domenica 17 marzo 2019

Rischiare è la Vita (in memoria di Daniele Nardi)


In giro per Latina oltre che per i social c’è chi dice: “Ma chi glielo ha fatto fare? Come gli salta per la testa, a uno di Sezze, di andare fino sopra all’Himalaya, al Nanga Narbat, con moglie e un figlio piccolo a casa? Non glielo aveva detto pure Messner: rinunciate, non andateci?”. Be’, con tutto il rispetto per Messner, credo però che non ci sia stato nessuno – tra tutti quelli che lo hanno conosciuto sia a Sezze che a Latina, a cominciare dalla madre – che non gli abbia detto chissà quante volte: “Non partire Danie’, stàttene alla casa!”
Ma lui ti guardava con quegli occhi bambini, e poi sorrideva: “Debbo andare per forza”.
“Pìgliatela in quel posto, allora, adesso” dicono sui social o in giro per i bar, dimenticando che – prima o poi – si muore tutti a questo mondo, pure quelli che restano a casa. Pure giovani giovani, magari in macchina sulla Pontina o una Migliara, quando non proprio dentro il bagno di casa, scivolando sulla saponetta. Muoiono perfino quelli che non fumano – quelli che non hanno proprio mai fumato, mai drogato, mai bevuto, pensa tu! – mentre certi che fumano arrivano pure a cent’anni. C’è poco da fare: prima o poi si muore tutti e non conta – alla fine – come si muore, ma come si è vissuto.
Non c’è essere umano che – da bambino o adolescente – non abbia sognato di fare, da grande, ciò che nessun altro aveva mai fatto: nel lavoro, nello sport, nell’arte, nella scienza o nell’avventura. Poi man mano, crescendo, la maggior parte si adegua agli standard del reale e cerca una vita pressappoco uguale a quella degli altri: “Perché chiedere di più?”
Ci sono invece quelli – una minoranza – a cui il fuoco non si spegne con la crescita, a cui il fuoco rimane.
A loro non basta una vita normale.
Debbono sempre osare e stirarla al massimo: sempre in cerca di guai, sempre in bilico sull’orlo per superare il limite. Pensano un’impresa e subito la tentano, e più è difficile e più gli viene voglia: “Non l’ha fatta mai nessuno? Be’, è per questo che la debbo fare io. Se no chi la fa?”. Pensa solo a quanta gente è morta, prima che imparassimo a volare.
Quelli che vanno in cerca di guai ci servono come il pane. Svolgono una fondamentale funzione cosmica, prima ancora che sociale. E’ una legge della fisica: non possiamo essere tutti perfettamente uguali, non esiste in natura la normalità. Pure se vai in spiaggia da Capo Portiere a Rio Martino e ti metti con il microscopio, tu non troverai due chicchi di sabbia perfettamente identici.
Ora noi umani siamo sostanzialmente tutti uguali e le spinte che animano il conscio e l’inconscio di quella minoranza – quelli che, quando tutti guardano da una parte, loro invece guardano da un’altra: per terra, di lato, per aria o comunque oltre; i divergenti – quelle stesse spinte le abbiamo tutti, dentro. La maggioranza poi le reprime, per il fortissimo impulso a conformarsi agli altri, a sembrare in tutto e per tutto uguali per essere accettati dagli altri, amati e rassicurati.
Per fortuna però ci sono pure quelli come Daniele Nardi – ma come anche Tom Ballard e Virginia Chimenti del resto, la volontaria Onu di Cisterna caduta l’altro giorno col Boeing in Etiopia, mentre era in volo per Nairobi – che quelle spinte non le hanno represse ed hanno vissuto fino in fondo la voglia di divergere, di scoprire l’ignoto e superare i limiti imposti.
Se non ci fossero al mondo quelli come loro – quelli che con gli occhi bambini e col sorriso sulle labbra sfidano l’inviolabile – noi staremmo tutti ancora all’età della pietra, anzi, pure prima: sopra le piante come ogni altra specie di scimmie, nel centro dell’Africa, a mangiare banane. Quando il primo di noi – un milione e mezzo d’anni fa – è sceso dall’albero, ha raccolto una pietra e con questa pietra ne ha scheggiata un’altra per farne un utensile e s’è levato in piedi in mezzo alla savana, a vedere se per caso passasse una gazzella, noi tutti in coro, da sopra all’albero, gli strillavamo: “Che cazzo stai a fa’? Torna subito qua sopra, che là sotto ti si mangiano i leoni”.
Invece è lì che è nata la civiltà – la tèkne, lo sviluppo – il primo passo della civilizzazione, con tutti noi che dietro a lui, mano mano, siamo scesi dall’albero e un passo dopo l’altro, seguendo loro, siamo arrivati dove siamo, alle navicelle spaziali oramai pronte per la conquista dello spazio. Ogni singolo progresso dell’umanità è dovuto a quei pochi – come Daniele Nardi – nati e cresciuti con il fuoco dentro e privi del normale senso del limite. Li dovremmo solo ringraziare.
Ciao, Daniele. Riposa in pace col tuo amico Tom Ballard. Vi sia lieve la neve che vi copre.
Un pensiero ai vostri cari.

