mercoledì 20 novembre 2019

Il futuro sarà un drammatico confronto tra l’educazione e il caos




Ecco come, secondo la mia esperienza, dovrebbero essere le nostre scuole:
Le aule dovrebbero essere vuote, pavimentate con tatami o altro materiale che permetta ai  bambini di sedere in terra su di un cuscino in terra di fronte ad un tavolo basso.
Sedere in terra è naturale e benefico ma è diventato quasi impossibile per il corpo rigido e atonico dell’uomo ‘civilizzato’, e questo essere ‘privi di spina dorsale’ si manifesta in ogni ambito...

Il sedere a terra senza il supporto di uno schienale permette il consolidamento di una perfetta postura oltre a favorire una straordinaria concentrazione data dalla profonda sensazione di radicamento e stabilità nonchè dal corretto modo di respirare favorito dalla postura.
Il sedere in terra offre al bambino una salutare sensazione di naturalezza e libertà.
Se i bambini sedessero in terra, invece che incurvati sulle sedie, ci dimenticheremmo dei paramorfismi di cui i nostri bambini ormai soffrono nella quasi totalità a causa delle loro posture deboli.

Al termine delle lezioni gli studenti, di ogni ordine e grado, dovrebbero (come succede in Giappone), con un’attenta distribuzione di responsabilità, prendersi cura della loro classe e dei locali della Scuola.
Si tratterebbe di un lavoro breve, una mezz’ora basterebbe per pulire a fondo tutti i locali, ma si tratterebbe di un momento altamente educativo.


Visto il grande numero di ragazzi si tratterebbe di un gesto poco più che simbolico ma pensate quanto efficace potrebbe essere quest’azione quotidiana  nell'insegnare ai ragazzi che esiste un bene comune (cosa totalmente ignorata oggi), che prima di parlare di diritti nei confronti della comunità si devono assumere le proprie responsabilità perchè si sia riconosciuti membri a pieno titolo di quella comunità e, quanto la forma sia poi in realtà sostanza.


Provate a proporlo nella Scuola e oltre ad essere additati come reazionari troverete resistenza in primis da parte degli stessi genitori, troppo preoccupati a conservare primati e privilegi del proprio figlioccio e a preservarlo da ogni difficoltà e rischio piuttosto che  aiutarlo a maturare una più ampia visione.
Anche gli Insegnanti mi sembrano più preoccupati di conservare le loro abitudini e il loro magro stipendio che accettare la sfida dell’educazione e direi che a volte val la pena rischiare anche il posto di lavoro se si crede in qualcosa denunciando l'errore e l'ingiustizia ed avendo il coraggio di proporre qualcosa di davvero nuovo ed efficace.

Se non partiamo da qui cosa pensiamo di insegnare ai nostri figli ?

Continuiamo a credere davvero che si diventi uomini completi e membri di una comunità, solo perchè si è imparata la matematica o altre nozioni per avere un bel voto ?

Guardiamoci intorno e possiamo ben vedere i frutti che ha dato questa impostazione pedagogica: una folla di egoisti competitivi, profondamente ignoranti e incapaci di formulare un pensiero libero.
 
Sawaki Roshi così si rivolgeva agli studenti dell’università di Komazawa:

‘Non mangiamo al fine di defecare, non defechiamo per produrre concime. Eppure al giorno d’oggi sembra che tutti credano che si vada a scuola per prepararsi per l’università, e che si vada all’università per trovare un buon lavoro…’

La nostra è una civiltà in declino e si vede bene dall'attenzione che dedichiamo all'educazione.
Credo davvero che i Dōjō (non le palestre ma i veri Dōjō) siano un'isola di civiltà ed educazione e possono venire in soccorso alle evidenti lacune educative di questa impostazione scolastica.

Jigoro Kano Sensei, fondatore del Judō, affermava:
' Niente al mondo è più importante dell'Educazione: l'insegnamento di un uomo virtuoso può influenzare molte generazioni...'
e
'Il futuro sarà un drammatico confronto tra l’educazione e il caos' 

Il suo pensiero è quanto mai attuale oggi.

Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō




















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giovedì 14 novembre 2019

Non amo chi è sedentario nel cuore


Antoine de Saint Exupéry

Così alla sera io cammino a passi lenti tra il mio popolo e tacitamente lo circondo del mio amore. Sono soltanto inquieto per coloro che ardono di una vana luce, per il poeta pieno d’amore per la poesia ma che non scrive il suo poema, per la donna innamorata dell’amore ma che, non sapendo scegliere, non può divenire; tutti pieni di angoscia, poiché sanno che io li potrei guarire di questa angoscia se permettessi loro di fare quell’offerta che esige sacrificio, scelta e dimenticanza dell’universo. Perché il tal fiore esclude innanzi tutto ogni altro fiore. E tuttavia solo a questa condizione esso è bello. Così avviene per l’oggetto dello scambio. E lo stolto che va a rimproverare a quella vecchia il suo ricamo col pretesto che avrebbe potuto tessere qualcos’altro, preferisce dunque il nulla alla creazione. 
Così cammino e sento salire la preghiera nell’odore dell’accampamento nel quale tutto matura e si forma in silenzio, lentamente, senza quasi che ci si pensi. 
Il frutto, il ricamo o il fiore, per divenire, è nel tempo che sono  immersi.
Durante le mie lunghe passeggiate ho capito che il valore della civiltà del mio impero non riposa sulla qualità dei cibi ma sulla qualità delle esigenze e sul fervore del lavoro. 

Questo valore non è dato dal possesso, ma dal dono di sé. 
E’ civilizzato innanzi tutto quell’artigiano che si ricrea nell’oggetto; in compenso egli diviene eterno, in quanto non teme più di morire. Ma quest’altro che si circonda di oggetti di lusso comperati dai mercanti, non ne trae alcun vantaggio se non ha creato nulla, anche se nutre il suo sguardo di cose perfette. Conosco quelle razze imbastardite che non scrivono più i loro poemi ma li leggono, che non coltivano più la loro terra ma si fondano anzitutto sugli schiavi. Contro di loro le sabbie del Sud preparano incessantemente nella loro miseria creatrice le tribù vive che saliranno alla conquista delle loro provviste morte. 
Non amo chi è sedentario nel cuore. Quelli che non offrono nulla non divengono nulla. 
La vita non servirà a maturarli, e il tempo per loro fluisce come una manciata di sabbia disperdendoli. 
Che cosa offrirò a Dio in loro nome?


Antoine de Saint Exupéry 
Tratto da: 'Cittadella',
Editore AGA, Cusano Milanino ©2017

© Tora Kan Dōjō




















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mercoledì 13 novembre 2019

Lo Sguardo che mi ri-guarda

Pubblichiamo un articolo che Sensei Taigō scrisse durante gli anni di Pratica presso il Monastero Fudenji che rende bene l'idea delle dinamiche educative nella relazione Maestro/Discepolo nello Zen

 

