mercoledì 19 febbraio 2020

Zazen è innamorarsi




Zazen, meditare, è innamorarsi dell'ordinario.
Fino a questa tenerezza, questa presenza, questa stupita attenzione coltivata nelle piccole cose della vita quotidiana.
Le piccole cose fatte nello spirito dell'amore fervente sono infinitamente più preziose delle cose molto più grandi fatte per essere fatte, fatte senza fervore o fatte per ottenere qualcosa.
È questa pratica che mi tiene in vita.
È questa vita vissuta così che mi libera e dispiega .
Coltivare un grande cuore.
Ci vuole un cuore infinitamente grande per dedicarsi all'infinitamente piccolo.

Federico Dainin Jōkō Sensei

Versione originale Francese:


Zazen , méditer, c’est tomber amoureux de l’ordinaire. Jusque dans cette tendresse , cette présence, cette attention émerveillée cultivée dans les petites choses du quotidien.
Les petites choses faites dans un esprit d'amour fervent sont infiniment plus précieuses que des choses beaucoup plus grandes faites pour être faites, faites sans ferveur, ou faites pour obtenir quelque chose.
C’est cette pratique là qui me tient en vie.
C’est cette vie là qui me déploie.
Cultiver un grand cœur.
Il faut un cœur infiniment grand pour se dévouer à l’infiniment petit.

Federico Dainin Jōkō Sensei



© Tora Kan Dōjō






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domenica 16 febbraio 2020

Torna ad abitare il tuo corpo.




Nella stanza della meditazione, impariamo insieme a essere qui.
Ci vuole del tempo e qualche indicazione perché ci si risvegli a dove è il corpo.
Spesso, le persone hanno un concetto della meditazione come di qualcosa che si fa a occhi chiusi. Entrano nella stanza e subito chiudono gli occhi. Un po’ come facevo io con la porta. Chiudere gli occhi fa sí entrare piú direttamente in contatto con quel che scorre in noi, ci raccoglie, ma, come sempre, non deve essere un gesto automatico e non si tratta di chiudere fuori il mondo. Spesso, invito le persone ad arrivare nella stanza, lí dove il corpo è già seduto, a raggiungerlo. E a osservare la stanza, che luce c’è, che atmosfera, come percepiamo gli altri seduti con noi, gli oggetti nella stanza e lo spazio vuoto. Niente di speciale, è il primissimo passo per coltivare quella che nel percorso di risveglio del Buddha si chiama consapevolezza. Essere tutti lí dove siamo. Quando siamo nel luogo, quando siamo qui, possiamo essere ora, esserci contemporanei e non antenati o posteri. Ascoltare come stiamo, assaporarlo. La stanza con i suoi muri, il suo pavimento, la sua aria vuota, ci fa da contenitore. Gradualmente, col tempo, man mano che ci apriamo a essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso, un luogo in cui la presenza dello spazio vuoto si estende fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso. E l’adesso non è piú il contingente, il senso del presente si amplia nel sapore della pura, nuda presenza.

tratto da: Candiani, Chandra Livia. Il silenzio è cosa viva: L'arte della meditazione. Einaudi. 