Antonio Pennacchi

mercoledì 13 marzo 2019

L’io che cresce in mezzo al noi o dell’individualismo giapponese


Pubblichiamo un estratto dall'articolo tratto dall'interessantissimo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
Questo il link diretto all'articolo:



L’io che cresce in mezzo al noi o dell’individualismo giapponese


<...>Tutti immobili e calmi un attimo prima, ritti in prossimità del convoglio in arrivo sulla banchina, poi aggressivi nello scatto e nell’occupazione del posto, e nel momento successivo ancora, quasi a chiudere il cerchio, ecco la tranquillità ritrovata, l’indifferenza dolente di chi chiude subito gli occhi nella posa del sonno se, nella corsa, ci si rende consapevoli di aver sottratto il posto a un altro che mirava allo stesso sedile, quello stesso che, sconfitto pur senza malevolenza, consapevole in fondo che è una questione di pura casualità, gli sta ora in piedi davanti. Altri, in cui è l’emozione di imbarazzo a prevalere, cedono invece il posto nell’istante in cui, entrambi in prossimità del posto vacante, si accorgono che l’altro sta per sedersi. Basterebbe un ennesimo scatto, ma il disagio ha la meglio, e si preferisce cercarne uno ulteriore che, probabilmente, non si troverà.<...>
<...>Nata e cresciuta in Occidente, mi sento d’esser maturata tuttavia in Oriente, in quello specifico del Giappone che mi tiene per mano da tredici anni. Ho sempre pensato che la libertà sia il principio fondamentale dell’uomo, che è inseguendo la propria personale felicità che ci si realizza. Eppure qui ho scoperto che la gioia, quella duratura, la fa soprattutto l’ambiente in cui si vive, la comunità sconosciuta che ci accoglie.
È la pulizia delle strade, il sorriso che si presenta ovunque, il garbo del contatto, la bellezza di una città curata, l’esattezza dei mezzi, il fatto che – esclusi casi eccezionali – non esiste nervosismo originato da terzi, da sconosciuti che collidono nelle nostre vite e ci impongono la loro individualità. Siamo troppi in questo mondo, e vivere tanto vicini deve necessariamente spingere a rivalutare il concetto di individualismo a tutti i costi.<...>


<...>Solo così, nell’edificazione di una gioia generale, si può sperare di vivere bene.
Ci ho messo un mucchio di anni a capirlo, a smettere di considerare “bello ma poco condivisibile” il modo giapponese di considerare il tutti prima del , quasi a provare una tenerezza di distacco nel loro garbo che mi pareva francamente eccessivo, quasi naïve. L’io occidentale è enorme, e si considera “poverino” chi non pensa prima a sé. Ma è poverino davvero? Si è veramente felici a mettere sempre l’io prima del loro?<...>




domenica 10 marzo 2019

Il segreto del figlio

Dall'introduzione al libro "Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato" di Massimo Recalcati. Un libro che affronta nello specifico il tema della paternità e che più in generale definisce il legame d'amore come apertura all'Altro e al mistero.

"Osservo la vita dei miei figli crescere, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa. Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante. Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e al loro splendore come di fronte al loro disordine e alla loro indolenza. Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio. Eppure così incomprensibilmente uguali. Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera. Nel camminare fianco a fianco - nel silenzio dei nostri corpi vicini - percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile. E' un fatto: ogni figlio porta con sé - già nel suo respiro - un segreto inaccessibile. Nessuna illusione di confusione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l'incondivisibile che ci separa genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione. I nostri figli sono nel mondo - esposti alla bellezza e all'atrocità del mondo - senza riparo. Sono - come tutti noi - ai quattro venti della vita nonostante o grazie all'amore che nutriamo per loro.

 Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo. Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare. Vicino non perchè li comprendo, ma perchè stimo il loro segreto".

 (Massimo Recalcati - Il segreto del figlio - Feltrinelli)

mercoledì 6 marzo 2019

La Mente prima della Tecnica

Il Maestro Enzo Montanari, personaggio storico del Karate Italiano



Domande e risposte sulla “Difesa Personale", tra le indicazioni del M° Enzo Montanari contenute nel suo libro "Il Cammino sulla Via del Karate”.

Domanda:
Perché la difesa personale dovrebbe riguardare principalmente la prevenzione e non lo studio di cosa si dovrebbe fare se si subisce un’aggressione.
Perché prevenire è così importante?

Risposta del M° Montanari:

Perché dovendo insegnare a dei bambini i potenziali pericoli esistenti nell’attraversamento di una strada, si farà di tutto per far loro comprendere l’importanza dell’attenzione e le precauzioni necessarie al fine di evitare di essere investiti. Sarebbe surreale soffermarsi sullo studio di “come affrontare l’impatto” con un veicolo (cioè come difendersi da una brutale aggressione): il risultato non potrà che essere l’ospedale o l’obitorio. La difesa personale non consiste nel difendere il proprio ego, ma nel difendere la propria vita. Allenati al combattimento oppure no, le conseguenze derivanti da uno scontro fisico, rappresentano un evento che può cambiare radicalmente la nostra esistenza. Sicuramente in peggio.

Domanda:
Perché esiste una così grande differenza nell’utilizzo della difesa personale in palestra e nella realtà della strada?