"Erano i primissimi tempi della mia pratica Zen e scrissi un articolo dal titolo 'Lo sguardo del Maestro', commentando lo sguardo che il mio Primo Maestro (Taiten Roshi) era solito gettare fuori della finestra della sala del Dharma al termine della cerimonia del mattino. 
Oggi, a distanza di anni, quello sguardo mi ri-guarda nuovamente. 
La mattina di Sabato 4 Dicembre, ultimo giorno della Rohatsu Sesshin(1) a Fudenji, durante un momento di incontro informale, il Maestro si rivolge a me, di fronte a tutti, e mi invita ad accompagnarlo nel pomeriggio al vicino palazzetto dello sport di Fidenza dove e' stato invitato a presenziare in qualità di ospite d’onore ad un torneo di Karate. 
'Andiamo alle 18' mi dice. Inizia il rush finale della Sesshin, le sedute di Zazen si moltiplicano sempre piu' ravvicinate. Siedo nel Dōjō, da molto tempo non sedevo più all’interno del Dōjō di Fudenji, l'atmosfera e' forte e il tempo si veste di infinito, perde i suoi contorni. Al termine dell'ennesimo periodo di Zazen, al quale seguirà la cena formale, il Maestro si alza dal suo seggio e nell'uscire dal Dōjō mi rivolge un rapido sguardo… 
esito, mi sembra presto per andare, forse era solo uno sguardo... 
Pochi minuti sono trascorsi da quando il Maestro ha varcato la soglia quando Marosa Myoko mi dice: 'ma non dovevi accompagnare il Maestro ?’, salto giù dal tan consapevole che il mio presentimento era corretto e che ancora una volta il calcolo ha soffocato l'intuizione. 
Corro alla stanza del Maestro, busso ma e' già partito, sotto la pioggia battente, indossando ancora il Kolomo. Non so cosa fare, guardo fuori: lo raggiungo? No decido di restare e continuare a sedere nella Sesshin. ‘Friggo’ sul mio zafu immaginando il Maestro da solo in una situazione in cui anche la forma lo vorrebbe accompagnato. 
Al suo rientro il Maestro non ci raggiunge nel Dōjō , non si unisce a noi per gli ultimi Zazen, confermandomi così il suo disappunto. 
Passata la mezzanotte(2) appare nel Dōjō per inaugurare l'ultimo Zazen, offre incenso, si prosterna fa Kentan(3) e ci invita a raggiungerlo per un Teisho(4) che sorprende tutti.  
Il Maestro apre l’inattesa lezione sottolineando l'accaduto: visto che colui che aveva invitato ad accompagnarlo non ha risposto al suo invito (che era nello sguardo) è andato da solo e poiché la sua auto non è partita è andato a piedi sotto la pioggia battente fino a Fidenza… 
Ancora una volta un gesto del Maestro mi insegnava più di mille spiegazioni. 
L’educazione Zen non passa che attraverso uno sguardo, un gesto, un profumo che deve divenire il nostro sguardo, il nostro profumo. 
Quante volte ogni giorno ignoriamo lo sguardo che ci ri-guarda? 
Quante volte nella nostra vita non abbiamo avuto fede ? 
Quante volte non riconosciamo quello che è esplicito di fronte ai nostri occhi, quello che ci è gridato nelle orecchie? E la vita trascorre tra occasioni mancate e richiami inascoltati. 
Cosa aspettiamo a lasciar cadere le nostre resistenze e i nostri calcoli ? 
Ad avere fede nella gratuità della vita e nel suo mistero che si rivela solo a chi è capace di riconoscere lo sguardo che lo ri-guarda."

Sensei Taigō




Note al Lavoro
(1): La Rohatsu Sesshin è la Sesshin intensiva in cui praticando Zazen per una settimana (sette giorni come un giorno solo) si celebra la ricorrenza del Risveglio di Buddha Shakyamuni.
(2): L’ultima notte della Rohatsu Sesshin si conclude con una veglia. 
(3): Kentan: il giro che il gyokoshi esegue in segno di saluto dietro ai praticanti seduti in Zazen nel Dojo. 
(4): Teisho: Insegnamento formale



© Tora Kan Dōjō






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domenica 10 novembre 2019

Essere capaci di memoria per essere umani





Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.

