mercoledì 17 luglio 2019

Nella foglia si manifesta il Tutto




“Generalmente si pensa che una foglia sia nata a primavera, ma Gautama vide che esisteva già da tanto, tanto tempo nella luce del sole, nelle nuvole, nell’albero, in se stesso. Comprendendo che quella foglia non era mai nata, comprese che anche lui non era mai nato.
Entrambi, la foglia e lui stesso, si erano semplicemente manifestati. Poiché non erano mai nati, non potevano morire. Questa visione profonda dissolse le idee di nascita e morte, di comparsa e scomparsa; e il vero volto della foglia assieme al suo stesso volto, divennero manifesti. Vide che è l’esistenza di ciascun fenomeno a rendere possibile l’esistenza di tutti gli altri fenomeni. L’uno contiene il tutto, e il tutto è contenuto nell’uno. La foglia e il suo corpo erano una cosa sola. Nessuno dei due possedeva un sé permanente e separato, nessuno dei due poteva esistere indipendentemente dal resto dell’universo…”

Thich Nhat Hanh

© Tora Kan Dōjō


domenica 14 luglio 2019

Sotto il pino


di Sodo Yokoyama Roshi
traduzione di M. Yushin Marassi

Lettera al signor Masanori Yuno, 
vice presidente della federazione di Kendô di Tôkyô. 
Komoro, 28 Febbraio 1977
*** *** *** *** *** *** ***

Accanto alla vecchia pietra
sotto a questo pino la mia pura terra.
Questa mia pura terra sotto il pino: 
la Pura Terra.

Sodo Yokoyama, il monaco del flauto d’erba

Sodo Yokoyama Roshi
Sawaki Rôshi, mia guida spirituale per molti anni, parlando di se stesso soleva dire:
Io sono l’essere eternamente illuso. Nessuno è così illuso quanto me. Io ho la palma d’oro dell’illusione. Questo mi è perfettamente chiaro durante Zazen."

Che strano fenomeno, lo Zazen! Sembra proprio che idee e fantasie di ogni genere, pensieri di poco conto, tutte le illusioni da cui è composta la natura delle persone ordinarie, durante lo Zazen abbiano l’irrinunciabile tentazione di nascere ed affiorare. Così pure, di conseguenza, nasce il desiderio di sbarazzarci di questi pensieri: un desiderio imperioso al quale si uniformano i nostri sforzi. Queste sensazioni, queste esperienze mentali non esistono per coloro i quali non praticano Zazen.

Come mai, non appena ci sediamo sullo zafu, raddrizziamo la schiena e ci dedichiamo allo Zazen, i pensieri si avvicendano uno dopo l’altro, senza posa? Il motivo, che possiamo comprendere nel fare Zazen, risiede nel fatto che ciascuno di noi, principe o mendicante che sia, è una persona ordinaria. La tentazione di allontanare quel tipo di pensieri perché le illusioni interferiscono sconsideratamente con il nostro e l’altrui benessere, è anch’essa una pulsione nata all’interno del nostro Zazen. In modo improprio noi chiamiamo Buddha questo Zazen che ci guida nel nostro cammino.

Secondo il corretto insegnamento, la semplice consapevolezza di essere degli illusi, consapevolezza che sorge durante la pratica dello Zazen, in realtà fa di noi dei risvegliati, dei Buddha. E’ lo Zazen ad insegnarci che anche noi siamo nella confusione e nell’ignoranza liberandoci, così, dall’inganno. Proprio nel momento in cui pratichiamo Zazen ed osserviamo con attenzione tutte le idee, i pensieri che vengono a galla, ci rendiamo conto di quanto siamo ordinari, normali e di come non vi sia nulla di cui essere orgogliosi o di cui vantarci: null’altro da fare che rimanere quietamente lontani dalla ribalta. 
In definitiva, questo è tutto ciò che siamo.