Risposta del M° Montanari:

Così come non è possibile imparare a nuotare fuori dall’acqua, pur eseguendo, distesi a terra i movimenti dei vari stili di nuoto, in quanto viene a mancare l’elemento essenziale, allo stesso modo se ci si allena rimanendo emotivamente neutri, senza alcuna intenzionalità e quindi senza considerare che in una situazione reale l’elemento non trascurabile è la scarica adrenalinica, come sarà possibile imparare a difendersi? Trascurare il disagio emotivo e gli effetti, spesso paralizzanti, derivanti dalla messa in circolazione dell’adrenalina, sarebbe come pretendere di imparare a nuotare fuori dall’acqua.



domenica 3 marzo 2019

Le menzogne dell’io




Il fallimento è non provare non il non riuscire.
Io ho scalato quasi duemila cime, ma sono più le cime che non ho raggiunto, per il maltempo, per le mie incapacità… ma non mi sento affatto un fallito. Mi sento uno che ci ha provato.
Il fallimento non esiste, esistono tentativi che a volte vanno a buon fine a volte no.
Il fallimento sarebbe invece il non provare a fare nulla per paura di fallire.

  Le menzogne dell’io

 Nella vita di tutti giorni, il nostro io ci sembra del tutto reale e solido. Pur non essendo tangibile come un oggetto materiale, lo percepiamo attraverso la vulnerabilità cui ci espone costantemente: un semplice sorriso lo gratifica, un aggrottarsi di sopracciglia basta per addolorarlo. È sempre presente, pronto per essere ferito o premiato. Riluttanti a percepirlo come multiplo e inafferrabile, ne facciamo un bastione unico, centrale e permanente. Ma esaminiamo nei dettagli su cosa si basa la nostra identità. Il nostro corpo? Un insieme di carne e ossa. La nostra coscienza? Una successione di pensieri fugaci. La nostra storia? Ricordi di qualcosa che non esiste più. Il nostro nome? Gli attribuiamo ogni sorta di concetti relativi alle nostre origini, alla nostra reputazione e al nostro status sociale, ma dopo tutto non è altro che una serie di lettere. Se vediamo scritto il nostro nome, per esempio GIOVANNI, la mente ha un sussulto, pensa: Ma sono io! È però sufficiente separare le lettere, G-I-O-V-A-N-N-I, e non ci sentiamo più coinvolti. L’idea che ci facciamo del «nostro» nome non è che una costruzione mentale, e l’attaccamento alla nostra discendenza e alla nostra reputazione non fa che limitare la nostra libertà interiore. Il sentimento profondo di un io che è il centro del nostro essere: è questo che bisogna analizzare con onestà. Quando esploriamo il corpo, la parola e la mente, ci rendiamo conto che l’io non è che una definizione, un’etichetta, una convenzione, un segno. Il problema è che questa etichetta viene considerata assolutamente reale. Per smascherare le menzogne dell’io, è necessaria un’indagine inflessibile. Dobbiamo fare come chi, sospettando la presenza di un ladro nella propria abitazione, ispeziona ogni stanza, ogni accesso e ogni possibile nascondiglio, finché non è sicuro che non c’è davvero nessuno, e solo allora può sentirsi tranquillo. Nel nostro caso, si tratta di una ricerca introspettiva che si propone di scoprire ciò che si nasconde dietro la chimera di quell’io che definirebbe noi stessi. Un’analisi rigorosa ci porterà a concludere che l’io non risiede in nessuna parte del nostro corpo. Non lo si può trovare nella testa, nel cuore o nel petto. E non è nemmeno diffuso ovunque come una sostanza che ci pervade. Siamo soliti pensare che sia associato alla coscienza. Ma anche la coscienza è un fluire continuo: il passato è morto, il futuro non c’è ancora e il presente è inafferrabile. Com’è possibile che l’io possa esistere, sospeso come un fiore nel cielo, tra qualcosa che non esiste più e qualcosa che non esiste ancora? Non può dunque essere individuato né nel corpo né nella coscienza, che per il buddismo equivale alla mente. Inoltre, in quanto entità distinta, non lo si trova né all’interno di una combinazione di corpo e mente, né al di fuori di loro. Nessuna analisi seria, nessun esperimento contemplativo diretto permette di giustificare il sentimento di possesso dell’io. L’io non può essere trovato nel contesto a cui è associato. Possiamo pensare di essere alti, giovani e intelligenti, ma l’altezza, la giovinezza o l’intelligenza non sono l’io. Per il buddismo è soltanto un’etichetta con cui designare un continuum, un po’ come il nome di un fiume, Gange o Mississippi. Il continuum esiste, certo, ma in modo puramente convenzionale e fittizio. È totalmente privo di esistenza intrinseca, o reale.
 Il concetto di «persona», include l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’idea della nostra identità, del nostro status sociale, è radicata nella nostra mente e influenza costantemente il nostro rapporto con gli altri. Quando una discussione si fa accesa, non è tanto l’oggetto del dibattito che ci infastidisce, quanto la messa in discussione della nostra identità. È sufficiente che qualche parola mal interpretata minacci l’immagine che abbiamo di noi stessi, perché la situazione ci appaia insopportabile, anche se le stesse parole, rivolte a qualcun altro in circostanze differenti, non ci darebbero così fastidio. Chiunque abbia una forte immagine di se stesso cercherà di assicurarsi che sia riconosciuta e accettata da tutti. Non c’è niente di più angosciante che vederla contestata. Ma qual è il valore di questa identità? È importante ricordare che il termine «personalità» deriva da persona, che in latino significa «maschera». La maschera attraverso (per) la quale l’attore fa riecheggiare (sonat) il proprio ruolo. 15 A differenza dell’attore, che sa di portare una maschera, noi ci dimentichiamo spesso di distinguere tra il ruolo che svolgiamo nella società e la nostra natura più profonda. Talvolta capita di fare incontri particolari in paesi lontani, e in condizioni più o meno difficili, come nel corso di un trekking o di una traversata in mare. In quei momenti, la sola cosa che conta è condividere l’avventura con i compagni di viaggio, con le loro qualità e i loro difetti, che manifestano nel corso delle peripezie che viviamo insieme. Poco importa chi siano, quale mestiere esercitino, quanti soldi posseggano o quanto siano importanti a livello sociale. Ma quando, finita l’avventura, gli stessi compagni si ritrovano, la spontaneità di quei momenti è svanita perché ognuno ha recuperato la propria maschera, il proprio ruolo sociale di padre di famiglia, di imbianchino o di dirigente d’impresa. L’incanto è spezzato. La profusione di etichette falsa i rapporti umani, e invece di vivere il più sinceramente possibile ci fa ostentare il comportamento più utile a preservare la nostra immagine. Di solito siamo spaventati all’idea di affrontare il mondo senza alcun riferimento, e quando dobbiamo abbandonare maschere e titoli siamo presi dalla vertigine dell’ignoto: se non sono più musicista, scrittore, impiegato, colto, bello o forte, chi sono? Eppure l’assenza di etichette è la migliore garanzia di libertà, il modo più agile, leggero e gioioso di attraversare il mondo. Non essere più vittime delle menzogne dell’ego non c’impedisce affatto di alimentare una forte determinazione per ottenere gli obiettivi che ci siamo prefissati e di godere in ogni istante la ricchezza delle nostre relazioni con il mondo intero. Anzi, accade proprio l’esatto contrario.