Domani si ricordano i defunti, oggi anticipando un po’ la commemorazione, durante il nostro rito reciteremo il “Daihi Shin Darani” che reciteremo specificamente per ricordare e rendere gratitudine a coloro che ci hanno preceduto in questa vita. Durante la seconda recitazione ognuno di voi si alzerà e offrirà l’incenso in memoria dei propri defunti.
La memoria e la gratitudine sono sentimenti molto importante da continuare a coltivare.
Se oggi noi siamo qui seduti, e possiamo stare con la nostra schiena dritta, è grazie a tutte le generazioni che ci hanno preceduto oltre la nostra memoria, non solo chi ci ha dato il suo sangue e ci ha messo al mondo, ma tutti coloro che in qualche modo sono entrati in contatto con la nostra vita e l’hanno orientata: i nostri maestri, i nostri amici, anche i nostri nemici, coloro che ci hanno creato impedimenti, spesso sono stati di grande aiuto. Dovremmo in questi momenti ricordare tutti con la medesima gratitudine.
Un gesto che a me piace suggerire, una buona abitudine per iniziare la giornata, ovviamente insieme allo Zazen, è offrire un incenso e prosternarvi ringraziando i vostri antenati, i vostri maestri, per l’opportunità che vi è concessa, quella di vivere ancora un giorno e portare avanti quello che loro hanno iniziato. E’ un aspetto molto importante nella mia vita che cerco di trasmettere.            
Non inizio giornata senza offrire un incenso e senza prosternarmi di fronte alla memoria di chi mi ha offerto l’occasione di essere qui, ed è qualcosa che sento profondamente e che mi sostiene e protegge, mi legittima ad ogni respiro ed azione che metterò in atto in quella giornata. Perdere questa memoria significa perdere legittimazione, essere incapaci di orientamento … essere incapaci di riconoscersi in questa interrelazione con tutte le esistenze necessaria  per essere pienamente umani.
Una delle cose che mi ha insegnato la pratica Zen è stata proprio questa, forse una delle più preziose. Facendo questo, voi mantenete vivi tutti coloro che vi hanno preceduto e lo percepite chiaramente ogni giorno. Percepite chiaramente il potere, l’energia che vi viene da questa eredità, da questa trasmissione di vita.
Come può l’uomo sentirsi davvero umano e poter cominciare una giornata senza questa memoria, senza questa legittimazione, senza partire da questo sentimento profondo di gratitudine e di debito? Questo penso sia davvero uno dei principali mali della civiltà  contemporanea … l’aver perso la memoria e il sentimento di gratitudine.
L’uomo è disorientato perché ha perso la capacità di ricordare con gratitudine e farsi sostenere da questo legame.
Se iniziate la vostra giornata con questo sentimento di gratitudine rivitalizzato dai gesti rituali che vi ho suggerito avrete l’orientamento verso il quale siete chiamati a muovervi. Non viviamo grazie a noi stessi, non siamo nati grazie a noi stessi;  questo dobbiamo ricordarlo ogni giorno.
Quando dico “non viviamo grazie a noi stessi” intendo dire che noi stessi, quello che noi consideriamo essere “noi stessi” non può essere distinto, separato da ogni altra esistenza, anche da coloro che sono vissuti centinaia di anni fa … la loro vita è ancora pulsante nelle nostre vene, nelle nostre cellule, nel nostro pensiero, nelle nostre azioni.
Non c’è azione che possiamo mettere in atto che non sia la conseguenza di una moltitudine di altre azioni, dell’interrelazione della nostra vita con tutte le vite.
 Non c’è cosa che non ci sia stata data in prestito … anche solo per questo dobbiamo vivere con un profondo sentimento di gratitudine, ed è veramente una buona medicina, una terapia efficacissima.
Uno dei motivi principali della sofferenza e smarrimento dell’uomo moderno è nel sentirsi una monade isolata, un frammento disperso in un Universo estraneo.
La nostra Pratica è quella di ricordarci costantemente la nostra indissolubile unione con tutte le altre esistenze. E’la vera cura per ogni malattia.


© Tora Kan Dōjō







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mercoledì 6 novembre 2019

Il Tempo non passa, scorre in Questo Momento

Pubblichiamo una riflessione sul Tempo ricevuta dal Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi.

