domenica 19 maggio 2019

La vera Compassione

Taisen Deshimaru Roshi

Davanti a Pilato, Cristo disse:
La tua giustizia non può nulla: tutto viene dall’alto”(1). 
Così affrontò il suo sacrificio per gli altri.
Quando ci si siede in Zazen, che se ne sia consapevoli o no, la nostra pratica è a vantaggio degli altri. Gli altri sono tutti i fenomeni; tutti i fenomeni sono Buddha, Dio.
Quando si pratica Zazen, si pratica (per) la Via del Buddha. 
E ad un Cristiano direi: si pratica (per) Dio.
Soli, non si può cogliere la verità. E’ necessaria molta compassione, che è il vero Satori dello Zen: compatire, condividere l’esperienza/la passione altrui.
Tutto è com-passione. Le piante, gli animali, il vento la manifestano continuamente. 
Non è qualcosa di emotivo, non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo, con un pietismo affettato. E’ la natura dell’uomo, la natura di tutte le cose. Ma noi ci opponiamo.
Sin dall’inizio, tutte le esistenze sono dirette dal karma, che alcuni chiamano ‘destino’. 
Allo stesso tempo però si è diretti anche dal voto di Buddha, che spinge al Risveglio(2). 
In condizioni favorevoli o sfavorevoli, tutti siamo su questa strada, che non ha limiti di lunghezza né di larghezza. Non serve preoccuparsi di dove vada a finire.

Shujō Muhen Seigandō” (“Per quanto innumerevoli siano gli esseri faccio voto di salvarli”) non è un voto impossibile: semmai è inesauribile. Comprendere che è inesauribile è il Satori. Apparentemente è di un’ampiezza che mette terrore, ma è anche la gioia più ampia, inesprimibile. Manifestare una devozione che non avrà mai fine è rendere assoluta ed eterna la nostra esistenza relativa ed effimera.

Far voto di salvare’ significa ‘innumerevoli’, che a sua volta significa ‘tutti gli esseri’; ‘Shujō’ significa Muhen, che significa Seigandō
La vera Compassione non ha oggetto e non ha bisogno di soggetto. 

“Io provo compassione per” è troppo limitato. C’è completa libertà nella frase “Shujō Muhen Seigandō”, ed è molto importante l’eguaglianza a cui ho accennato.
Il nostro cervello, il nostro linguaggio è povero. 
Faccio voto di salvare tutti gli esseri” è un periodo semplice, ma per considerare contemporaneamente i tre elementi della proporzione deve intervenire una coscienza più ampia.
Far voto” significa riconoscere il proprio volto originale, fare l’esperienza autentica di , il vuoto.
Noi immaginiamo il vuoto come un buco nero, una sagoma geometrica. Non è così.
E’ come se ci fosse una grande torta. È una torta enorme, oppure non è grande affatto. 
Non c’è nulla dentro e non c’è nulla fuori. C’è la torta. Chi ha grandi ideali prende una grossa fetta. Chi è minuzioso, raffinato, ne prende piccole fette, una per volta. 
Poi c’è chi prende soltanto le briciole e c’è chi, non preoccupandosi affatto di prendere o non prendere, prende tutta la torta insieme.
Siamo proprietari del cosmo, ma per sentirci proprietari di qualcosa diciamo “ questo è mio!” Eppure tutto è già nostro. 
Di questo tutto, prendiamo solo un pezzettino, lo recintiamo e alla fine crediamo di possedere quel piccolo spazio recintato, che invece è in balia del tempo…
Non si può “avere compassione per qualcuno”. Compassione significa non-separazione
lui, io, gli altri siamo tutti la stessa esistenza. 
E’ impossibile comprenderlo razionalmente; si può solo praticare uno Zazen di non-convenienza, ricordare sempre i quattro voti del Bodhisattva(3).


Shujō Muhen Seigandō”: “ Per quanto innumerevoli siano gli esseri, faccio voto di salvarli”.

Bonnō Mujin Seigandan”: “ Per quanto infinite siano le illusioni, faccio voto d’illuminarle”.

Hōmon Muryō Seigan Gaku”: “ Per quanto incommensurabili siano i Dharma, faccio voto di comprenderli”.

Butsu Dō Mujō Seigan Jō”: “ Per quanto perfetta sia la Via del Buddha, faccio voto di realizzarla”.


