domenica 16 dicembre 2018

Pratica è essere pronti ad accogliere l'inatteso



Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

"Forma è ciò che rende una cosa bella, e permette di apprezzarne il valore raro e prezioso.

La pratica Zen ci permette di riscoprire la capacità di apprezzare e vivere la 'forma'. Un qualcosa che oggi è caduto in disuso.

La forma è un aspetto importante dell'esistenza. 
Nell'essere umano la forma nutre tanto quanto il contenuto... Anzi, direi che la forma è inseparabile dal contenuto. 

C'è una forma adeguata ad ogni istante, ad ogni momento, ad ogni situazione, ad ogni relazione.
Quello che studiamo attraverso l'esercizio nel Dōjō, mediante i  linguaggi che utilizziamo, è proprio essere capaci di percepire ed adeguare la forma a seconda di come lo richieda la situazione.
Questo significa un'esplorazione profonda di noi stessi e della nostra relazione con gli altri, con le cose, con il tempo e lo spazio... 


Senza questa consapevolezza la forma potrà essere inadeguata e diventerebbe solo il patetico ed impacciato tentativo di riprodurre un qualcosa che ci è stato suggerito ma che non abbiamo compreso, la forma perderebbe ogni contenuto. 


Spesso purtroppo la pratica Zen rischia di diventare questo senza una guida onesta, senza una ricerca critica. Un esercizio che invece di risvegliare instupidisce.

Un esercizio che invece di rendere liberi e intuitivi conduce ad attaccarsi a delle forme vuote e ottuse per rassicurarsi, l’esatto contrario della libertà e del Risveglio del Buddha.

Quando ‘allestiamo’ il Dōjō, la collocazione di ogni oggetto,  non è disposta a caso.
Ogni cosa nello spazio-tempo del Dōjō ha un senso ed un orientamento, bisogna diventare sensibili per percepirli comprendendone profondamente la natura ed il significato.

La pratica Zen è nello studio e nell'esplorazione personale di questo significato. 

II significato del situarsi di ogni cosa e di ognuno in uno spazio preciso che richiama e permette di gettare uno sguardo su una realtà 'altra'. Sono delle porte di accesso alle profondità del mistero della vita che è fatto di spazi, tempi, ritmi… che bisogna conoscere e rispettare per poter vivere armoniosamente il nostro tempo nel mondo.

La statua sull'altare, i fiori, la candela... La sistemazione degli oggetti nel Dōjō sono delle porte, delle porte di accesso ad una realtà 'altra', ad una dimensione che sfugge ad uno sguardo superficiale.
Essendo delle porte, quello che noi facciamo quando utilizziamo queste forme non è altro che predisporci ad accogliere quello che da queste porte e da questi passaggi può arrivare: ad accogliere il mistero.

La pratica religiosa e spirituale non è altro che un predisporsi ad accogliere...un predisporsi a ricevere, non una ricerca di qualcosa che desideriamo, 'a ricevere degnamente un ospite che non sappiamo né quando né da quale porta potrà entrare'.

Pratica è predisporsi ad essere pronti, sempre, ad accogliere l’inatteso.




© Tora Kan Dōjō










sabato 15 dicembre 2018

L'uomo è fatto di corpo e di spirito





"Credo che tutte le mattine, prima di mettermi al lavoro, dovrò rivolgermi al mio interno e rimanere una mezzora ad ascoltare quello che c'è in me: dovrò "immergermi in me stessa", potrei anche dire meditare, ma ho ancora qualche difficoltà con questa parola. E perché dovrei farlo? Una mezzora di pace in se stessi. Muovo le braccia e le gambe e gli altri muscoli al mattino in bagno. Ma questo non è sufficiente.  L'uomo è fatto di corpo e di spirito.  Una mezzora di ginnastica e una mezzora di meditazione possono costituire un'ampia riserva di pace e di concentrazione, bastevole per tutta la giornata. Ma un'ora di pace non è semplice da conquistare. Bisogna costruirla cancellando nel nostro intimo tutti i guazzabugli e le meschinità..."