Soltanto fermandoci in modo integrale, quindi nell’Immobilità e nel Silenzio, possiamo renderci conto che il tempo non “passa” bensì scorre. Per esempio, riguardo a una seduta di Immobilità e Silenzio, cioè di Contemplazione, si dice con disinvoltura che “durerà” o “è durata” trenta minuti, implicitamente intendendo che tra l’inizio e la fine della seduta “passeranno” o “saranno passati” trenta minuti. È così ma soprattutto non soltanto così. Gli è infatti che in se stessi, permanendo nella loro essenzialità invariabile, Immobilità e Silenzio sono il Vuoto che, in quanto tale, non ha “durata”. Il Vuoto non “dura” bensì è, e proprio perché è permette ogni durata (e ogni forma di pieno).
Nel corpo che si ferma e nella mente che tace il tempo è ricondotto a Questo Momento che è immobile e silente, cioè vuoto. Quindi, la durata è contenuta e scorre in Questo Momento da cui in nessun modo può evadere, ciò riguardando anche la respirazione: il succedersi dell’inspirazione e dell’espirazione, ciascuna con la sua durata, non può darsi che in Questo Momento; tra l’una e l’altra sta l’intervallo, ossia … Questo Momento, che è l’unico (non) tempo reale dal quale e nel quale procedono entrambe.
Nella figura, l’inspirazione (tratto che sale) e l’espirazione (tratto che scende) giungono ciascuna ad un culmine in cui si convertono l’una nell’altra: il culmine di conversione è Questo Momento, cioè il Vuoto, che le divide e unisce e che è anche il sostrato invariabile che permette la loro durata e rappresentato dal fondo bianco/vuoto. E come senza il bianco non sarebbe possibile tracciare il nero, così senza il Vuoto di Questo Momento non sarebbe possibile la respirazione che lo riempie. Il pulsare del cuore ci mostra il medesimo fenomeno: sistole e diastole si susseguono grazie ad un intervallo vuoto e immobile che è Questo Momento quale sottofondo dal quale e nel quale s’attuano le pulsazioni.
Anche il tocco di campana rivela Questo Momento che è centro e sostrato dell’onda sonora, ciò valendo anche per il sasso nell’acqua che si allarga in cerchi.

Anche ogni parola di quanto qui si sta leggendo, sta scorrendo in Questo Momento. Di fatto, ogni di-scorrere verbale o scritto non può darsi che in Questo Momento: se con l’ATTO DI PRESENZA si focalizza ogni parola, si può constatare come anch’essa emerga da e in Questo Momento, lo stesso valendo per lo scorrere delle parole, anch’esse impossibilitate ad evadere da Questo Momento: esse emergono dal silenzio di Questo Momento, in esso e ad esso ritornando “dopo” aver circolato intorno ad esso ed in esso, come i raggi della Ruota che con il loro movimento circolare non possono prescindere dall’energia centripeta e centrifuga del mozzo che li sostiene. Dunque, al pari dei pensieri e delle parole, ogni manifestazione vitale si presenta con un movimento circolare intorno al Centro Vuoto che è Questo Momento.

