domenica 13 gennaio 2019

Rimanere Fedeli

Trasmettere la Tradizione integralmente.

Articolo tratto da “The Okinawa Times” del 17 giugno 1999.

Tradotto da Tetsuji Nakamura e Isaya Higa in inglese. 
Traduzione italiana di Stefania Esposito


Un uomo al centro del Dōjō  pratica dei Kata ripetutamente, con tutto se stesso. 
Mentre si muove, spruzza sudore dalla testa e dal corpo. 
Un altro uomo lo osserva attentamente, in piedi di fronte a lui, poi da dietro. 
E c’è ancora un altro uomo che guarda, un po’ più in là.



L’uomo al centro è Morio Higaonna, un giovane Maestro di Karate Goju-Ryu, che sta diffondendo attivamente il Karate in tutto il mondo. 
I due maestri che esaminano la sua esecuzione sono An’ichi Miyagi e Shuichi Aragaki; questi tre uomini, due maestri e il loro allievo, sono i successori del Karate Goju-Ryu

Questa forma di pratica si è fatta più intensiva da quando Higaonna Sensei è divenuto un praticante di Karate acclamato a livello mondiale; è come se fosse in atto un nuovo (consolidamento), non c’è fine alla loro pratica, che mira a “trasmettere la tradizione integralmente”, in maniera perfetta, senza compromessi.

An’ichi Miyagi, Maestro di Higaonna, è un allievo diretto di Chojun Miyagi, il fondatore del Karate Goju-Ryu
Divenni suo allievo subito dopo la fine della guerra, intorno al 1948, quando Sensei Chojun venne a Naha da Gushikawa per lavorare nell’Accademia di Polizia”. 

A quel tempo An’ichi passava il tempo bighellonando con gli amici, senza uno scopo, e non aveva obiettivi particolari nella vita. 
Il Giappone era appena stato sconfitto in guerra e non avevano denaro né beni di prima necessità, per cui potevano solo bighellonare e chiaccherare, ogni notte. 
Finché una persona diede loro un consiglio: 
"Ragazzi, siete ancora giovani. Se non avete niente da fare, perché non iniziate a studiare qualcosa ? 
Conosco un bushi (Guerriero Gentiluomo) chiamato Maagushiku (l’antica pronuncia di Okinawa per Miyagi). 
Se vi interessa, posso chiedergli di insegnarvi".

Chojun Miyagi
Chojun Miyagi era un eroe, noto anche come “Maagushiku lo strappa-carne” per via della sua presa, che si diceva fosse tanto forte da lacerare la carne dell’avversario. 
Persino An’ichi aveva sentito parlare di lui, benché non conoscesse nulla del Karate. 

Non sapevo che un uomo simile esistesse davvero ed ero entusiasta di conoscerlo”, dice An’ichi, che decise su due piedi di diventare allievo di Chojun. 
Tuttavia, quando il Maestro Chojun vide il corpo ossuto di An’ichi, che aveva perduto i genitori durante la guerra e non aveva abbastanza cibo per sfamarsi, pensò che il ragazzo non fosse sufficientemente forte da sostenere l’allenamento. 
Così il Maestro Chojun per un po’, invece di farlo praticare, gli faceva pulire la casa e preparare il tè. 
Ciononostante An’ichi lavorava duramente, ogni giorno, nella dimora di Chojun: al mattino faceva le pulizie e si prendeva cura dell’orto; nel pomeriggio preparava il tè per gli allievi che venivano per la pratica. La cosa continuò per tre mesi. 
In seguito, Chojun spiegò ad An’ichi: 
“Quando ti ho dato ospitalità, dopo la morte dei tuoi genitori, ero molto preoccupato che l’allenamento potesse farti scappar via. Volevo essere sicuro che tu fossi veramente determinato a praticare”.

An’ichi non scappò; al contrario, non appena gli fu concesso di unirsi ai praticanti si applicò più intensamente di tutti gli altri per costruire il suo corpo, di modo da poter raggiungere gli allievi più anziani. 
Dopo un po’ questi ultimi cominciarono ad andarsene ad uno ad uno e ci fu persino un momento in cui An’ichi era l’unico allievo; in quel periodo Chojun Sensei insegnò ad An’ichi (che aveva solo un’istruzione elementare) molte cose oltre al Karate, come i nomi di ogni singolo (articolo casalingo).
Finché Shuichi Aragaki entrò a far parte del Dōjō.

All’inizio anche Aragaki fu istruito per fare lavori come estirpare le erbacce dal giardino o attingere l’acqua. 
Chojun Sensei poteva ordinare ad Aragaki di spostare una pietra nell’altro lato del giardino, dicendo: “Sta meglio laggiù”, per poi dirgli, il giorno dopo, di rimetterla dov’era perché “Era meglio in quell’altro modo”. In realtà, anche questo faceva parte dell’allenamento. 