Tratto da  ‘il gusto di essere felici’ di Ricard Mathieu


© Tora Kan Dōjō





mercoledì 27 febbraio 2019

La Vera Intuizione


Taisen Deshimaru Roshi

"Talvolta, durante Zazen, i pensieri nascono senza sosta, i problemi quotidiani, i desideri, le ansietà ci assalgono senza posa. 

Ora, non bisogna lottare contro i pensieri né fissarcisi sopra... 

Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia, se cerchiamo di dominarlo constatiamo rapidamente che è impossibile... 

Se continuiamo nella Pratica un'ora, un giorno, un mese, raggiungiamo i livelli più profondi del subconscio. 

Educandoci sul piano dell'inconscio, Zazen ci fa scoprire la saggezza e la vera intuizione.

Questa educazione è anche quella di tutti i nostri sensi: durante Zazen le percezioni assumono un grandissimo acume. 

Se i sensi sono unificati, si può trovare la vera concentrazione senza servirsi della volontà .... 

Quando l'abitudine allo Zazen è acquisita, nella vita quotidiana i sensi acquistano la stessa acutezza che in Zazen. 

Lo Zazen diventa la sorgente della nostra esistenza."



Taisen Deshimaru Roshi


© Tora Kan Dōjō



domenica 24 febbraio 2019

Un Incontro, una Vita




“ Il segreto di una vita piena è vivere e rapportarsi agli altri come se domani potessero non esserci più, come se noi potessimo non esserci più domani.

Elimina il vizio del procrastinare, il peccato del posporre, le mancate comunicazioni, le mancate comunioni. 

Questo pensiero mi ha reso più attenta a tutti gli incontri, le conoscenze, le presentazioni, che potrebbero contenere il seme della profondità che potrebbe rischiare di essere trascurato per disattenzione.

Questa sensazione è diventata una rarità, ed è ogni giorno più rara ora che abbiamo raggiunto un ritmo più frettoloso e superficiale, ora che crediamo di essere in contatto con un gran numero di persone, con più gente, con più paesi.
Questa è un’illusione che rischia di privarci del contatto profondo con la persona che ci respira accanto. 

Questo momento pericoloso in cui voci meccaniche, radio, telefoni, prendono il posto di un’intimità umana, insieme all’idea di essere a contatto con milioni di persone, porta ad un impoverimento sempre maggiore dell’intimità e di un modo di vedere umano.” 