Etty Hillesum 


© Tora Kan Dōjō




mercoledì 12 dicembre 2018

Le quattro e mezzo

Per un attimo, mentre me ne stavo una mezz’ora al sole sulla nostra terrazzina di pietra, seduta sul bidone dei rifiuti, la testa appoggiata al mastello, con i raggi che cadevano sui rami forti, scuri e ancora senza foglie del castagno, ho sentito nettamente la differenza tra prima e adesso. 
Ora riesco a esprimere in breve ciò che ho provato, laddove stamattina avevo ancora bisogno di molte parole: quel sole sui rami scuri, gli uccelli cinguettanti e io sul bidone, al sole. 
Anche in passato restavo spesso a sedere così, ma non mi sono mai sentita come oggi, tranne qualche rara volta.
Prima osservavo un albero sotto al sole soltanto con la mente: volevo dire a me stessa il motivo per cui lo trovavo tanto bello, volevo trovare le parole e comprendere come l’insieme funzionasse; desideravo scandagliare con la mente quella profonda sensazione, quell’impulso primordiale, almeno credo. Volevo quindi assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. 
E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario, mi dà forza.
Nelle mie vene scorre un sano flusso vitale, tanto che, mentre me ne stavo al sole, ho inconsapevolmente piegato la testa, come se potessi assimilare meglio quel nuovo senso di vitalità. 
D’un tratto ho compreso come una persona, il volto nascosto dietro le mani giunte, possa crollare violentemente sulle ginocchia e poi aver pace.

Etty Hillesum

Diario’1941-1943.
(Traduzione di Chiara Passanti, Tina Montone.
Adelphi, La collana dei casi ©2012)

© Tora Kan Dōjō






domenica 9 dicembre 2018

Senza arrendersi alla pioggia Ita/Eng




Senza arrendersi alla pioggia

Non lo vince la pioggia
Non lo vince il vento
Non lo vince la neve, o la calura dell’estate
Ha un corpo forte
Non ha desideri
Non perde mai la calma
Ride sempre di un sorriso tranquillo
Ogni giorno mangia quattro scodelle di riso bruno, del miso e un po’ di verdure
In tutte le cose, non tiene in considerazione se stesso
Osserva attento, ascolta, capisce
E non dimentica
Vive in una piccola capanna dal tetto d’erba, all’ombra di un bosco di pini nelle campagne
Se ad est c’è un bimbo malato, va a curarlo
Se a ovest c’è una madre stanca, va a sorreggere il suo covone di riso
Se a sud c’è qualcuno vicino alla morte, gli va a dire che non serve aver paura
Se a nord c’è una lite o una disputa legale, esclama: smettetela con tali sciocchezze
In tempo di siccità versa le sue lacrime
Se l’estate è fredda va in giro dandosene pensiero
Tutti dicono che è una testa vuota
Nessuno lo elogia
E nessuno è preoccupato per causa sua

Questa è la persona
Che io voglio diventare

Miyazawa Kenji

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Ame ni mo makezu
Kaze ni mo makezu
Yuki ni mo natsu no atsusa ni mo makezu
Jōbu na karada wo mochi
Yoku wa naku
Kesshite ikarazu
Itsu mo shizuka ni waratte iru
Ichi nichi ni genmai yon gō to
Miso to sukoshi no yasai wo tabe
Arayuru koto wo
Jibun wo kanjō ni irezu ni
Yoku mikiki shi wakari
Soshite wasurezu
Nohara no matsu no hayashi no kage no
Chiisa na kayabuki no koya ni ite
Higashi ni byōki no kodomo areba
Itte kanbyō shite yari
Nishi ni tsukareta haha areba
Itte sono ine no taba wo oi
Minami ni shinisō na hito areba
Itte kowagaranakute mo ii to ii
Kita ni kenka ya soshō ga areba
Tsumaranai kara yamero to ii
Hideri no toki wa namida wo nagashi
Samusa no natsu wa oro-oro aruki
Minna ni deku-no-bō to yobare
Homerare mo sezu
Ku ni mo sarezu
Sō iu mono ni
Watashi wa naritai

