mercoledì 28 novembre 2018

Gli “animali” nel Gōjū Ryū

In base al calendario cinese siamo entrati da pochi giorni nell’anno del Cane: ad Okinawa esiste una tradizione chiamata “teramai” che consiste nell’omaggiare l’animale che identifica l’anno in un tempio dove sia presente una effige dell’animale stesso. A dimostrazione della profondità del legame tra gli “animali” dello zodiaco cinese e la cultura di Okinawa (di cui il karate è parte attiva ed integrata).
Nella numerosità delle arti marziali cinesi, una presenza importante è per quelle ispirate agli animali, alle loro “armi”, alle loro strategie e tecniche di combattimento: la Boxe della Tigre, la Boxe della Gru, la Boxe del Cane, ecc.






Un chiaro esempio dell’influenza degli animali dello zodiaco cinese nel karate di Okinawa è lo stile Kojo Ryu, che presenta un set di dodici kamae (posizioni di guardia) basate sugli animali dello zodiaco e queste kamae sono poi inserite all’interno di tre kata (quattro posizioni per kata).

Kanryō Higaonna, il maestro di Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū Ryū, ha studiato le arti marziali del sud della Cina, nella provincia del Fujian. E’ quindi assai probabile che nel Gōjū Ryū ci siano delle forti influenze degli stili di combattimento “animali”.

“Non è difficile immaginare che il prototipo delle arti marziali sia nato dallo spirito combattivo per la sopravvivenza che l’essere umano possiede per natura. Per esempio, molti stili di combattimento cinesi sono stati creati prendendo spunto dai combattimenti degli animali o degli uccelli. Questo si evince dai nomi degli stili come lo stile della Tigre, lo stile del Leone, lo stile della Scimmia, lo stile del Cane, lo stile della Gru, ecc.” 
Chōjun Miyagi, “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo“, 28 gennaio 1936


E questo vale non solo per il Gōjū Ryū, ma in maniera più evidente anche per altri stili di karate di Okinawa:

(stralcio dell’intervista a Sensei Morio Higaonna riportata nel libro “Okinawa Karate no Shinjitsu“, Toho Editions, seconda edizione, 2009)

Il Gōjū Ryū e lo Uechi Ryu, secondo alcuni, all’origine si ispiravano al medesimo Quan Fa cinese, o addirittura erano due tecniche di una stessa tradizione.

Higaonna: Sì, può darsi.

Tuttavia, tra i due, il Gōjū Ryū è in un certo senso quello più austero, e dal punto di vista teorico quello che appare più semplice. Lo Uechi Ryu sembra conservare più profondamente l’impronta del Quan Fa originario.

Higaonna: Esattamente. Secondo me, lo Uechi Ryu prosegue il Quan Fa così com’era. Ci sono forme sulla tigre e su altri animali, e tecniche come il Rankanken e lo Tsuruken.

Vero. Ci sono forme di animali come la tigre, il drago, l’airone e altre ancora, che appaiono così come sono. Anche nel Gōjū Ryū e nello Shorin Ryu si trovano forme come l’airone e la tigre, ma non sono evidenti come nello Uechi Ryu.

Higaonna: Sono nascoste. Come si suol dire, si nascondono gli artigli. Anticamente, si trasmettevano anche tecniche di questo genere. Ma oggigiorno, a furia di nasconderle, è successo che i kata si sono trasformati (ride amaramente). Prendiamo anche l’allenamento, per esempio quello del “mawashi uke”: all’inizio si pratica in modo ampio. Quando lo si è appreso per bene, nel combattimento reale lo si pratica in forma di tigre, facendo roteare le mani in modo più ridotto e incisivo. Come metodo di insegnamento, si dice che sia come temperare una matita. Dapprima si dà la forma con ampi tagli, e poi si smussano gli angoli rifinendo i dettagli affinché il risultato sia bello.










E’ da segnalare il tentativo di alcuni maestri / ricercatori di collegare e classificare i kata del Gōjū Ryū sulla base degli stili di combattimento del sud della Cina ispirati agli animali:

Kata
Animale
Saifa
Gru e/o Leone
Seiyunchin
Falco
Sanseru
Gru
Sepai
Drago
Shisochin
Mantide e/o Grillo
Sesan
Gru
Kururunfa
Drago
Suparinpei
Gru

(tabella tratta da http://www.fightingarts.com/reading/article.php?id=623)

Così come è altrettanto interessante l’analisi tecnica comparata, come quella condotta da Sensei Victor Panasiuk, Capo Istruttore IOGKF della Repubblica di Moldova, tra lo stile della Gru Bianca ed il Gōjū Ryū.