L’Immobilità e il Silenzio comportano l’esaurirsi del movimento sia corporeo (gesti fisici) che mentale (pensieri e parole), ovvero di ciò che fa (o sembra faccia) sentire vivi. Di solito, si sente automaticamente il bisogno di doversi affermare attraverso il movimento fisico e mentale; si sente che ci si deve muovere con il corpo e che si deve pensare e parlare; perciò il muoversi fisico e mentale non costituisce una libera facoltà bensì una necessità o addirittura una coercizione (è questo un motivo importantissimo concernente la pratica dell’auto-osservazione). Per dirla tutta, il movimento fisico e mentale si impone con estrema facilità, eludendo la consapevolezza e il controllo tanto dei gesti fisici quanto del rincorrersi dei pensieri e della fuoriuscita più o meno torrentizia delle parole dalla bocca. Al più, il fermarsi e il tacere vengono considerati a scopo ristoratore e quindi coincidenti con il sonno. Invece essi riguardano il morire per rinascere, l’estinguersi dell’uomo vecchio per il rigenerarsi dell’uomo nuovo, processo luminoso-palingenetico richiedente l’Immobilità e il Silenzio, simbolizzati proprio dal dormire cui segue il Risveglio.
L’abitudine al movimento fisico-mentale, compresa la loquela, coincide con l’auto-coscienza, anzi la crea: l’auto-coscienza è un prodotto abitudinario del movimento fisico e mentale, talché ne viene fuori un’entità posticcia (il famigerato ego) rattrappita su di sé, volubile e quindi instabile, disconnessa da tutto ciò che la circonda (persone, cose e situazioni) e nei confronti del quale essa emette, pur dalla sua instabilità, un ininterrotto giudizio auto-referente, cui segue immancabilmente la condanna o l’assoluzione, l’accettazione o il rifiuto, il “mi piace” o il “non mi piace”, pendolo incessante del sì e del no al quale si assoggetta accettando e rifiutando, gioendo e soffrendo, e così via, senza requie; pendolo individualistico e ipnotizzante del si e del no, lontano le mille miglia da «il vostro parlare sia si si, no no, tutto il resto viene dal Maligno», impervio passaggio evangelico in cui risiede, per chi può intuirlo, il segreto del Supremo Equilibrio.
E così, ecco che l’abitudinaria auto-coscienza, fatta esclusivamente di movimento fisico-mentale, sopravvive grazie alla contraddizione che la dilania: la pretesa libertà di giudizio auto-referente e la schiavitù delle conseguenze altalenanti di tale giudizio: il paventare e respingere lo sgradito che per essa è il “male”, ed il desiderare e trattenere il gradito che per essa è il “bene”, per il trionfo del più aspro (e socialmente dirompente) soggettivismo. Invece, e qui è il punto essenziale, altro è l’auto-coscienza e altro è la Coscienza Spirituale. Altro è il “bene” e il “male” secondo la coscienza auto-referenziale (che non può digerire la famosa mela) e altro è il giusto e l’ingiusto secondo la Coscienza Spirituale, che discerne e pronuncia con equilibrio il sì e il no (avendo rigettato la mela).
Il fatto è che il passato e il futuro esistono perché li pensiamo e immaginiamo, quindi essi non sono che movimento, dacché il pensiero e l’immaginazione, come il tempo e con il tempo, scorrono senza posa, da ciò derivando una vera e propria assurdità: per l’auto-coscienza il passato e il futuro diventano qualcosa che ha un che di materiale; il pensato e l’immaginato come passato e futuro assume una consistenza che però non può appartenergli ed alla quale ci si aggrappa, con ciò facendone qualcosa di solido: abitudinariamente si solidificano gli eventi, “confezionandoli” come passato o “preconfezionandoli” come futuro. Ora, chi è davvero consapevole di quanto il passato e il futuro condizionino o addirittura determinino il proprio vivere in Questo Momento? Chi può essere certo di vivere Questo Momento nella libertà della Coscienza Spirituale e non nella schiavitù dell’intasamento dell’auto-coscienza bipolare e vigliacca? «Coscienza e vigliaccheria sono proprio la stessa cosa. La coscienza è il marchio di fabbrica. È tutto qui: stare all’erta, ecco la vita, cullarsi nella tranquillità, ecco la morte» (Oscar Wilde).
“ Stare all’erta” … Questo Momento ... “ecco la vita”.