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Note al Lavoro

(1)  “ (…) Pilato (…) chiese a Gesù: /Donde sei tu?”. Ma Gesù non gli diede risposta. Allora Pilato gli disse: “Non parli a me? E non sai che io ho il potere di rilasciarti o di crocefiggerti?” Gesù rispose: “Non avresti alcun potere sopra di me, se non ti fosse dato dall’alto (…) ”. (Matteo XXVII)
(2)  “ Faccio voto di salvare tutti gli esseri e non ottenere l’illuminazione prima che tutti gli esseri l’abbiano ottenuta ”.
(3Bosatsu: è la figura centrale del Buddhismo Mahāyāna: un individuo la cui essenza (sattva) è la Bodhi (la Saggezza). Il Bodhisattva è colui che potrebbe già essere un Buddha, ma non si preoccupa di coltivare la propria Illuminazione, e piuttosto dedica ogni sua azione o pensiero a condurre gli altri esseri nella Via.

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Tratto da:
Il Pensiero Religioso di Taisen Deshimaru Roshi, 
Maestro Zen del XXI° secolo 
di Taiten F. Guareschi
Ed. il Cerchio 






(

mercoledì 15 maggio 2019

Crea il tuo mondo




Il mondo non è infelicità né felicità. Il mondo è ciò che ricerchiamo. La nostra aspirazione diventa il nostro mondo. Ognuno di noi è il creatore del proprio mondo. Se ogni istante della vita ti dona infelicità, c’è un errore da qualche parte nel modo in cui guardi. E se tutto ciò che vedi intorno a te è oscurità, di certo stai tenendo gli occhi chiusi… quegli stessi occhi che sono in grado di vedere la luce. Considera te stesso in modo nuovo, guarda te stesso da una nuova prospettiva: se butti sugli altri ogni biasimo, non sarai mai in grado di vedere i tuoi stessi errori. Se biasimi sempre e comunque le circostanze, non riuscirai mai a sondare le radici del tuo stato mentale. Pertanto, qualsiasi sia la situazione, opera in modo da scoprirne le cause dentro di te. Le cause sono sempre dentro di noi, ma sembrano essere sempre negli altri. Evita questo errore e difficilmente la tua infelicità potrà persistere. Gli altri funzionano solo come specchi: il volto che vediamo è sempre il nostro. La vita può diventare un’immensa celebrazione; ma è necessario rinnovarsi completamente. Non è una cosa difficile; infatti, proprio nel vedere l’errore della propria visione, l’errore stesso inizia a morire e inizia la nascita di un nuovo essere.

Osho
Da ‘Lettere d’Amore all’Esistenza’


© Tora Kan Dōjō






lunedì 13 maggio 2019

L’uomo che faceva cantare la pietra.


Scaricando una scultura nel giardino museo Sciola
Il 13 maggio ricorre l'anniversario della scomparsa di un grande artista italiano,
Giuseppe Sciola, chiamato affettuosamente Pinuccio, vezzeggiativo che non mi è mai piaciuto perché mi sembra che nel piccolo lo sminuisca. Ma la sua grandezza va oltre i diminutivi. Inarrestabile. Ed internazionale.
Sciola ha estratto il suono delle pietre. Ha creato un fantastico mondo di megaliti, note musicali e luci, mettendo in relazione la terra e l'uomo, rumori ancestrali, silenzi e parole antiche dove l'ordine dell'universo si ritrova:
Mentre molti politici e tanti invidiosi gli hanno reso la vita difficile, ha trasformato il suo paese, San Sperate, in un museo all'aperto, con arte e manifestazioni che dall'essere visionarie sono diventate una realtà cittadina concreta, come dovrebbe veramente essere l'arte, una presenza attiva e quotidiana che smuove costantemente l'anima delle persone:
Ricordo che mi aveva colpito molto che all'annuncio della sua scomparsa nel 2016 ci fosse stata una reazione molto tiepida da parte dei media. Mi sono chiesta se avessi perso io qualche prima pagina dei giornali o qualche servizio tv su Sciola, lui, che aveva scelto di non appartenere a nessuna galleria d'arte e di non farsi mangiare dal mercato, lui che aveva tanti buoni amici critici e curatori d'arte, famosi, che sicuramente lo avrebbero ricordato. Ma ho la sensazione che sia stato detto molto poco su questa scomparsa o comunque non abbastanza.
Illuminazione notturna nel giardino - museo
E ricordo invece che nel 2018 mi avevano colpito come assordanti le prime pagine dei quotidiani nazionali per la scomparsa di Carlo Vanzina. Senza niente togliere al gentile signore che era Vanzina. Riservato ed educatissimo. Lo incontravo spesso a Villa Borghese dove, come in una delle migliori commedie dei fratelli Vanzina, il suo cagnolino non aveva capito che il mio era un maschio e se ne era innamorato perdutamente, mentre il mio lo disdegnava. Il cane di Vanzina continuava ad andare fra le gambe del mio Rex, il quale, essendo più alto, alzava la zampa per fargli pipi sulla testa. Vanzina più o meno prontamente richiamava il guinzaglio per evitare la doccia, io mi scusavo e la passeggiata di tutti continuava per vie separate. Ogni incontro stessa storia.
Vanzina apparteneva alla cultura pop italiana. Non dico che la sua scomparsa non meritasse i necrologi e le prime pagine ma mi sarebbe piaciuto un ricordo e una riflessione nazionale anche per un artista come Sciola, meditativo, concreto, che ci ricorda che "la pietra è la struttura portante di questo pianeta e la memoria dell'Universo". Ci ricorda di fermarci e ascoltare.
E mi è dispiaciuto constatare ancora una volta quanto l'alta qualità molto spesso non faccia notizia. Non abbastanza.
Sono andata a trovare Sciola nel settembre 2013. Mi sono presentata dal niente, dicendogli il nome di amici comuni. L'ho seguito mentre lavorava. Fatto foto. Lavato i piatti. Mi accorgo che nel grande studio-loft a tre piani era rimasto chiuso per sbaglio un gatto e aveva sporcato alcune cose, divani, stoffe, cuscini... Inizio a pulire e ad organizzare. Chiedo al suo collaboratore di aiutarmi a portare fuori un divano, coordino la donna delle pulizie, Sciola allibito mi guarda e dice:
- "Da dove vieni? Dall'accademia militare?"
- "No, da un Dojo Zen".

