sabato 15 ottobre 2022

Il Maestro è un funambolo dell'educazione


Alberto Manzi

L'insegnante, come viene descritto da Magris, appare come un "funambolo" sospeso su un filo, che riesce a mantenere un difficile equilibrio aiutato da un bilanciere alle cui estremità, come contrappesi, ci sono: l'obbligo di rispettare le regole e la capacità di saperle infrangere. 

La vera difficoltà per il funambolo, come per noi che viviamo la nostra normale quotidianità, non è quella di sollevarsi dal suolo e restare in equilibrio, ma quella di mantenere vivo il desiderio di avanzare, nonostante le difficoltà e il pericolo, con la certezza di giungere all'altra estremità del filo teso. 

Un grande funambolo dell'educazione è stato di certo il maestro Alberto Manzi - famoso per aver insegnato a leggere e scrivere, negli anni Sessanta del secolo scorso, a milioni di italiani attraverso la trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" - che in modo poco ortodosso riuscì a conquistarsi la stima e l'affetto dei suoi allievi del carcere minorile "Aristide Gabelli" di Roma, dove iniziò la sua attività di insegnante nei primi anni del secondo dopo guerra. Nella sua ultima intervista, rilasciata a Roberto Farnè, Manzi racconta questa sua esperienza che lo costrinse a progettare un modo di ver so di fare scuola. 

<<Nel carcere minorile di allora vigeva ancora il regolamento di Pio IX. Non c'era un'aula, non c'erano banchi, non c'erano sedie. C'era un'enorme sala dove vivevano questi 94 ragazzi. [...] C'erano stati quattro maestri prima di me [...]. Avevo poco più di 22 anni e potevo sembrare un ragazzo come loro, anche perché dimostravo meno della mia età. Siccome mi vergognavo di fare scuola davanti alle guardie, chiesi loro di aspettare fuori e loro mi risposero: "No, non è possibile, altrimenti la picchiano!" Allora io dissi: "Se mi picchiano, io strillo e voi aprite", e così mi chiusero dentro. All'inizio i ragazzi mi avevano preso per uno di loro, e qualcuno mi chiedeva: “perché ti hanno pizzicato?" e io rispondevo. "E a te perché?" Così in poco più di un'ora, sapevo a sommi capi la storia di ciascuno; alla fine un ragazzo disse: "Sto maestro quando arriva?" e un altro: "Quando arriva ci pensiamo noi, gli facciamo...". A un certo punto ho detto che il maestro ero io e subito qualcuno di loro ha detto: "Sai che facciamo? Tu ti metti là in fondo, ti porti il giornale, se fumi ti porti le sigarette e noi per quattro ore stiamo tranquilli nessuno ci rompe le scatole e avremo quattro ore di libertà". , La mia risposta fu: "Pure a me andrebbe bene, ma lo Stato mi paga, poco, però mi paga e io devo fare scuola. Perciò io faccio scuola e voi dovete cercare di..." "Allora te la giochi" mi interrompe uno dei ragazzi e mi indica il loro capo, che si chiamava Oscar. "Ce la giochiamo - dice Oscar-se perdo io, tu farai scuola, se ci riesci. Se vinco io, tu ti metti lì nell'angoletto". A quel punto ho detto: "Vabbè, tira fuori le carte...". "Le carte?! Qui a cazzotti si gioca". Io avevo fatto quattro anni in marina, per cui avevo imparato... mi è di spiaciuto, ma alla fine l'ho picchiato".

Alberto Manzi per affermare un principio di autorità, che potesse per mettere di realizzare un percorso educativo, rischia tutto per tutto e accetta la sfida. É un modo primordiale di affermare il proprio ruolo, ma in quella circostanza era l'unico possibile. Battere il capo vuol dire diventare "il capo", ma vuol dire anche entrare in sintonia con gli allievi ed incominciare a conquistare la loro stima. L'educatore senza questi presupposti non può svolgere affatto il suo arduo compito. Per questa ragione il maestro di Judo che, come Manzi, è in grado di mostrare la sua supremazia sui propri allievi, è riconosciuto nel suo ruolo e per questa ragione può sperimentarsi anche sul versante educativo, come aveva fatto Kano con i suoi primi allievi quando aprì il suo primo dojo. Nel dojo l'autorità è riconosciuta subito ed è quella del maestro, che la esercita con autorevolezza, suscitando nei suoi allievi una particolare ammirazione, che diventa imitazione nei comportamenti e nel delineare i propri stili di vita. La pratica del Judo fin da piccoli contribuisce a che si affermi una socializzazione secondaria rispettosa dei ruoli e delle regole. Solo in questo modo è possibile una civile convivenza improntata sulla solidarietà e quindi sul reciproco aiuto, come ha sempre promosso in ogni occasione e nei suoi scritti il prof. Kano. 

Tratto da :’Dialoghi sul Judo’ di Giuseppe Tribuzio

Luni Editrice 2019

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venerdì 30 settembre 2022

L'esperienza autentica


La meditazione è una qualità di relazione a ciò che è qui.

Da questo punto di vista, il cammino spirituale nella sua dimensione interiore e la pratica della meditazione non sono che una sola ed unica cosa, cioè avere ad ogni istante la relazione giusta a ciò che è qua. Non c’è altra pratica di meditazione. 

Di contro, è difficile trovare la relazione giusta alla situazione in modo spontaneo, pertanto è necessario un apprendistato che è la pratica seduta (…) beninteso che si tratta di una situazione privilegiata, un trampolino per la meditazione nell’azione che è la relazione, la qualità d’essere di ogni istante. 

Dunque, da questo punto di vista, bisognerebbe meditare, non bisognerebbe che meditare e bisognerebbe farlo ventiquattro ore su ventiquattro. 

