sabato 21 aprile 2018

Il Gesto e la Forma


Riceviamo un interessante riflessione del Maestro di Spada giapponese Enrico Salvi sul rapporti tra Gesto e Forma.

Dopo circa quarant’anni di pratica della Disciplina della Spada giapponese (Iai-dō), sento di poter tirare qualche (provvisoria) somma esponendo il più succintamente possibile, e per quel che lo permettono le parole, una convinzione profonda, coinvolgente la mente e il corpo, o, meglio, la mentecorpo (shinjin). Tale convinzione, scaturita da un sentire e comprendere con il corpo (tai ken), concerne il gesto e la forma, che costituiscono tanto il motivo dell’impegno nella pratica (shugyō) quanto, nell’infinito percorso di perfezionamento, delle altrettanto infinite tappe della Via. Aggiungo subito che, per quanto mi riguarda, la Disciplina dell’azione, qual è quella della Spada giapponese, è stata costantemente abbinata alla Meditazione Seduta (Seiza-Mokuso), la quale, per l’immobilità e il silenzio che la caratterizzano, ne costituisce il necessario contraltare contemplativo. Di fatto, l’azione non scaturente dalla contemplazione degrada in agitazione, alla stregua della circonferenza (il mobile) che è inconcepibile senza il centro (l’immobile) che ne sia il principio. Ragion per cui non possono darsi alcun vero gesto e alcuna vera forma – quindi nessun vero Iai – che prescinda dall’immobile principio (ri), ossia il non luogo (musho) che ne è la vera scaturigine, e nei confronti del quale è indispensabile nutrire una fede incondizionata e indefettibile.
Etimologicamente, gesto viene dal latino GESTUS, participio passato di GERERE fare, operare, diportarsi, e indica l’atto o movimento della persona. Dal canto suo forma, dal latino FORMA e greco MORPHÉ, indica la figura, il plasmato, il plastico, il modello. Quindi gesto e forma attengono alla dimensione estetica, che nella Disciplina della Spada giapponese – come in tutta la Tradizione nipponica – include il sentimento del bello, parola le cui accezioni nella cultura del Sol Levante sono molteplici e fra le quali, personalmente, prediligo bihaku – bi: bello e haku: bianco – attenente alla bellezza femminile, specificamente al candore della pelle come canone estetico associato ai concetti di purezza e nobiltà.

E difatti, la bellezza del gesto e della forma, nel suo armonico fluido vigore, sia nel movimento che nell’immobilità, è propriamente una grazia muliebre, un’espressione pura e nobile dell’energia fluente (kinagare), la quale, nel suo maturare corporeo, si può pensare simile al delicato sbocciare del fiore.
Notiamo come nel presente contesto la marzialità (bu) resti in secondo piano per il prevalere della compassione/gentilezza (nasake) la cui valenza è decisamente muliebre; e, d’altro canto, il termine nasake essendo composto dal radicale di cuore, animo (kokoro) e dall’ideogramma che indica il colore blu chiaro (ao), può ben intendersi come “uno spirito chiaro”, ciò riconducendo a bihaku e quindi all’etereo candore della bellezza femminile, da ciò potendosi intendere il profondo significato, si direbbe quasi androginico, di bushi no nasake: la compassione/gentilezza del guerriero, che, proprio per questo, è anche poeta (shijin).