In memoria: Giuseppe Sciola, 13 Maggio 2016

Maura Garau

Il giardino museo


domenica 12 maggio 2019

Zazen è la pace del lasciar andare (ITA/ENG)




E’ della più grande importanza non indulgere nell’auto-osservazione (durante la meditazione Zazen).
L’auto-osservazione, intesa come osservare l’effetto del nostro Zazen, se questo ci rende più calmi o più agitati, non solo manca il segno, ma nel momento in cui lo facciamo indeboliamo lo Zazen e andiamo fuori strada.
Lo Zazen non ha nulla a che vedere col pensare agli effetti dello Zazen. E’ essenziale solo concentrarsi sulla postura dello Zazen senza cercare di osservarne gli effetti.
Potreste pensare che essere incapaci di osservare gli effetti del vostro Zazen vi possa portare ad una tremenda insoddisfazione. E’ semplicemente naturale pensare questo perché lo Zazen spazza via i nostri pensieri meschini che cercano la soddisfazione e ci manifesta la vita unicamente come vita.
La sensazione che manchi qualcosa non deriva altro che dai nostri pensieri meschini che si sentono insoddisfatti.
Sawaki Roshi era solito affermare: “Non c’è alcuna ragione di aspettarsi la realtà di una vita infinita ed illimitata al fine di soddisfare i tuoi piccoli e meschini pensieri.”
Soltanto quando siamo capaci di abbandonare tutte queste idee la nostra vita troverà pace nella purezza della pienezza della vita, perché sono proprio questi pensieri di insoddisfazione e il nostro essere imprigionati in idee di esistenza o non esistenza che gettano le nostre vite nell’ansia e ci trascinano nella sofferenza, nel combattimento, nello sconforto e nella disperazione.
E’ attraverso la postura del lasciar andare tutti questi pensieri che saremo capaci di scoprire l’assoluta pace della vita.
Tuttavia, questa pace non è la cessazione o estinzione della vita; non si tratta di isolamento o evasione. Assolutamente niente a che vedere con questo. Vivere in pace la realizzazione della vita come vita non è affatto qualcosa ‘tra le nuvole’.
Piuttosto, tutta la realtà, indisturbata dal pensiero, appare chiaramente interdipendente appare e scompare.
La vera pace è come uno specchio chiaro che riflette semplicemente tutte le immagini così come sono, senza attaccarsi ad alcuna di esse.

Tratto da “ Aprire le Mani del Pensiero” di Kosho Uchiyama Roshi (1912-1998)


Original English Version


It is of utmost importance here not to indulge in self-observation [during zazen meditation]. Self-observation, or observing the effect of our zazen, such as being calmer or more agitated, not only misses the mark, but the moment we do so, we impair zazen and go off the track. Zazen has nothing to do with thinking about results. It is essential just to aim at the posture of zazen without trying to observe its effects.
You may feel that being unable to observe the effect of your zazen will lead to tremendous dissatisfaction. It is only natural to feel this, for zazen throws out our petty thoughts that seek satisfaction and manifests life purely as life. The feeling that something is lacking is no more than our petty thoughts of being unfulfilled. Sawaki Roshi used to say, "There is no reason to expect the reality of immeasurable and unbounded life to satisfy your puny little thoughts."

Only when we let go of all such ideas will our life find peace in the purity of full life, because it is just these dissatisfied thoughts and our being tangled in ideas of existence or nonexistence that throw our lives into anxiety and drag us into suffering, fighting, hopelessness, and despair. It is through the posture of letting go of these thoughts that we are able to discover the absolute peace of life.

