mercoledì 16 gennaio 2019

Momenti di Pratica, Servire il Tempio - Moments of Pratice, Serving the Temple Ita/Eng






C’è un’espressione bellissima nello Zen che è I Shin den Shin, da cuore a cuore, da mente a mente. Questa espressione, spesso inflazionata, indica proprio la connessione, il dialogare tra Maestro e discepolo e questo link, questa comunicazione interpersonale diretta da cuore a cuore, passa attraverso canali altri, che non sono la razionalità, la mente duale, la parola. Quando sono in Giappone accanto al mio Maestro, anche se non capisco bene la sua lingua, che poi è un giapponese molto colto, molto difficile da comprendere, capisco però cosa dice ogni suo gesto, cosa dice il suo muoversi nel Tempio.
È un Insegnamento profondo, che arriva alla radice del mio essere. Un mio discorso a Shinnyoji ha creato grande scompiglio nel Sangha. Mi è stato detto che è stato come avessi gettato una bomba, e diverse persone si sono allontanate, hanno lasciato il Tempio. 
Devo dire che evidentemente, come Maestro, ho colto nel segno, che ho fatto un colpo… da Maestro. Se le mie parole sono servite a fare chiarezza, a rimuovere polvere e confusione nei praticanti, sono state parole sante. Dico comunque che è fondamentale capirsi oltre le parole, capire l'essenza dell'insegnamento, cogliere quel quid che fa fare il salto quantico, abbandonando il razionale, il giudizio, la separazione, il me e l’altro-da-me, e fa toccare il cuore della Pratica, il cuore dello Zen, il cuore del Dharma. 
Così quando leggiamo un testo, quando sentiamo un insegnamento, fondamentale è quel momento in cui on va à se reconnaître, ci si riconosce. 
La parola, il suono, riconosce l'udito, l'orecchio. Scatta quella vibrazione di diapason, quell’eco del Buddha che risuona eterna nella valle, senza inizio né fine. È il ruggito del leone, il Dharma che si risveglia nel nostro cuore-mente, nel nostro kokoro.
Allora assolvere i compiti al Tempio, venire al Tempio e tenerlo aperto per permettere a chi suona il campanello di trovare un luogo di Pratica che lo accolga, questi momenti, questi sforzi, porteranno gioia. Non diventano più un atto dovuto, un obbligo. 
Je ne suis pas obligé: svolgere un servizio al Tempio non è un obbligo, è la gioia di praticare. È il riconoscersi, il riconnettersi. Religere, questo è il senso religioso nella Pratica, ricollegarsi alla NaturaBuddha universale. 
Allora diventa un piacere, come andare a incontrare l'amato, l'amante. Non è più un obbligo, non è più una fatica, non è più qualcosa che ci obera e ci fa accollare un peso in più. Diventa la gioia di venire al Tempio, di pulirlo, di raccogliere le foglie in giardino, di annaffiare i fiori, di semplicemente sedersi sullo zafu con chi arriva. 
Se non si attiva questa connessione primaria, questo ri-conoscersi, tutto diventa faticoso e fastidioso, tutto diventa un obbligo e forse diventa opportuno chiedersi se sia necessario venire al Tempio, se non è quello che vogliamo, se non ci dà gioia. 