Sull'alta vetta / Il cappuccio candido / Fresca estasi

In senso lato, non v’è gesto che non assuma una forma e non v’è forma che non si risolva in un gesto, talché “gesto” e “forma” risultano termini indicanti un’assai stretta complementarietà che nella Disciplina della Spada giapponese (come in tutte le Vie marziali) corrisponde al kata, tale termine implicando, secondo lo spirito nipponico, un orizzonte a trecentosessanta gradi, non limitato all’esercitarsi con la spada (keiko) né al luogo dell’esercizio (dojō), bensì permeante ogni aspetto della vita e perciò tendente all’educazione integrale del praticante quale uomo retto (gishi, antica parola del Bushidō), sensibile alla bellezza che lo circonda e nel contempo lo pervade rendendolo una bella persona (utsukushi no ito). Di qui la peculiare attenzione riservata dalla Tradizione nipponica all’addestramento formale/gestuale che mira alla realizzazione del gestus, quindi alla guarigione dalla gesticulatio, cioè dall’agitazione gestuale, indice di un assetto interiore instabile e confuso, ovvero sconnesso dal ri, cioè dal principio che è la fonte dell’armonia (wa).
Il corpo, esecutore del gesto e della forma secondo un opportuno canone, è ovviamente l’elemento indispensabile alla pratica. Come la mente, anche il corpo è  uno specchio. Come la mente, anche il corpo ha una memoria e una capacità riflettente (forse anche un’intelligenza?) il cui baricentro risiede nel ventre (hara). L’istruzione tecnica, morale e spirituale concernente la pratica è dapprima recepita concettualmente dallo specchio della mente, ma poi è nello specchio del corpo – di  tutto il corpo – che essa ha da riflettersi: il precetto racchiudente l’istruzione ha da “solversi” in quanto concettuale per “coagularsi” in quanto corporale, diventando così comportamento (rei),  ciò operandosi attraverso la fluidità (nagare) del gesto e della forma.
Riguardo alla bellezza, si tratta, come già osservato, di una grazia muliebre, vigorosa e fluida che viene liberata grazie alla reiterazione della forma e del gesto che muovono dal silenzio immobile contemplativo e che a loro volta ne sono il ricettacolo. Bellezza muliebre che – ecco il punto focale del presente scritto – si avverte non solo mentalmente ma anche fisicamente quale effervescenza di gioia, dal francese antico joie, derivazione dal latino gaudium. Gioia permeante integralmente il corpo, nonché  latrice dell’ispirazione che trasfigura la visione del mondo, delle persone e delle cose: visione tanto più nobile e virile quanto più compassionevole, gentile, muliebre.

mercoledì 18 aprile 2018

La Natura Morale delle Cose ovvero 忘れ物 lo Spirito degli Oggetti

Di Laura Imai Messina, dal blog Giappone Mon Amour, una pagina che inquadra sullo sfondo della nostra vita quotidiana, il fragile apparire dello spirito degli oggetti che riflette il nostro spirito.


Sali e scendi e sembra di stare sempre in altalena. Che la vita sia tutta un allungare gambe per montare a bordo di qualcosa, girare il corpo, aspettare d’essere partiti per assestarsi bene o solo “alla meglio”, dondolare nel passaggio da una stazione a un’altra, e poi scendere e dimenticare così la verità della distanza, che non si misura più in termini di spazio ma di tempo.
Ma i treni a Tokyo non sempre dimenticano chi ha viaggiato al loro interno. Arrivano spesso al capolinea conservando il passaggio di migliaia di persone. Sono gli oggetti che raccolgono ad ogni corsa gli addetti e i capotreno. Come un rastrellino sulla sabbia, un passino che conserva grumi di farina. Perchè molte di quelle persone dimenticano quotidianamente a bordo dei convogli un frammento della propria giornata, di quella che inzia, che è ancora in corso o di quella che finisce.
Sono i wasuremono 忘れ物, le cose che si dimenticano al presente, le cose che si sono dimenticate al passato. Sono gli otoshimono 落し物, le cose che si lasciano cadere, smarrimenti delle mani, di una borsa, di una tasca ballerina. Sono gli oggetti lasciati dietro sè.
E in ogni stazione, in ogni grande magazzino, università o ufficio, vi è un centro che raccoglie gli oggetti smarriti, che mette insieme piccoli tesori personali che i luoghi non hanno assorbito, perchè se la natura cela, i materiali duri della città tendono invece a svelare. A volte hanno nomi precisi come  otoshimono center 落し物センター, a volte assorbono anche molte altre funzioni.
Se gli oggetti sono stati scelti, se gli oggetti sono stati amati, ogni perdita è un lutto. Ogni wasuremono e otoshimono è qualcosa che rattrista e non lascia indifferenti.
Così che per quanto “inutile” possa sembrare, quando trovo questi rimasugli sulla strada o in un negozio, vado all’ufficio preposto o al koban (cabinotto della polizia di quartiere) a depositare non solo portafogli e carte Suica, ma anche pupazzetti, sciarpe, ciondolini. Giorni fa in aeroporto ho trovato un orecchino, per strada uno strap di Kumamon.
Questa a Tokyo è la stagione dei guanti. Decine di mani dimenticate per la strada. E l’unica cosa da fare è poggiare questi figli spaiati di mani minori in una posizione che spicchi. Così che da lontano, infilati dritti e spalancati sul pomello di un vaso di fiori, appese a un cartello di segnaletica stradale, poggiati su una panchina, appaiono quasi come un saluto e insieme uno stop, fermati, aspetta, cosa fai?. Creste di gallo, scherzi di bambini.
E capita tanto spesso anche a me. Che esco con un mucchietto di oggetti la mattina e torno a casa senza alcuni di loro.
Come l’ombrello rosa pieghevole lasciato ai miei piedi giorni fa sulla Linea Tozai perchè ero troppo concentrata nella scrittura e, quando a Nakano il treno ha abbandonato la superficie e ha ceduto al sottosuolo, avevo già dimenticato che fuori pioveva ancora. E l’ombrello si è fatto wasuremono.