La meditazione è l’esperienza autentica della vita.


Denys Tendrup

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giovedì 22 settembre 2022

Accogliere il cambiamento

 


"Il cambiamento imposto dal coronavirus sembra una sofferenza difficile da sopportare, anche se l’umanità ha superato di molto peggio. Succede perché ci troviamo nella condizione in cui tutta la nostra modernità, la tutela tecnologica, la globalizzazione, il mercato, insomma tutto ciò di cui andiamo vantandoci, ciò che in sintesi chiamiamo progresso, si trova improvvisamente a che fare con la semplicità dell’esistenza umana.

Siamo di fronte all’inaspettato: pensavamo di controllare tutto e invece non controlliamo nulla nell’istante in cui la biologia esprime leggermente la sua rivolta. Dico leggermente, perché questo è solo uno dei primi eventi biologici che denunceranno, da qui in avanti, gli eccessi della nostra globalizzazione.

Se questo è il quadro, c’è forse un’incapacità di evolverci, come esseri umani? Il Cristianesimo ha diffuso in Occidente un ottimismo che ci ha insegnato a pensare in questi termini: il passato è male, il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Questa modalità di considerare il tempo è stata acquisita dalla scienza, che a sua volta dice che il passato è ignoranza, il presente è ricerca e il futuro è progresso.

Persino Karl Marx è un grande cristiano quando predica che il passato è ingiustizia sociale, il presente farà esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro renderà giustizia sulla Terra. E Sigmund Freud, che pure scrive un libro contro la religione, sostiene che i traumi e le nevrosi si compongono nel passato, che il presente sia magico e che il futuro sia guarigione. Non è così. Il futuro non è il tempo della salvezza, non è attesa, non è speranza. Il futuro è un tempo come tutti gli altri. Non ci sarà una provvidenza che ci viene incontro e risolve i problemi nella nostra inerzia. Speriamo, auguriamoci, auspichiamo: sono tutti verbi della passività.

Stiamo fermi e il futuro provvederà: non è così.

Quindi cosa dobbiamo fare? Non c’è niente da fare, c’è da subire. Accettiamo che siamo precari: ce lo siamo dimenticati? Rendiamoci conto che non abbiamo più le parole per nominare la morte perché l’abbiamo dimenticata. Ammettiamo che quando un nostro caro sta male lo affidiamo all’esterno, a una struttura tecnica che si chiama ospedale, e da lì non abbiamo più alcun contatto. Una volta i padri vedevano morire i figli quanto i figli vedevano morire i padri. C’erano le guerre, le carestie, le pestilenze. Esisteva, concreta, una relazione con la fine. Oggi l’abbiamo persa. Quando qualcuno sta male, mancano le parole per confortarlo. Diciamo: vedrai che ce la farai. Che sciocchezza. Che bugia. Perché abbiamo perso il contatto con il dolore, con il negativo della vita. E quindi come facciamo ad avere delle strategie quando il negativo diventa esplosivo?

Mi chiedete: il timore di cambiare è un limite valicabile? Facciamo prima un punto sulla realtà.

Sono trent’anni che il Paese non è governato: accorgerci ora che abbiamo cinquemila letti in terapia intensiva quando la Germania ne ha 28 mila, scoprire che le carceri sono in subbuglio e che è possibile scappare sui tetti, ammettere adesso che andavano costruite altre strutture perché i detenuti potessero vivere in condizioni almeno vivibili; è il conto che stiamo pagando per essere stati distratti, per non aver preteso una guida vera. Per non parlare del debito pubblico: un macigno che si farà ancora più pesante per sopperire alle difficoltà economiche di questi mesi.

È questo il limite, reale. E se lo troveranno davanti soprattutto i giovani, che al momento sembrano non morire con la stessa velocità e intensità dei vecchi: poi toccherà a loro, se non si ammalano, continuare a esistere in questo mondo.

È un momento di sospensione, specie dalla frenesia quotidiana. Mi dicono: per molti è un valore positivo, per altri un monito del fato. Io penso che la sospensione ci trovi soprattutto impreparati: ci lamentiamo tutti i giorni di dover uscire per andare a lavorare, ma se dobbiamo fermarci non sappiamo più cosa fare. Non sappiamo più chi siamo. Avevamo affidato la nostra identità al ruolo lavorativo. La sospensione dalla funzionalità ci costringe con noi stessi: degli sconosciuti, se non abbiamo mai fatto una riflessione sulla vita, sul senso di cosa andiamo cercando. Siccome non lo facciamo, poi ci troviamo nel vuoto, nello spaesamento. E allora chiediamoci: il paesaggio era il lavoro? L’identità era la funzione? Fuori da quello scenario non sappiamo più chi siamo? Questo è un altro problema. Non basta distrarsi nella vita, bisogna anche interiorizzare e guardare se stessi. Finora siamo scappati lontano, come se noi fossimo il nostro peggior nemico. I nostri week end non erano l’occasione per volgere lo sguardo a noi, ai nostri figli. Erano fughe in autostrada.

Perché conosciamo due modalità dell’esistenza: lavorare e distrarci. Fuori dal quel cerchio, è il nulla.

Un quarto della popolazione italiana è estremamente fragile: il virus lo ha dimostrato. C’è chi si sorprende del relativismo della società rispetto ai più deboli. Ma è inevitabile. So bene che se mi dovessi ammalare io passerei in secondo piano, perché sono da salvare prima i giovani. Il problema è perché siamo arrivati a dover affrontare questo tipo di scelta, perché non abbiamo provveduto a creare le condizioni, e le strutture, per fronteggiare il dilemma. Moriremo per inefficienza. Se un virus si propaga con un numero di vittime paragonabile ai morti in guerra è chiaro che andrà tracciata − netta − la linea tra chi deve vivere e chi morire.