Il Satori consiste nel risvegliarci alla realtà della nostra illusione. Ecco allora, per quanto piccolo, il desiderio di arrestare quei movimenti autofuorvianti. Questo è il modo in cui le persone ordinarie vengono salvate dallo Zazen. Così, aldilà di ogni dubbio, realizziamo la nostra ordinarietà nella pratica dello Zazen ed ogni allontanarsi da Zazen, dal Buddha, darà corso all’incapacità di venire a capo delle nostre idee illusorie, perderemo l’orientamento, ci troveremo fuori strada. Possiamo dire che questo mondo è traviato perché non è in grado di occuparsi delle proprie illusioni. Traviarsi, smarrirsi significa trasmigrare nei sei mondi (infernale, degli spiriti insaziabili, animale, degli spiriti combattivi, umano, celeste). 
Tutti i problemi del mondo (politici, economici ecc.) nascono in situazioni in cui è assente la consapevolezza della nostra ordinarietà .

Sodo Yokoyama Roshi, Kodo Sawaki Roshi
Sawaki Rôshi, mio defunto Maestro, soleva dire: 
Coloro i quali non sono coscienti della loro ordinarietà, da un punto di vista religioso sono sciocchi in modo addirittura comico."
Il diavolo… cioè illusione, quando è vista/o come diavolo non può più esibire i suoi poteri e scompare spontaneamente.

Shakyamuni si risvegliò, aldilà di ogni dubbio, alla realtà di essere una persona ordinaria: per questo divenne un Buddha ed iniziò a vivere la vita di un Buddha. 
Quando realizziamo la nostra ordinarietà siamo un Buddha e quando siamo un Buddha non importa quante fantasie o pensieri irrilevanti sorgano: non sono comunque un impedimento per un Buddha, per cui non costituiscono più un ostacolo. Le illusioni che non ci ostacolano più sono dette sogni. La Via del Buddha, la via della pace, è trasformare le fantasie in sogni.

Sebbene nella scuola Zen si insegni l’unità, all’interno di questa unità vi sono molti caratteri (differenze). Zen è la vita universale. E’ anche definito “il volto del Sé originale”. 
Sawaki Rôshi, riguardo al volto del Sé originale, ossia riguardo allo Zen, ha detto: 
"Non c’è "illusione nel passato" e "illuminazione nel presente". 
"Questo è il volto del proprio sé originale"
Il Satori, il risveglio, non implica necessariamente l’assenza di illusioni. Questo è il motivo per cui Sawaki Rôshi diceva: 
"Va bene non realizzare l’illuminazione, il risveglio; solamente badate bene a non smarrirvi [nelle illusioni, badate bene a non deviare dallo zazen. N. d. tr.]. Se non correte di qua e di là dietro le illusioni: ecco il volto originario. Rimanete come siete, tutto di voi, siate voi stessi così come siete."

Badare a non smarrirsi è fare dell’illusione un sogno. Non importa quanti pensieri illusori voi abbiate, fintanto che non vi fate catturare. Questo è il motivo per cui nella scuola Zen è detto: "Non c’era illusione nel passato né Satori ora." In altre parole, nello Zazen non vi è illusione, né risveglio, né persone ordinarie, né Buddha. E’ per questa ragione - sin dal principio non essendoci nello Zazen né illusione né risveglio né santi né peccatori - che vi è semplicemente lo star seduti. Poiché non vi era illusione nel passato né illuminazione nel presente, non vi è alcun bisogno di cercare di diventare Buddha e neppure vi è alcun inferno nel quale si possa cadere. Per questo vi sono espressioni categoriche come: "Anche se precipitassi nell’inferno, non importa."

Sekito Kisen
Il Patriarca Sekito Kisen espresse in questo modo il senso di "Shikantaza" (semplicemente star seduto): 
"Anche se, per esempio, cadessi nelle tenebre per l’eternità, giuro che non cercherei mai di ottenere la salvezza dei santi."

Vi sono Buddha e inferno nello stare semplicemente seduti? Vi è solo lo star seduti attenti e concentrati. Sekito si è espresso in modo veramente potente. Nell’insegnamento buddista sedersi con questa forza di spirito è detto "retto sforzo". 
Dôgen descrive questo "retto sforzo" con: “Nove per nove ottantadue.” Normalmente diciamo “nove per nove ottantuno”, tuttavia uno sforzo normale, ovvero uno sforzo distratto o negligente, non è sufficiente per trasformare le illusioni in sogni. Se fin dall’inizio vi applicate in uno sforzo sufficiente a far sì che nove per nove sia ottantadue, non sarete preda dei vostri pensieri, per quanti possano essere.