Nevertheless, this peace is not the cessation or extinction of life; it is not seclusion or escapism. Far from it. Living in peace the unfettered realization of life as life and is not at all off in the clouds. Rather, all reality, undisturbed by thought, is reflected as it interdependently appears and disappears. Genuine peace is like a clear mirror that simply reflects all images as they are, without anything sticking to it.

from "Opening the Hand of Thought" by Zen Master Kosho Uchiyama (1912-1998)




mercoledì 8 maggio 2019

La Vita è una Sfida




Naturalmente la vita è una sfida, una sfida multidimensionale. Per questo la vita non è statica, bensì incessantemente dinamica. Chi non prende la vita come una sfida non vive affatto: sta solo morendo lentamente. Per tutta la vita, dalla nascita alla morte, sarà orientato in un’unica direzione, verso la morte. La sua destinazione è prefissata perché la morte è la sua meta. La vita è incerta, ogni momento è nuovo, impossibile da pianificare, inaspettato. Non si possono fare previsioni sulla vita; per ciò che la concerne non esiste alcuna previsione astrologica. L’astrologia riguarda la morte; ed è proprio per questo che la vita è una sfida, mentre la morte è riposo. La vita è faticosa, è una lotta, ma la morte è riposo solo per chi ha vissuto la fatica della vita. Per chi non ha vissuto veramente, la morte non porta altro che paura. Per chi è vivo la morte semplicemente non esiste. Il riposo che porta la morte si guadagna con la fatica e la lotta del vivere si guadagna vivendo. Pertanto, chi se lo è guadagnato morendo consegue l’immortale, come Gesù, come Socrate. Guadagnarsi la morte: questa è l’unica sfida essenziale della vita.

Osho
Da ‘Lettere d’Amore all’Esistenza’


© Tora Kan Dōjō





mercoledì 1 maggio 2019

Il Gusto di essere Felici




Posso affermare, senza ostentazione, di essere un uomo felice.
È un dato di fatto, come dire che so leggere, o che sono in buona salute.
Se fossi sempre stato felice, o magari per essere caduto da piccolo in una pozione magica, quello che ho raccontato non avrebbe alcun interesse. Ma non è così.
Da bambino e da adolescente avevo un buon carattere, a scuola facevo del mio meglio, amavo la natura, suonavo, sciavo, facevo vela e mi dedicavo all’ornitologia e alla fotografia. Amavo la mia famiglia e i miei amici. Ma non mi sarebbe mai passato per la mente di dichiararmi felice. Quel termine non faceva parte del mio vocabolario. Ero cosciente di un potenziale che pensavo fosse in me, come un tesoro nascosto, e lo immaginavo anche negli altri. Ma la natura di quel potenziale era molto vaga, e non sapevo come realizzarlo.
La felicità che provo in ogni istante della mia vita, indipendentemente dalle circostanze, è stata costruita nel tempo, in condizioni favorevoli alla comprensione delle cause della felicità e della sofferenza.
Nel mio caso, l’incontro con persone sagge e pienamente soddisfatte è stato determinante, perché la forza dell’esempio vale più di mille parole. Ho capito a cosa potevo aspirare, avevo la prova che si può diventare liberi e felici, purché si sappia come fare.
Quando sono con gli amici, condivido con gioia la loro esistenza. Quando sono solo, nel mio eremo o altrove, ogni istante è una delizia. Mi sforzo di contribuire come meglio posso ad aiutare chi si trova in difficoltà, dedicando gran parte del mio tempo a iniziative umanitarie in Tibet.
Quando mi impegno in un progetto, se è coronato dal successo ne gioisco; se, dopo aver fatto del mio meglio, per qualche motivo non ne nasce nulla, non vedo perché dovrei farne una tragedia.
Fino a oggi ho avuto la fortuna di poter sempre mangiare e di dormire sotto un tetto; considero le cose che possiedo come degli strumenti, nessuno dei quali è indispensabile. Senza un computer portatile non potrei più scrivere, e senza una macchina fotografica non potrei condividere con gli altri le mie immagini, ma non toglierebbe nulla alla qualità della mia vita.
L’essenziale è aver avuto l’immensa fortuna di incontrare le mie guide spirituali e aver ricevuto i loro insegnamenti. Ho di che meditare fino alla fine dei miei giorni!
Quando mi capita di leggere, in alcune opere, che la felicità e la saggezza sono inaccessibili, penso che sia un peccato privare se stessi e gli altri di qualità che qualcuno ha raggiunto con la propria esperienza di vita.