Ora: l’egoismo non sta diventando adesso un valore primario. È già il valore primario nella nostra cultura. La solidarietà è andata a picco in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: sono tutte figure di solitudine. La socializzazione si è ridotta alla propria parvenza digitale. E se anche l’istruzione, superata questa fase sperimentale, costretta dai tempi, dovesse poi venire diffusa via internet? I ragazzi hanno bisogno di imparare ma anche di guardarsi in faccia, di ridere, di capire attraverso lo sguardo se l’altro dice la verità o sta mentendo. Hanno bisogno di esperienze fisiche.

Nell’isolamento e nelle avversità, gli esseri umani hanno bisogno di sentire di non essere soli a lottare. I cinesi di Wuhan se lo gridavano dalle finestre. Quindi se la rete digitale ha reso possibile la connessione là dove non c’è possibilità di incontro, mi viene da pensare: bene, ottimo, ha dimostrato la sua utilità. Ma per come ha funzionato fino a ora, Internet ha anche isolato i nostri corpi. Un conto è dirsi le cose in rete, un conto è dirsele di persona. Il problema, da qui in poi, è di continuare ad avere una relazione sociale secondo natura, in cui un uomo incontra un uomo, e non l’immagine di un uomo in uno schermo.

Quando potrà risollevarsi l’animo umano? E come?

Il degrado è stato significativo. Secondo me l’animo umano era più all’altezza di queste situazioni all’epoca dei nostri nonni, quando la fatica e la penuria e la povertà erano le condizioni della solidarietà. Nelle società opulente abbiamo sviluppato invece l’egoismo, perché ci era consentito, non avendo più bisogno del nostro prossimo.

Che l’umanità occidentale sia a perdere mi sembra evidente: siamo costretti in casa con le nostre scorte alimentari e il nostro letto caldo, l’unica pena che ci è inflitta è non poter uscire. Siamo il popolo più debole della Terra, il più assistito dalla tecnologia: se manca la luce per dodici ore andiamo nel panico. Mi spingo oltre: il razzismo di noi italiani, al di là di come viene indotto, ha una ragione radicata nell’inconscio. Abbiamo paura degli africani perché capiamo che quei signori capaci di attraversare i deserti, sopravvivere alle carceri e attraversare il mare sono biologicamente superiori a noi. Bios vuole dire vita. Ed è la biologia, accettiamolo, che vincerà."

 Umberto Galimberti, 16 aprile 2020


© Tora Kan Dōjō










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giovedì 15 settembre 2022

Il tempo è Adesso

 


Lo Zen è una liberazione dal tempo. Se infatti apriamo i nostri occhi e distinguiamo nettamente, risulta ovvio che non esiste altro tempo che questo istante, e che il passato e il futuro sono astrazioni senza una concreta realtà.
Finché ciò non sia diventato chiaro, sembra che la nostra vita sia tutta passato e futuro, e che il presente non sia niente di più di quel capello infinitesimale che li divide. Ne consegue la sensazione di “non aver tempo”, di un mondo che s’affretta con tale rapidità che è trascorso prima che noi lo abbiamo goduto. Ma attraverso “il risveglio all’istante” si capisce che tale impressione è l’opposto della verità; è piuttosto il passato e il futuro che sono illusioni “effimere, e il presente che è eternamente reale. Noi scopriamo che la successione lineare del tempo è una convenzione del nostro pensiero verbale monodiretto, di una coscienza che interpreta il mondo affermandone piccoli pezzi e chiamandoli cose ed eventi. Ma ognuno di simili atti della mente esclude il resto del mondo; così che tale tipo di coscienza riesce a conseguire una visione approssimativa del tutto solo mediante una serie di atti di possesso, l’uno di seguito all’altro. Nondimeno la superficialità di questa coscienza è palese nel fatto che essa non può regolare, e non regola, nemmeno l’organismo umano. Poiché se la coscienza dovesse controllare il battito del cuore, il respiro, l’azione dei nervi, delle ghiandole, dei muscoli, e degli organi dei sensi, si aggirerebbe con furia selvaggia per il corpo interessandosi di una cosa dopo l’altra, senza aver tempo per nulla di diverso. Fortunatamente non ha questo incarico, e l’organismo è regolato dalla “mente originale” che sta fuori del tempo, e occupandosi della vita nella sua totalità, può fare tante cose” in una volta.

 

Tratto da: Alan Watts, La via dello zen.


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giovedì 8 settembre 2022

La carezza del Se

Io penso che gli oggetti non siano affatto inanimati, lo diventano nel momento in cui pensiamo lo siano, e credo che tutto, anche quello che ci fa arricciare il naso perché qualcuno ci ha imposto di farlo, desideri esprimersi e toccarci in un modo diverso, in un attimo di presenza al di là della parola e dell'intelletto, con un linguaggio inedito e universale. E che a sua volta sgorga dal profondo del nostro cuore, e si affianca a noi e si distilla da sé nel momento in cui parte dalla bocca e si incastra perfettamente nel cuore di qualcuno che forse non se lo aspettava, oppure sul quel foglio che finisce il verso di quella poesia che avevamo abbandonato in un vecchio cassetto. Proprio adesso ho notato un piccolissimo ago sul mio tavolo, stamattina non c'era, ora tutta la mia attenzione è in un micro ago, ma guarda te... il micro Sé.

Metto un punto, ora scrivo una virgola... ora tre punti nel tempo di un respiro. E così il nostro sguardo che si posa puntualmente su ogni cosa comprende senza parole l'inesprimibile, in silenzio con uno stupore senza fronzoli che accoglie e basta.

Gli oggetti se ne stanno lì in qualsiasi condizione senza distinzioni e ci faccio caso, ritrovo una certa familiarità, umiltà e compostezza.