Anais Nin


© Tora Kan Dōjō




mercoledì 20 febbraio 2019

La Preghiera che sgorga dal centro del Cuore


La preghiera: come funziona e a cosa serve sarebbe un fatto personale – si dice - ma non è così, dato che la preghiera cambia la vita. 
La nostra vita, quella familiare e quella pubblica.
Fin dall’antichità gli imperatori hanno richiesto ai religiosi la loro quotidiana preghiera di supporto ed è da sempre tradizione fondare un monastero dove c’è stata una sanguinosa battaglia.
Oggi sembra strano pensarci, oggi dove molti parlano di religione o spiritualità ma restano semplicemente materialisti perché quello gli è stato inculcato a forza, e dato che gli schiavi subiscono, vivendo annodati interiormente e deprivati di ogni facoltà.
E poi vanno alla santa messa, a fare zazen, a ripetere il daimoku, alla moschea o alla sinagoga.
Fino a che non ci libereremo dalle pastoie del materialismo riduzionista, come ci siamo liberati dalla religiosità buia e irragionevole, non potremo guardare i fatti, né quelli “materiali”, né quelli “spirituali”, sempre che ci sia una differenza fra i due.
Per questo anche nel buddhismo, religione sublime e gnostica dove si spacca ogni concetto e lo si porta all’origine, tuttavia, esiste la preghiera. Perché non è solo con la più nuda meditazione che riconosciamo la realtà vivente, ma è anche con l’intento, con quella proiezione della nostra volontà che resta silenziosa, che tace spalancata e immensa, sia che la concepiamo come sgorgante dal divino che è in noi, sia che la vediamo come proveniente dal trascendente; in fondo queste sono solo parole.
L’anelito silenzioso del cuore è la radice della preghiera. Mi raccontarono una storiella sufi che narra di un ciabattino così povero da dover lavorare tutto il giorno e da non poter permettersi un momento di pausa; era addolorato profondamente dal fatto di non riuscire ad andare alla moschea per la preghiera. Un giorno trovò il momento e alle prime luci dell’alba si alzò per prepararsi ad andare finalmente alla preghiera quando appare di colpo Shaitan in persona che gli dice: “presto, avanti, muoviti o farai tardi!”… Stupito il pio ciabattino gli chiede perché lo affrettasse, lui, il Diavolo in persona! Questi resistette per un po’ ma alle parole di esorcismo del ciabattino fu costretto a confessare: “Che tu vada a pregare mi disgusta… Ma ciò che mi uccide è il tuo continuo sospirare per la preghiera… Il tuo cuore che desidera così intimamente il divino non lo sopporto!”.
Questa storiella che cita categorie per me inusuali, tuttavia, ha molte e vere implicazioni. Cosa desidera intimamente il nostro cuore è realizzare quel mistero, quell’anelito sconfinato e ubiquo, da cui desideriamo l’eterno. Solo allora, trascendente o no, potremo vivere l’eterno.
Anche nel preciso istante in cui la meditazione di noi buddhisti, la più silenziosa e nuda, si volge verso il mondo io so che diventa preghiera anche se non recitiamo niente o nemmeno cantiamo i sutra; può essere preghiera anche l’azione, come lo è la contemplazione, la parola come la scrittura, l’arte, perfino il combattimento, ma prima deve essere quella sacra parola, quel suono o discorso che resta inarticolato pur essendo proferito, non avendo eco oppure, detto in altro modo, essendo una eco che è ovunque.
Proferendola si può diventare la parola, meditando diventare la meditazione, raccogliendo le noci per terra nel tramonto diventare il tramonto.
Se lo vedi lo sai, se pratichi sinceramente non sei un mero prete che ripete formule, ma un eremita che vive fra altri esseri umani.
La cosa inevitabile è che chiunque senta, veda e sappia di essere un sacerdos si attui di conseguenza, smettendo di essere l’ottuso braccio dell’oblio e dell’accanimento dell’essere umano addormentato. Il suo compito, chiunque egli o ella sia, è il radicarsi nella meditazione e nella preghiera. La contemplazione verrà di conseguenza attraverso il silenzio e il mondo diverrà una fontana di luce dentro al tuo stesso occhio, quando il tuo volto si spalancherà nel tutto.
Non si riesce a tornare indietro se la vita ci designa così, ed è bene affrettarsi se abbiamo ricevuto quell’unzione, perché così la gioia ci si spalanca in ogni istante.
Una meditazione inevitabilmente aperta e silenziosa, una preghiera affrancata da ogni pretesa, ma che si incentra nel più silenzioso senso interiore per creare miracoli di comunione col tutto. Quando questa emozione oceanica è creata si bussa e ci viene aperto simultaneamente. Non per disperazione o per formalità rituale ma quando il miracolo chiama il miracolo; così si realizza l’impossibile perché una gioia indicibile accende il mondo. Si accede all’innocenza del neonato, al momento che precede la creazione del mondo, dato che, infatti, si sta sempre creando.
In un antico grimorio magico, dove si trattava dell’incontro con l’angelo fu scritto “la tua preghiera deve sgorgare dal centro più profondo del tuo cuore”.
Mi fa venire in mente Hakuin, il Maestro zen che ritraeva se stesso come una divinità ammiccante e ridacchiante, o San Filippo Neri che si presentava all’Eternità dicendogli “Amore mio, qui è il tuo Pippo...”.
Partire per la battaglia corazzati di preghiera non è un tentativo, non stiamo sperando di avere pregato a sufficienza per poterci comportare come l’ultimo degli idioti o degli assassini, ovvero impunemente, non abbiamo pagato un dio con delle preghiere per evitare di maturare come uomini.
Solo quando rimaniamo ancorati a questo sacro vivente funzioniamo come sacerdos, gli altri facciano quello che devono fare, se noi faremo cose apparentemente simili le faremo con un altro volere e con una altra intensità, ma resta cruciale per il sacerdos la necessità di penetrare l’inconscio collettivo e perciò le menzogne del genere umano, anche quelle politiche, religiose e scientifiche, anche quelle che ci fanno comodo e che ci rendono ciechi; talvolta ci riusciamo con l’intelligenza, talvolta con la meditazione e talvolta con il silenzio e la solitudine perpetuati fino a ricevere la risposta.
Non ho altro da dire e la tua giornata ti chiama a quanto dovrai compiere con onore; se di battaglia si tratta non essere debole né confuso, porta con te l’arma del non-nato, del sentirti libero dalla nascita e dalla morte, come se ci fosse un solo istante eterno, perché solo quello c’è, infatti.
Se leggendo hai avuto in te un’alba, è stato a causa della vera profezia che ti attende da sempre e che da bambini celebravamo saltellando su e giù mentre guardavamo felici il mondo, pur restando il nostro sguardo fermo, immutabile.