Mattieu Richard
Monastero di Shechen, Nepal, giugno 2003

Tratto da ‘il gusto di essere felici’ ed.Sperling&kupfer





domenica 28 aprile 2019

L'Incontro col Maestro


Tempio Soji-ji 

Giunsi davanti al grande portale che sovrastava l’ingresso nella cinta del tempio. 
All’interno si scorgevano dei grandi pini, dietro i quali si ergeva l’edificio principale, immenso e imponente, la cui sommità si tuffava nelle nuvole. 
La pulizia perfetta che vi regnava contrastava con le strade polverose e sporche nei dintorni. Mi tolsi le scarpe all’entrata e chiesi che mi indicassero la via. 
Numerosi monaci con lunghe vesti nere attendevano i visitatori dietro un banco. Timidamente, chiesi loro di poter incontrare il Maestro Sawaki. 
Un giovane monaco silenzioso mi guidò subito attraverso lunghi corridoi fino alla stanza del godo(1). L’atmosfera era serena. Eravamo a metà autunno, dei passeri cinguettavano nel giardino tra gialli crisantemi. 

Kodo Sawaki Roshi
Mi annunciai. Sawaki, che mi aspettava, mi invitò subito, con la sua voce profonda, a entrare. Aprii la parete scorrevole e lo trovai nella postura di Zazen, immobile, calmo e forte, come un drago pronto a balzare. Rimasi a fissarlo, colmo di stupore. 
Non si mosse. 
Imbarazzato, mi annunciai un’altra volta. 
Non fece un movimento, non mi gettò neppure un’occhiata, ma con la stessa voce piena e forte, mi disse: 
<Aspetta! Majima mi ha annunciato la tua visita. 
Ero impaziente di vederti>. 
Finalmente, qualche istante dopo, si volse e mi scrutò dal fondo dei suoi occhi socchiusi, vivi e luminosi. 
Non riuscii a dir nulla, ma lo divoravo anch’io con lo sguardo. 
Aveva la stessa età che ho ora io. L’avevo spesso incontrato a Saga, ma fu soltanto allora che sentii con profonda intensità la comunicazione che si era stabilita tra noi, somigliante a quella descritta da Dogen nello Shobogenzo(2). 

Lasciata la postura, incrociò fermamente le braccia. Era saldo come una montagna, ma da lui emanava una sorta di dolcezza universale. 
Mi chiese notizie del mio lavoro. <Non va come vorrei> gli risposi. 
<Non sei forse troppo orgoglioso?> Le sue parole mi toccarono fin nel profondo. 
Aveva ragione. <Sì, mi sento un po’ come il gallo di Saga!> 
<Ah! Ricordi anche tu quella storia!> disse, scoppiando a ridere. <Ma sai, ho l’impressione che i galli non siano i soli a saltarmi sulla testa>. 
Ebbi l’impressione che l’osservazione fosse rivolta a me e improvvisamente non ebbi più voglia di parlargli di ciò che mi assillava. Mi invitò a fargli visita liberamente, e io accettai con gioia. Poi mi informò che di domenica organizzava una seduta di Zazen, alla quale mi propose di partecipare. <Ma non dimenticare che avrai male alle gambe!> 
<Oh, lo so, ho già fatto zazen all’Enkaku-ji, quand’ero uno studente. 
Un giorno, alla fine di una Sesshin, esasperato dai junko(3) che mi colpivano più del necessario, mi girai verso uno di loro e, strappandogli il kyosaku, gli restituii dei colpi della stessa forza di quelli che mi aveva assestato lui>.  
<Ma che selvaggio!> disse sorpreso. <Un ragazzo terribile come te deve essere stato ben difficile da educare. Ma non preoccuparti, sono io che do il kyosaku, non infierirò su di te. Invece sono estremamente severo riguardo alla postura>. 
<Mi piacerebbe molto che mi mostrasse come bisogna sedersi.> 
Subito il Maestro parve non aver sentito la mia richiesta, ma poco dopo prese uno zafu(4) che posò davanti a me. <Siediti, ti mostrerò>. 
Taisen Deshimaru Roshi
Incominciai a pentirmi della mia richiesta. Avevo l’impressione di sostenere un esame.
Teso e nervoso, non avevo altra scelta che sedermi come mi avevano insegnato all’Enkaku-ji. 
Mi esaminò brevemente e poi osservò: 
<La tua postura è corretta e piena di energia, ma la posizione delle mani è erronea. Devi mettere la destra nella palma sinistra e congiungere i pollici. Devi anche oscillare il bacino in avanti, raddrizzando poi perfettamente la colonna vertebrale>. 
<Capisco!>  
<Non si tratta di capire. Dovrai sederti così innumerevoli volte prima di arrivare naturalmente a questa postura. Scusami, ora devo andare a dirigere lo zazen. 
Per ingannare l’attesa ti lascio questi cachi. Sarò di ritorno tra un’ora o due>. 
Me ne sbucciò uno lui stesso, poi si diresse verso uno scaffale, ne trasse alcuni libri dalle rilegature antiche ai quali aggiunse un quaderno di appunti piuttosto sporco. 
<Credo che tu ami la lettura, ti farà bene leggere questi testi, piuttosto che i tuoi insulsi classici>. 
Per l’appunto avevo appena letto nel Takiguchi Nyudo: 
"La letteratura più conosciuta è quasi sempre noiosa, e spesso una messi indiretti e oscuri per trasmettere un messaggio molto semplice". 
< Durante la mia assenza, cerca  dunque di dare una scorsa a Le Arti Marziali e lo Zen che ho scritto non so più quando, e poi alla storia del mendicante Tosui, un eccentrico che si è fatto monaco alla fine della sua vita. E se ti rimane del tempo, puoi dare un’occhiata anche ai miei appunti sul quaderno>. 
Prima che mi lasciasse, gli chiesi se non potevo partecipare alla seduta di zazen. 
Rifiutò con fermezza, con il pretesto che avrei avuto male alle gambe e che non serviva avere fretta, il che, ovviamente, accrebbe ancor di più la mia voglia di provare. 
Mi ritrovai solo, perfettamente a mio agio in quella stanza in cui erano conservati tanti libri antichi sul Buddhismo. Ero stupito che un uomo in apparenza così modesto avesse letto tanto. Cominciai a tagliare il cachi che mi aveva così gentilmente sbucciato.  
Ma era tanto amaro, tanto aspro che subito le mie papille gustative mi parvero come contratte dal tetano. Mi chiesi se il Maestro non avesse voluto beffarsi di me. 
Ma, ripensando alla sua gentilezza, tentai con il secondo cachi. Mi parve un po’ meno aspro, ma forse la mia lingua si era abituata. Ne scelsi accuratamente un terzo, che sembrava maturo. Era davvero delizioso! 
A forza di cercare avevo trovato! 
Il quarto cachi mi sembrò almeno altrettanto buono. 
Poi rivolsi l’attenzione ai libri che il Maestro mi aveva lasciato e  incominciai con il suo quaderno di appunti. L’occhio mi cadde su alcune osservazioni che mi colpirono per la loro profondità e che cito a memoria: 