Miyazawa Kenji


© Tora Kan Dōjō








mercoledì 5 dicembre 2018

Un solo rintocco


Capita spesso che debba prendere su con me l'indispensabile e andare a camminare da sola per un po' senza sapere dove e perché. 
Anche perché un perché non c'è ma un dove sì. 

È un 'rituale' che mi piace. Ieri ad esempio, passeggiavo per il parco vicino casa; in lontananza un papà e due bambini che giocavano a nascondino, gli alberi cullati dal vento estivo, il canto delle cicale, l'erba ben curata, e poi c'ero io.

Tutto, i colori, il profumo fresco dell'erba, le risa lontane dei bimbi, i miei piedi orrendi che mi perseguitano, tutto mi riportava a qualcosa di già vissuto... un déjà vu, si dice così! 

Ho speso metà del tempo della mia passeggiata a cercare un ricordo di un ricordo piacevole? Sì... e non l'ho trovato. 
A trovarmi, o forse è più consono dire, a salvarmi da quel vortice di tenera ricerca è stato il suono improvviso di una campana... un solo rintocco, chiaro, limpido e così vicino a me.
Stop... 
L'istinto è stato quello di capire da dove provenisse, ma poco prima, poco prima di ricercarlo con gli occhi e la mente, le mie orecchie e il mio cuore hanno assistito ad un senso di unione profonda, oso dire alla terra che mi ospitava in quel momento. Quel tocco così tondo e semplice mi ha riportato qui, nel tutto. 
Allora il rintocco di una campana assume il significato di "Unità" che va aldilà di ogni pensiero razionale. 
Mentre la mente cerca un perché, il cuore lo comprende e lo realizza nel presente. 
La mente usa la memoria ma un cuore puro l'annienta. 
Mentre la mente trova un motivo ''in più'' per vivere, il cuore sta dicendo: "Nasci e muori ad ogni istante, ogni battito è ultimo. Sei già vivo, sei già morto." 
Ecco, il tocco della campana che ha accompagnato il mio passo, non aveva più provenienza, né nome di una religione, e poco importa da chi sia scaturito, da un monaco cristiano, da un monaco buddista... 
È un suono universale che unisce tutti in egual misura, senza distinzioni... 
E se ascolto bene a fondo dentro di me la sento ancora risuonare come una benedizione.
Da un ricordo nasce così un altro ricordo che spero però di poter presto dimenticare.


Monica De Marchi 


© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it





domenica 2 dicembre 2018

Zazen, un pensiero libero

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Uno dei princìpi più importanti che ci insegna lo Zazen è l’inconsistenza, l’insostanzialità del nostro pensiero.
Ci mostra come il nostro pensiero, come qualsiasi altro fenomeno, sia in continua trasformazione, come non abbia una sostanza stabile, immutabile e come sia condizionato da mille fattori (educazione, ambiente, stato di salute, fattori chimici…).
Se facciamo tesoro di questo prezioso insegnamento impareremo che è sbagliato e pericoloso attaccarsi a delle ideologie, a convinzioni ferme… impareremo a rimanere aperti e disponibili. Disponibili a sovrascrivere costantemente il nostro pensiero a seconda di come la realtà si manifesta. 
Un pensiero, un’idea o progetto d’azione che è valido ed efficace qui ed ora, in questo momento, può avere un effetto disastroso in un altro momento.
Qualcuno ha detto che l’ideologia, ovvero la fissità del pensiero, è una sorta di cecità volontaria.
Ci afferriamo ad un’ideologia perché non vogliamo vedere e accettare una realtà che è in continua trasformazione.
Non riusciamo ad accettare che la realtà non abbia alcun appiglio fisso che possa rassicurarci.
E’ un altro modo di innescare quella sofferenza di cui parlava il Buddha che deriva dall’attaccamento, dalla ricerca di qualcosa di solido e immutabile perchè in realtà, nulla è immutabile tantomeno i nostri processi mentali che sono condizionati e straordinariamente mutevoli.