E poi chiavette con dentro proiezioni per i seminari, spezzoni di film da analizzare, lezioni intere, articoli in divenire, racconti, il mio diario di dieci anni, fotografie. Ma anche penne a inchiostro, cuffie, elastici per capelli, guanti, cerotti, matite per gli occhi, medicine. Disattenzione del vivere sopra alle righe dell’ora e del qui, perchè la testa è immersa in tante storie, in frasi che ti vengono in mente all’improvviso e corri ad appuntarti. Perchè evaporano le idee.
Sono quelli soprattutto i momenti in cui perdo pezzi. In cui gli oggetti mi abbandonano, forse gelosi di tanta disattenzione.
Ma le cose in Giappone godono nel tempo di un privilegio che rimane: diventano spiriti. Una bella credenza giapponese, chiamata tsukumogami 付喪神, vuole che le cose che vivono un centinaio d’anni si facciano una sorta di deità.
Cento anni è quanto basta a un oggetto per acquisire un’anima. Perchè assorbe il tempo che passa e con esso la saggezza che da esso deriva. È il perdurare nonostante tutto, lungo le ere degli uomini capricciosi ed incostanti, assorbendo il loro amore e la loro cura, tollerando l’incuria, osservando spazi cambiare freneticamente come in un time-lapse.
Ma il cento è solo un numero approssimato per dire che ci vuole tanto tempo.
L’occidente ha frainteso questa leggenda e immagina lo tsukumogami come uno spirito, uno solo, che entra negli oggetti e vi si installa.
E invece è proprio quella cosa che cambia e quando la credenza scende nel dettaglio, si comprende come gli oggetti premino e portino del bene a chi li cura, come portino sventura a chi li maltratta, li disprezza o li ignora. Che gli oggetti avvertano qualcosa, che l’anima acquisita in lungo tempo li renda grati e fortunati o vendicativi e maledetti. L’harikuyo 針供養 del resto serve proprio a questo. A ringraziarli per tempo.
Quanti oggetti adesso superano due o tre generazioni? Quanti superano uno o due cambi di stagione? Un trasloco? Una relazione che inizia e una che finisce? Una moda?
Basta saperlo. Che la cura premia. Che possiamo offrire un’anima a una casa, a un mobile o anche a un libro. Che donandola a loro ci verrà del bene.

E forse avremo infine più cura anche di noi stessi.




lunedì 16 aprile 2018

Zenki e Inmo - Riflessioni intorno al "così come è"


Senza aggiunte e senza sottrazioni, il mondo così come è, non un'altra realtà differente da quella percepita nella quotidianità. Proponiamo due profonde riflessioni entrambe tratte dallo Shōbōgenzō  di Eihei Dōgen Zenji (monaco buddhista giapponese, fondatore della scuola buddhista giapponese Zen Sōtō  1200 / 1253)
Eihei Dōgen Zenji - Shōbōgenzō - Cap. Zenki (l’intera attività dinamica)
La vita è, per esempio, come una persona che sta su una nave. Per quanto siamo noi che usiamo le vele, che prendiamo in mano i remi, che spingiamo con le pertiche, è la nave che ci trasporta e non c'è io al di fuori della nave. Stando imbarcati su una nave, facciamo della nave una nave. Dobbiamo studiare bene questo preciso momento. In questo preciso momento, la nave non è diversa dal mondo intero. Il cielo, l'acqua, la costa, tutti diventano il tempo della nave, e inoltre, non sono lo stesso del tempo di quando non si è sulla nave. Perciò, la vita è ciò che io faccio vivere, e io sono ciò che di me fa la vita. Nell'essere imbarcati su una nave, il corpo, la mente e la situazione presente, sono tutti l'attività dinamica della nave. L'intera terra e l'intero spazio sono l'attività dinamica della nave. L'io che è vita e la vita che è l'io, sono proprio così.