(la serie completa delle analisi è pubblicata sulla pagina facebook della Goju Ryu Moldova)

Nel 1993, nel corso di un seminario a San Pietroburgo, Sensei Higaonna disse che uno degli stili da cui è evoluto il Gōjū Ryū era stato creato da una maestra cinese. Questa affermazione mi fece una forte impressione. Cominciai ad interessarmi all’argomento e nel 2006, appena avuta l’opportunità, andai in Cina per studiare la Boxe della Gru Bianca. Fui fortunato ad incontrare il maestro Jeng Ching Yong, 13. patriarca di una delle versioni più ortodosse dello stile. E’ lo stile che parecchi stili di Okinawa hanno come una delle basi. Le mie analisi non sono basate su legende o manoscritti, ma sulla comparazione tecnica dei kata del Gōjū Ryū e dei kata della Gru Bianca, e dell’analisi dei metodi, dei principi e delle strategie di combattimento di ambedue gli stili. Questa prima analisi è dedicata all’utilizzo dei colpi di gomito durante un combattimento. Nel Gōjū Ryū di Okinawa una tecnica di questo tipo è presente nel kata Shisochin. Nella Boxe della Gru Bianca, nel kata 13 Guardie del Corpo. Nel kata Shisochin questa tecnica consiste di due movimenti, nel kata della Gru Bianca di 3 movimenti. Penso che questo sia dovuto al fatto che l’insegnamento del Gōjū Ryū è destinato ad una vasta platea, e quindi, con la necessità di nascondere il vero significato delle tecniche, un movimento è stato rimosso dal kata. La Boxe della Gru Bianca invece è insegnata solo all’interno di un ristretto nucleo familiare e quindi non sussiste la necessità di occultare le tecniche. Ma in combattimento l’utilizzo della tecnica è praticamente identica.











In ogni caso, quali che siano l’origine e/o gli elementi “animali” (tecniche, strategie), il Gōjū Ryū si è evoluto in un sistema pertinente all’essere umano, per la presenza di aspetti morali, educativi e culturali.

L’aspetto “animale” può essere però anche essere utilizzato per caratterizzare la qualità e la natura dell’approccio del praticante, come splendidamente illustrato da Sogen Sakiyama Roshi, monaco Zen Rinzai nato nel 1921, in una lezione durante il IOGKF World Budosai del 1998.

Ci sono tre forme di karate: il karate di un leone, il karate di una tigre, e il karate di un cane da combattimento.

Quando il praticante di karate rimane calmo come un santo mantenendo la sua potenza all’interno, ed è capace di vincere senza combattere, noi chiamiamo il suo karate il karate di un leone.

Anche se il praticante di karate è forte, noi chiamiamo il suo karate il karate di una tigre se egli appare pieno di spirito combattivo.

Se invece, il praticante di karate è sempre ansioso di combattere, e ama il combattimento, noi chiamiamo il suo karate il karate di un cane da combattimento.

Io spero vivamente che voi sarete così saggi nella scelta del tipo di karate che volete praticare e trasmettere.

Io mi auguro vivamente che voi insegnanti e allievi vi esercitiate per fare del karate di Okinawa il karate di un leone. Questo è un punto essenziale al fine di qualificare il karate di Okinawa come arte marziale.



© 2018, Roberto Ugolini
Clicca qui per link al testo originale



© Tora Kan Dōjō







domenica 25 novembre 2018

Come potete acquistare o vendere il cielo e il calore della terra?

Nel 1854 il presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una “riserva” per il popolo indiano. 
Ecco la risposta del “capo Seattle”, capo della tribù Duwamish.


"Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? 
L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole come è che voi potete acquistarli? 
Ogni parco di questa terra è sacro per il mio popolo. 
Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. 
La linfa che cola negli alberi porta con sè il ricordo dell’uomo rosso. 
Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. 
I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua, per noi e’ qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri.
I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. 
I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. 
Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. 
Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. 
Per lui una parte di terra è uguale all’altra, perchè è come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. 
La terra non è suo fratello, anzi è suo nemico e quando l’ha conquistata va oltre, più lontano.
Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. 
Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto.
Non esiste un posto accessibile nelle città dell’uomo bianco. 
Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. 
Ma forse è perchè io sono un selvaggio e non posso capire. 
Il baccano sembra insultare le orecchie. 
E quale interesse può avere l’uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l’erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno?
Io sono un uomo rosso e non capisco. 
L’indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l’odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. 
L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacchè tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stessa aria. 
L’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire diventa insensibile alla puzza. 
Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l’aria per noi è preziosa, che l’aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere.
Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro. 
E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l’offerta di acquistare le nostre terre.
Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. 
Che cos’è l’uomo senza le bestie?
Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. 
Poichè ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all’uomo. 
Tutte le cose sono legate tra loro. 
Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinchè i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. 
Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. 
Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. 
Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. 
Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. 
Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. 
Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. 
Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. 
C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. 
Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. 
Egli è il Dio dell’uomo e la sua pietà è uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco quanto per l’uomo rosso. 
Questa terra per lui è preziosa. 
Dov’è finito il bosco? E’ scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’ scomparsa. 
E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza”. 