Durante un colloquio, un praticante mi ha detto che per lui “venire al Tempio è gioia”. Un altro mi ha detto che non sarebbe potuto venire a Zazen e l’ho rassicurato che non era un problema... Mi ha allora spiegato che “il suo era dispiacere per non poter essere presente, perché avrebbe sentito la mancanza della Pratica al Tempio”. 
Una mancanza non data da un attaccamento, ma dalla consapevolezza della gioia nel “ritrovare l'amato”, del semplicemente essere seduti insieme ad altri che credono, sperimentano e percorrono la nostra stessa Via. A qualunque livello pratichiamo, dobbiamo sempre ricordare che nel nostro naturale compito di Bodhisattva, c'è quello di servire la Casa Spirituale come la nostra casa, la Famiglia Spirituale come la nostra famiglia. 
Il Tempio non è qualcosa di estraneo, non è qualcosa che possiamo vivere come un'associazione ricreativa spirituale o come un centro benessere. È qualcosa che richiede comunque un grande impegno, un grande sforzo, ma è anche qualcosa a cui vogliamo dedicarci. Ci impegniamo perché ci interessa, perché ci crediamo, perché sperimentiamo ogni giorno i doni infiniti della Pratica e ne beneficiamo. 
Ci impegniamo perché ci riconosciamo nella Via del Buddha, ripercorrendo i passi degli Antichi Maestri, degli Antichi Patriarchi.
È molto difficile Praticare Zen oggi, in un mondo in cui vale solo ciò che si ha voglia di fare, ciò che ci piace fare. È difficile abbandonare il concetto di “ciò che ho voglia di fare” e “fare ciò che è buono per me”, per la mia vita, per ciò che semplicemente sono chiamato a fare. 
Lo Zen come ogni Arte richiede disciplina. Ogni Religione, ogni Dottrina, ogni Filosofia, ogni Arte, richiede disciplina. 
Ogni volta che mi pongo la domanda “Cosa voglio fare?”, il mio ego mi dice che voglio tutto ciò che è profitto, tutto ciò che è semplice da realizzare , tutto ciò che è più facile. Per portare avanti la nostra Pratica dobbiamo decidere se vogliamo seguire il nostro “ego” e il nostro karma, oppure affrontare un cambiamento. Sicuramente il nostro karma non ci aiuta in questa spinosa scelta, per questo ci vuole una forte determinazione. 
E’ importante anche comprendere come la nostra Pratica non possa rivolgersi solamente a noi, ma a tutti gli esseri, senza dimenticare l'importanza di sostenere il luogo di Pratica. Se non lo si sostiene, se non lo si ama, se non lo si cura, il Luogo di Pratica non può esistere. Se non cooperiamo per far nascere una comunità, il Luogo si spegne. 
Importante è ricordare che siamo arrivati Qua e siamo stati accolti da chi ha operato, e continua a operare, per tenere aperto questo Luogo. 
Questo Bene non è qualcosa che cade dal cielo. Nasce da uno sforzo comune, da un dovere comune: una volontà rivolta agli altri, per il bene degli altri. 
Impegno che sicuramente comporta delle rinunce e porta a delle scelte.
Ognuno di noi ha tanti impegni nella vita, ma se capiamo l’importanza di ciò che abbiamo incontrato, la Via del Buddha, un Luogo dove Praticare, allora troveremo la forza di sostenerci insieme nella nostra Pratica.

