sabato 12 dicembre 2020

La pratica della gentilezza nelle arti marziali


Dal film "Ame Agaru" (雨あがる) "Dopo la pioggia". 
Il protagonista è un ronin (ovvero un samurai solitario), che cerca un impiego fisso come maestro d'armi presso un nobile locale. Nella scena, il signorotto lo mette alla prova lasciandolo sfidare a duello dai suoi migliori samurai. Si arriva subito alle presentazioni di rito in cui i contendenti usano dichiarare il proprio nome ed elencare gli esponenti della propria casata. Qui per farla breve dicono soltanto nome e cognome, anzi cognome e nome secondo l’etichetta giapponese. Inizia il primo: «Nabeyama Tahei, a vostra disposizione». E il ronin gentile risponde «Io sono Misawa Ihei, piacere». Sì, ha detto proprio "Yoroshiku". Inaudito. Il ronin qui infrange l'etichetta perché l'espressione "yoroshiku" non è adatta a un'occasione del genere, è troppo familiare ed esprime un buon animo che è del tutto superfluo nell'asettico rituale del duello. Ma ciò che spiazza gli avversari è il tono dolce e tranquillo del ronin. Nei suoi modi gentili non c'è nessuna violenza, nessuna aggressività, soltanto una quiete imperturbabile, che già di per sé denota il livello dello spadaccino. E infatti la superiorità tecnica si vede subito: col primo contendente non ha nemmeno bisogno di usare la spada, per lui gli attacchi sono facilmente prevedibili e li schiva uno ad uno con movimenti minimi. Il bello viene quando all'ultimo attacco Misawa Ihei, con un colpo secco del suo bokken, disarma l'altro samurai. 
Per la cronaca, il bokken (spada di legno), fu introdotto intorno al 1600 quando finalmente ci si accorse che non era il caso di allenarsi con la katana, che era in pratica un rasoio per cui perfino lo scambio più amichevole finiva sempre nel sangue. Il bokken evitava certo le ferite da taglio ma, quando arrivava, erano comunque mazzate. Qui la tecnica per disarmare è un colpo secco tirato con un kime (concentrazione di forza) esplosivo che si ripercuote sul polso destro dell'avversario. Misawa Ihei, lo sa, ed essendo di animo gentile, si premura di chiedere subito: ««Sumimasen... daijobu desu ka? Te o itaku nai desu ka?» ("Scusatemi... tutto bene? Vi siete fatto male alla mano?") e l'altro risponde in modo amaro «Betsu ni...» ("No, nulla"), poi raccoglie in fretta il suo bokken e scappa via per la figuraccia fatta davanti al suo signore. Ancora meglio l'incontro successivo con il samurai Inuyama Handayu: lo spadaccino si presenta con una voce bassa che sembra provenire dall'hara, ovvero dall'addome, ritenuto nelle arti marziali tradizionali giapponesi il centro dell'energia, e quindi già da questo si direbbe un praticante di altissimo livello. Il nostro, sempre più informale, risparmia i convenevoli (in fondo aveva già detto il suo nome nell'incontro precedente) e si limita a rispondere "Yoroshiku", con la sua immutabile sorridente gentilezza. Stessa storia. 
Qui il ronin mostra una netta superiorità addirittura anticipando, anziché schivando, e sulla faccia dell'avversario si legge il terrore. Perché, all'epoca, i praticanti di spada, nonostante in allenamento o negli incontri "amichevoli" come questo brandissero la "katana di legno", si comportavano sempre come se l'avversario impugnasse una spada vera. Anche questo immedesimarsi nel pericolo, questo praticare psicologicamente in una condizione di vita o di morte, faceva parte dell'addestramento che per loro era costante, non finiva mai. Il ronin Misawa Ihei, invece, è ad un livello talmente alto che per lui la pratica consiste nell'esercitare costantemente la gentilezza, cioè nel controllare le proprie emozioni, a cui aggiunge la compassione buddhista dello Zen. La tecnica se l'è lasciata alle spalle, l'ha talmente assimilata che in un certo senso l'ha anche "dimenticata". Un po' come i pianisti jazz quando improvvisano.