1- Rifletti e analizza i tuoi bisogni spirituali. Volgi l’attenzione alle richieste fondamentali e supreme dell’uomo. 
2- Lo Zen è una nuova via. 
3- Lo Zen ci permette di adattarci al nostro ambiente, ma non di esserne sommersi. 
4- Non dobbiamo farci dominare dalla nostra storia né dalla società in cui viviamo. Non dobbiamo in nessun caso tenerne conto. 
5- Lo Zen ci permette di andare fino in fondo alla nostra solitudine. L’uomo solo deve potersi conoscere fin nel più profondo di se stesso. 
Lo Shodoka(5) spiega tutto questo così bene: 
"Procede solamente chi marcia da solo. L’uomo viaggia solo. Un uomo sano non ha bisogno di niente. Colui che raggiunge il proprio io autentico avanza a grandi passi. Si sente Uno con l’Universo".

Mi sentivo in perfetta sintonia con tutte queste affermazioni. 
Lessi ancora:  
"Che cosa può dare all’uomo la più grande felicità? Forse la scienza, la filosofia, la ricchezza o l’amore? Certamente, l’uomo può trovare la felicità in molti modi. Ma la vera felicità, soltanto la religione può donarla. Essa sola allevia i dolori e calma le angosce. Coloro che bramano gi onori non saranno mai soddisfatti, neppure se raggiungeranno i più alti incarichi. Al contrario, colui che accetta di retrocedere senza rimpianto troverà la gioia nel soffio del vento. 
Alcuni pensano che, quando si ama, la religione non è più necessaria, ma tutto muta, niente mai si ferma. Ogni traccia scompare e nessuno è eterno. 
Sono questi mutamenti che determinano la nostra solitudine. 
Il nostro mondo relativo è infinito". 

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Note al Lavoro:
(1) Godo: Questo termine indica una delle sezioni della sala di meditazione di un tempio Zen, poi, per estensione, il monaco responsabile di quella sezione, che è un incaricato della disciplina del monastero.
(2) Shobogenzo:  L’Occhio e il Tesoro della Vera Legge, opera fondamentale di Dogen e uno dei libri sacri del Buddhismo Zen in Giappone.
(3) Junko: Monaco incaricato di sorvegliare che i partecipanti allo zazen mantengano la dovuta concentrazione.
(4) Zafu: Cuscino duro, sul quale ci si siede per la pratica dello zazen, Buddha si fece fare un cuscino di erbe secche.
(5) Shodoka: Ossia Canto dell’immediato Satori, del Maestro Yoka Daishi (649-713) che fu discepolo di Houei-neng, il sesto patriarca.
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Taisen Deshimaru Roshi
Tratto da "Autobiografia di un Monaco Zen"
Traduzione di Guido Alberti,
Ed. SE 



giovedì 25 aprile 2019

Etty Hillesum e la gratitudine


“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia.
Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi della morte, gli hanno insegnato chi era. Sapere chi siamo – Étienne più che altro direbbe: dove siamo – significa essere guariti dalla nevrosi”. 