Mi chiedevo perché mai mi facesse fare questi lavori, ma credo che stesse mettendo alla prova la mia forza spirituale. Una cosa mi colpiva molto, il fatto che persino quando io ed il Maestro An’ichi lavoravamo nel giardino Chojun ci osservava, vestito di tutto punto e seduto eretto. Ogni volta che visitavamo la sua casa per allenarci e gridavamo ‘Sensei, sono qui’, lui rispondeva ‘Così siete qui’ e si inchinava profondamente al nostro cospetto. Ci insegnava ad osservare il decoro dandocene l’esempio”.

Chojun Miyagi
Chojun Sensei era cordiale ed educato, ma diventava spietato quando si trattava di allenarsi. 
Era in grado di individuare ogni mancanza di concentrazione, non importa quanto breve. 
Era particolarmente severo sugli esercizi di riscaldamento/preparatori (n.d.r.: Junbi Undo), che spesso continuavano per due o tre ore.
E’ necessario avere un certo livello di preparazione fisica, per cominciare; solo in seguito si può iniziare la vera pratica del Karate.
Quando An’ichi Miyagi e Aragaki erano i soli allievi di Chojun Miyagi, Chojun Sensei esigeva da loro che impiegassero nella pratica tutta la loro forza. 
Per esempio, mentre si esercitavano nel Kakie (un esercizio nel quale bisogna bloccare l’attacco dell’avversario) le loro braccia potevano diventare nere per i lividi. 

Quando praticavamo i Kata, Sensei osservava la nostra esecuzione e ci correggeva la posizione dei piedi, delle mani e infine lo sguardo.
Era solito dire che gli occhi sono le armi più importanti, che ci consentono di vincere senza combattere e che dobbiamo prevalere sul nostro avversario con lo sguardo”.

An’ichi Miyagi e Shuichi Aragaki continuarono il loro allenamento e alla fine si unirono a loro dei nuovi allievi. 
In seguito An’ichi sostenne Eiichi Miyazato, il successore del Maestro Chojun, e lavorò sodo per aiutarlo ad allenare le nuove generazioni di allievi.

Aragaki si trasferì a Tokyo e divenne Maestro supplente in un Dōjō condotto da Takeshi Miyagi, il figlio di Chojun. 
Dopo vent’anni vissuti in quella città tornò ad Okinawa. 
Oggi Aragaki e An’ichi si dedicano, insieme, all’allenamento dei giovani maestri.

Osservando l’allenamento del Karate moderno, An’ichi ricorda le parole del suo Maestro: “Sensei Chojun disse una volta: 
‘Ho sentito dire che nelle isole principali del Giappone si fanno combattere gli allievi tra loro come se facessero pugilato; questo equivale a far combattere dei pazzi dopo averli armati di coltello’. Credo che l’essere in grado di vincere senza combattere richieda maggior allenamento mentale e spirituale”.

Shuichi Aragaki, An'ichi Miyagi e Morio Higaonna

Morio Higaonna, presidente dell’International Okinawan Goju-Ryu Karatedo Federation, si allena da oltre quarant’anni come successore di An’ichi Miyagi. 
Devo ancora percorrere molta strada prima di poter essere considerato un successore.
Il Karate è estremamente profondo, ed io sono ancora un allievo che si allena nel Dōjō con Sensei Miyagi”.

Con la sua modestia, Higaonna Sensei è fedele al titolo di “internazionale” e viaggia per il mondo insegnando il Karate in cinquanta Paesi. 
Il Paese col più alto numero di allievi è l’India, dove i praticanti sono 15-16.000. 
Ognuno dei cinquanta Paesi ha il proprio Capo-istruttore e sta diventando difficile valutare il numero totale di Dojo supervisionati da questi Capo-istruttori. 
Persino un Paese piccolo come il Portogallo ha 120 dojo.
Una volta, a Lisbona, mi fu chiesto di insegnare a 400 allievi in una volta”, racconta Morio Higaonna Sensei.

Higaonna Sensei cominciò ad allenarsi sotto An’ichi Miyagi Sensei intorno al 1955. 
Poi si recò a Tokyo e divenne istruttore mentre continuava la propria formazione. 
Nel 1981, dopo che il primo festival internazionale di Karate ad Okinawa si era concluso con un successo, Higaonna, incoraggiato da An’ichi Miyagi e Shichi Aragaki, aprì un suo Dōjō; quel Dōjō sarebbe diventato l’International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation.