    
Rev. Shinnyo Marradi 
Shinnyoji, estate 2018


Tratto da EKIZEN
Notiziario del Sangha di Shinnyoji, autunno 2018.


MOMENTS OF PRACTICE
SERVING THE TEMPLE


There’s a lovely saying in Zen: I Shin den Shin – from heart to heart, from mind to mind. Often overworked and misused, it clearly identifies that particular connection, that link that binds together a Master and a student. Such interpersonal communication that goes from heart to heart flows through channels that are beyond words, rationality and the dual mind. When I’m visiting my Master who speaks to me in his sophisticated Japanese that’s so hard to understand, I’m nevertheless able to comprehend the meaning of his gestures, and of his movements around the Temple. It’s a profound teaching that reaches deep within me. One of my speeches at Shinnyoji created much concern within the Sangha. I’ve been told that it was like letting off a bomb and, as a consequence, many people distanced themselves from the Temple. I must say that, evidently, I hit the mark and delivered a true master stroke. If my words helped to clarify things, to remove the dust and confusion that was blinding practitioners, then they were words of wisdom. I would like to emphasize the importance of comprehension beyond words, getting to the core of the teaching and catching the clue that triggers a quantum leap forward. We need to abandon rationality, judgement, separation, what’s me and what’s other-than-me, touching the very heart of practice, the heart of Zen and of Dharma. When we read a text or hear a teaching, fundamental is the moment when on va à se reconnaître, when we identify. The word, the sound, recognises hearing, our ear. 
Like a tuning fork it vibrates – a Buddha’s echo eternally reverberating in the valley. 
It’s the lion’s roar, the awakening of Dharma in our heart-mind, our kokoro. In this way our efforts to fulfil the assigned tasks at the Temple, to keep it open, thus allowing anyone that rings the doorbell to find a place of practice, will bring joy and will not be seen as an obligation. Je ne suis pas obligé: service at the Temple is not a duty, it’s the joy of practice. It’s recognising oneself, re-connecting. Religere: this is the true religious sense of practice; re-connecting with the universal Buddha-nature. 
Then everything becomes pleasant, like meeting with someone’s own lover. It’s not a chore, a burden; it no longer requires effort, it’s the joy of coming to the Temple to clean it, to pick up the fallen leaves in the garden, to water the plants, to simply sit on a zafu with whomever arrives. If we do not activate this primary connection, this mutual recognition, everything becomes tiring and irritating. 
When everything is seen as a “must do”, if it’s not what we want, what brings us joy then it might be worth asking ourselves if it’s necessary to come to the Temple at all. During an interview, a student said to me that to him, coming to the Temple meant joy. 
When another told me that he could not come to zazen, I reassured him that it was not a problem. He then told me that he felt sorrow for not being able to attend, that he would miss not being able to come to that week’s practice. 
He was longing for the joy of finding what one values highly: just sitting together with others that like him believe, experience and walk on the same Path. Whatever is the level reached in our practice, we must not forget that one of the duties we have as Bodhisattvas is to serve the Spiritual House like our own home, the Spiritual Family like our own family. The Temple is not something estranged from us, we cannot relate to it as if it was a club or a wellness centre. Although it demands great effort on our part, it’s something we want to dedicate ourselves to. We commit because we believe in it, because every day we benefit from the precious gifts of our practice. We commit because we identify in Buddha’s path and we walk in the footsteps of the ancient Masters. It’s very difficult to practice Zen today in a world where the only thing that counts is doing what we like. 
It’s very difficult to rid our minds of concepts such as “doing what I like to do” and “doing what is best for me, for my life. Doing just what I’ve been called to do”. Zen, like all forms of art, requires discipline. Every religion, philosophy or art, requires discipline. Every time that we ask ourselves “what do I want to do”, our Self replies that we want what brings us profit, what is easy to achieve. To carry on with our practice we need to decide whether we want to listen to our Self and our karma, or face change. 
Our karma will surely not help us in making such a difficult choice and therefore we need to be very determined. It’s similarly important to understand that our practice should not be directed inwards but must turn to all beings and should also include supporting the place where we practice. If we do not love it, care for it, support it, such place cannot exist. If we do not work together to create a sense of community, the Place will fade away. 
We must keep in mind that when we arrived, we were welcomed by those who dedicated their efforts, and still do, to keep this place open and functioning. This precious resource is not godsend. It is the end result of a committed effort, a common responsibility towards others and their wellbeing, and such commitment implies that we make some choices and give up something. 
We all live very intense lives and we have many responsibilities but if we understand the importance of what we have come across, of Buddha’s Path, of the Place where we can practice, we will then find the necessary energy to support each other in our practice.


Rev. Shinnyo Marradi 
Shinnyoji, summer 2018


From EKIZEN
Shinnyoji Sangha Newsletter, autumn 2018.



© Tora Kan Dōjō








domenica 13 gennaio 2019

Rimanere Fedeli

Trasmettere la Tradizione integralmente.

Articolo tratto da “The Okinawa Times” del 17 giugno 1999.

Tradotto da Tetsuji Nakamura e Isaya Higa in inglese. 
Traduzione italiana di Stefania Esposito


Un uomo al centro del Dōjō  pratica dei Kata ripetutamente, con tutto se stesso. 
Mentre si muove, spruzza sudore dalla testa e dal corpo. 
Un altro uomo lo osserva attentamente, in piedi di fronte a lui, poi da dietro. 
E c’è ancora un altro uomo che guarda, un po’ più in là.



L’uomo al centro è Morio Higaonna, un giovane Maestro di Karate Goju-Ryu, che sta diffondendo attivamente il Karate in tutto il mondo. 
I due maestri che esaminano la sua esecuzione sono An’ichi Miyagi e Shuichi Aragaki; questi tre uomini, due maestri e il loro allievo, sono i successori del Karate Goju-Ryu

Questa forma di pratica si è fatta più intensiva da quando Higaonna Sensei è divenuto un praticante di Karate acclamato a livello mondiale; è come se fosse in atto un nuovo (consolidamento), non c’è fine alla loro pratica, che mira a “trasmettere la tradizione integralmente”, in maniera perfetta, senza compromessi.