In un’altra occasione Sekito si espresse in modo più delicato e poetico. Riferendosi allo stesso insegnamento disse:
 "Il vasto cielo (Zazen) non ostacola le bianche nuvole fluttuanti (pensieri illusori)".

A sua volta Dôgen disse: 
Tra le fronde dei pini il vento [il flusso dei pensieri, delle convinzioni, delle avversioni. N. d. tr.] fischia invano per le orecchie di un sordo (colui che pratica Zazen)”. 
Sebbene, per le orecchie di un sordo (ottantadue), il vento soffi invano tra i pini, tuttavia continua a soffiare (sebbene le illusioni siano infinite, faccio voto di liberarmi da tutte). Proprio perché in noi mai cessano le illusioni, così pure lo Zazen non ha fine. 
E se noi ci risolviamo, ci impegniamo a praticare Zazen non solo in questa vita ma in tutte le innumerevoli vite a venire, allora percepiamo un maestoso sentimento di pace.

Nell’insegnamento buddista, Pratica ed Illuminazione sono un tutt’uno. 
Una mente che discerne solo tramite la conoscenza non può essere detta illuminata. 
Vi è un sentiero, un passaggio, per il quale il progredire verrà naturalmente con la continuità della Pratica dello Zazen.

Dogen Zenji
Nel componimento chiamato Zuimonki, Dôgen non fa menzione di alcun tipo di autoperfezionamento naturale ma dice che attraverso la costanza dello Zazen vi sarà un naturale miglioramento.

Vi è un poema che illustra l’insegnamento 
"Pratica e Illuminazione sono un tutt’Uno": 

"Raccogli un poco d’acqua e avrai la luna nelle tue mani. 
Giocherella con un fiore e sarai avvolto dalla sua fragranza."

Anche nella pratica del Kendô non si insegna ad impegnarsi solo nella vita presente ma, piuttosto, a decidere risolutamente di praticare per tutte le innumerevoli vite future, e questo dona un maestoso sentimento di pace.

Ancora, a proposito di Shikantaza, Zazen, stare semplicemente seduti: 
"Zazen: una persona comune, così com’è, diventando un Buddha."

Anche qui si dice che diventiamo un Buddha nella misura in cui progrediamo in armonia con noi stessi, sedendoci con energia. 
Se non fosse così, anche Zazen sarebbe una pratica di mortificazione ascetica. 
Lo Zazen di "diventando un Buddha" è detto l’insegnamento dello Zazen della quiete nella pace.

Praticare nella concentrazione, senza distrazioni è quiete in pace.

Dal momento che Zazen è diventare Buddha nelle proprie condizioni ordinarie, così come siete, non è semplicemente il Buddha che è solamente il Buddha. E dal momento che è una persona comune a diventare Buddha, non si tratta solamente di una persona comune, ordinaria. Sebbene sia Buddha, non è Buddha. 
Questo insegnamento è riassunto nell’espressione: non uno, non due
Oppure, più semplicemente, è l’insegnamento del "non due". 
La Via di Buddha è l’insegnamento del non due.

Se parliamo del kendô in termini di buddismo, possiamo dire che il kendô non è per uno né per due. Vi è solo un unico sforzo che è quiete nella pace.
Se il kendô non è per uno né per due, per chi (o per che cosa) è? 
E’ lo stesso per ciò che riguarda lo Zazen. Zazen non è né per i Buddha né per le persone ordinarie. Per che cosa (o per chi) è lo Zazen? Non di meno vi è semplicemente Zazen. 
E’ da questo punto di vista che possiamo comprendere Shikantaza
lo Zazen che è "star semplicemente seduti". 
In termini buddisti possiamo dire che anche il kendô è shikankendô: solamente, semplicemente non altro che kendô.