© Tora Kan Dōjō






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mercoledì 12 febbraio 2020

La Promessa mai Mantenuta




I problemi umani nascono dal desiderio, ma non tutti i desideri danno origine a problemi. Ci sono due tipi di desideri: le richieste ("devo averlo") e le preferenze. Le preferenze sono innocue, possiamo averne quante vogliamo. Il problema è il desiderio che esige di essere soddisfatto. È come se ci sentissimo perennemente assetati e, per estinguere la sete, volessimo attaccare un tubo al rubinetto della vita. Continuiamo a credere che, attaccandoci a questo o a quel rubinetto, otterremo l'acqua di cui abbiamo bisogno. Parlando con i miei studenti, mi sembrano tutti assetati di qualcosa. Possiamo procurarci un po' d'acqua qua e là, ma non fa che stuzzicarci. Essere assetati non è per niente divertente.
Quali sono i rubinetti a cui tentiamo di attaccarci per estinguere la sete? Uno potrebbe essere un lavoro che ci sembra quello adatto a noi. Un altro, il 'partner giusto' o un figlio 'che si comporta come si deve'. Correggere un rapporto personale può sembrarci il modo per arrivare all'acqua. Molti credono che estingueremo la sete solo quando avremo corretto noi stessi. Non è possibile per l'io mettere a posto l'io, ma tentiamo lo stesso. Ciò che consideriamo noi stessi non ci sembra mai pienamente accettabile. "Non faccio abbastanza", "Non ho il successo che merito", "Sono sempre arrabbiato, quindi non valgo niente", . "Sono uno studente incapace". Esigiamo un'infinità di cose da noi stessi e dal mondo. Quasi tutto ci sembra desiderabile, un rubinetto a cui attaccarci per ottenere finalmente l'acqua di cui crediamo di aver bisogno. Le librerie rigurgitano di libri fai-da-te che sbandierano rimedi vari per la nostra sete: Fate innamorare di voi vostro marito, Come costruire l'autostima, e così via. Sia che sembriamo o che non sembriamo sicuri di noi, sotto sotto abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa. Sentiamo di dover mettere a posto la nostra vita, di dover spegnere la nostra sete. Dobbiamo fare quel collegamento, infilare il tubo nel rubinetto e bere quell'acqua.
Il problema è che niente funziona davvero. Cominciamo a scoprire che la promessa che continuiamo a fare a noi stessi (che in qualche modo la nostra sete verrà estinta) non può essere mantenuta. Non sto dicendo che non ci godiamo mai la vita. Molte cose possono darci un grande piacere: un rapporto, un lavoro, un'attività. Ma vogliamo qualcosa di definitivo. Vogliamo estinguere la sete una volta per tutte, avere tutta l'acqua che vogliamo ogni volta che la vogliamo. Questa promessa di soddisfazione definitiva non viene mai mantenuta. Non può essere mantenuta. Quando otteniamo qualcosa che desideravamo, c'è una soddisfazione momentanea; poi si riaffaccia l'insoddisfazione.
Se da anni e anni tentiamo di attaccare il nostro tubo a questo o quel rubinetto, scoprendo ogni volta che non ci basta, giungerà un momento di profondo scoraggiamento. Cominciamo a sentire che il problema non sta nel non riuscire ad attaccarci a quel determinato rubinetto, perché nulla di esterno è in grado di soddisfare la sete. A questo punto abbiamo maggiori possibilità di iniziare una pratica seria. Capire che niente mai ci potrà soddisfare può essere un brutto momento. Forse abbiamo un buon lavoro, un bei rapporto o una bella famiglia, eppure continuiamo a essere assetati. Allora ci si fa chiaro che nulla può davvero appagare le nostre richieste. Non funzionerà neanche qualche cambiamento di vita, come ad esempio spostare i mobili. Questo momento di disperazione è in realtà una benedizione, il vero inizio.
Quando lasciamo andare tutte le aspettative accade un fatto strano: cogliamo un barlume di un altro rubinetto, sinora invisibile. Vi attacchiamo il tubo e scopriamo, con delizia, che l'acqua ne sgorga abbondante. "L'ho trovato!", pensiamo. "L'ho trovato!". E poi? Poi l'acqua viene a mancare un'altra volta. Abbiamo trasferito le nostre richieste nella pratica, e ci ritroviamo di nuovo assetati.
La pratica dev'essere un interminabile processo di delusione. Dobbiamo vedere che qualunque cosa desideriamo, o otteniamo, alla fine ci delude. Tale scoperta è il nostro maestro. Per questo dobbiamo fare attenzione a non dare agli amici che stanno male false speranze e false rassicurazioni. Questa forma di solidarietà, che non è compassione vera, non fa altro che ritardare la loro comprensione. In un certo senso, l'aiuto migliore sta nell'affrettare la loro delusione. Sembra insensibilità, una crudeltà, ma non lo è. Cominciare a vedere che le nostre solite richieste sono fuorvianti, è di aiuto a noi e agli altri. Alla fine diventiamo così intuitivi che prevediamo in anticipo la nostra prossima delusione, sappiamo che il prossimo sforzo per estinguere la sete fallirà come gli altri. La promessa non è mai mantenuta. Anche con una lunga pratica alle spalle continuiamo a volte a cercare false soluzioni, ma mentre le rincorriamo ne riconosciamo molto più rapidamente la futilità. Quando ce ne accorgiamo sempre più in fretta, la pratica sta dando i suoi frutti. Una buona pratica seduta stimola inevitabilmente questa accelerazione. Dobbiamo riconoscere la promessa che esigiamo dagli altri e abbandonare il sogno che gli altri possano estinguere la nostra sete. Dobbiamo riconoscere che è un'impresa senza speranza.
I cristiani chiamano questa comprensione la 'notte oscura dell'anima'. Abbiamo esaurito tutte le possibilità e non sappiamo cos'altro tentare. E così soffriamo. Benché al momento paia dolorosa, questa sofferenza è la svolta. La pratica ci conduce a questa fertile sofferenza e ci aiuta a stare con essa. A un certo punto la sofferenza comincia a trasformarsi, e l'acqua sgorga. Ma, perché succeda, tutte le piacevoli fantasticherie sulla pratica e sulla vita devono svanire, compresa la speranza che una buona pratica, o meglio, una cosa qualsiasi, ci possa dare la felicità. La promessa mai mantenuta si basa su sistemi di credenze che sono pensieri egocentrici che ci mantengono bloccati e assetati. Abbiamo migliala di credenze, e annullarle tutte è impossibile. Nessuno vive abbastanza a lungo da riuscirci. La pratica non ci chiede di eliminarle, ma di vederle e di riconoscerle vuote, inutili.
Spargiamo credenze a piene mani come riso ai matrimoni. Sbucano dappertutto. Ad esempio, quando si avvicina il Natale, siamo pieni di attese, vogliamo spassarcela e divertirci. Ma se il Natale non corrisponde alle nostre attese, diventiamo depressi e amareggiati. Il Natale sarà come sarà, indipendentemente dalle nostre aspettative. Allo stesso modo, riguardo allo Zen, possiamo nutrire la speranza che la pratica risolverà i nostri problemi e renderà la nostra vita perfetta. Invece la pratica dello Zen ci riporta alla vita così com'è. Lo Zen è essere sempre di più la nostra vita. La nostra vita è semplicemente così com'è, e lo Zen ci aiuta a prenderne atto. Pensare "Se praticherò con pazienza, tutto sarà diverso" è un'altra credenza, una versione diversa della promessa che non viene mai mantenuta. Quali sono le vostre credenze personali?[…]