Oggi Higaonna Sensei viaggia intorno al mondo insegnando Karate ma quando torna ad Okinawa si allena nel suo Dōjō
Dice di passare intere giornate praticando un Kata in continuazione, sotto la guida di Miyagi; due ore al mattino, poi il pomeriggio dalle due fino a sera.
L’insegnamento di Miyagi si concentra sullo Tsunagi del kata. 

L’essenza del Karate – dice Miyagi – non è qualcosa che puoi insegnare a parole. Io stesso posso trasmettere solo ciò che ho imparato osservando il mio Maestro; l’ho guardato mentre faceva notare un’infinità di dettagli che non possono essere trasmessi a chiunque, ma io credo che Higaonna abbia le giuste capacità e voglio che conosca a fondo molte cose”.

Il fatto di viaggiare per molti Paesi e di insegnare a un gran numero di allievi alla volta può sembrare in contraddizione col modo di praticare di Higaonna, che consiste nel ricevere l’insegnamento dal suo Maestro, da uomo a uomo. 
Ma secondo Shuichi Aragaki, “Preserviamo la maniera tradizionale di praticare mentre apriamo le porte a una moltitudine di persone che desiderano imparare il Karate. Non c’è contraddizione. I tempi sono cambiati ed è giusto che ci siano nuovi modi di diffondere il Karate”.

World Budo Sai I.O.G.K.F, Okinawa 2016

Il loro obiettivo principale è quello di far capire alle persone il Karate di Okinawa, il che alla fine porterà alla creazione di successori. 
Quando Higaonna Sensei insegna il Karate negli altri Paesi impartisce diversi tipi di allenamento, separando gli istruttori dai principianti e dagli allievi intermedi; a coloro che hanno già un buon livello di preparazione spiega le tecniche avanzate. 
Insegna in molti Paesi, ognuno con la sua lingua e cultura, e ad un gran numero di allievi, perché la presenza di un Maestro di Okinawa attira molta gente.
Ma a prescindere dal numero di allievi i suoi metodi basilari di allenamento rimangono gli stessi.


Dice Higaonna: “Ci sono persone negli altri Paesi che praticano veramente, sinceramente. Alcuni hanno acquisito la vera forza. Quello che dobbiamo fare ora è invitare queste persone a Okinawa e far sperimentare loro lo stile di allenamento di Okinawa. Un istruttore straniero che si era allenato a Okinawa tornò nel suo Paese e disse ai suoi allievi: ‘Se volete veramente dedicarvi al Karate, dovete sperimentare un allenamento a Okinawa. 
Questo è esattamente il messaggio che cerchiamo di portare. Anche quando insegniamo all’estero non dobbiamo snaturare l'insegnamento per conformarci alla cultura locale, perché il nostro obiettivo ultimo è quello di far capire alle persone cos’è il vero Karate”.


Morio Higaonna 

© Tora Kan Dōjō





domenica 6 gennaio 2019

Bunkai non significa applicazione!








Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

Il Maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumitedisveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa(攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, "Toki(pronuncia kun) hanachi".

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Tokicontiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.

Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata” ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.

pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.

spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.

situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…


© 2018, Roberto Ugolini
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© Tora Kan Dōjō






martedì 1 gennaio 2019

Il Buon Senso di un'Oca


Il prossimo autunno, quando vedrete le oche selvatiche puntare verso sud per l'inverno in formazione di volo a V, potrete riflettere su ciò che la scienza ha scoperto riguardo al motivo per cui volano in quel modo. Quando ciascuno uccello sbatte le ali, crea una spinta dal basso verso l'alto per l'uccello subito dietro. 
Volando in formazione a V, l'intero stormo aumenta l'autonomia di volo di almeno il 71% rispetto a un uccello che volasse da solo. 
Coloro che condividono una direzione comune e un senso di comunità arrivano dove vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano sulla spinta l'uno dell'altro. 
Quando un'oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola, e rapidamente si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevamento dell'oca davanti. 
Se avremo altrettanto buon senso di un'oca, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. 
Quando la prima oca si stanca, si sposta lateralmente e un'altra oca prende il suo posto alla guida. E' sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud. 
Le oche gridano da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità. 
Quali messaggi mandiamo quando gridiamo da dietro? Infine (e questo è importante), quando un'oca si ammala o viene ferita da un colpo di fucile ed esce dalla formazione, altre due oche ne escono insieme a lei e la seguono giù per prestare aiuto e protezione. 
Rimangono con l'oca caduta finché non è in grado di volare oppure finché muore; e soltanto allora si lanciano per conto loro, oppure con un'altra formazione, per raggiungere di nuovo il loro gruppo. 
Se avremo il buon senso di un'oca, ci sosterremo a vicenda in questo modo.