Le cose sono perfettamente allineate in questo tempo e in questo spazio di mondo e si lasciano trovare al posto giusto nel momento giusto. Semplicemente ci ricordano di non dimenticare il cielo e la terra che ci compongono, la nostra vera natura alla quale non manca proprio nulla, e dove nulla è da togliere, perché l'armonia è uno stato del cuore.

Questo ad esempio è uno dei tanti quadri appesi al muro del Dōjō. Non posso fare a meno di soffermarmi a guardare queste storie ricche di significato che mi riportano all'essenza di questa unica grande parola d'amore che non si finisce mai di coltivare e che diventa potentissima nel momento in cui la condividi senza esitazioni, è una nobiltà di spirito che libera e non si esaurisce mai. E allora scorri le immagini con gli occhi e senti come intonare antiche canzoni in quelle sere senza giacchetto attorno ad un grande fuoco insieme agli amici più cari, un invito pieno ricordi a colori e in bianco e nero che vivono abbracciati in cornici che non delimitano. Questa per me è l'intesa senza parole, preparare le orecchie e allenare lo sguardo. 

Tutto parla e ci interroga... lo sto imparando ogni giorno nel Dōjō, dove scopro che un semplice spolverino se lavora insieme alla mia mano può diventare il prolungamento dei miei occhi che si fanno grandi, il continuo del mio respiro che si acquieta, e ogni cosa si fa più vicina come una dolcissima carezza. E in questi anni nel Dōjō ne ho ricevute tantissime. In particolar modo questa che io chiamo 'carezza del SE', una delle tante che porto nel cuore in un posticino speciale e che mi accompagna ovunque, da sempre.

Monica Tainin De Marchi

 

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venerdì 2 settembre 2022

Il lavoro senza respiro

 


"Il loro furibondo lavoro senza respiro - il vizio peculiare del nuovo mondo (America) - comincia già per contagio a inselvatichire la vecchia Europa e a estendere su di essa una prodigiosa assenza di spiritualità. Ci si vergogna già oggi del riposo, il lungo meditare crea quasi rimorsi di coscienza. Si pensa con l'orologio alla mano, come si mangia a mezzogiorno appuntando l'occhio sul bollettino di Borsa; si vive come uno che continuamente «potrebbe farsi sfuggire» qualche cosa. «Meglio fare una qualsiasi cosa che nulla» - anche questo principio è una regola per dare il colpo di grazia a ogni educazione e ogni gusto superiore. E come tutte le forme vanno visibilmente in rovina in questa fretta di chi lavora, così anche il senso stesso della forma, l'orecchio e l'occhio per la melodia dei movimenti, vanno in rovina. La prova di ciò sta nella grossolana chiarezza oggi pretesa ovunque, in tutte le situazioni in cui l'uomo vuol essere onesto con l'uomo, nei rapporti con amici, donne, parenti, bambini, insegnanti, scolari, condottieri e principi: non si ha più tempo né energia per il cerimoniale, per i giri tortuosi della cortesia, per ogni esprit nella conversazione, e sopratutto per ogni otium. Poiché la vita a caccia di guadagno costringe continuamente a prodigarsi fino all'esaurimento in un costante fingere, abbindolare o prevenire: la virtù vera è ora fare qualcosa in minor tempo di un altro e così ci sono molto raramente ore di consentita onestà; in queste, tuttavia, si è stanchi e non ci si vorrebbe soltanto lasciare andare, ma buttare distesi pesantemente in lungo e in largo. [...] Se esiste ancora un piacere nello stare in società e nelle arti, è un piacere quale se lo sanno procurare schiavi stremati dal lavoro. Che vergogna, questa parsimonia della «gioia» nei nostri uomini colti e non colti! Oh, che vergogna questo crescente venire in sospetto di ogni gioia! Il lavoro ha sempre di più dalla sua tutta la buona coscienza: l'inclinazione alla gioia si chiama già «bisogno di ricreazione» e comincia a vergognarsi di se stessa. «È un dovere verso la nostra salute», si dice quando si è sorpresi durante una gita in campagna. Anzi, si potrebbe ben presto andare così lontano da non cedere a una inclinazione alla vita contemplativa (vale a dire all'andare a passeggio, con pensieri e amici), senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza. Ebbene! Una volta era tutto in contrario: era il lavoro ad aver su di sé la cattiva coscienza. Un uomo di buoni natali nascondeva il suo lavoro quando le necessità lo costringevano a lavorare. Lo schiavo lavorava oppresso dal sentimento di fare qualcosa di spregevole. «La nobiltà e l'onore sono soltanto nell'otium e nel bellum», così suonava la voce dell'antico pregiudizio"

F. Nietzsche

(da La gaia scienza, Libro IV, n. 329).


© Tora Kan Dōjō












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sabato 27 agosto 2022

La natura originaria dello Zen

 

"La pratica dello zazen [meditazione seduta] è quella in cui recuperiamo il nostro puro sistema di vita, al di là di qualsiasi idea di conseguimento, al di là della fama e del profitto. In virtù della pratica noi conserviamo semplicemente la nostra natura originaria così com’è. Non c’è alcun bisogno di speculare in modo intellettualistico su che cosa sia la nostra pura natura originaria, poiché essa si trova al di là della nostra comprensione intellettuale. E non c’è alcun bisogno di apprezzarla, poiché essa si trova al di là del nostro apprezzamento. Perciò sedere in meditazione e basta, senza alcuna idea di conseguimento, con l’intenzione più pura; restare nello stesso stato di quiete della nostra natura originaria: ecco la nostra pratica.