Charlotte Joko Beck


















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domenica 9 febbraio 2020

Essere forti Per essere utili


Il grande Jigoro Kano Sensei affermava che l'obiettivo primario della nostra Pratica dell'Arte Marziale è quella di 'ricercare il miglior impiego dell'energia' Seiryoku Zen'yo 精力善用
e lo facciamo 'perchè il beneficio sia mutuo e reciproco' Jita Kyoei
自他共栄.
E riassumeva questi due principi nella massima:
'essere forti per essere utili'

Cerco di insegnare ai miei allievi e di mettere in pratica nella mia vita che allenarsi strenuamente solo per affermare il proprio ego è peggio che non praticare affatto.

Nella Pratica dell'Arte Marziale forgiamo la nostra mente ed il nostro corpo a quale scopo?
Solo con la finalità di doverci difendere combattendo ? (che è davvero l'ultima risorsa quando non si è stati in grado di fare altro...) Semmai dovesse capitarci, una volta nella vita ? (se vi capita più spesso dovreste chiedervi se non sono gli altri a doversi difendere da voi...).

Sarebbe tempo perso, non perchè la tecnica non sarebbe efficace ma perchè senza i presupposti di cui sopra non sareste in grado di applicarla al momento giusto e nella giusta situazione e fareste più danni che altro (soprattutto a voi stessi).

'Essere forti per essere utili' significa portare avanti il proprio compito ogni giorno, affrontando con fiducia ed energia ogni difficoltà e avere il coraggio di non distogliere lo sguardo di fronte all'ingiustizia e alla prepotenza, soprattutto quando sono espressi nei confronti degli altri, dei più deboli.
Invece di preoccuparvi solo della vostra inutile incolumità ergetevi come dei giganti di fronte all'arroganza e all'ingiustizia!

Se non avete maturato questo coraggio e quest'attitudine verso la vita il vostro aver imparato a tirare calci e pugni non ha alcun valore.

"La paura non impedisce di morire, impedisce di vivere"


Taigō Sensei




© Tora Kan Dōjō



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