L’attaccarsi alle proprie convinzioni è un modo per fuggire dalle responsabilità che la vita ci mette di fronte scombinando costantemente i nostri piani.
Qualcuno affermava: ‘la vita è quel che ti accade mentre stai facendo altri progetti’, e allora ci si attacca ad un’ideologia, a delle convinzioni perchè ci sentiamo rassicurati.

Ma questo conduce a sofferenza e fallimento.
Dovremmo essere capaci di  sovrascrivere costantemente il nostro pensiero.
Poter cambiare opinione da un’ora all’altra, e non per una forma di volubilità, ma perché le condizioni sono cambiate, perché abbiamo visto o percepito qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che ci chiama urgentemente in un’altra direzione.
Questo può creare disorientamento e disappunto in chi ci circonda perché non hanno più nulla a cui aggrapparsi, perché non sanno in che direzione decideremo di andare.

Ci vorrebbero invece ben inscatolati in un percorso predefinito e prevedibile.
Non dovremmo mai dare per scontato il pensiero di un’altra persona.
Così come non dovremmo considerare le nostre ideologie come la nostra identità.
Abbandonare l’ego significa anche questo.
Non attaccarsi al proprio pensiero consolidando quell’identità fittizia che la società e noi stessi ci siamo imposti.
Lasciar fluire il pensiero, pensare col corpo, perchè il pensiero del corpo raggiunge profondità inimmaginabili.
Questa flessibilità dell’azione e del pensiero permette di adattarsi alle circostanze, di cambiare direzione e strategia istantaneamente e questo è fondamentale nell’arte del combattimento che studiamo.
Bisogna essere pronti a cambiare immediatamente la nostra azione e di conseguenza il nostro pensiero con il mutare delle circostanze.
Questo non significa che non dobbiamo avere un orientamento, dei princìpi.
E’ come navigare orientandosi con le stelle, ci si orienta e si tende ad una direzione ma nello stesso tempo il percorso può variare a seconda delle maree, del vento, a seconda degli ostacoli… Voler ostinatamente navigare nella stessa direzione porta ad un sicuro naufragio.
Per quel che mi riguarda la mia Stella Polare che indica la direzione verso cui muovere la mia vita è il Buddhadharma.
E il modo migliore per essere preparati e pronti a far questo è quello di prendersi estrema cura di tutte le condizioni e dettagli che incontriamo strada facendo nella direzione che ci siamo proposti.
Non si deve essere ossessionati dal risultato finale, non c’è nessun traguardo che può essere raggiunto guardando lontano.

Dobbiamo invece tenere lo sguardo concentrato sul passo che stiamo compiendo mentre ci muoviamo in quella direzione e prenderci cura di quel che incontriamo lungo il cammino.

In tal modo avremo anche la concentrazione, la sensibilità e la prontezza di scorgere le variazioni de ‘paesaggio’ che ci suggeriscono nuovi itinerari da percorrere.

Se ci siamo presi attenta cura delle condizioni, spesso apparentemente irrilevanti, che incontriamo lungo il cammino il risultato non potrà che essere il migliore possibile.