Nello zendo [sala di meditazione] non c’è spazio per capricci o fantasticherie. Arriviamo e ci sediamo in meditazione: tutto qui. Dopo aver comunicato fra di noi, torniamo a casa e recuperiamo la nostra attività di tutti i giorni come una prosecuzione della nostra pura pratica, assaporando con gioia il nostro vero sistema di vita. Tuttavia ciò è molto insolito. Dovunque io vada tutti mi chiedono: “Che cos’è il Buddhismo?”, pronti ad annotare sul blocco degli appunti la mia risposta. Immaginate un po’ come mi sento io! Ma qui noi facciamo zazen e basta. Questo è tutto, e in questa pratica troviamo la felicità. Non abbiamo alcun bisogno di sapere che cos’è lo Zen. Facciamo zazen. Quindi non abbiamo alcun bisogno di sapere intellettualmente che cosa sia lo Zen. Ciò è, a mio parere, molto insolito nella società americana.

In America ci sono parecchi modelli di vita e numerose religioni, per cui può sembrare del tutto naturale discutere delle differenze tra le varie religioni e fare dei confronti. Ma noi non abbiamo alcun bisogno di confrontare il Buddhismo col Cristianesimo. Il Buddhismo è il Buddhismo, e il Buddhismo è la nostra pratica. Quando pratichiamo e basta, con mente pura, non sappiamo nemmeno che cosa stiamo facendo, per quanto siamo presi. Perciò non possiamo metterci a fare un confronto tra la nostra via e qualche altra religione. Alcuni potrebbero dire che il Buddhismo zen non è una religione. Può darsi che sia vero, oppure che il Buddhismo zen sia la religione prima della religione. Per cui può non essere considerata una religione nella comune accezione del termine. Comunque sia, si tratta di qualcosa di meraviglioso, e anche se non ci mettiamo a studiare che cos’è dal punto di vista intellettuale, anche se non abbiamo né cattedrali né fronzoli fantastici, è possibile apprezzare la nostra natura originaria. Ciò è, a mio avviso, molto insolito."

 

Shunryu Suzuki Roshi


© Tora Kan Dōjō












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martedì 16 agosto 2022

Gli ultimi anni di O'Sensei

La mitizzazione dei grandi Maestri della tradizione è tipico del mondo marziale.
Ma l'attribuzione agli antichi Maestri di doti sovrannaturali, oltre ad essere una spontanea venerazione per il loro talento, è stato spesso anche un espediente utilizzato nel mondo delle arti Marziali per promuovere una disciplina.
Qualche grande Maestro si è anche autopromosso in questo senso attribuendo a sé stesso (anche raccontando storie totalmente inventate) doti sovrumane come ha fatto ad esempio il buon Masutatsu Oyama Sensei per promuovere lo stile da lui creato (non lo dico io ma il suo prediletto allievo e uchi deshi occidentale Jon Bluming ascoltate QUI le sue parole) o come fanno tanti maestri Cinesi di Kung Fu con trucchi da circo. Anche alcuni maestri di Okinawa pur di aumentare la propria notorietà e profitto si sono abbassati ad usare trucchi e inventare storie mitologiche.
A volte questa tendenza da parte di allievi è diventata una scusa per deresponsabilizzarsi pensando: “il Maestro aveva delle qualità straordinarie, io non potrò mai raggiugere il suo livello”.
Questa strumentale ed esagerata mitizzazione ha come effetto il deterioramento di un’Arte fino al suo totale degrado.
Perché se un praticante non è determinato a raggiungere, attraverso un rigoroso e appassionato esercizio, il livello del Maestro di riferimento, se non quello del fondatore stesso, allora l'arte è destinata a degenerare e scomparire.
Quello che caratterizzava i grandi Maestri e quello che gli ha permesso di raggiungere le vette dell'Arte, non sono state doti sovrannaturali ma una straordinaria passione e determinazione che li ha spinti a raggiungere i limiti delle proprie capacità e della propria comprensione. Ovviamente anche un innato grande talento ha giocato la sua parte ma niente di irraggiungibile e sovrumano.
Ogni praticante e maestro, se dotato di talento e vocazione nonché di grande passione e determinazione, può raggiungere i più alti livelli di un'Arte.
Ma non ci sono sconti per nessuno, non basta nemmeno il talento innato anzi sono ben più importanti volontà, disciplina e sconfinata passione.
Non vi fate abbindolare e addomesticare dalle favole, sono belle, appassionanti,a volte pedagogicamente utili e possono anche commuoverci profondamente ma dobbiamo sempre avere chiaro in mente che si tratta di favole, miti, che possono stimolare il nostro entusiasmo e accendere la nostra passione ma non devono limitarci.
Inoltre il mitizzare i Maestri li condanna alla solitudine e alla delusione perché comprendono dolorosamente che la loro Arte morirà con loro come racconta qui un Uchi Deshi di Ueshiba Sensei.

Paolo Taigō Spongia Sensei  
 


Gli ultimi anni di O’Sensei

di Gaku Homma




“Oggi ci sono in giro molte persone che non erano associate al Fondatore mentre lui era in vita, che ne parlano come se gli fossero state molto vicine. Costoro si vantano del tempo da loro trascorso con lui basandosi su informazioni provenienti da biografie di vario genere; informazioni, queste, che hanno poca somiglianza con l’effettiva verità”. Queste e molte altre rivelazioni sugli anni finali di Morihei Ueshiba hanno reso Gaku Homma, ultimo uchideshi di O’Sensei a Iwama, un personaggio “indigeribile” dall’establishment dell’Aikido mondiale

Negli ultimi anni della sua vita, il Fondatore dell’Aikido Morihei Ueshiba visse nel dojo del Santuario di Aiki a Iwama, in Giappone. Rimase a Iwama fino alla fine della sua vita, quando venne trasferito presso l’Hombu Dojo di Tokyo per ricevere un trattamento medico più intensivo a causa dei suoi disturbi al fegato. Durante quegli ultimi anni, il Fondatore soffriva dei numerosi segni dell’invecchiamento mentale; scarsa memoria, irascibilità, disorientamento e in quegli anni di declino riceveva ben pochi visitatori.

