continua e al giovane praticante di investire nel proprio futuro ed evitare così di ritrovarsi con il passare degli anni, passata la stagione agonistica, nella stessa identica situazione di demotivazione e frustrazione.
Per valori e metodi tradizionali non sono da intendersi solo abilità psicofisiche (coordinazione neuromotoria, agilità, destrezza) e qualità quali costanza, volontà, spirito forte, certamente utili e comuni a tutti gli sport, ma qualcosa di molto più profondo dove il gesto tecnico, recuperando la sua dimensione di techne (arte del fare), oltre ad agire profondamente sia sul corpo sia sulla mente ricostruendone l’unità intrinseca, entri nella profondità della coscienza trasformando un semplice esecutore di tecniche in un artista marziale maturo: forte ma non duro, calmo ma non pavido, sicuro ma non arrogante.

L’efficacia di un gesto tecnico non si può e non si deve esaurire nello spazio di un mattino agonistico, ma protrarsi per tutta la vita nella gioia di una pratica non solo rispettosa del corpo, ma che addirittura trasforma il corpo in veicolo espressivo del proprio modo di essere e di vivere. Alcuni maestri del passato hanno lasciato a tale proposito testimonianze di rara bellezza molto utili per guidarci nel percorso, ma che purtroppo il moderno praticante, mancando di un riscontro nella pratica quotidiana che costruisca la giusta predisposizione mentale e atteggiamento corporeo, sottovaluta scambiando le suggestive immagini che evocano per poesia.
Questa difficoltà di trasformare gli insegnamenti dei maestri in esperienza vissuta, relegandoli in un’asettica dimensione intellettuale e letteraria, è dovuto alla mancanza di opportuni allenamenti, di cui tutte le arti marziali disponevano ma che sono stati persi per strada nel loro viaggio verso l’Occidente, che aprano a una dimensione diversa della pratica. Dimensione diversa non teorica e astratta, ma reale, viva e concreta, sperimentata e vissuta nella pratica quotidiana di cui ho tracciato le linee e i principi guida in innumerevoli articoli e in cinque libri editi dalla Caliel, e gli allenamenti pratici in una serie di 6 dvd editi dalla aliel e Nei dan school.
Allenamenti dove corpo mente ed energia si intersecano in costruttivi giochi di ruolo, dove il corpo funge da teatro-laboratorio in cui si possono vivere ed esperire situazioni oltre la mente ordinaria, oltre la dimensione fisica in cui si entra in contatto, attraverso la tecnica corporea, con la parte più antica di noi stessi, la parte che agisce e pensa come gli antichi spadaccini del Giappone medievale e i saggi taoisti della tradizione cinese.


Dalla tecnica all’arte del corpo
Bisogna recuperare un rapporto collaborativo tra cuore e cervello, tra istinti e ragione. Il mio maestro Guo Ming Xu dice che a un certo livello della pratica bisogna lasciare da parte la tecnica e lasciare agire il cuore. Questo vuol dire che la maturazione e la crescita come artista marziale a un certo punto del cammino richiedono di lasciare sullo sfondo gli aspetti fisico-atletici e mettere in primo piano quelli mentali ed energetici. Lasciare sullo sfondo gli aspetti fisico-atletici non vuol dire diventare deboli, ma al contrario diventare diversamente abili. Abili nel riscoprire all’interno di sé stessi fonti alternative di energia, di potenzialità e forze nascoste nella struttura interna del corpo che non immaginavamo neanche di possedere, in grado di sostituire la forza fisica che inesorabilmente con il passare degli anni cala.
Abilità diverse che si trovano in quella terra di confine, dove il pensiero si fonda con l’azione, dove i muscoli impregnandosi d’intenzioni ed energie sottili (qi/ki) sprigionano senza tensioni forza e potenza, dove il tuo addome (Dantian o Tanden) diventa il centro della tua volontà creatrice da dove scaturisce la vera forza che muove il corpo, e non una massa dura e insensibile che fortifichi con centinaia di addominali alla fine di ogni allenamento. Dove la tua colonna vertebrale diventa la dorsale in cui scorre la tua energia vitale e non un pezzo meccanico tra gambe e braccia che blocca e irrigidisce la struttura e rende il tronco un blocco duro e inerte in cui il potere del respiro si perde in un ansimare rumoroso e l’emissione dell’energia (Fa Jin o Kime) diventa l’urlo di un corpo sacrificato sull’altare di una effimera efficacia.
Potere del respiro che, opportunamente allenato, attiva la mente e trasforma il tuo addome in un sistema pneumatico che aziona e dirige braccia e gambe in maniera potente senza danneggiare gomiti e ginocchia, senza stressare i muscoli, senza provocare dolorose discopatie alla schiena e rovinare le articolazioni delle anche (vedi di F. Daniele “Le Tre Vie del Tao” Caliel Edit. Ritmo e armonia del meccanismo respiratorio).
Si può essere forti e potenti anche oltre le cinquanta primavere se si fa un lavoro di consapevolezza che permette alla mente di unirsi al corpo attraverso la mediazione dell’energia interna. Unione che non solo rallenta il naturale decadimento fisico, ma può addirittura invertirlo, fino a recuperare vigore e forze che consideravamo persi con l’avanzare degli anni.

Purtroppo tutto questo, duole dirlo, è quanto di più disatteso ci sia, per rendersene conto basta entrare in una qualsiasi palestra, e non solo in una palestra qualsiasi, ma anche dove insegna uno dei tanti maestri che hanno contribuito alla diffusione e sviluppo delle arti marziali italiane. Sono veramente pochi quelli che dopo quaranta anni di pratica e diverse decine di anni d’insegnamento hanno adeguato il loro metodo, inserendo allenamenti che tengano conto che il praticante non è a una sola dimensione, ma a più dimensioni, è fatto anche di emozioni, di energie, di spirito che opportunamente allenati possono trasformarsi in forze, in potere interno, possono permettere di realizzare la non-mente, l’agire senza intenzioni, la calma nel vortice del movimento, lo spirito immobile dell’arciere zen che senza mirare colpisce il bersaglio.
Tutto questo può essere realizzato e non restare nel limbo dei sogni non vissuti dei desideri non realizzati basta ritornare al futuro, avere il coraggio di rifondare la pratica attraverso la Tecnica che ha recuperato la sua dimensione di Arte. Arte che apre a una realtà vera e concreta, dove la dimensione di vuoto mentale smette di essere un concetto metafisico e diventi uno stato mentale pulito, non inquinato da emozioni disordinate, all’interno del quale è possibile cogliere l’essenza e le motivazione di una disciplina apparentemente inadeguata e fuori dal tempo.

Tratto dal post del Maestro Flavio Daniele:
Link


© Tora Kan Dōjō


















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