An’ichi Miyagi, Maestro di Higaonna, è un allievo diretto di Chojun Miyagi, il fondatore del Karate Goju-Ryu
Divenni suo allievo subito dopo la fine della guerra, intorno al 1948, quando Sensei Chojun venne a Naha da Gushikawa per lavorare nell’Accademia di Polizia”. 

A quel tempo An’ichi passava il tempo bighellonando con gli amici, senza uno scopo, e non aveva obiettivi particolari nella vita. 
Il Giappone era appena stato sconfitto in guerra e non avevano denaro né beni di prima necessità, per cui potevano solo bighellonare e chiaccherare, ogni notte. 
Finché una persona diede loro un consiglio: 
"Ragazzi, siete ancora giovani. Se non avete niente da fare, perché non iniziate a studiare qualcosa ? 
Conosco un bushi (Guerriero Gentiluomo) chiamato Maagushiku (l’antica pronuncia di Okinawa per Miyagi). 
Se vi interessa, posso chiedergli di insegnarvi".

Chojun Miyagi
Chojun Miyagi era un eroe, noto anche come “Maagushiku lo strappa-carne” per via della sua presa, che si diceva fosse tanto forte da lacerare la carne dell’avversario. 
Persino An’ichi aveva sentito parlare di lui, benché non conoscesse nulla del Karate. 

Non sapevo che un uomo simile esistesse davvero ed ero entusiasta di conoscerlo”, dice An’ichi, che decise su due piedi di diventare allievo di Chojun. 
Tuttavia, quando il Maestro Chojun vide il corpo ossuto di An’ichi, che aveva perduto i genitori durante la guerra e non aveva abbastanza cibo per sfamarsi, pensò che il ragazzo non fosse sufficientemente forte da sostenere l’allenamento. 
Così il Maestro Chojun per un po’, invece di farlo praticare, gli faceva pulire la casa e preparare il tè. 
Ciononostante An’ichi lavorava duramente, ogni giorno, nella dimora di Chojun: al mattino faceva le pulizie e si prendeva cura dell’orto; nel pomeriggio preparava il tè per gli allievi che venivano per la pratica. La cosa continuò per tre mesi. 
In seguito, Chojun spiegò ad An’ichi: 
“Quando ti ho dato ospitalità, dopo la morte dei tuoi genitori, ero molto preoccupato che l’allenamento potesse farti scappar via. Volevo essere sicuro che tu fossi veramente determinato a praticare”.

An’ichi non scappò; al contrario, non appena gli fu concesso di unirsi ai praticanti si applicò più intensamente di tutti gli altri per costruire il suo corpo, di modo da poter raggiungere gli allievi più anziani. 
Dopo un po’ questi ultimi cominciarono ad andarsene ad uno ad uno e ci fu persino un momento in cui An’ichi era l’unico allievo; in quel periodo Chojun Sensei insegnò ad An’ichi (che aveva solo un’istruzione elementare) molte cose oltre al Karate, come i nomi di ogni singolo (articolo casalingo).
Finché Shuichi Aragaki entrò a far parte del Dōjō.

All’inizio anche Aragaki fu istruito per fare lavori come estirpare le erbacce dal giardino o attingere l’acqua. 
Chojun Sensei poteva ordinare ad Aragaki di spostare una pietra nell’altro lato del giardino, dicendo: “Sta meglio laggiù”, per poi dirgli, il giorno dopo, di rimetterla dov’era perché “Era meglio in quell’altro modo”. In realtà, anche questo faceva parte dell’allenamento. 

Mi chiedevo perché mai mi facesse fare questi lavori, ma credo che stesse mettendo alla prova la mia forza spirituale. Una cosa mi colpiva molto, il fatto che persino quando io ed il Maestro An’ichi lavoravamo nel giardino Chojun ci osservava, vestito di tutto punto e seduto eretto. Ogni volta che visitavamo la sua casa per allenarci e gridavamo ‘Sensei, sono qui’, lui rispondeva ‘Così siete qui’ e si inchinava profondamente al nostro cospetto. Ci insegnava ad osservare il decoro dandocene l’esempio”.