Tratto da “Brodo Caldo per l’Anima” 
di Jack Canfield e Mark Vistor Hansen, vol 2, pp. 288-289




© Tora Kan Dōjō



domenica 30 dicembre 2018

Coltivare noi stessi


Tratto dalla rivista “Judo”, Giugno 1915. Pubblicato in ‘Jigoro Kano - Fondamenti del Judo’ 1997 Luni Editrice.
L'obiettivo ultimo della disciplina Judo è di raggiungere il perfezionamento di sé nel contributo alla società, e anche chi non pratica Judo approverà questo principio e non troverà da obiettare sul fatto che il Kodokan persegua questo fine.
L'argomento di oggi verterà appunto su questo tema, in particolare sulla tecnica o metodologia con cui raggiungere un perfetto equilibrio in se stessi, argomento di grande interesse per tutti, oltre che per coloro che hanno intrapreso il cammino del Judo. Il primo passo nella formazione della persona è ovviamente affidato all'educazione del padre e della madre, e successivamente a quella di Maestri e anziani. Ma al risveglio della consapevolezza esso viene corroborato dalla volontà, cioè dalla determinazione di migliorare la propria personalità, Punto di partenza per immettersi nella coltivazione morale e spirituale.
Tuttavia la volontà o lo sforzo non bastano se non sappiamo indirizzarli in pratica a realizzare il nostro scopo nel modo desiderato. E come si può indirizzare a esso lo sforzo spirituale e fisico? Esamineremo la questione analiticamente.
Il primo argomento è la coltivazione intellettuale.
Molti pensano che l'educazione culturale appartenga soltanto alla competenza della scuola, ma si può acquistare cultura anche senza frequentarla regolarmente.
Un modo di apprendere consiste nell'acquisire nozioni parlando e ragionando poi sull'argomento: accumuliamo conoscenza perfino attraverso la lettura di due righe del giornale, allenandoci nel contempo a imparare nuovi ideogrammi. E nello scrivere, soprattutto se si è costretti a esprimere opinioni o pensieri, si deve usare il vocabolario, domandare a qualcuno, inventare la locuzione: tutti esercizi che perfezionano la capacità di pensare e di riflettere.
E’ un allenamento anche quando, pensando ai giorni passati o alla giornata appena trascorsa, esaminiamo se le cose sono state fatte bene o male, Ripromettendoci quindi di continuarle o di non ripeterle, secondo i risultati ottenuti, E ancora, quando ci troviamo di fronte a qualche difficoltà nelle amicizie e nel lavoro, con un amico, un collega, il superiore, e perfino nei problemi di conduzione di un'impresa, il fatto di raziocinare o argomentare sul comportamento o la decisione da prendere ci porta, oltre alle cognizioni generali, una conoscenza reale del mondo.
Questa è cultura nel senso vivo e vero della definizione stessa.
Non è un caso se molte persone, prive della più rudimentale preparazione sono riuscite ad acquisire una vera cultura; esse, a volte davvero di gran valore, hanno imparato a leggere e a ragionare nel corso del vivere quotidiano, e il fatto che la loro conoscenza sia frutto di volontà e di necessità rende questo sapere del tutto utile, senza sovrastrutture superflue, e il modo di ragionare è accurato e appropriato, essendo sperimentato su fatti pratici e reali. Sul piano pratico a volte un laureato è inferiore a chi si è allenato da solo nella vita, esempio eloquente per comprendere che la vera educazione non è quella ricevuta passivamente, quanto facendo uso della volontà, ovviamente coadiuvata da costanti allenamento ed esercitazione. Con questo naturalmente non voglio affermare l'inutilità del sistema scolastico, dico semplicemente che anche senza un diploma l'uomo può altrettanto acquistare una personalità di valore.
L'educazione scolastica ci insegna la costanza e la concentrazione -per questo è bene che tutti possano accedervi - e dal punto di vista intellettuale istruisce con nozioni utili e addestra la mente e la capacità di osservazione. Per mettere a frutto tutto questo, il metodo assume un'importanza determinante
A esempio mi pare indispensabile una considerazione sull'opportunità e l'utilità della scelta dei libri e dei sussidi didattici, prima di iniziarne l'uso.
Nel caso della lettura di un quotidiano, valutiamo ugualmente se vale la pena di spendere tempo rinunciando a un altro tipo di lettura; se riteniamo utile farlo è opportuno interrogarsi sulla validità di certi articoli o argomenti seguendo la dottrina del «miglior impiego della mente e del corpo».
La stessa lettura deve essere fatta a modo: scorrere precipitosamente non porta beneficio, bisogna anzitutto sforzarsi di comprendere, confrontando ciò che si legge con le nozioni e le esperienze acquisite, ogni volta in modo accurato e diligente, che è il segreto di una lettura efficace. A ogni modo, sia nella vita scolastica che in quella del lavoro, il metodo esposto nell'insegnamento Judo permette di ottenere vantaggi impiegando minore energia, cosicché Un’intelligenza comune può anche eccellere su una non comune e anche senza istruzione scolastica si può acquisire una posizione superiore a chi dispone di un diploma; del resto è in questo che consiste il significato di addestramento intellettuale e mentale.