Un groviglio occupa, in apparenza, poco spazio; dipanare la matassa significa cogliere l’immensa stratificazione che lo costituisce.

L’attenzione per la realtà pura, libera da pregiudizi e aspettative, e dunque il tempo della vita come tempo presente, appartengono a questa stessa necessità di fare a meno di pensieri che affaticano e confondono. Etty comprende che il continuo rimandare a domani risponde ad una logica che muove verso un ideale: iniziare “adesso” il proprio compito, muoversi “oggi”, non è dunque semplicemente un invito a godere l’attimo che fugge, ma, più precisamente, un invito a liberarsi da una prospettiva che ci voglia sempre in attesa dell’istante che ci troverà, finalmente, degni. 
Ecco perché “una vera maturazione non può tenere conto del tempo”; quel tempo che vogliamo disponibile, sembrano suggerire le pagine del Diario, quel tempo che è necessario impiegare, far fruttare, investire, mostra – nel momento stesso in cui ci troviamo a pensarlo in questo modo, transito per qualcosa di ulteriore – la trappola che non smette di farci prigionieri. Concedersi al fluire del mondo è stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Legge Rilke, Etty, e chissà se aveva nella mente l’animale dell’ottava elegia “puro come il suo sguardo sull’Aperto./ E dove noi vediam futuro lui vede invece il tutto,/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre”. 
Le giornate devono iniziare rammendando calze, e sarà necessario, quando i buchi saranno finiti, crearne di nuovi. 

Le parole di Etty mettono in luce quanto il senso di inadeguatezza e la presunzione, imponenti blocchi di granito che la schiacciano, siano l’uno il rovescio e il complementare dell’altra. Autocommiserazione e compiacimento. C’è la sua grazia, il suo dono – la scrittura –, ma vi è pure quel non esserne sicura. Il processo che pagina dopo pagina la Hillesum compie sotto ai nostri occhi, e che dimostra che all’essere umano è dato di cambiare, non è, come inizialmente scrive e crede, dal lato dell’ordine e della disciplina. Credere che sia la tecnica a mancarle, ipotizzare che il talento di cui scrive non sia supportato da una disponibilità al sacrificio, e che questo sia il limite da combattere, significa restare dal lato di un più, di un ulteriore, di un aggiungere. Ostinazione e avidità. 

È necessario togliere, invece. Eliminare il ciarpame sempre presente.

Il dono deve accadere e la dolcezza appartiene a una logica del meno, di un vivere in perdita: nessuna risposta, nessun controbattere, nessuna battaglia, nessun nemico e nessun aggrapparsi. La forza deve farsi umile. Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, più radicalmente, di quel “disorientamento doloroso e al contempo interrogativo”, solo modo di porsi davanti all’odio così come davanti all’ambizione e alla spinta al possesso. Crollare violentemente sulle ginocchia, scrive Etty. E poi avere pace. “Sempre c’è mondo/ e mai quel nessundove senza negazioni/ puro, non sorvegliato, che si respira/ si sa infinito e non si brama”.

Vista del fiume Soła. Oświęcim, Polonia 2017 -
da 'Where water comes together with other water'
(2015-18) © gianfranco gallucci

Vi è in questo, io credo, un invito importante da accogliere, un invito che richiede quel lungo lavoro spirituale che Etty compie nelle pagine del proprio diario: si tratta di abbandonare l’ideale, in ogni sua forma. Una tra le due metà in lotta del proprio volto. 

L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”. 

Il vuoto di senso è quello dell’intercambiabilità, della non onnipotenza: non più la strada orientata e la guerra da combattere, non più il “cuore nervoso”, ma una radicale accettazione dell’accadere. Abbandonare l’io significa prima di tutto abbandonarne la presunzione. Il paesaggio interiore potrà allora consistere di grandi, vaste pianure, quasi prive di orizzonte. 