La defunta signora Kikuno Yamamoto e io, che vivevamo con il Fondatore, sua moglie e la famiglia del defunto Morihiro Saito Shihan, che viveva a mezzo isolato di distanza, eravamo le persone che si prendevano cura del Fondatore negli ultimi anni all’Iwama Aiki Shrine dojo.

Oggi ci sono in giro molte persone che non erano associate al Fondatore mentre lui era in vita, che ne parlano come se gli fossero state molto vicine. Costoro si vantano del tempo da loro trascorso con lui basandosi su informazioni provenienti da biografie di vario genere; informazioni, queste, che hanno poca somiglianza con l’effettiva verità. Alcuni di questi narratori che si definiscono uchideshi (allievi che vivono nel dojo) del Fondatore erano in realtà shidoin o candidati istruttori che a quel tempo erano stati assunti dal defunto Kishomaru Ueshiba (il figlio del Fondatore). Questi shidoin vivevano a Tokyo in pensioni economiche vicino all’Hombu Dojo. Non erano uchideshi; ai tempi del Fondatore il vero Uchideshi non aveva mai ricevuto uno stipendio.




Kikuno e io eravamo i veri custodi del Fondatore; gli facevamo il bagno, gli pulivamo la dentiera, gli tagliavamo i capelli e mangiavamo insieme. Eravamo gli O soba tsuki, i custodi personali privati del Fondatore Ueshiba.

Una volta, dopo essere tornato da una passeggiata a tarda notte, il Fondatore si sedette in Seiza rivolto in direzione di Tokyo. Kikuno e io eravamo vicini, nel caso in cui il Fondatore avesse bisogno di assistenza. Cominciò improvvisamente a gemere, esprimendo uno stato emotivo di rabbia, frustrazione e dolore per molti minuti. Alla fine di questa esplosione di emozioni si girò verso di noi in cerca di conferma e comprensione e ci chiese di aiutarlo ad alzarsi. Non capivo del tutto i motivi per cui il Fondatore si lamentava, ma lui sapeva che l’Aikikai, l’organizzazione che aveva creato, dopo la sua morte si sarebbe frammentata. Ricordo ancora i nomi di quelli che criticava più spesso. Spaventati, gli facemmo un gesto di accordo e ci sforzammo per aiutarlo a rimettersi in piedi.

Gaku Homma fu uchideshi a Iwama tra il 1964 e il 1969

Mi sorprende sempre quando leggo o vedo resoconti scritti sul Fondatore in cui si afferma che il Fondatore pronunciò “parole divine” o compì “atti miracolosi”. Nella mia esperienza personale, la maggior parte di queste storie era basata su comportamenti del Fondatore associabili alla demenza mentale negli anziani. Non sono un medico, quindi non sono sicuro di come la sua condizione si sarebbe potuta chiamare in una diagnosi moderna, ma nella mia esperienza alcuni dei comportamenti del Fondatore erano semplicemente quelli di un uomo molto anziano con segni di rampante demenza.

Si sentono raccontare storie del tipo che talvolta il Fondatore parlava con un tono così potente che persino gli shoji (tende da finestra in carta giapponese) avrebbero riecheggiato e tremato. La verità era che gli shoji che erano stati installati negli alloggi del Fondatore nei suoi ultimi anni erano fatti di una nuova plastica, al tempo di moda, che non si strappava facilmente come gli shoji di carta. Questo nuovo materiale vibrava ed emetteva suoni forti anche solo battendoci vicino le mani. Era la plastica a causare la vibrazione, non il “potere divino” attraverso la voce del Fondatore.

C’è un’altra storia sui “poteri speciali” del Fondatore. Si tratta di un racconto secondo il quale il Fondatore era in grado di spostare le persone con il suo Ki. A volte un qualche uchideshi stava facendo un massaggio shiatsu al Fondatore sulla schiena, mentre lui sedeva in seiza nel dojo. Si racconta che quando lo aveva toccato, lui avrebbe spostato l’uchideshi da una parte all’altra del pavimento con la forte energia del suo Ki. Si trattava in realtà di un trucco basato sulle leggi della fisica con cui il Fondatore soleva divertirsi. Il tipo di tessitura dei tatami che ricoprivano il pavimento del dojo era bi-direzionale. In una direzione, qualsiasi corpo seduto avrebbe incontrato resistenza da parte delle fibre del tessuto e avrebbe aiutato a mantenere la propria posizione. Nella direzione opposta, un corpo seduto avrebbe scivolato lungo il tessuto intrecciato. Così chiunque si fosse seduto dietro al Fondatore nel punto del dojo dove era solito ricevere questi massaggi, sarebbe scivolato all’indietro lungo la direzione scivolosa della trama del tatami nel momento in cui applicava la pressione in avanti con le braccia estese. Soprattutto per me, dato che ero più alto del Fondatore, l’angolo delle mie braccia e delle mie mani sarebbe stato rivolto verso il basso, accentuando il potenziale di scorrimento quando spingevo in avanti. Era il tatami, non un qualche potere speciale, a far muovere l’uchideshi e il Fondatore lo prendeva in giro scherzosamente mentre scivolava e slittava via.




Queste storie di “poteri speciali del Fondatore” sono state messe in giro da persone che ovviamente non erano presenti. Sono storie che iniziano con un granello di verità e vengono fatte esplodere in proporzioni fantastiche. Quelli che credono e ripetono queste storie lo fanno senza conoscere i fatti e talvolta lo fanno solo per loro guadagno, personale o finanziario.