Se si vuole aver successo nella scuola, nel lavoro e nella vita in generale, un altro elemento importante è la «solerzia» e anch'essa ha bisogno di essere coltivata, come tutto. Sarebbe auspicabile che fosse data, fin da bambini l'abitudine a essere diligenti su ogni cosa, ma se sfortunatamente non abbiamo avuto questo bene, basta volerlo.
La prima cosa da fare è meditare sulla preziosità del tempo, sullo spreco dı energia, e rendersi consapevolmente conto di quanto siano grandi le sue conseguenze. Una volta acquisita la consapevolezza di come sia impagabile il tempo e quanto sia riprovevole sprecare energia, l'uomo diventa di solito insofferente del trascorrere inutilmente anche un solo attimo. Naturalmente lavorare senza sosta non ci è possibile: abbiamo bisogno di nutrirci e riposarci, ma una cosa è il riposo e un'altra è sprecare tempo, e lo stesso riposo deve rispondere al risultato matematico della dottrina «miglior impiego della mente e del corpo».
Una volta che abbiamo deciso di non sprecare un attimo, il secondo passo consiste nell'utilizzare le piccole frazioni del tempo impiegandole per qualche lavoro o studio: questo, si dirà, richiede, oltre la fermezza dell'agire, anche l'intelletto, insufficiente tuttavia se non viene sorretto dalla forza di volontà, che è l'elemento primario per compiere ciò che abbiamo in mente, ciò che sentiamo di dover fare per esigenze anche personali; questo è l'aspetto che richiede il maggiore sforzo nell'applicare l'insegnamento ricevuto, banco di prova, a esempio, per la comprensione del randori.
Un altro addestramento che non può essere trascurato consiste nel coltivare attraverso la volontà la capacità di autocontrollo, esercizio utile per ottenere numerosi risultati vantaggiosi; del resto anche la solerzia, in molti casi, viene allenata con l'aiuto di questa forza e proprio per questo motivo ogni essere umano, a prescindere dall'età e dalla posizione sociale, dovrebbe applicarsi alla disciplina di dominare i desideri e frenare le emozioni.
L'errore più frequente è di manifestare nelle parole e negli atti la nostra ira senza riflessione, mentre una calma considerazione ci potrebbe salvare dai disagi, soprattutto se la ragione è dalla nostra parte; perfino nel caso contrario la politica migliore è quella di non esprimere rabbia, per il bene di tutti.
Lo spirito di autocontrollo sarà applicato anche per correggere i vizi abituali: spendere inutilmente il denaro, essere disordinati, trascurare la salute; cose di cui è difficile liberarsi se non si ha una ferma determinazione. Questa capacità di dominare se stessi dipende, in ultima analisi, dalla forza di volontà, che nel Judo si acquisisce automaticamente durante il periodo d'apprendimento.
A questo punto vorrei sottolineare all'attenzione dei miei discepoli che lo scopo dell'esercizio Judo sta nell'acquisizione della padronanza dei movimenti fisici e del proprio animo, e quindi dovete essere voi prima degli altri a saperlo applicare quotidianamente, mettendolo in pratica senza indugio nel caso di atteggiamenti positivi e controllandovi con determinazione nei casi contrari. A ogni modo sono certo che anche coloro che non praticano il Judo sapranno trarre notevole risultato da questo principio purché siano solleciti ad applicarlo nella vita. L'ultimo tema è la coltivazione del corpo, a cui l'addestramento del Judo contribuisce con notevole aiuto e facilitazione. Ho usato il termine «shuyō» (coltivazione) invece di quello più comune di «tanren» (rinforzamento) perché,  mentre con quest'ultimo si designa (riferendosi all'addestramento fisico) un irrobustimento ottenuto sottoponendosi al caldo, al freddo o alla fatica, in aggiunta all'accezione di «tanren» il termine <«shuyō» vuole intendere lo sviluppo della tendenza naturale di ogni persona, fortificandone con esercizi appropriati i punti deboli, ma senza violentarli; come pure correggere la postura, al fine di conquistare un equilibrio generale del corpo. Naturalmente questo è un risultato che si può ottenere anche con altri metodi, ma il Judo offre molteplici vantaggi e convenienze, di cui farò un esempio. Parlando strettamente dal punto di vista ginnico - poiché c'è anche L’allenamento concepito nello spirito tanren – il nostro metodo non somiglia ad altri consueti e più diffusi, a quel modo meccanico di fare ginnastica seguendo collettivamente I comandi, né assomiglia a quell'altro modo di far ripetere individualmente i movimenti servendosi di qualche attrezzo, perché la metodologia del Judo offre, in sintesi, una libertà che permette a ognuno di rinforzare i propri punti strategici secondo il volere e la necessità, rispettando la personalità nella scelta dei movimenti.
Da ciò che ho esposto ognuno comprenderà quanto siano grandi le conquiste e i risultati che si possono ottenere coltivando lo spirito e il corpo, sicché una mente anche mediocre può acquisire una posizione di rispetto quando una mente eccelsa, ma incurante del proprio ammaestramento, finisce tra le persone inferiori alla media, episodio fra l'altro assai frequente.
Allora ognuno converrà su quanto sia efficace l'insegnamento del Judo per coltivare la personalità adoperando l'energia nel modo più efficace, sviluppando la forza di volontà nel corso dell'allenamento stesso, costituendo anche un'originale disciplina ginnica di notevole efficacia.