Il mio insegnante soleva dire: "Non risparmiate alcuno sforzo. Di solito, le persone mantengono qualche riserva quando compiono uno sforzo o un’impresa. Se trattenete in questo modo la vostra disponibilità qualsiasi cosa facciate i vostri sforzi saranno di poco conto. Mantenete questo tipo di riserve ogni volta che dite: "Non è giusto, non mi piace, non ce la posso fare".

Quando dite: "Va bene! Ci voglio proprio provare!" ed esercitate lo sforzo necessario affinché "nove per nove ottantadue", non vi è nulla che non possiate fare. 
Questo è possibile perché noi esseri umani, signori di tutta la creazione, siamo in grado di porre in essere sforzi che sono al di là delle nostre capacità normali. Nei termini dell’insegnamento buddista possiamo dire che il segreto che svela se una persona ha risvegliato dentro di sé la Mente di Buddha è la sua volontà di farlo.

Una sera, nel monastero di Shôrin,
al limitare del bosco coperto di neve
il freddo acuto che penetra nelle ossa, cosa rara tra gli uomini
si tagliò un braccio e raggiunse l’intima essenza.
Solo coloro che sanno,
avendo messo da parte il proprio corpo, sono ammessi.

Bodhidharma viaggiò dall’India alla Cina. Siccome l’India si trova ad Ovest della Cina, quell’avvenimento è detto: "Il viaggio dall’Ovest". Dopo aver viaggiato dall’Ovest, si stabilì in un’ala del monastero Shôrin. Dove si sedette con il volto verso il muro. 
Eka Daishi fu il primo a praticare sotto la direzione di Bodhidharma. 
Bodhidharma fu il primo patriarca cinese e Eka il secondo.

Nevicava la sera in cui, per la prima volta, il secondo patriarca si recò a Shôrin per incontrare Bodhidharma. Non fu ammesso al suo cospetto e tutto quello che poté fare fu starsene in piedi, fuori, nella neve. Si dice che venne la sera e che la neve avesse raggiunto l’altezza del suo petto prima che gli venisse rivolta la parola. In risposta alla replica di Eka che affermava di essere venuto in cerca del Dharma, il fondatore disse:
"Non è una questione semplice".
Il secondo Patriarca che aveva ben compreso ciò, come prova della sua determinazione si tagliò un braccio e lo offrì a Bodhidharma.
Il quale disse: "In questo caso…" e lo accettò come discepolo.
Questo è il racconto di come il secondo Patriarca giunse alla realizzazione del Dharma, del vero insegnamento. 
Sebbene si dica "si tagliò un braccio" credo si tratti di un’espressione simbolica per "solo coloro che sanno, avendo messo da parte il proprio corpo, sono ammessi ".

Mettere da parte il proprio corpo significa mettere in atto uno sforzo al di là delle proprie normali capacità. Dôgen, riferendosi a questo aspetto, dice “gettare via il corpo”, così come nove per nove diventa ottantadue. Nove per nove è ottantuno, ma noi pratichiamo la Via con l’energia che occorre per far sì che sia ottantadue. E’ l’energia che in termini buddisti è chiamata retto sforzo (impegno).

Nel buddismo l’impegno, lo sforzo, non è limitato a questa vita. Comprende la risoluzione di praticare per innumerevoli nascite e morti, per l’eternità. Anch’io devo avere la risolutezza di praticare in questo modo. Se sarò in grado di assumere questa risolutezza, un senso di pace trascendente sarà il risultato. Proprio perché questa mente in pace e il Satori, la comprensione, sono Uno, sono identici, non è questione di comprendere qualche cosa, di essere illuminati o risvegliati a qualche cosa, piuttosto è richiesta la risolutezza di praticare la Via di Buddha con il giusto impegno – ricavando ottantadue da nove per nove – per l’eternità. 
Se sarò in grado di vivere con questa saldezza dentro di me, io stesso sarò eterno. 
Ecco quindi che il Satori, la mente e il cuore della pace, è diventare l’eternità: l’eternità universale senza limiti.