Maestro Leonardo Anfolsi

Fonte 



© Tora Kan Dōjō



domenica 17 febbraio 2019

Il primo incontro con Sōgen Sakiyama Roshi

Questo articolo fu scritto da Sensei Paolo Taigō Spongia nel 1998 dopo il primo incontro avuto con Sakiyama Sōgen Roshi (grande Maestro Zen Rinzai, in gioventù discepolo del fondatore del Goju-Ryu Chōjun Miyagi Sensei) da allora Taigō  Sensei si è recato ad Okinawa ogni anno e ha continuato a praticare Zazen sotto la guida di Sakiyama Roshi.
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Nel mese di Agosto 1998 si è tenuto a Naha, Okinawa, il World Budo Sai, Gasshuku (raduno di pratica intensiva) mondiale, che ha visto riuniti i praticanti di Goju-Ryu di Okinawa della Scuola del Maestro Morio Higaonna (9°dan), giunti dalle 44 nazioni aderenti alla I.O.G.K.F. (International Okinawan Goju-Ryu Karate-do Federation), che hanno così, tra duri allenamenti, convegni e una grande serata di dimostrazioni celebrato il 110° anniversario della nascita di Bushi Chojun Miyagi, fondatore dello stile.

L'appellativo di Bushi assume ad Okinawa un significato diverso che non in Giappone dove era usato per designare il Samurai. In Okinawa il titolo di Bushi viene attribuito ad un grande maestro di Karate-do che non solo abbia sviluppato ad altissimi livelli la propria arte ma che rappresenti anche un modello etico e spirituale.
Ricordiamo che, episodio spesso misconosciuto, Chojun Miyagi fu il primo Maestro di Karate di Okinawa che fu riconosciuto come insegnante di Budo in Giappone con il titolo di Kyoshi (secondo livello) nel 1935, dopo che, nel 1933, diede dimostrazione della sua arte al Butokuden a Kyoto davanti ad adepti di altre discipline del Budo. Miyagi dimostrò come il Goju-Ryu di Okinawa differisse notevolmente dal Karate di Funakoshi, allora già conosciuto in Giappone, e come il Karate-do fosse degno di essere considerato alla stregua delle altre arti del Budo. Hironori Otsuka, fondatore del Wado-Ryu, Gichin Funakoshi, fondatore dello Shotokan, e Kenwa Mabuni, fondatore dello Shito-Ryu, ottennero il riconoscimento di Renshi (primo livello) rispettivamente nel 1938 e 1939.

Ho avuto numerose occasioni per parlare con Higaonna Sensei della pratica Zen che entrambi condividiamo e del suo legame con l’arte marziale.

In particolare a Roma, nel 1997, nei giorni seguenti lo stage che tenne per la prima volta in Italia, seduti a tavola dopo un durissimo allenamento che si era tenuto nel mio Dojo, parlammo a lungo e il Maestro mi parlò di Sogen Sakiyama Roshi, ottantenne monaco Zen Rinzai, in gioventù praticante di Goju-Ryu discepolo di Chojun Miyagi, ed ora suo Maestro Zen e del fondatore del Matsubayashi Ryu Shoshin Nagamine, da poco deceduto.
Sensei Taigō con Sakiyama Roshi nel 2002

Mi promise che una volta ad Okinawa mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo e praticare con Lui.

Così è stato, Higaonna Sensei, il giorno seguente il nostro arrivo a Naha, ha avvisato Sakiyama Sogen Roshi che il suo rappresentante italiano e cinque allievi (che praticano Zazen alla Tora Kan) sarebbero andati al suo Dojo a praticare Zazen e ad incontrarlo il giorno successivo.

Il pomeriggio del giorno dopo ci rechiamo al piccolo tempio di Kozenji, che si trova a Shuri, in prossimità del famoso castello e ci uniamo alla pratica di Zazen nel Dojo. Terminate le due sedute di meditazione (o meglio, contemplazione) seduta, intervallate dal Kin Hin (meditazione camminata) Sakiyama Roshi ci invita nella sua stanza e ci offre del tè verde con dei dolci. Con la traduzione in inglese di un suo discepolo ci pone numerose domande sulla nostra pratica dello Zen e del Karate, all’inizio con una certa diffidenza, temendo probabilmente che fossimo degli occidentali alla ricerca di un esotico souvenir. Dalle nostre risposte e dalle domande che gli poniamo si rende conto di avere a che fare con dei praticanti sinceri e si accende di entusiasmo e curiosità al sapere che in Italia pratichiamo lo Zen Soto nella più pura tradizione in un Tempio riconosciuto dalla Soto Shu.

L’atmosfera diventa presto familiare e il Maestro ci invita a tornare nei giorni seguenti a praticare Zazen la mattina presto e a fermarci successivamente a ricevere il suo insegnamento.

Ci fa riaccompagnare in albergo dal discepolo che aveva tradotto il nostro dialogo il quale, durante il tragitto, mi racconta che il Roshi è un personaggio straordinario, molto rispettato in tutta Okinawa.

Mi dice che in Giappone e ad Okinawa i monaci Zen, molti dei quali sposati, hanno creato un business celebrando i riti funebri, a pagamento; Sakiyama Roshi invece non si cura minimamente del denaro, officia i riti funebri solo dei propri discepoli o dei loro familiari e vive da solo nel piccolo Dojo di Kozenji concentrato unicamente sullo Zazen.

Quello che segue è un tentativo di riunire organicamente, le note da noi raccolte riguardo gli insegnamenti ricevuti da Sakiyama Sogen Roshi e le sue risposte alle nostre domande.