Presentato il diciassettesimo giorno del dodicesimo mese del terzo anno di Ninji (1242) alla residenza del governatore di Unshû e col suo col patrocinio, nei pressi del tempio di Rokuharamitsu di Yôshû. Trascritto da Ejô il diciannovesimo giorno del primo mese del quarto anno di Ninji (1243).



Eihei Dōgen Zenji - Shōbōgenzō - Cap. Inmo (proprio così o così come è)
Dōgen Zenji - Autoritratto
Sulla base di che sappiamo che il "così com'è" esiste? Lo sappiamo perché il corpo e la mente che si manifestano insieme nell'intero mondo non sono il nostro io. Il corpo non è certamente il nostro io. La vita si riflette [procede] nei giorni e nei mesi e non si ferma neppure per un poco. Dove sono andati i volti della nostra giovinezza? Quando li cerchiamo non ne troviamo neanche le tracce. Se osserviamo bene, sono molte le cose del passato che non incontreremo mai più. Anche la mente sincera non si ferma e va e viene ogni momento. Benché la sincerità esista, essa non risiede accanto a noi. Però, pur stando così le cose, senza una ragione esiste la "mente del risveglio". Quando si sia risvegliata questa mente, abbandoniamo le cose con cui ci si è intrattenuti fino a quel momento e speriamo di udire ciò che non abbiamo mai sentito, e cerchiamo di sperimentare ciò che non abbiamo mai sperimentato, e questo non solo per noi stessi. Si sappia che succede questo perché siamo persone del così com'è. Perché sappiamo di essere persone del così com'è? Poiché siamo persone che vogliono ottenere la cosa così com'è, siamo persone del così com'è. Per certo, abbiamo l'aspetto delle persone del così com'è, e in questo momento non dovremmo preoccuparci della cosa così com'è. Poiché anche il preoccuparsi è cosa del così com'è, è un non preoccuparsi. Inoltre, non dovremmo sorprenderci del fatto che la cosa così com'è, è così com'è. Anche se il così com'è ci sorprende e ci lascia dubbiosi, è comunque questo così com'è. Esiste anche un così com'è di cui non dobbiamo sorprenderci. Questo non può essere valutato per mezzo della valutazione dei buddha, né può essere valutato per mezzo della valutazione della mente, non può essere valutato per mezzo della valutazione del mondo del Dharma e non può essere valutato per mezzo della valutazione dell'intero mondo. Solo [si può dire]:"siamo di già uomini del così com'è, perché preoccuparci della cosa del così com'è?". Perciò, il così com'è del suono e dell'aspetto è il così com'è, il così com'è del corpo e della mente è il così com'è, il così com'è di tutti i buddha è il così com'è.
Shôbôgenzô Inmo Presentato all'assemblea del tempio Kannon Dôri Kôshô Hôrin. Nel 26° giorno del terzo mese del terzo anno di Ninji (1242)

(testi presi dalla traduzione di  Aldo Tollini in Buddha e natura-di-buddha nello Shôbôgenzô)