Quando nove per nove è ottantuno vi è una restrizione. Ciò che ha restrizioni è limitato. 
Nel kendô, quando si dice “se raggiungi quel livello sarai al top", ecco questo è kendô limitato. Così pure, se qualcuno si sente soddisfatto perché in un grande torneo è risultato essere il numero uno in Giappone, per quanto questo possa sembrare magnifico, dopo tutto non è che autolimitarsi. Per liberare il kendô dai suoi limiti dobbiamo praticarlo non solo per questa vita ma per l’eternità. Se faremo ciò, il kendô, come il buddismo senza limiti, perderà i propri limiti. Sarà kendô illimitato. Anche un bambino che impugni una spada di bambù per la prima volta sta praticando il kendô privo di limiti.

Poiché Zazen è Zazen eterno e senza limiti, è così anche per chi si sieda per la prima volta. Non è una Pratica limitata ad un periodo che noi decidiamo con noi stessi pensando: 
"E’ necessario sedersi per tot anni e così farò". 
L’unico Satori veramente effettivo, per così dire, è Zazen eterno e senza limiti praticato con costanza ad ogni istante per sempre. Tutti gli altri ottenimenti e tutte le altre apparenze che puzzano di Satori non valgono nulla. Quando qualcuno studia il buddismo perché vuole ottenere questo e quello, o vuole diventare così e cosà, stabilisce da sè il proprio recinto. Questo non è il "senza limiti".

Spero sinceramente di essere pronto a compiere lo sforzo necessario e ad avere la risolutezza di praticare la Via del Buddha. 



Una Via in cui bisogna essere pronti a praticare per innumerevoli rinascite e uno sforzo che non si limiti a realizzare che nove per nove è ottantuno ma, piuttosto, a raggiungere l’ottantadue privo di limiti e di restrizioni.

Se volessimo porre una condizione limite a questa Pratica, dovrebbe essere la risoluzione di proseguirla per l’eternità. 
Dal momento che questa è la condizione della Pratica del vero Zazen, che cosa ne pensa di prendere questa risolutezza come “limite” per la pratica del kendô?

Questo è l’illimitante limite.


Articolo tratto dal Notiziario informativo dell' Honbu Dōjō IOGKF Italia Tora Kan
Anno VIII N° 28 Primavera/Estate 2003



© Tora Kan Dōjō


domenica 7 luglio 2019

Le mani di Higaonna Sensei, il Karate incarnato .


Prendiamo spunto da una discussione avvenuta su di un social network in cui qualcuno, di fronte alla foto delle mani di Morio Higaonna Sensei, aveva obiettato che ‘si era rovinato le mani’.
Questa è stata la risposta (estrapolata dalla breve discussione) di Sensei Taigō e a seguire riportiamo anche un articolo a firma Mike Clarke Sensei sullo stesso tema di cui, e ci scusiamo, non siamo riusciti a trovare la fonte da cui è stato estratto.
Ci è sembrata un'interessante discussione sulla Pratica in generale e ve la proponiamo come spunto di riflessione.



Higaonna Sensei ha 80 anni e Pratica quotidianamente da più di 65 anni.
Questa è la sua vita e questi sono i segni della sua grandiosa Pratica quotidiana, intensa come pochi hanno saputo esprimere, come per tuo nonno i suoi calli erano il segno della sua fatica.
Quando giocavo a tennis da ragazzino a livello agonistico e giocavo molte ore tutti i giorni avevo il palmo della mano destra piena di calli causati dall’impugnatura della racchetta… e ho giocato a tennis solo per una decina d’anni, puoi immaginare la pratica quotidiana del Makiwara per 65 anni?

A volte la Pratica intensa lascia segni ( basta guardare i piedi di una ballerina) ma sono un ben piccolo costo da pagare per il prezioso tesoro ottenuto con la Pratica.

Ti assicuro che al di là del fattore estetico le mani di Higaonna Sensei, anche oggi ad 80 anni, sono sensibili e sanissime basta vederlo tenere il pennello in mano mentre traccia con eleganza e grazia caratteri sulla carta di riso.
Stiamo parlando inoltre di un uomo che ha saputo praticare con una dedizione ed una intensità a volte considerate sovrumane.