mercoledì 26 dicembre 2018

La Gratitudine



Quando osservate il nostro mondo da una prospettiva cosi’ limitata che richiede accettazione e comprensione, la Gratitudine diventa palesemente ovvia.

Se ne conclude dunque che se avete del cibo nel frigorifero, vestiti addosso, un tetto sopra la testa un letto su cui dormire, siete piu’ ricchi del 75% del mondo. Solo questo.
Non pensate che richieda un po’ di gratitudine?

Se vi siete svegliati questa mattina con più salute che malattia.
Se avete dei soldi in banca, qualsiasi cifra o anche solo soldi nelle vostre tasche e qualche spicciolo da qualche parte nelle vostra vita, fate parte dell’8% di persone più ricche mondo.
Il 92% delle persone non ha neanche questo.
Se riuscite ad andare in chiesa senza paura… Paura di essere arrestati, torturati o uccisi,
Siete più benedetti di 3 miliardi di persone al mondo.

Se non avete mai fatto esperienza del periodo di una battaglia o della solitudine, della prigionia, dell’agonia della tortura o dei dolori della fame, state meglio di 500 milioni di persone al mondo oggi.
Se i vostri genitori sono ancora vivi, siete davvero rari, anche negli Stati Uniti.

Quindi, se avete l’opportunità di pensare come decidete di pensare, di pregare chi decidete di pregare e avete qualche spicciolo in tasca e la vostra salute e qualcuno vi vuole bene allora avete un mondo di cui essere grati.
Fare tesoro della Nostra Divinità significa essere in un costante stato di apprezzamento cercando ogni occasione per essere gioiosi, per esser felici e in uno stato di gratitudine.

Wayne Dyer


martedì 25 dicembre 2018

Vita-Morte giocare a nascondino




Questo corpo non sono io
Non sono limitato da questo corpo
Sono la vita senza limiti
Non sono mai nato
e non sono mai morto.
Contempla l'immenso oceano o il cielo pieno di stelle,
manifestazioni della mia vera mente, cuore meraviglioso.
Fin da prima dell'esistenza del tempo sono stato libero.
Nascere e morire sono solo le porte attraverso le quali passiamo
Soglie sacre nel nostro viaggio.
Essere nati e morire sono un gioco,
il gioco del nascondino.
Ecco perché, ridi con me
dammi la tua mano
diciamo addio, salutiamo
per incontrarci di nuovo presto.
Siamo oggi
Ci rivedremo domani.
Ci incontreremo all'origine di ogni momento.
Ci incontreremo in tutte le forme di vita.