Cambiare la propria posizione, guardare la parte che si ha nel disordine che si lamenta, è abitare una prospettiva che metta al centro l’insufficienza: non desiderare tutto, nemmeno se fosse possibile averlo. “’Che significa tutto questo, e la vita vale davvero la pena di essere vissuta? Sarebbe invece necessario vivere con pienezza, in modo che una simile domanda non abbia la benché minima possibilità di sorgere nel proprio io, e si dovrebbe traboccare di vita e di pace al tempo stesso”. “O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”. Sente la sua mente offuscata, e tuttavia confrontarsi con il dolore dell’umanità – di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri e sorelle – significa ospitarne ogni frammento. 
Si tratta di una resa? No.

Scrive Freud che profondamente religioso non è l’uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umana di fronte all’universo, ma l’uomo che sappia attraversarlo per procedere oltre, per cercare aiuto contro tale sentimento. Chi si rassegna alla parte insignificante è irreligioso nel più vero significato della parola. Ma non è questo l’invito di Etty. L’inermità radicale non è che punto di partenza, possibilità di appello all’Altro.
Chi abita la propria insufficienza è chi può, come scrive Lou Andreas Salomé, specchiarsi nelle acque del fiume non già per rimanere prigioniero della propria immagine, ma per guardarsi riflesso al di sotto del pezzetto di cielo. Racconta Lou che la perdita del proprio sentimento religioso aveva coinciso, in lei bambina, in un’impressione, avvertita davanti alla propria immagine allo specchio, di estrema espropriazione: improvvisamente si era ritrovata esclusa da quel cosmo – Dio al suo centro – che fino a quel momento l’aveva accolta e contenuta. Un adulto, continua, avrebbe piuttosto sentito disagio nel contrario, nella perdita di delimitazione del proprio io. Questo ci insegna il narcisismo teorizzato da Freud, suo maestro. E tuttavia vi è una possibilità ulteriore, una possibilità di ripensare Narciso, di mostrare che vi è qualcosa di più in quel mito, qualcosa che Freud non ha saputo vedere. Nella lettura della donna, infatti, non è possibile guardare Narciso senza tenere a mente lo stato di pienezza originario, l’esperienza fusionale con il materno. Lungi dall’essere qualcosa che condanna a una nostalgia irreparabile, questa esperienza di unità permette al soggetto – la donna soprattutto, attraversata da questa comunione originaria in maniera più radicale – di provare uno stato di armonia con il cosmo che resta come memoria di una meta da ritrovare attraverso l’espressione artistica, l’estasi. Andreas-Salomé parla di un Tutto, di una completezza che definisce narcisistica, ma tale narcisismo è precisamente una tensione che non inchioda il soggetto a sé, ma lo rende per sempre appartenente a una realtà vitale che lo supera e anticipa. Il giovane uomo non guarda la propria immagine in uno specchio artificiale ma nelle acque della natura, e dunque non è solo sé stesso quello che vede, ma sé stesso in quanto creato. Narciso è l’uomo che ha fatto esperienza di una totalità. Stasi, malinconia e, soprattutto, abbandono di padronanza. È una nuova possibilità, un narciso femminile, scrive Lou. 

“Che cosa hai tu, che tu non l’abbia ricevuto?”: sembra essere questo l’insegnamento di Etty in cui riecheggiano le riflessioni della psicoanalista. Non c’è logica di scambio. L’insufficienza, l’esistere come parte della Natura, si fa gratitudine e dunque motore. Rendere grazie non è movimento di chiusura che ha, come esito, la stasi, non è annullamento di un debito quanto piuttosto riconoscimento radicale della grazia dell’Altro, della sua differenza, della nostra stessa differenza in quanto sempre altro da noi. Gratitudine è rilancio, scommessa verso il futuro. Si tratta di raccogliere un’eredità d’amore, conoscere la provvisorietà della tenda e darsi all’esistenza come qualcosa che ci supera: è la comune appartenenza a renderci fratelli. L’esistenza universale, esistenza ferita, è occasione di legame. Non si dà posizione – dove sono? – se non in relazione all’altro. Soltanto in questa prospettiva diventa possibile quel dare non perché tu mi restituisca, ma perché tu dia ad altri.

È questo che ci insegna il mito di Filemone e Bauci, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. I due vecchietti, insieme sin dalla giovinezza, accolgono Giove e Mercurio nella loro povera casa, li accolgono nelle loro sembianze umane, di sperduti viandanti. La povertà in cui i due hanno vissuto rende loro possibile mettere in rapporto la propria condizione alla condizione dello straniero. Dividono ogni cosa, offrono il niente che hanno. Ed è l’ospitalità agli dei sotto mentite spoglie che permette il compiersi del prodigio: la casa si fa tempio e loro ne diventano i custodi. Zeus rivela così la sua identità. Un solo desiderio esprimono al potente dio: non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Così, la metamorfosi: Filemone e Bauci diventano albero, pianta, mondo; fanno ritorno a quel Tutto che li ricomprende.

Etty Hillesum

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© Tora Kan Dōjō