© Tora Kan Dōjō



mercoledì 21 novembre 2018

Essere uomo significa essere responsabile

Essere uomo significa appunto essere responsabile. Significa provare vergogna in presenza d’una miseria che pur non sembra dipendere da noi. Esser fieri d’una vittoria conseguita dai compagni. Sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo.

Si vuol confondere uomini simili con i toreri o i giocatori. Si loda il loro disprezzo della morte. Ma del disprezzo della morte non so che farmene. Se esso non ha radice in una responsabilità consapevolmente accettata, è indice unicamente di povertà o d’eccesso giovanile. Ho conosciuto un giovane suicida. Fu spinto, da non so più qual pena d’amore, a spararsi con cura una pallottola nel cuore. S’era infilato un paio di guanti bianchi, e non so a qual tentazione letteraria avesse ceduto; ma ricordo d’aver provato, di fronte a quella triste esibizione, un’impressione non di nobiltà ma di miseria. Dietro quel viso simpatico, sotto quel cranio d’uomo, non c’era stato dunque niente, proprio un ben niente. Tranne l’immagine di non so qual sciocchina simile ad altre.

Di fronte a quella sorte meschina ricordai una vera morte da uomo. Quella di un giardiniere che mi diceva: “Sa... talvolta faticavo a vangare e avevo le fitte dei reumatismi nella gamba. Imprecavo contro quella schiavitù. Oggi invece vorrei vangare, vangare nel terreno. Mi sembra così bello, vangare! Si è così liberi, vangando! E poi, anche i miei alberi, chi li poterà?”. Egli lasciava un terreno incolto. Era vincolato amorosamente a tutti i terreni ed alberi della terra. Il generoso, il prodigo, il gran signore, era lui!"


Da “Terra degli uomini” (il racconto di Guillaumet)
di Antoine de Saint-Exupéry



© Tora Kan Dōjō






mercoledì 14 novembre 2018

Apri la porta della tua mente e del tuo cuore


Ciò che chiamiamo "io" è soltanto una porta che si apre e si chiude quando inspiriamo ed espiriamo. (da Mente Zen - Mente di principiante di Shunryu Suzuki-roshi Ubaldini Editore - Roma.)
Quando facciamo zazen la mente segue sempre il respiro. Quando inspiriamo, l’aria entra nel mondo interno. Quando espiriamo, esce fuori nel mondo esterno. Il mondo interno è illimitato, e così pure il mondo esterno. Noi diciamo “mondo esterno” e “mondo interno”, ma in realtà c’è un solo mondo e basta, indivisibile. In questo mondo illimitato, la nostra gola è come una porta che si apre e si chiude. L’aria entra ed esce come chi attraversi una porta che si apre e si chiude. Se pensate: “Io respiro”, l’”io” è di troppo. Non esiste niente in voi che possa dirsi “io”. Ciò che chiamiamo “io” è soltanto una porta che si apre e si chiude quando inspiriamo ed espiriamo. Non fa altro, tutto qui. Quando la mente è sufficientemente pura e calma da poter seguire questo movimento, non c’è più niente: né “io”, né mondo, né mente, né corpo; soltanto una porta che si apre e si chiude.

Quando dunque facciamo zazen, l’unica cosa che esiste è il movimento del respiro; noi però siamo consapevoli di tale movimento. Non dovete distrarvi, lasciarvi trasportare altrove dai pensieri. Però essere consapevoli del movimento non significa essere consapevoli del proprio piccolo sé, bensì della propria natura universale o natura di Buddha. Questo tipo di consapevolezza è molto importante, perché di solito siamo troppo unilaterali. Di solito il nostro modo di intendere la vita è dualistico: tu e io, questo e quello, bene e male. Ma in effetti queste discriminazioni sono esse stesse la consapevolezza dell’esistenza universale. “Tu” significa essere consapevoli dell’universo in forma di tu, e “io” significa esserne consapevoli in forma di io. Tu e io sono soltanto porte che si aprono e si chiudono. Questo genere di comprensione è necessario. Non si dovrebbe nemmeno chiamare comprensione; in effetti si tratta della vera esperienza della vita attraverso la pratica Zen.