Chojun Miyagi
Chojun Sensei era cordiale ed educato, ma diventava spietato quando si trattava di allenarsi. 
Era in grado di individuare ogni mancanza di concentrazione, non importa quanto breve. 
Era particolarmente severo sugli esercizi di riscaldamento/preparatori (n.d.r.: Junbi Undo), che spesso continuavano per due o tre ore.
E’ necessario avere un certo livello di preparazione fisica, per cominciare; solo in seguito si può iniziare la vera pratica del Karate.
Quando An’ichi Miyagi e Aragaki erano i soli allievi di Chojun Miyagi, Chojun Sensei esigeva da loro che impiegassero nella pratica tutta la loro forza. 
Per esempio, mentre si esercitavano nel Kakie (un esercizio nel quale bisogna bloccare l’attacco dell’avversario) le loro braccia potevano diventare nere per i lividi. 

Quando praticavamo i Kata, Sensei osservava la nostra esecuzione e ci correggeva la posizione dei piedi, delle mani e infine lo sguardo.
Era solito dire che gli occhi sono le armi più importanti, che ci consentono di vincere senza combattere e che dobbiamo prevalere sul nostro avversario con lo sguardo”.

An’ichi Miyagi e Shuichi Aragaki continuarono il loro allenamento e alla fine si unirono a loro dei nuovi allievi. 
In seguito An’ichi sostenne Eiichi Miyazato, il successore del Maestro Chojun, e lavorò sodo per aiutarlo ad allenare le nuove generazioni di allievi.

Aragaki si trasferì a Tokyo e divenne Maestro supplente in un Dōjō condotto da Takeshi Miyagi, il figlio di Chojun. 
Dopo vent’anni vissuti in quella città tornò ad Okinawa. 
Oggi Aragaki e An’ichi si dedicano, insieme, all’allenamento dei giovani maestri.

Osservando l’allenamento del Karate moderno, An’ichi ricorda le parole del suo Maestro: “Sensei Chojun disse una volta: 
‘Ho sentito dire che nelle isole principali del Giappone si fanno combattere gli allievi tra loro come se facessero pugilato; questo equivale a far combattere dei pazzi dopo averli armati di coltello’. Credo che l’essere in grado di vincere senza combattere richieda maggior allenamento mentale e spirituale”.

Shuichi Aragaki, An'ichi Miyagi e Morio Higaonna

Morio Higaonna, presidente dell’International Okinawan Goju-Ryu Karatedo Federation, si allena da oltre quarant’anni come successore di An’ichi Miyagi. 
Devo ancora percorrere molta strada prima di poter essere considerato un successore.
Il Karate è estremamente profondo, ed io sono ancora un allievo che si allena nel Dōjō con Sensei Miyagi”.

Con la sua modestia, Higaonna Sensei è fedele al titolo di “internazionale” e viaggia per il mondo insegnando il Karate in cinquanta Paesi. 
Il Paese col più alto numero di allievi è l’India, dove i praticanti sono 15-16.000. 
Ognuno dei cinquanta Paesi ha il proprio Capo-istruttore e sta diventando difficile valutare il numero totale di Dojo supervisionati da questi Capo-istruttori. 
Persino un Paese piccolo come il Portogallo ha 120 dojo.
Una volta, a Lisbona, mi fu chiesto di insegnare a 400 allievi in una volta”, racconta Morio Higaonna Sensei.

Higaonna Sensei cominciò ad allenarsi sotto An’ichi Miyagi Sensei intorno al 1955. 
Poi si recò a Tokyo e divenne istruttore mentre continuava la propria formazione. 
Nel 1981, dopo che il primo festival internazionale di Karate ad Okinawa si era concluso con un successo, Higaonna, incoraggiato da An’ichi Miyagi e Shichi Aragaki, aprì un suo Dōjō; quel Dōjō sarebbe diventato l’International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation.

Oggi Higaonna Sensei viaggia intorno al mondo insegnando Karate ma quando torna ad Okinawa si allena nel suo Dōjō
Dice di passare intere giornate praticando un Kata in continuazione, sotto la guida di Miyagi; due ore al mattino, poi il pomeriggio dalle due fino a sera.
L’insegnamento di Miyagi si concentra sullo Tsunagi del kata. 

L’essenza del Karate – dice Miyagi – non è qualcosa che puoi insegnare a parole. Io stesso posso trasmettere solo ciò che ho imparato osservando il mio Maestro; l’ho guardato mentre faceva notare un’infinità di dettagli che non possono essere trasmessi a chiunque, ma io credo che Higaonna abbia le giuste capacità e voglio che conosca a fondo molte cose”.