Thich Nhat Hanh


© Tora Kan Dōjō






lunedì 24 dicembre 2018

Impara il linguaggio della vita





''Perché c'è tanta violenza in questo mondo? Perché la maggior parte della gente è piena di violenza dentro di sé. Perché c'è tanta ostilità, tanta guerra nel mondo? Perché la gente è pronta a uccidere o a farsi uccidere; perché per secoli ci hanno insegnato a morire... non ci hanno insegnato a vivere. Vi hanno chiesto di morire per la patria, di morire per la bandiera, per la religione, per la chiesa, per la moschea, per il tempio. Ma nessuno vi ha mai chiesto di vivere. Vi chiedono di morire per un pezzo di stoffa che chiamano bandiera, per questo straccio vogliono che sacrifichiate la vita che è un dono di Dio.
Vi chiedono di morire per dei confini nazionali stabiliti da politicanti impazziti... ma non vi permettono di vivere in questo enorme tempio di Dio, illuminato dalle stelle del cielo e dalla luna e dal sole, che si riempie di milioni di fiori quando è primavera.
Il mio messaggio è:
Vi hanno insegnato il linguaggio della morte: la politica parla il linguaggio della morte. Dice: uccidi e fatti uccidere. Io insegno la ribellione; io dico: non fatevi uccidere e non uccidete nessuno... vivete! E fate vivere gli altri. Perché non basta vivere, bisogna anche fare qualcosa per far vivere gli altri. Questi pochi giorni che abbiamo sono preziosi, sono un dono di Dio: non sprecateli.
Imparate invece il linguaggio della vita e abbandonate il linguaggio della morte, vivete in modo totale e vivete con tutta la vostra intensità, vivete imparando il linguaggio della vita, la vostra vita deve diventare una fiamma. Anche se vivete un solo momento, quel momento deve essere di una intensità tale da riuscire a divenire tutta l’eternità.
Se il mondo impara a intonare la canzone della vita, a suonare il flauto dell'esistenza, sarà una rivoluzione, e una rivoluzione senza precedenti. E questa rivoluzione non può venire tradita, perché non è un reagire contro, non avviene in reazione a qualcosa. Noi non combattiamo contro nessuno, stiamo semplicemente dissipando il buio dentro di noi, siamo impegnati nel compito di rimuovere i sassi ed i massi, in modo che il fiume possa ricominciare a scorrere, perché l'oceano non è lontano... Il fiume che smette di scorrere, arriverà certamente sull'oceano.''

OSHO, 1979


© Tora Kan Dōjō







domenica 23 dicembre 2018

Karate e Gōjū, origine dei nomi


Il termine te (de) stava ad indicare, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arte di combattimento a mani nude indigena dell’arcipelago delle Ryu Kyu. Il termine te, pronunciato ti nel dialetto dell’arcipelago, significa “mano” (mani).

L’influenza delle arti di combattimento cinesi, per mezzo di maestri cinesi presenti ad Okinawa o di okinawensi che avevano praticato in Cina, portò nel corso degli anni ad identificare il te con il nome tōde, dove il kanji (1)  rappresentava la dinastia cinese Tang (618-907) e veniva utilizzato per indicare la Cina in senso lato. Tōde assumeva quindi il significato di mano cinese (mani cinesi). Il termine tō può essere pronunciato, con il metodo Kun, kara.

Fino all’inizio degli anni trenta tōde è stato sicuramente il termine più usato per identificare l’arte di combattimento che oggigiorno è chiamata karate: sono concordi su questo punto sia le testimonianze orali sia quelle scritte. Per esempio, nel 1908, Anko Itosu (1832-1915), nello scritto “tōde junkun” (dieci precetti sul karate), utilizza il termine tōde – mano cinese. I libri scritti a Tokyo nel 1922 e nel 1925 da Gichin Funakoshi (1868-1957), allievo anche di Itosu, utilizzano anche loro il termine tōde per identificare l’arte di combattimento dell’isola d’Okinawa. La prima dimostrazione di karate al Butokusai (il festival organizzato ogni anno dal Butokukai, l’organizzazione ufficiale, cui capo vi era un membro della famiglia imperiale giapponese, che raggruppava tutte le discipline del budo giapponese), effettuata da Yasuhiro Konishi nel 1929, è registrata nel Butokukai–shi (giornale del Butokukai) con il termine tōde. Tra l’altro il karate non era ancora riconosciuto come ryū–ha (stile ufficiale) nel registro del Butokukai, ma compariva sotto la voce jujutsu.

Nel 1932 Choki Motobu (1871-1944) scrive il libro “Watashi no ryū jutsu”. 
Nella copertina sono chiaramente identificabili i kanji  e de (te). 
Il termine jutsu significa ‘arte’ o ‘tecnica’ e voleva far sottintendere l’origine “pratica”, “reale” del tōde.



Watashi no tōde jutsu


Analogamente anche Chōjun Miyagi (1888-1953), per lo scritto “Karate Gaisetsu” (Spiegazione generale sull’arte del karate) del 1934, utilizza il termine tōde.



Karate Gaisetsu


Il 26 dicembre del 1933 il karate è riconosciuto dal Butokukai come ryū–ha
Chōjun Miyagi sottopone Gōjū ryū tōde come nome del proprio stile. 
Il termine ryū ha un significato letterale di ‘corrente’, ‘stile’, ‘larga comunità con un progetto comune’.

Il riconoscimento del karate come arte marziale giapponese ed i crescenti problemi con la Cina spinsero i praticanti di karate, soprattutto quelli che praticavano nel centro del Giappone, ad una profonda riflessione sul nome da dare alla propria arte.

Con la pronuncia kara (metodo Kun) poteva venire letto anche un altro kanji con il significato di ‘vuoto’.