Deshimaru Roshi affermava: "La vita è come una linea fatta di tanti punti, ogni punto è un momento, dobbiamo tracciare fortemente ogni momento, ogni punto, e alla fine la linea della nostra vita sarà una linea forte, ben tracciata."
Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō



mercoledì 28 novembre 2018

Gli “animali” nel Gōjū Ryū

In base al calendario cinese siamo entrati da pochi giorni nell’anno del Cane: ad Okinawa esiste una tradizione chiamata “teramai” che consiste nell’omaggiare l’animale che identifica l’anno in un tempio dove sia presente una effige dell’animale stesso. A dimostrazione della profondità del legame tra gli “animali” dello zodiaco cinese e la cultura di Okinawa (di cui il karate è parte attiva ed integrata).
Nella numerosità delle arti marziali cinesi, una presenza importante è per quelle ispirate agli animali, alle loro “armi”, alle loro strategie e tecniche di combattimento: la Boxe della Tigre, la Boxe della Gru, la Boxe del Cane, ecc.






Un chiaro esempio dell’influenza degli animali dello zodiaco cinese nel karate di Okinawa è lo stile Kojo Ryu, che presenta un set di dodici kamae (posizioni di guardia) basate sugli animali dello zodiaco e queste kamae sono poi inserite all’interno di tre kata (quattro posizioni per kata).

Kanryō Higaonna, il maestro di Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū Ryū, ha studiato le arti marziali del sud della Cina, nella provincia del Fujian. E’ quindi assai probabile che nel Gōjū Ryū ci siano delle forti influenze degli stili di combattimento “animali”.

“Non è difficile immaginare che il prototipo delle arti marziali sia nato dallo spirito combattivo per la sopravvivenza che l’essere umano possiede per natura. Per esempio, molti stili di combattimento cinesi sono stati creati prendendo spunto dai combattimenti degli animali o degli uccelli. Questo si evince dai nomi degli stili come lo stile della Tigre, lo stile del Leone, lo stile della Scimmia, lo stile del Cane, lo stile della Gru, ecc.” 
Chōjun Miyagi, “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo“, 28 gennaio 1936


E questo vale non solo per il Gōjū Ryū, ma in maniera più evidente anche per altri stili di karate di Okinawa:

(stralcio dell’intervista a Sensei Morio Higaonna riportata nel libro “Okinawa Karate no Shinjitsu“, Toho Editions, seconda edizione, 2009)

Il Gōjū Ryū e lo Uechi Ryu, secondo alcuni, all’origine si ispiravano al medesimo Quan Fa cinese, o addirittura erano due tecniche di una stessa tradizione.

Higaonna: Sì, può darsi.

Tuttavia, tra i due, il Gōjū Ryū è in un certo senso quello più austero, e dal punto di vista teorico quello che appare più semplice. Lo Uechi Ryu sembra conservare più profondamente l’impronta del Quan Fa originario.

Higaonna: Esattamente. Secondo me, lo Uechi Ryu prosegue il Quan Fa così com’era. Ci sono forme sulla tigre e su altri animali, e tecniche come il Rankanken e lo Tsuruken.

Vero. Ci sono forme di animali come la tigre, il drago, l’airone e altre ancora, che appaiono così come sono. Anche nel Gōjū Ryū e nello Shorin Ryu si trovano forme come l’airone e la tigre, ma non sono evidenti come nello Uechi Ryu.

Higaonna: Sono nascoste. Come si suol dire, si nascondono gli artigli. Anticamente, si trasmettevano anche tecniche di questo genere. Ma oggigiorno, a furia di nasconderle, è successo che i kata si sono trasformati (ride amaramente). Prendiamo anche l’allenamento, per esempio quello del “mawashi uke”: all’inizio si pratica in modo ampio. Quando lo si è appreso per bene, nel combattimento reale lo si pratica in forma di tigre, facendo roteare le mani in modo più ridotto e incisivo. Come metodo di insegnamento, si dice che sia come temperare una matita. Dapprima si dà la forma con ampi tagli, e poi si smussano gli angoli rifinendo i dettagli affinché il risultato sia bello.