giovedì 12 aprile 2018

Vivere tracciando la linea della propria vita




Per poter continuare a lungo a seguire la Via bisogna pensare di allenarsi tutto il tempo, ed ecco che quando riconosciamo la verità di questo pensiero, la parola ‘allenamento’ acquisisce un nuovo senso.
Diventa sviluppare, ogni giorno della propria vita, la coscienza del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito, e guidare questa coscienza a farci evolvere fino alla più alta espressione di noi stessi –che significa fino al meglio che possiamo fare, fino al migliore punto in cui possiamo arrivare.
Non è più una questione di allenarsi per vincere, non si tratta più di prepararsi per una competizione, o un’esibizione, non c’è più nessuno con cui competere perché non si tratta più di vincere, ma di realizzarsi.
E ognuno può sempre portare la propria realizzazione a un livello più alto di quello precedente.
Chiunque può fare questo, dal più celebrato campione al più sconosciuto degli uomini.
A quel punto ci si allena per due soli scopi: vivere bene, e vivere sempre meglio.
Vivere bene diventa l’allenamento. E vivere diventa un continuo allenamento.
È così che si può continuare a seguire la Via per tutta la vita, fino alla fine della vita.
Vivere bene significa tracciare la linea che termina con la morte, nel modo più soddisfacente possibile. Si cerca di avanzare. Non sono soddisfatto di ciò che sono attualmente e voglio andare più lontano.
Oggi va meglio di ieri e meno bene di domani. L’obiettivo è quello di camminare bene fino all’ultimo giorno della vita.”

Kenji Tokitsu



lunedì 9 aprile 2018

Schegge Budo e Zen - 9 aprile 2018





















"Innamorato del silenzio, il poeta non può fare altro che parlare."

Octavio Paz, Corriente alterna



"E l'aria è nuova. 
E tutto, attimo per attimo, è com'è, che s'avviva per apparire. 
Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa."

Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila



"Le nostre vite hanno molto da offrirci, anche le nostre sofferenze e difficoltà.
Ciò che ci viene offerto - indipendentemente dal fatto che sia benedetto, doloroso, destabilizzante o di qualsiasi altro genere - non sempre arriva come un vento soave.
Così, se manchiamo di stabilità mentale, attenzione e/o disposizione mentale, questi doni si perderanno o creeranno solo confusione. Allenare la nostra mente ad un'attenzione profonda - concentrata, aperta e viscerale - porta alla pace della mente, rilassa il nostro corpo e aumenta la nostra capacità di relazionarci nel miglior modo possibile con qualsiasi cosa si trovi sul nostro cammino, e al tempo stesso risveglia le virtù da tempo latenti nel profondo del nostro essere."

Sidney Leijenhorst Sensei



"Ormai da diverso tempo il dolore è mio buon compagno e Maestro ad ogni sessione di Pratica...
Avrò cura di fare tesoro del suo Insegnamento."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Ho imparato
dalle curve del mare.
Essere tempo."

Monica De Marchi









© Tora Kan Dōjō



venerdì 6 aprile 2018

Dimenticare se stessi - Etty Hillesum


Pubblichiamo alcune pagine del diario di Etty (Esther) Hillesum. Il diario fu scritto tra il 1941 e il 1942 ad Amsterdam prima della deportazione di Etty ad Auschwitz, dove morì vittima dell’Olocausto il 30 novembre del 1943. Fu pubblicato postumo nel 1981.