Si consiglia di rileggere l’intervento di Sakiyama Sogen al Simposio che si è tenuto a Naha durante il Budo Sai già pubblicato su questo Blog (Il Karate del Leone)  per comprendere meglio alcuni suoi pensieri.

Domanda: Maestro, come si concilia la compassione del Buddhismo Zen con la pratica talvolta violenta del Karate-do. Il Samurai che uccide, con lo Zen ?.

Sakiyama Roshi quando era discepolo
di Chojun Miyagi Sensei
Sakiyama Roshi: " Le vostre domande sono molto belle e intelligenti. Pochi praticanti di Karate giapponesi pongono domande così interessanti. Si può combattere per salvare la vita così come si può combattere per distruggerla.

Quando si combatte è importante aver chiaro in mente il perché si combatte quell’avversario. Se si combatte per ‘andare oltre’ è una cosa, se invece si combatte solo per battere l’avversario questo è il combattimento di un cane da combattimento.

Esiste una spada che dà la vita ed una che la toglie. Nella pratica del Karate esiste una forma di ‘Karate pratico’(Jisen), in cui si allena esclusivamente il pugno (la tecnica) per il combattimento e la difesa personale, e una forma di autentico Karate.

Accadde una volta che il Maestro Chojun Miyagi camminando di notte in un vicolo buio fu aggredito da un tipo che praticava il Karate pratico, esperto nel lanciare lo zuki. Costui tentò di colpire Chojun Miyagi dopo averlo afferrato al bavero, Miyagi schivò mandando il colpo a schiantarsi contro il muro alle sue spalle e immobilizzò l’aggressore.
Se questa persona avesse praticato il Karate autentico ad un buon livello, nello stesso istante in cui afferrava il bavero avrebbe subito percepito il livello di Chojun Miyagi e avrebbe abbandonato immediatamente il combattimento.
Un buon Karateka può percepire quale sarà l’esito del combattimento.
Il grande spadaccino Yagyu Munnenori convocò i suoi tre figli per stabilire quale di essi fosse degno di essere il suo successore e li mise alla prova ponendo un vaso in bilico sulla porta di ingresso alla sua stanza.
Chiamò il primo che aprì la porta e al cadere del vaso schivò e con la rapidità del vento tagliò in due il vaso. Chiamò il secondo figlio che al cadere del vaso lo raccolse al volo tra le braccia. Giunse il momento del terzo figlio il quale prima di aprire la porta percepì che qualcosa stava per accadere, così socchiuse leggermente la porta e vide il vaso, lo prese delicatamente tra le mani, entrò e lo pose nuovamente al suo posto. Il terzo figlio fu decretato come successore.
La giusta proporzione nella pratica dovrebbe essere 60% Kata, 40% Kumite. Inoltre l’insegnamento dovrebbe comprendere l’insegnamento orale, etico, storico. Chojun Miyagi nel suo insegnamento distribuiva equamente pratica e trasmissione orale.
Kozenji-Okinawa 2002: Incontro dopo lo Zazen:
da sinistra Salkiyama Roshi, Nakamura Sensei, Taigō Sensei e Leijenhorst Sensei

Riguardo la pratica di Zazen Sakiyama Roshi ha affermato:
"Zazen è conoscere sé stessi e conoscere sé stessi è superare (abbandonare) sé stessi. Abbandonare, non come quando si perde del denaro ma nel senso di abbandonare il proprio piccolo ego per ottenere il proprio vero sé o grande Ego.

Ad una praticante del nostro gruppo che si era mossa durante lo Zazen Sakiyama Roshi ha chiesto se avesse qualche problema fisico particolare alla sua risposta di avere fastidi alle ginocchia il Maestro ha replicato:
Hai problemi nel praticare Karate? No? Allora puoi praticare Zazen!
Durante Zazen si deve restare immobili a meno che non si abbia un serio impedimento fisico. Si deve superare sé stessi e non si deve confondere l’avere la massima cura di sé con l’indolenza, il prendere le cose alla leggera. (il Maestro ha usato il termine easy going).
La postura di zazen deve essere nobile, dignitosa e confortevole.

Ho raccontato al Maestro che durante uno dei miei primi approcci con la pratica di Zazen avevo confidato ad una monaca Zen, durante un incontro che seguì la pratica, che avevo un gran dolore alle ginocchia e mi chiedevo qual era il limite oltre il quale era lecito andare senza cadere nell’automortificazione, mi rispose che per lei era più importante il suo spirito che le sue ginocchia. La risposta lasciò il segno.
Sakiyama Sogen al mio racconto ha replicato:
"Both are important, entrambi sono importanti lo spirito e le ginocchia".
Domanda: Spesso si fraintende il termine Ken Zen Ichinyo (Lo Zen e la spada,o il Karate, sono una cosa sola) con l’idea: poiché Karate e Zen sono una cosa sola allora è sufficiente praticare solo il Karate.Io penso invece che significhi proprio l’opposto: che Karate e Zen devono essere le due facce della stessa medaglia, completandosi.

Sakiyama Roshi e Taigō Sensei in occasione
del loro primo incontro nel 1998
Sakiyama Roshi: Giustissimo. La pratica di Zazen rende la pratica del Karate quella di un leone.
La pratica di Zazen amplifica gli effetti della pratica del Karate-do e ne permette una più profonda comprensione.
Ad un certo livello, tra i praticanti di Karate-do che praticano Zazen e quelli che non lo praticano si viene a creare un divario notevole nelle loro pratiche. Le due strade si separano completamente.