In compenso ho visto un paio di storie sul Fondatore che sono vere!

La mattina di un festival mensile presso il Santuario Aiki di Iwama, il Fondatore spostò da solo un ishi usu (mortaio di pietra) che nessuno degli uchideshi riusciva a smuovere… Questa storia non posso spiegarla.

 

Posso anche testimoniare personalmente delle storie sul Fondatore che “divideva la folla” alla stazione ferroviaria di Ueno a Tokyo, mentre marciava con incredibile rapidità dal binario alla stazione dei taxi. Come suo otomo, o uchideshi addetto ad assisterlo nei suoi viaggi a Tokyo, di solito finivo per ritrovarmi ben indietro rispetto al Fondatore, cercando disperatamente di stargli appresso. Ero solo un ragazzo di campagna e spesso ero carico di sacchi di verdure e altre vettovaglie acquistate a Tokyo. Inoltre mi occupavo sempre di portare la grande borsa in pelle da medico che tanto piaceva al Fondatore; era una borsa che aveva ricevuto in regalo durante il suo primo viaggio alle Hawaii. Il Fondatore procedeva così velocemente che non riuscivo a stargli dietro, mentre camminava eretto e pieno d’energia dal binario del treno attraverso la stazione. Il modo in cui tutti si facevano naturalmente da parte era sempre piuttosto sorprendente. Questa era davvero la forza vitale del Fondatore o Ki Haku Ryoku. Gli istruttori dell’Aikikai Hombu Dojo normalmente vedevano il Fondatore come un uomo fragile e anziano. Avevano difficoltà nel credere che il Fondatore potesse marciare con forza attraverso la stazione di Ueno con il suo bastone tenuto davanti a lui più come un bokken che come un supporto per camminare…

Un’altra caratterizzazione del Fondatore che so essere vera, almeno nei suoi ultimi anni in cui ho ricoperto il ruolo di uchideshi, è stato il fatto che il Fondatore non portava mai denaro con sè o addirittura un portafoglio. La moglie del Fondatore e l’otomo che lo accompagnava si prendevano sempre cura di tutte le transazioni in denaro di cui il Fondatore dovesse aver bisogno.

In diverse occasioni, il Fondatore annunciava senza preavviso di volersi recare presso l’Aikikai Hombu Dojo a Tokyo. La prima sfida era sempre la negoziazione tra il Fondatore e sua moglie a proposito del denaro per il viaggio. Inizialmente lei gli dava circa 10.000 Yen (a quel tempo, circa $ 33,00 USD) per i biglietti del treno e per il taxi. Conoscendo il Fondatore ed sapendolo essese una persona piuttosto frugale, non gli dava mai più di quanto avessero negoziato nel primo giro di trattative, fino a quando non fosse iniziato il secondo round di negoziati. Il Fondatore chiedeva sempre di più e otteneva la seconda metà della sua indennità solo dopo un bel po’ di contrattazioni fra i due.

Un giorno mia sorella era venuta a trovarmi e avendo assistito a queste trattative, mi chiese sussurrando se l’indennità sarebbe stata sufficiente. La moglie del Fondatore quel giorno lo sorprese dandogli 5000 yen in più, cosa che fece molto piacere al Fondatore. Mia sorella fu sorpresa dal fatto che un così grande artista marziale fosse a tal punto sotto il completo e amorevole controllo di sua moglie.

Le nostre indennità di viaggio sparivano sempre piuttosto alla svelta. Nel treno il Fondatore comprava caramelle e arance in regalo per estranei che aveva incontrato durante il viaggio. Dopo il treno e il taxi a Tokyo, il Fondatore si fermava sempre anche presso la filiale di Tokyo dell’Omoto Kyo. Era sempre molto generoso; dava la mancia all’usciere, agli addetti alla reception e mi ordinava di lasciare una donazione sullo shinden (altare). Una volta arrivato il momento di dirigersi verso l’Hombu Dojo, di solito ero già rimasto senza i soldi della nostra indennità di viaggio! A quel punto il Fondatore in persona si metteva a convincere il tassista a portarci all’Hombu Dojo sulla parola, mentre era sempre mio compito correre nell’ufficio dell’Hombu Dojo per farmi dare i soldi per l’autista del taxi! Gli impiegati dell’ufficio mi prendevano in giro dicendomi che avevo lasciato il Fondatore in pegno dentro al taxi.

Homma sensei siede sui gradini dell’Iwama dojo

Il Fondatore era sempre molto generoso con gli altri e non poteva concepire l’idea del risparmio. In più di un’occasione per tornare a casa mi sono trovato a dover usare i miei fondi o a prendere denaro in prestito dal proprietario di un ristorante della mia città natale che viveva vicino al dojo di Iwama.

In quegli ultimi anni, quando dei visitatori venivano a trovare il Fondatore, di solito chiedevano a me o a Kikuno come si sentiva il Fondatore, o come era il suo umore quel giorno, prima di decidere se vederlo di persona o solamente lasciare un’offerta nel santuario del dojo. Anche quando gli ospiti dovevano incontrare il Fondatore di persona, faceva parte del galateo del dojo che tutti i visitatori lasciassero una donazione o un regalo sul santuario. Non si facevano mai regali direttamente al Fondatore. Oltre ad una questione di etichetta, questo fatto aveva un motivo. Il Fondatore non ha mai ricevuto in modo diretto una donazione o un onorario per uno dei suoi lavori di calligrafia, o per il suo insegnamento, o addirittura per le quote dei suoi uchideshi.