Quando dunque fate zazen, non c’è alcuna idea di tempo e di spazio. Potreste dire: “Abbiamo cominciato a sedere in meditazione alle sei meno un quarto in questa stanza”. In tal modo avete una certa idea di tempo (le sei meno un quarto) e una certa idea di spazio (in questa stanza). Ma ciò che state effettivamente facendo è semplicemente star seduti e essere consapevoli dell’attività universale. Questo è tutto. In questo momento la porta che si apre e si chiude si spalncherà nella direzione opposta. Un momento dopo l’altro ciascuno di noi ripete questa attività. Qui non c’è alcuna idea di tempo o di spazio. Tempo e spazio sono tutt’uno. Potreste dire: “Devo fare qualcosa questo pomeriggio”. Ma in realtà “questo pomeriggio” non esiste affatto. Facciamo le cose una dopo l’altra. Tutto qui. Non esiste affatto un tempo del tipo: “questo pomeriggio” o “l’una” o “le due”. All’una pranzerete. Pranzare di per sé è l’una. Vi troverete in un determinato luogo, ma quel luogo non è scindibile dall’una. Per chi realmente apprezza la vita, si tratta della stessa cosa. Ma se ci stanchiamo della vita, può darsi che ci mettiamo a dire: “Non sarei dovuto venire in questo luogo. Forse avrei fatto meglio ad andare a pranzo da qualche altra parte. Questo posto non va molto bene”. Nella vostra mente create un’idea di luogo separata da un tempo reale.

Oppure potreste dire: “Ciò è male, dunque non devo farlo”. Ma quando dite “non devo farlo”, in effetti in quel momento state facendo un non-fare. Perciò non avete scelta. Quando separate l’idea di tempo da quella di spazio, credete di avere scelta, ma in effetti dovete comunque fare, sia che si tratti di fare qualcosa, sia che si tratti di fare un non-fare. Non-fare qualcosa è fare qualcosa. Bene e male stanno solo nella vostra mente. Quindi non bisogna dire: “Ciò è bene”, oppure “Ciò è male”. Invece di dire “male”, dovreste dire “non-fare”! Se pensate “Ciò è male” comincerete a confondervi. Perciò nella sfera della pura religione non c’è confusione di tempo e spazio, oppure di buono e cattivo. Tutto ciò che bisogna fare è semplicemente fare le cose così come viene. Fate! Qualsiasi cosa sia, dobbiamo farla, anche se si tratta di non-fare qualcosa. Dobbiamo vivere in questo momento qui. Perciò quando sediamo in meditazione ci concentriamo sul respiro, e diventiamo una porta che si apre e si chiude, e facciamo qualcosa che dovremmo fare, qualcosa che dobbiamo fare. È questa la pratica zen. In tale pratica non sussiste alcuna confusione. Se adotterete questo tipo di vita non avrete più alcuna confusione di sorta. Toza, un famoso maestro zen, diceva: “La montagna azzurra è il padre della nuvola bianca. La nuvola bianca è il figlio della montagna azzurra. Per tutto il giorno dipendono l’una dall’altra, senza essere dipendenti l’una dall’altra. La nuvola bianca è sempre la nuvola bianca. La montagna azzurra è sempre la montagna azzurra”. Ecco una pura, chiara interpretazione della vita. Molte possono essere le cose simili alla nuvola bianca e alla montagna azzurra: uomo e donna, maestro e discepolo. C’è una dipendenza reciproca. Ma la nuvola bianca non dovrebbe essere disturbata dalla montagna azzurra. Né la montagna azzurra dovrebbe essere disturbata dalla nuvola bianca. Esse sono completamente indipendenti, e tuttavia dipendenti. Ecco come viviamo e pratichiamo lo zazen.