Comunque, se può rassicurarti, nessuno di noi, anche volendo, avrà mai le mani di Higaonna Sensei perché la sua Pratica è inarrivabile.

Taigō Sensei

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Sfide personali qual è la tua ?

Non ho dubbi che alcuni di voi guardando a questa foto disapproveranno questo livello di condizionamento e passeranno oltre rassicurati dalla loro supponenza e dalla convinzione che non sia più necessario condizionare e mani in tal modo perché non ci sono più samurai da combattere a mani nude…. Inoltre, fa male!
Ok sono d’accordo sul fatto che Higaonna Sensei sia andato ben oltre il punto dove la maggior parte degli altri si fermano nel forgiare le proprie mani in straordinarie armi, ma non credo che la sua finalità fosse stata mai quella di trasformare le sue mani in martelli di carne.
Dalla conversazione che ho avuto con Lui in quella particolare visita al suo Dōjō nel 2008, ne sono uscito, più di ogni altra cosa, con la consapevolezza della sfida alla quale ha sottoposto sé stesso quotidianamente da quando lo conosco… trent’anni.
Come tutti gli autentici Karateka, Morio Higaonna non si allena per combattere e vincere qualcun altro, si allena per combattere gli aspetti negativi, le debolezze, del suo stesso carattere e per non perdere. E poiché il suo avversario è lui stesso si tratta di un combattimento quotidiano, ed il giorno successivo la sfida non è meno dura del giorno precedente.
Che tu sia d’accordo o meno con il condizionare le tue mani ed il tuo corpo allo stesso grado di Higaonna Sensei, faresti bene a domandarti questo: “ Io affronto le mie personali sfide nel Karate con la stessa determinazione e dedizione con cui Morio Higaonna Sensei affronta le sue?” Potresti realizzare che non ti sei mai posto una personale sfida nella tua pratica del Karate (voler arrivare alla prossima promozione di grado non conta), allora forse è tempo che tu inizi. E quando lo farai, e quando quella sfida comincerà a fiaccare la tua resistenza e  determinazione ad affrontarla, allora, forse, guarderai nuovamente le mani di Higaonna Sensei e le vedrai in una nuova luce.

Mike Clarke Sensei

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English Version



We take a cue from a discussion on a social network in which someone, in front of the photo of the hands of Morio Higaonna Sensei, had objected that "he had ruined his hands". This was the answer (extrapolated from the brief discussion) of Sensei Taigō and then we also report an article signed by Mike Clarke Sensei on the same theme and we apologize, we could not find the source from which the article was extracted.





Higaonna Sensei is 80 years old and He practices Okinawan Goju-Ryu daily for more then 65 years.
This is His life and these are the signs of His Practice amazing daily Practice, intense as few people has been able to express as for your grandfather the calluses on his hands were the signs of his hard job in the fields.
When I played tennis as a child at a competitive level and played many hours every day I had the palm of my right hand full of calluses caused by the grip of the racket ... and I played tennis just for ten years, you can imagine the daily practice of Makiwara for 65 years?

Intense practice leaves marks (just look at the feet of a dancer) but they are a very small cost to pay for the great treasure obtained with the Practice.

I assure you that beyond the aesthetic factor the hands of Higaonna Sensei, even today at 80, are sensitive and healthy enough to see him hold the brush in his hand while tracing with grace characters on the rice paper.
We are also talking about a man who knew how to practice with a dedication and intensity sometimes considered superhuman.

However, I assure you,  none of us, even if we wanted to, will ever have the hands of Higaonna Sensei because his practice is unattainable.

Taigō Sensei


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Personal Challenges which is your? 