Ai tempi del Fondatore, i suoi allievi non pagavano “quote mensili” come fanno normalmente gli allievi qui negli Stati Uniti. In Giappone l‘onorario per il keiko (pratica) si chiama sokushu ed era un contributo o una donazione fatta solamente da coloro che potevano permetterselo. Secondo il defunto Morihiro Saito Shihan, quegli uchideshi del Fondatore che non potevano permettersi di fare una donazione in denaro potevano portare verdure dal proprio orto di famiglia, pesce appena pescato, o uova fresche, o galline dalle loro fattorie di famiglia. Tutti questi doni venivano offerti per mostrare gratitudine solo se si era in grado di poterli fare e tutte le offerte venivano sempre lasciate nel santuario del dojo.

Il concetto di offrire doni a un maestro non è nuovo, ma ai tempi del Fondatore questi doni venivano sinceramente offerti per dimostrare il proprio apprezzamento per il suo insegnamento. Al giorno d’oggi, solitamente costosi regali vengono consegnati in camion refrigerati direttamente a casa di un qualche insegnante, nella speranza di ottenerne il favore.

Durante i miei giorni con il Fondatore tutte le donazioni venivano lasciate dagli ospiti nel santuario come offerte per gli Dei. I doni monetari venivano chiamati tamagushi, mentre le offerte in beni materiali erano chiamate osonae. Tutti i doni venivano accuratamente registrati da Kikuno e successivamente riferiti di seconda mano al Fondatore. Eventuali donazioni di natura monetaria venivano gestite dalla moglie del Fondatore. Il Fondatore non ha mai ricevuto direttamente donazioni o regali, e durante gli anni in cui lo ho frequentato, non ha mai partecipato a trattative su prezzi o ad affari finanziari di alcun tipo.

Dal momento che il Fondatore non accettava direttamente soldi per il suo insegnamento, gli uchideshi organizzavano una cassa comune e lasciavano una donazione di gruppo nel santuario con il pretesto di donare soldi da utilizzare per un nuovo tatami, o per riparare una finestra, o riparare il tetto. In questo modo, gli uchideshi erano in grado di contribuire alle finanze necessarie al vivere quotidianamente con il Fondatore di Iwama.

Il Fondatore disse: “La mia vita e il mio lavoro fanno parte della mia missione datami da Dio“, quindi non si faceva dare denaro per il suo insegnamento. Credo che questo fosse vero, ma il Fondatore era anche consapevole dei pericoli che i soldi possono comportare. Ricevere direttamente una donazione significa essere in obbligo; e il Fondatore evitò magistralmente questa possibilità. Guardando la nostra comunità mondiale di Aikido oggi, mi rendo conto della saggezza della posizione del Fondatore a quel tempo. Il denaro e la sua ricerca hanno avuto la funzione di veleno che ha fortemente influenzato il nostro mondo dell’Aikido odierno.

 

Quando vivevo a Iwama, anche io offrivo la metà dei soldi che la mia famiglia mi dava al Fondatore. Il Fondatore mi disse “Jiisan wa mo iran“, che significa “Questo vecchio non ne ha più bisogno” e me li restituiva prontamente. Dato che vivevo, mangiavo e imparavo a Iwama dal Fondatore, mi sentivo a disagio a vivere lì senza pagare qualcosa. Anche se lavoravo duramente ogni giorno, volevo comunque offrire il mio contributo. Chiesi a Morihiro Saito Shihan cosa fare e, seguendo i suoi consigli, compravo prodotti di uso quotidiano come carta velina e detergente e li lasciavo nel santuario perchè gli altri li usassero. Usavo inoltre le mie risorse per aiutare a coprire le spese extra durante i viaggi all’Aikikai Hombu Dojo a Tokyo con il Fondatore.

Solo 20 anni più tardi Morihiro Saito Shihan mi disse: “A quel tempo, il Fondatore era piuttosto povero”. Questo era un qualcosa di cui non mi ero mai reso conto quando il Fondatore era in vita. Saito Shihan mi disse: “Homma kun, quelli sono stati momenti difficili anche per te”.

Ho imparato una lezione importante. Dal momento che il Fondatore non accettava direttamente soldi, i suoi uchideshi si servivano della loro creatività per procurarsi scorte e svolgere le proprie faccende attraverso il donare il loro tempo e lavoro. Questo fatto mise gli allievi nella condizione di lavorare assieme e alla fine ha creato un dojo più forte. Dal momento che non esisteva un sistema di pagamento diretto, il tutto divenne più simile a un’operazione a conduzione familiare. Anche questo l’ho sempre ricordato.

In Asia c’è una popolare setta buddista chiamata Theravada. È tradizione che i sacerdoti di questa setta non ringrazino mai per le offerte che vengono loro date. Perché? Questi sacerdoti ritengono di essere solo dei canali tra la gente e il Buddha e ricevano doni dalle persone solo per trasmetterli al Buddha. Le donazioni non sono per loro; le donazioni sono per il Buddha. Anche il Fondatore seguiva questa linea di pensiero.

Un’altra ragione per cui i sacerdoti buddisti in Asia non ringraziano per le donazioni è per impedire alla persona che offre la donazione di ricercare un qualche beneficio o riconoscimento del proprio dono. Ricordo di essere rimasto un po’ confuso quando iniziarorono le attività AHAN, nel corso dei nostri primi viaggi in Asia, quando le donazioni che facevamo ai sacerdoti non venivano riconosciute in modo diretto o sembravano non venir apprezzate dal destinatario.

Alla fine ho capito che anche ricevere le nostre offerte veniva concepito come un dono per Buddha, non per loro stessi. Questo era anche il pensiero del Fondatore. Verso la fine della sua vita, il Fondatore si rese conto che non aveva bisogno di donazioni dirette o di alcun beneficio attraverso di esse. (…)

 Fonte


© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it
www.torakanzendojo.org

















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