E’ da segnalare il tentativo di alcuni maestri / ricercatori di collegare e classificare i kata del Gōjū Ryū sulla base degli stili di combattimento del sud della Cina ispirati agli animali:

Kata
Animale
Saifa
Gru e/o Leone
Seiyunchin
Falco
Sanseru
Gru
Sepai
Drago
Shisochin
Mantide e/o Grillo
Sesan
Gru
Kururunfa
Drago
Suparinpei
Gru

(tabella tratta da http://www.fightingarts.com/reading/article.php?id=623)

Così come è altrettanto interessante l’analisi tecnica comparata, come quella condotta da Sensei Victor Panasiuk, Capo Istruttore IOGKF della Repubblica di Moldova, tra lo stile della Gru Bianca ed il Gōjū Ryū.

(la serie completa delle analisi è pubblicata sulla pagina facebook della Goju Ryu Moldova)

Nel 1993, nel corso di un seminario a San Pietroburgo, Sensei Higaonna disse che uno degli stili da cui è evoluto il Gōjū Ryū era stato creato da una maestra cinese. Questa affermazione mi fece una forte impressione. Cominciai ad interessarmi all’argomento e nel 2006, appena avuta l’opportunità, andai in Cina per studiare la Boxe della Gru Bianca. Fui fortunato ad incontrare il maestro Jeng Ching Yong, 13. patriarca di una delle versioni più ortodosse dello stile. E’ lo stile che parecchi stili di Okinawa hanno come una delle basi. Le mie analisi non sono basate su legende o manoscritti, ma sulla comparazione tecnica dei kata del Gōjū Ryū e dei kata della Gru Bianca, e dell’analisi dei metodi, dei principi e delle strategie di combattimento di ambedue gli stili. Questa prima analisi è dedicata all’utilizzo dei colpi di gomito durante un combattimento. Nel Gōjū Ryū di Okinawa una tecnica di questo tipo è presente nel kata Shisochin. Nella Boxe della Gru Bianca, nel kata 13 Guardie del Corpo. Nel kata Shisochin questa tecnica consiste di due movimenti, nel kata della Gru Bianca di 3 movimenti. Penso che questo sia dovuto al fatto che l’insegnamento del Gōjū Ryū è destinato ad una vasta platea, e quindi, con la necessità di nascondere il vero significato delle tecniche, un movimento è stato rimosso dal kata. La Boxe della Gru Bianca invece è insegnata solo all’interno di un ristretto nucleo familiare e quindi non sussiste la necessità di occultare le tecniche. Ma in combattimento l’utilizzo della tecnica è praticamente identica.











In ogni caso, quali che siano l’origine e/o gli elementi “animali” (tecniche, strategie), il Gōjū Ryū si è evoluto in un sistema pertinente all’essere umano, per la presenza di aspetti morali, educativi e culturali.

L’aspetto “animale” può essere però anche essere utilizzato per caratterizzare la qualità e la natura dell’approccio del praticante, come splendidamente illustrato da Sogen Sakiyama Roshi, monaco Zen Rinzai nato nel 1921, in una lezione durante il IOGKF World Budosai del 1998.

Ci sono tre forme di karate: il karate di un leone, il karate di una tigre, e il karate di un cane da combattimento.

Quando il praticante di karate rimane calmo come un santo mantenendo la sua potenza all’interno, ed è capace di vincere senza combattere, noi chiamiamo il suo karate il karate di un leone.

Anche se il praticante di karate è forte, noi chiamiamo il suo karate il karate di una tigre se egli appare pieno di spirito combattivo.

Se invece, il praticante di karate è sempre ansioso di combattere, e ama il combattimento, noi chiamiamo il suo karate il karate di un cane da combattimento.

Io spero vivamente che voi sarete così saggi nella scelta del tipo di karate che volete praticare e trasmettere.

Io mi auguro vivamente che voi insegnanti e allievi vi esercitiate per fare del karate di Okinawa il karate di un leone. Questo è un punto essenziale al fine di qualificare il karate di Okinawa come arte marziale.



© 2018, Roberto Ugolini
Clicca qui per link al testo originale



© Tora Kan Dōjō