E così, si considerano il passato e il futuro come tempi effettivamente esistenti, con una sostanza propria, mentre il solo (non) tempo reale è il presente, cioè Questo Momento. Ci si muove e si pensa nel vuoto di Questo Momento; leggiamo queste parole in Questo Momento; esse possono scorrere e risuonare in noi perché in noi, e malgrado noi, risiedono un’assoluta Immobilità ed un incorruttibile Silenzio, cioè un Vuoto: non c’è nulla che ci riguarda che non avvenga in Questo Momento, che, essendo vuoto, permette il muoversi del corpo e della mente. Quindi anche il movimento del pensare e immaginare il passato e il futuro non possono darsi che in Questo Momento, cioè nella strettoia della clessidra che è Questo Momento, il momento di all’erta (Wilde) nel quale avviene quel che avviene; strettoia attraverso cui scorrono, prendendo vita fulminea ed evanescente, i granelli/eventi fisici e mentali, e grazie alla quale la funzione della clessidra ha dopotutto un senso: misurare il tempo che scorre.
Si comprende a questo punto il monito del proverbio: «Chi ha tempo non aspetti tempo»; come dire che chi ha Questo Momento (ma chi è che non ce l’ha?) non attenda un tempo futuro che non giungerà mai. La Luce Rigenerante brilla in Questo Momento, non “poi” o “domani”, non “prima” o “ieri”, tempi inesistenti poiché soltanto pensati e immaginati, nei quali non può brillare alcuna luce e non si può fare e pensare nulla. Se Illuminazione deve darsi non può essere che in Questo Momento in cui scorrono i giorni e le notti, le stagioni, gli anni e i secoli con le loro umane, soggettive e altalenanti soddisfazioni e insoddisfazioni, ovvero con tutto ciò che in Questo Momento si costituisce, o, meglio, sembra costituirsi, come una solida realtà, causa, lo ripetiamo, della bipolarità vigliacca dell’auto-coscienza.
L’ampolla superiore della clessidra contiene il “futuro” mentre quella inferiore contiene il “passato”. Scorrendo nel punto stretto e vuoto che mette in comunicazione le due ampolle, il futuro si fa presente per immediatamente diventare passato. O almeno così ci sembra. E difatti questo giochino ipnotizzante è l’auto-coscienza che lo impone. Distratta dal suo auto-referenziale, spasmodico e ritardato recepire e giudicare, essa è incapace di cogliere Questo Momento, e quindi di fruire della Luce Rigenerante che ivi risiede. Essa, per il ritardo impostole dalla riflessione (il ri-flettere cogitativo non potendo darsi senza il tempo e quindi non potendo non costituire una re-azione) e dal piombante giudizio auto-referente, non può fare altro che coagulare ed inventariare gli accadimenti nel passato o nel futuro: non potendo cogliere l’evento in Questo Momento, evento totalmente immateriale, per non dire spirituale,  l’auto-coscienza lo solidifica col proprio assenso o dissenso ponendolo in una sorta di magazzino, quindi non solo permanendo nella distrazione dal presente, ma alimentando i condizionamenti che il passato e il futuro esercitano su di essa e che sono … essa stessa. Coscienza auto-referenziale e coscienza auto-imprigionante sono la medesima coscienza cieca che non ha scampo senza la Luce Rigenerante.
Occorre dunque, sedendo e tacendo con l’ATTO DI PRESENZA, dissolvere il magazzino del passato e del futuro, e con esso gli attaccamenti condizionanti che ne derivano, giacché attaccamento e condizionamento vanno a braccetto.
Per concludere si propone un brano che si attaglia perfettamente a quanto sopra osservato.
«Lo sguardo non è mai innocente: noi non vediamo solo con gli occhi, sia perché – come sosteneva Wittgenstein – “in ogni percezione echeggia un pensiero”, sia perché l’occhio “è sempre antico, ossessionato dal proprio passato e dalle suggestioni vecchie e nuove che gli vengono dall’orecchio, dal naso, dalla lingua, dalle dita, dal cuore e dal cervello”, ossia dai bisogni e aspettative dell’individuo e dei parametri culturali trasmessigli dalla società in cui vive. In Paesaggio e memoria Simon Schama nota: “Prima di essere riposo dei sensi, il paesaggio è opera della mente. Un panorama è formato da stratificazioni della memoria almeno quanto da sedimentazioni di rocce”». (Remo Bodei, Paesaggi sublimi).
Quindi “lo sguardo non è mai innocente” a causa di “stratificazioni della memoria”, “bisogni e aspettative”. Sedimentazioni di “passato” e “futuro”. Ma allora chi, libero da tutto ciò, può vedere un paesaggio e la vita stessa COSÌ COME SONO IN QUESTO MOMENTO? E che mondo può essere quello guardato da una miriade di sguardi alterati? Ed ammesso che esistesse un innocente, cioè uno dallo sguardo puro, senza peccato e senza malizia; uno che abbia conquistato la Luce di Questo Momento, non condizionato da passato e futuro, cosa potrebbe dire di veramente comprensibile alle folle che arrancano nell’impurità, nel peccato e nella malizia? Che tipo di rapporto potrebbe instaurarsi tra uno che vede con chiarezza e una massa di miopi? È un tema attualissimo.




© Tora Kan Dōjō