A questo punto il Maestro ci chiede di eseguire da seduti le tecniche respiratorie del Kata Sanchin, poi entusiasta ci dice:

"Quando eseguite Sanchin i vostri occhi diventano più luminosi, brillano."
"Sanchin è un Kata fondamentale, le fondamenta del Goju-Ryu."

Domanda: Maestro, sappiamo che Lei è stato per un periodo negli Stati Uniti, cosa pensa dell’approccio occidentale allo Zen ?

Sakiyama Roshi: E’ molto raro che degli occidentali si interessino sinceramente alla cultura orientale, quando ciò accade ne sono molto felice.

Domanda: Penso che il principio di Mushotoku (senza scopo o spirito di profitto) sia il concetto più difficile da comprendere e accettare per gli occidentali. Non crede?
Sakiyama Roshi: Quando Bodhidharma giunse in Cina venne convocato dall'imperatore Wu che aveva attivamente protetto e diffuso il Buddhismo costruendo templi, monasteri.
L'imperatore gli chiese: "Ho diffuso il Buddhismo con grande energia, ho costruito templi... Quali sono i miei meriti?"
Bodhidharma rispose: "Nessun Merito"
Nella pratica Zen non ci sono ricompense.


Domanda: Maestro ma i Samurai praticavano Zazen per divenire più efficaci in combattimento ? Se sì, come si concilia con Mushotoku ?

Sakiyama Roshi: I Samurai non praticavano per diventare più forti.
Il Maestro commenta il fatto che sui giornali locali è stato dato ampio risalto al torneo dimostrativo di Iri Kumi (la forma di combattimento a contatto pieno del Goju-Ryu di Okinawa) che si è tenuto durante il Budo Sai come momento di marginale importanza, mentre poco viene detto circa il Gasshuku e le altre importanti manifestazioni culturali ad esso legate.
Al che io racconto l’episodio accaduto durante la cerimonia di apertura del Budo Sai, quando, ha preso la parola un giapponese vestito con un tradizionale kimono bianco, presentato come rappresentante del comitato olimpico giapponese, che ha offerto a Higaonna Sensei un diploma e con voce decisa e tono piuttosto aggressivo, ha invitato Higaonna Sensei e la sua organizzazione ad aderire al progetto di ingresso del Karate alle olimpiadi promosso da lui stesso e da Kunio Tatsuno (Magnate giapponese di dubbia moralità,qualche anno dopo ucciso in un regolamento di conti mafioso).
Questo inatteso intervento ha creato un certo imbarazzo. Higaonna Sensei, presa la parola, con l’onestà e la coerenza che gli sono propri ha rifiutato l’offerta affermando che il suo pensiero e la sua pratica sono diametralmente all’opposto del Karate olimpico e ha aggiunto che l’ingresso del Karate alle olimpiadi potrebbe significare la morte del Karate-do tradizionale.
Alla replica di Higaonna Sensei è seguito un applauso di 10 minuti da parte degli allievi della sua scuola.
Al racconto dell’episodio Sakiyama Sogen ha mostrato una grande felicità per la risposta data da Higaonna Sensei e ha commentato:

Sakiyama Roshi: Higaonna Sensei è molto coraggioso. Questa proposta gli è stata sicuramente formulata in questa occasione, di fronte a tutti, per cercare di metterlo in difficoltà. Sicuramente se Higaonna Sensei avesse accettato la proposta, a questo sarebbe stato dato ampio risalto su tutti i giornali mentre il suo rifiuto è stato ignorato.

Anche se ci sono contro un milione di persone, noi dobbiamo andare diritti sul nostro cammino.
Higaonna Sensei è sincero e vive la pratica e l’insegnamento come la viveva Chojun Miyagi, nello stesso modo, gli assomiglia in molti modi e non ho mai incontrato nessuno che gli assomigliasse come lui.
Siete molto fortunati ad avere un insegnante come Morio Higaonna perché avendo un modello di alto livello si può acquisire la capacità di discernere i livelli più bassi.
Il Maestro Racconta che a Tokyo ha avuto occasione di conoscere grandi Maestri di Karate, come, Otsuka, Nakayama, Yamaguchi...

Domanda: Maestro pensa che il Goju-Ryu giapponese sia differente da quello d’Okinawa ?
Sakiyama Roshi fa un gesto esplicito aprendo le braccia con una mano verso il cielo ed una verso la terra in direzioni diametralmente opposte.

Kozenji 1998 - il nostro primo incontro con Sakiyama Roshi
Domanda: Il Maestro Chojun Miyagi praticava Zazen?

Sakiyama Roshi: Il Maestro Miyagi curava con estrema attenzione l’aspetto spirituale e mentale della propria arte. Esercitava di continuo la propria mente. E anche se non posso dire di averlo visto praticare Zazen pubblicamente, spesso si ritirava nella sua stanza per lunghi periodi e sono certo che si dedicasse alla meditazione.

Il giorno precedente il nostro rientro in Italia siamo andati per l’ultima volta a praticare con Sakiyama Roshi. Il momento dei saluti è stato toccante, l’anziano maestro ci ha confidato che gli sarebbe mancata la nostra compagnia, ci ha accompagnato alla porta del tempio e salutato calorosamente. Tutti noi ci auguriamo di rincontrare al più presto Sakiyama Roshi.



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