Il fatto di viaggiare per molti Paesi e di insegnare a un gran numero di allievi alla volta può sembrare in contraddizione col modo di praticare di Higaonna, che consiste nel ricevere l’insegnamento dal suo Maestro, da uomo a uomo. 
Ma secondo Shuichi Aragaki, “Preserviamo la maniera tradizionale di praticare mentre apriamo le porte a una moltitudine di persone che desiderano imparare il Karate. Non c’è contraddizione. I tempi sono cambiati ed è giusto che ci siano nuovi modi di diffondere il Karate”.

World Budo Sai I.O.G.K.F, Okinawa 2016

Il loro obiettivo principale è quello di far capire alle persone il Karate di Okinawa, il che alla fine porterà alla creazione di successori. 
Quando Higaonna Sensei insegna il Karate negli altri Paesi impartisce diversi tipi di allenamento, separando gli istruttori dai principianti e dagli allievi intermedi; a coloro che hanno già un buon livello di preparazione spiega le tecniche avanzate. 
Insegna in molti Paesi, ognuno con la sua lingua e cultura, e ad un gran numero di allievi, perché la presenza di un Maestro di Okinawa attira molta gente.
Ma a prescindere dal numero di allievi i suoi metodi basilari di allenamento rimangono gli stessi.


Dice Higaonna: “Ci sono persone negli altri Paesi che praticano veramente, sinceramente. Alcuni hanno acquisito la vera forza. Quello che dobbiamo fare ora è invitare queste persone a Okinawa e far sperimentare loro lo stile di allenamento di Okinawa. Un istruttore straniero che si era allenato a Okinawa tornò nel suo Paese e disse ai suoi allievi: ‘Se volete veramente dedicarvi al Karate, dovete sperimentare un allenamento a Okinawa. 
Questo è esattamente il messaggio che cerchiamo di portare. Anche quando insegniamo all’estero non dobbiamo snaturare l'insegnamento per conformarci alla cultura locale, perché il nostro obiettivo ultimo è quello di far capire alle persone cos’è il vero Karate”.


Morio Higaonna 

© Tora Kan Dōjō





domenica 6 gennaio 2019

Bunkai non significa applicazione!








Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

Il Maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumitedisveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa(攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, "Toki(pronuncia kun) hanachi".

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Tokicontiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.

Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata” ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.

pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.

spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.

situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…


© 2018, Roberto Ugolini
Clicca qui per il link al testo originale



© Tora Kan Dōjō






martedì 1 gennaio 2019

Il Buon Senso di un'Oca


Il prossimo autunno, quando vedrete le oche selvatiche puntare verso sud per l'inverno in formazione di volo a V, potrete riflettere su ciò che la scienza ha scoperto riguardo al motivo per cui volano in quel modo. Quando ciascuno uccello sbatte le ali, crea una spinta dal basso verso l'alto per l'uccello subito dietro. 
Volando in formazione a V, l'intero stormo aumenta l'autonomia di volo di almeno il 71% rispetto a un uccello che volasse da solo. 
Coloro che condividono una direzione comune e un senso di comunità arrivano dove vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano sulla spinta l'uno dell'altro. 
Quando un'oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola, e rapidamente si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevamento dell'oca davanti. 
Se avremo altrettanto buon senso di un'oca, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. 
Quando la prima oca si stanca, si sposta lateralmente e un'altra oca prende il suo posto alla guida. E' sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud. 
Le oche gridano da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità. 
Quali messaggi mandiamo quando gridiamo da dietro? Infine (e questo è importante), quando un'oca si ammala o viene ferita da un colpo di fucile ed esce dalla formazione, altre due oche ne escono insieme a lei e la seguono giù per prestare aiuto e protezione. 
Rimangono con l'oca caduta finché non è in grado di volare oppure finché muore; e soltanto allora si lanciano per conto loro, oppure con un'altra formazione, per raggiungere di nuovo il loro gruppo. 
Se avremo il buon senso di un'oca, ci sosterremo a vicenda in questo modo.

Tratto da “Brodo Caldo per l’Anima” 
di Jack Canfield e Mark Vistor Hansen, vol 2, pp. 288-289




© Tora Kan Dōjō