 By Mike Clarke

 I have no doubt that some of you looking at this photo will dismiss this level of conditioning, and move on, safe in your own smugness that it's no longer necessary to condition your hands in this way, because you don't have to fight armed samurai anymore...and besides, it would hurt! Ok, I agree, Higaonna sensei does appear to have gone past the point where most others stop when it comes to forging the hands into formidable weapons, but I'm not sure turning his hands into flesh and blood sledgehammers was ever the point. From my conversation with him on that particular visit to his dojo in 2008, I came away, more than anything, with a sense of the challenge he has been setting him self on an almost daily basis for as long as I've known him....thirty years. Like all authentic karateka, Morio Higaonna is not training so he can fight someone else and win, he's training so he can fight the negative aspects of his own character and not loose. As his character is a part of who he is the fight is a daily one, and is therefore no less challenging than it was the day before. Whether you agree with conditioning your hands and body to the same degree Higaonna sensei has or not, you might do well to ask yourself this: "Do I face my personal challenges in karate with as much conviction as Morio Higaonna faces his?" If you have suddenly realized you've never identified a personal challenge in your karate (wanting your next promotion doesn't count), then maybe it's time you did; and when you do, and when that challenge begins to break your will to continue, then perhaps you'll look at Higaonna sensei's hands again, and see them in a new light.

© Tora Kan Dōjō





mercoledì 3 luglio 2019

Fare l'uomo


Non vivere su questa terra come un inquilino 
o un villeggiante della natura, 
vivi come se fosse la casa di tuo padre...” 

Nazin Hikmet 
Poeta Turco 
Lettera al figlio dal carcere



Le violente mareggiate di questi giorni hanno fatto crollare in vari punti il camminamento che, rasentando il mare, porta da S.Nicola al castello Odescalchi, che amo percorrere con la mia famiglia. A nulla son serviti i frangiflutti posti a protezione dell’esigua lingua di sabbia e l’apparentemente solida struttura murale. 
Sono bastati pochi giorni di mare grosso per erodere alla base la struttura e farla rovinare in mare. 

Giorni fa vedevo un documentario in televisione, uno di questi documentari americani, del National Geographic se non ricordo male, un puma ‘assassino’ attacca una sprovveduta ciclista in mountain bike, ricostruzione doviziosa dell’aggressione con particolare enfasi sulla ‘ferocia’ dell’animale. 
Il puma difendeva il suo pasto, come è abituato a fare, e tutte le altre specie viventi in quel parco naturale ben sapevano che era bene tenersi alla larga, tranne la signorina e la sua amica, probabilmente convinte naturaliste, loro no, loro pensavano di poter percorrere il territorio con la loro mountain bike senza tener minimamente conto degli esseri che in quel luogo hanno la loro dimora…. 
Il puma non ha fatto altro che fare il puma... 

Quando non esisteva ancora il turismo di massa ad affollare le spiagge dell’Indonesia e della Thailandia, i nativi si tenevano distanti dal mare, costruivano le loro umili case, a debita distanza ben dietro le foreste di mangrovie che si distendevano sulla costa fornendo una straordinaria barriera protettiva alle intemperanze del mare… l’arrivo dei turisti ha sostituito le foreste di mangrovie con lussuosi hotel costruiti sulla riva del mare così la grande onda, lo Tsunami, non ha trovato alcuna resistenza al suo avanzare. 
Sui giornali si è parlato di onda assassina… ma il mare ha fatto il mare…

Che dire poi della case costruite senza alcun rispetto di piani regolatori alle falde dei nostri vulcani ? 
Oppure dei disboscamenti, delle dighe, delle cementificazioni dei fiumi… 
E ancora una volta se il vulcano farà il vulcano o se la terra smotterà senza essere trattenuta dalle radici degli alberi abbattuti, sulle case costruite senza criterio né rispetto, come è ovvio che accada alla prima forte pioggia, allora sarà una montagna assassina e non l’uomo un idiota. 

Che dire dell’avida ignoranza che non permette all’uomo di vivere usando, con equilibrio e compassione, le risorse che la natura gli mette a disposizione?
Non parlo dei governi, parlo di noi stessi, di come conduciamo la nostra vita quotidiana, di come facciamo uso dell’acqua, del cibo, del nostro stesso corpo e mente. Ogni nostro gesto ha conseguenze planetarie, eppure, nonostante la straripante informazione, nonostante il cosiddetto progresso scientifico, siamo ancora convinti che possiamo avere degli interessi ‘privati’ che non coinvolgano istantaneamente e spesso, drammaticamente, ogni esistenza.