Mercoledì 12 marzo [1941], le nove di mattina.
"Non devi sempre chiederti come ti senti adesso; limitati a lavorare finché, a un certo punto, il lavoro prenderà il posto delle tue spiacevoli sensazioni, ed è così che deve andare. Alfred Adler lo esprime così nel suo Levensproblemen [«Il senso della vita»]:
«Come introduzione al nostro lavoro comune, voglio raccontarvi ora una storia tratta dall’opera di uno scrittore cinese che visse più o meno tremila anni fa. Soltanto pochi sembrano mettere in pratica la lezione che tale storia contiene. Io stesso faccio del mio meglio per riuscirci, e potrebbe essere utile anche a voi riflettere su quanto viene narrato in questo libro. Uno scultore creò una volta una splendida statua di legno, che venne apprezzata moltissimo da tutti quale autentica opera d’arte. Anche il suo sovrano, il principe Li, era colmo di ammirazione e gli chiese il segreto della sua arte.
Lo scultore rispose: “Come potrei io, uomo semplice e vostro servitore, avere un segreto per voi? Non ho alcun segreto, né la mia arte è speciale. Intendo tuttavia raccontare com’è nata la mia opera. Dopo essermi prefisso di creare una statua, mi sono accorto che in me c’erano troppa vanità e orgoglio. Mi sono quindi adoperato due interi giorni per liberarmi da questi peccati, finché non ho creduto di essere puro. Ma a quel punto ho scoperto di essere spinto dall’invidia nei confronti di un collega; per altri due giorni mi sono prodigato e alla fine ho sconfitto la mia invidia. In seguito ho scoperto di desiderare troppo la vostra lode.
Far sparire questo desiderio mi è costato un altro paio di giorni. Infine mi sono accorto di pensare a quanto denaro avrei potuto ricevere per la statua. Questa volta ho avuto bisogno di quattro giorni, ma da ultimo mi sono sentito libero e forte. Sono quindi andato nel bosco e quando ho visto un abete che mi è parso adatto, l’ho abbattuto, l’ho portato a casa e mi sono messo al lavoro”.
Si potrebbe quindi riassumere questa storia, dicendo che chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso. Ebbene, ovviamente non possiamo, ogni giorno e ogni ora della nostra vita, riflettere sullo stato d’animo con il quale svolgiamo un lavoro o una data azione e su quale sia il significato più profondo della nostra attività. Di tale significato, tuttavia, noi pedagoghi e psicologi dobbiamo aver consapevolezza, almeno ogni tanto...».
Tutti coloro che intraprendono un lavoro importante devono dimenticare se stessi. Con questo motto anch’io mi sono affidata a S. La parola «importante» potrei anche lasciarla perdere per il momento, anche se ho la forte impressione che, se riuscissi a dimenticare me stessa, potrei comunque arrivare a qualcosa di importante. A dire il vero, non bisogna occuparsi di questo; si vedrà, e il mio lavoro futuro dipende da come mi comporto oggi nei confronti della mia opera. Soprattutto non devo assolutamente fantasticare circa il futuro, né pensare stamattina a come sarà oggi pomeriggio da S.
È l’unico modo per vivere la realtà intensamente e con purezza..."

Etty Hillesum

[S: psico-chirologo (chirologia: lettura della mano) ebreo-tedesco Julius Spier, allievo di Jung, con il quale ebbe un forte legame prima come paziente, poi come segretaria ed amica (ne parla abbondantemente nel Diario chiamandolo semplicemente "S.")]


© Tora Kan Dōjō

lunedì 2 aprile 2018

Schegge Budo e Zen - 2 aprile 2018






















"Tu non cercare nulla. Non c'è niente da trovare,
Niente da capire. Accontentati.
Quando verrà il loro tempo fioriranno i tigli
Sopra la tomba scavata di fresco.
Quando verrà il suo tempo si dissiperà il buio,
Scintillerà la luce rinata.
Niente è concluso, tutto continua.
E tu sarai allegro. O forse no.
Tra sparire e ricominciare
L'impossibile accade.
Come e perché non è stato svelato.
Suona nuova al principiante l'antichissima melodia.
Per cercare il senso profondo, non sprofondare.
Tu non cercare. Così lo troverai."

Masha Kaleko, Rassegnazione per principianti



"Giacché per principio si suppone che la marzialità sia ingentilita dalla cultura, è bene che il coraggio sia ammantato di umanità, ispirando un comportamento educato, umano e premuroso nella vita quotidiana. [...]
Il significato ultimo della marzialità è la gentilezza d'animo e il rispetto."

Kumazawa Banzan

Budo Sai 2016, Okinawa


"Da soli, gli esseri umani non sono poi tanto male. Ma quando si forma un gruppo, subiscono una paralisi: diventano completamente stupidi e non riescono a distinguere il bene dal male. Le loro menti vengono intorpidite dal gruppo. Io me ne sto a una certa distanza dalla società, non per fuggirla, ma per evitare questo tipo di paralisi."

Kōdō Sawaki Roshi, Kōdō il senza dimora (Uchiyama Roshi)



"Tra i fili d’erba si cela un mondo di vita e bellezza..."

Paolo Taigō Spongia Sensei





"Esistono forme di follia che sembrano normali, e maniere di vivere normali/naturali che sembrano folli..."

Alessandro della Ventura

domenica 1 aprile 2018

Pasqua è saltare con fiducia verso l'Ignoto




Pèsah

Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, passare.
Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste.
Chi crede e in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza.
Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. 
Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “pèsah”, passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credente. 
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. 
Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un'altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale resurrezione. 
Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. 
Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede. 
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.

Erri De Luca


© Tora Kan Dōjō