Per completare il discorso di ieri sera sul film "Ame Agaru" (雨あがる) "Dopo la pioggia", la morale della storia è che il protagonista, un ronin in cerca di lavoro come maestro d'armi presso un nobile locale, rappresenta un modello etico difficile da raggiungere per gli stessi tanto mitizzati samurai, nonostante tutta la retorica novecentesca del "Do" (il "Do" è come la Nutella: meno ce n'è e più lo si spalma, anche in Giappone). 
La sceneggiatura originale di Kurosawa aveva come obiettivo quello di descrivere quel livello, quella gentilezza e compassione che non sempre i mitici samurai riuscivano a raggiungere, spesso fermandosi solo ad uno sterile perfezionismo tecnico, dove si dimostra che la pura tecnica senza la gentilezza e la compassione è assolutamente inferiore. Il nobile signorotto locale, come pure tutti i suoi samurai, ha in mente un modello retorico, esteriore, della figura del guerriero, che per loro dovrebbe esibire "spirito marziale" e rudezza anche nei modi. Per loro non è possibile che all'efficacia e alla bravura di uno spadaccino si possa accompagnare un animo gentile e compassionevole. Misawa Ihei, per il suo comportamento e per i suoi modi, sconvolge questa visione errata, ma l'ipocrisia dei nobili è tale per cui non possono ammetterlo, e non solo il ronin viene rifiutato dalla comunità restando disoccupato, ma il signorotto gli manda anche dietro dei sicari per vendicarsi dell'offesa subita davanti a tutti i suoi dignitari e cancellare l'episodio: non è possibile che il capo di un clan possa essere sconfitto in duello e senza nemmeno aver tirato un colpo. Dopo la scena dei duelli di prova, quindi, in cui il ronin si trova ad affrontare (e umiliare) lo stesso signorotto, c'è un'altra scena chiave, quella dell'incontro con i sicari. Il ronin, inizialmente, tenta di non usare la spada difendendosi a mani nude, per la sua altissima etica (l'arma non va sguainata MAI se non per uccidere). Ma quando vede che ciò è inevitabile, e con la spada ormai sguainata, tenta ancora una volta di ricomporre la situazione eliminando solo un paio dei suoi avversari ed esclamando: «Yamemashou... mo ii takusan desu!» ("Fermiamoci... basta così!"). 
I samurai invece non ne vogliono sapere e insistono nel portare a termine la vendetta, e a quel punto Misawa Ihei li finisce. Addirittura, massima maestria nell'economia dei movimenti, lascia che uno degli ultimi due uccida l'altro uscendo dalla traiettoria di un attacco alle spalle (non è fantascienza, esisteva un addestramento specifico anche per questo, sviluppando la percezione degli agli attacchi imminenti). Poi si ricompone e torna sui suoi passi, amaramente, dopo aver constatato per l'ennesima volta quanto siano immaturi molti samurai vittime della loro stessa retorica. È bellissima la frase che pronuncia Misawa Ihei prima di sguainare la spada: «Se c'è un giorno in cui devo arrabbiarmi con me stesso, dev'essere oggi... Io mi arrabbio quando perdo il controllo di me stesso». Il che denota il suo livello: il vero praticante di arti marziali combatte con sé stesso non contro gli avversari, sfrutta come occasione di pratica perfino un duello in cui potrebbe morire, ma lui, essendo già morto a sé stesso, non teme più la morte. E quindi, mentre gli altri, che in confronto a lui sono dei principianti, stanno semplicemente combattendo contro di lui, lui combatte contro sé stesso per perfezionare il suo spirito. E non avendo più retropensieri sul vincere o sul perdere, non avendo più emozioni che possano influenzarlo, coltivando proprio nel pericolo il vuoto mentale a cui aspira lo Zen, non può che avere il sopravvento su chi è rimasto ancora alla mera tecnica e si lascia fuorviare dalle emozioni.

Bruno Ballardini 

© Tora Kan Dōjō




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