Sawaki Roshi (grande Maestro Zen del XX sec.) era solito affermare che la coscienza umana non si è evoluta di pari passo col cosiddetto progresso tecnologico e la considerava oggi ad uno dei livelli più bassi di consapevolezza. 
Usava dire: ‘Che strana creatura l’essere umano, brancola nel buio con occhi intelligenti’.

Quand’è che l’uomo imparerà a fare l’uomo, a riconoscersi parte di un tutto inseparabile? 
La nostra pratica è una preziosa occasione per ‘rieducarci’ alla nostra umanità, al rispetto per la natura di cui il nostro corpo e la nostra mente sono espressione e a condurre la nostra vita con sobrietà e rispetto.
Vi saluto offrendo alla vostra lettura la poesia di Eduardo De Filippo: ‘O Mare’.

Taigō Sensei


‘O Mare 

'O mare fa paura 
Accussì dice 'a ggente 
guardanno 'o mare calmo, 
calmo cumme na tavula. 
E dice 'o stesso pure 
dint' 'e gghiurnate 'e vierno 
quanno 'o mare s'aiza, 
e l'onne saglieno 
primm' a palazz' 'e casa 
e pò a muntagne. 
Vergine santa... 
scanza 'e figlie 'e mamma! 

Certo, 
pè chi se trova 
cu nu mare ntempesta e perde 'a vita, 
fa pena. 
e ssongo 'o primmo a penzà ncapo a me: 
"Che brutta morte ha fatto stu pover'ommo, 
e che mumento triste c'ha passato". 
Ma nun è muorto acciso. 
È muorto a mmare. 'O mare nuna cide. 
'O mare è mmare, 
e nun 'o sape ca te fa paura. 

Io quanno 'o sento... 
specialmente 'e notte 
quanno vatte 'a scugliera e caccia 'e mmane... 
migliara 'e mane e braccia e ggamme e spalle... 
arraggiuso cumm'è nun se ne mporta 
ca c' 'e straccia 'a scugliera e vveco ca s' 'e ttira e se schiaffea e caparbio, 
mperruso, cucciuto, 'e caccia n'ata vota 
e s'aiuta c' 'a capa 'e spalle 'e bracce ch' 'e piede e cu 'e ddenoccie 
e ride e chiagne pecché vulesse 'o spazio pè sfucà... 
Io quanno 'o sento, specialmente 'e notte, 
cumme stevo dicenno, nun è ca dico: 
"'O mare fa paura", 
ma dico: "'O mare sta facenno 'o mare".

Eduardo de Filippo, 1968























[
accussì: così; gghiurnate: giornate; vierno: inverno; onne: onde; a palazz' 'e casa: alte come palazzi; scanza: risparmia; vatte: batte; arraggiuso: rabbioso; s' 'e ttira: le ritira; se schiaffea: si schiaffeggia; mperruso: puntiglioso; ddenocchie: ginocchia; sfucà: sfogarsi ]




© Tora Kan Dōjō









domenica 30 giugno 2019

Insegnare l'umanità



"Caro professore,

sono un sopravvissuto di un campo di concentramento.I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.
Diffido – quindi – dell’istruzione.
La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani."

(Anniek Cojean, Les memoirès de la shoah)

Per ricordare, come affermava il compianto Maestro Barioli, che la conoscenza e l'istruzione se non sono fondate e costruite su un principio morale sono un'arma pericolosissima che può essere utilizzata senza scrupoli da idioti (che possono facilmente essere laureati e ben istruiti) o criminali.

Con incisiva ironia Barioli diceva (vado a memoria):

"Se voi insegnate a vostro figlio a fare dei perfetti buchi utilizzando alla perfezione il trapano ma insieme a questo non gli insegnate un principio morale, se un giorno, il pargolo si trastullerà facendo un buco nel cranio della nonna che dorme sul divano, voi non potrete dire nulla, solo controllare se il buco è fatto bene..."

Taigō Sensei


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