Il termine karate – mano vuota, oltre a rappresentare uno stile di combattimento senza armi, rappresentava bene anche la via spirituale indicata dal buddismo.

Nel 1935 Gichin Funakoshi, trasferito da parecchi anni a Tokyo e quindi a diretto contatto con i sentimenti ideologici dell’epoca, scrive il libro “Karate dō kyohan”, utilizzando il termine karate – mano vuota.


Karate do kyohan


E’ da notare che Funakoshi aveva già utilizzato il termine in una poesia scritta nel 1922 (2), inoltre non fu il primo ad utilizzare tale termine in uno scritto dedicato al karate: infatti, nel 1905, Chomo Hanashiro (1869-1945), compagno di pratica di Funakoshi in gioventù, utilizzò il termine karate (mano vuota) nel suo libro “Karate kumite”. 
Non è nota la motivazione che lo spinse a quell’utilizzo, una ipotesi è che potrebbe avere preso spunto dal quinto dei kenpo hakku (poemi sulle arti marziali) presenti nel Bubishi, che recita: “Non appena gli arti incontrano il vuoto, si dispongono secondo una tecnica giusta”. 
Il Maestro di Hanashiro e di Funakoshi, il già citato Itosu, possedeva sicuramente una copia del Bubishi (3)
Il Maestro Funakoshi ha lasciato questa definizione di kara: “Come la levigata superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia di fronte e una quieta valle riecheggia anche i più piccoli suoni, allo stesso modo il praticante di karate deve rendere vuota la sua mente di egoismo e di debolezza nello sforzo di reagire adeguatamente in qualunque circostanza”. 
Funakoshi aggiunge inoltre il suffisso  (‘via’, ‘strada’) alla parola karate, come nel judo o nel kendo, per enfatizzare il significato spirituale dell’arte, già evidenziato dal carattere kara – vuoto.
 
Ormai il dado era tratto, il termine karate – mano vuota fu infine recepito ed accettato anche ad Okinawa, il 25 ottobre del 1936, nel corso dell’incontro che riunì alcuni dei più noti maestri di Okinawa dell’epoca.

In principio quindi i maestri di karate di Okinawa non si erano mai posti il problema di assegnare un nome formale all’arte di combattimento da loro praticata: la chiamavano semplicemente te o tode. Né tantomeno di differenziare con un nome uno stile invece che un altro. Nel momento in cui, però, cominciarono a viaggiare nel centro del Giappone, il confronto con le arti marziali tradizionali giapponesi li costrinse a cambiare atteggiamento. 
Il 5 maggio 1930 Chōjun Miyagi fu invitato a prendere parte ad una dimostrazione di arti marziali giapponesi in occasione della festa per l’inaugurazione del tempio Meiji Jingu a Tokyo, alla presenza di membri della famiglia imperiale. 
Miyagi declinò l’invito, ma mandò quello che allora era il suo migliore studente, Jin’an Shinzato (1901-1945). Al termine della dimostrazione Shinzato fu avvicinato da uno degli altri dimostranti, che, impressionato dalla dimostrazione, gli chiese quale era il nome dell’arte. 
Non è rimasta traccia della risposta di Shinzato, ma probabilmente rispose Naha-te (cioè il te di Naha, la città dove viveva e praticava Chōjun Miyagi).

Ritornato ad Okinawa Shinzato raccontò l’accaduto al Maestro Miyagi. 
L’accaduto fece realizzare a Miyagi che, per essere alla pari delle altre arti marziali giapponesi, doveva dare un nome al suo stile di karate. Prendendo spunto dal terzo dei kenpo hakku riportati nel Bubishi, “ho gōjū donto” (‘essenziali sono l’inspirazione e l’espirazione con forza e cedevolezza’), Miyagi ritenne che, data la natura dello stile, che possiede tecniche “dure” e “morbide” con enfasi sulla respirazione, Gōjū fosse il nome ideale.

Kenpo hakku

Note:
(1) I kanji sono ideogrammi cinesi che possono essere letti in due modi diversi: On e Kun. On è il metodo cinese, mentre Kun è il metodo giapponese.
 (2) Nella poesia Funakoshi utilizzò, invece del termine consueto “mano cinese”, il termine “ku ken” (pugni vuoti), dove “ku” e “kara” sono rappresentati dallo stesso kanji, pronunciato in maniera diversa. 
 (3) Il Bubishi è un antico trattato, composto da 32 articoli, di origine non chiara, probabilmente cinese, e non attribuibile a nessun autore. Diverse persone ne possiedono un esemplare copiato a mano, e le copie non sempre sono congruenti tra loro.

© 2018, Roberto Ugolini
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