Quando diventiamo noi stessi in modo autentico, diventiamo semplicemente una porta che si apre e si chiude, e siamo nettamente indipendenti e, nello stesso tempo, dipendenti da ogni cosa. Senza aria non possiamo respirare. Ciascuno di noi si trova nel mezzo di miriadi di mondi. Siamo sempre al centro del mondo, attimo per attimo. Perciò siamo completamente dipendenti e indipendenti. Se avete questo tipo di esperienza, questo tipo di esistenza, avete l’assoluta indipendenza; niente più vi disturberà. Dunque, quando fate zazen, la mente deve concentrarsi sul respiro. Questo tipo di attività è l’attività fondamentale dell’essere universale. Senza questa esperienza, senza questa pratica, è impossibile raggiungere la libertà assoluta.

da Mente Zen - Mente di principiante di Shunryu Suzuki-roshi Ubaldini Editore - Roma.




domenica 11 novembre 2018

La Gratitudine è Preghiera




Che cos’è la preghiera? Di solito per preghiera s’intende domandare qualcosa, chiedere, lamentarsi: hai dei desideri e chiedi a dio di aiutarti a soddisfarli. Vai da dio a chiedere qualcosa, a mendicare. Per te pregare è mendicare, ma la preghiera non può essere mendicare: può essere solo ringraziamento, un’espressione di gratitudine. 

Sono due atteggiamenti completamente diversi: quando vai a mendicare, la tua preghiera non è il fine, è soltanto il mezzo. Ciò che importa per te non è la preghiera, stai pregando per ottenere qualcosa, e quello è ciò che conta. Molte volte il tuo desiderio non è soddisfatto, allora smetti di pregare e dici: “Tanto è inutile!”, perché per te la preghiera è soltanto un mezzo. 

La preghiera non può mai essere un mezzo, proprio come l’amore non può mai essere un mezzo. L’amore è fine a se stesso: ami, ma non per ottenere qualcosa. L’amore ha un valore intrinseco: ami perché è così bello amare! Non stai cercando di ottenere un risultato; l’amore non è un mezzo per raggiungere un fine –è il fine! 
E la preghiera è amore: va’, prega con gioia, senza chiedere niente, senza mendicare. Pregare è talmente bello, ti senti così in estasi e così felice che ringrazi il divino per averti permesso di esistere, di respirare, di vedere –e che colori! Il divino ti ha permesso di ascoltare, di essere consapevole; queste cose non le hai guadagnate, sono un dono. 

Va’ al tempio con profonda gratitudine, unicamente per dire grazie: “Quello che mi hai dato è fin troppo e io non lo merito!”. Credi forse di meritare qualcosa? Puoi forse dire di meritare qualcosa? Se non fossi venuto al mondo, potresti dire di essere vittima di un’ingiustizia? No! Tutto ciò che hai è soltanto un dono dell’amore divino –non l’hai meritato. Dio trabocca d’amore. Quando lo comprendi, nasce in te la qualità della gratitudine. A quel punto ti rivolgi al divino semplicemente per ringraziarlo, perché ti senti pieno di gratitudine. 

La gratitudine è preghiera e non c’è niente di più bello che sentirsi grati, niente è paragonabile alla gratitudine. La preghiera è il culmine della tua felicità e non può diventare un mezzo per raggiungere un fine. Gesù dice: “Se pregate, sarete condannati”, perché la tua preghiera è falsa, sbagliata. Gesù sa bene che quando vai al tempio, vai a chiedere qualcosa, a mendicare: usi la preghiera come un mezzo, e questo è peccato. 

Che cos’è il tuo amore? Se comprendi cos’è l’amore, puoi comprendere cosa avviene nella preghiera. Ami veramente una persona? Forse non è amore ma qualcos’altro, una gratificazione reciproca… Quando ami una persona, l’ami veramente? Le apri davvero il cuore? Oppure sfrutti l’altro in nome dell’amore? Tu usi l’altro in nome dell’amore; lo usi per il sesso o per altri scopi, ma lo usi. Se l’altro si rifiutasse di essere usato, continueresti ad amarlo? No, penseresti che non serve più a niente. Se l’altro ti stima, se piaci a una bella donna, il tuo ego è soddisfatto. Quando una bella donna ti guarda, per la prima volta ti senti un vero uomo; ma se non ti stima, se non ti guarda con ammirazione, allora non l’ami più. Se un bell’uomo, dall’aspetto virile, ti guarda come si guardano le belle donne, ti fa la corte, ti senti gratificata e il tuo ego è soddisfatto. Questo è sfruttamento reciproco –ma voi lo chiamate amore. E non c’è da stupirsi se i vostri rapporti sono un inferno: non possono essere altro, perché l’amore è solo una parola e dietro alla parola amore si nasconde qualcosa di ben diverso. Il vero amore non crea mai un inferno, perché l’amore ha la stessa qualità del paradiso. 

Se ami, sei felice –e la tua felicità rivela il tuo amore. Ma guarda gli amanti: gli amanti non sono felici. Certo, erano felici all’inizio, quando facevano progetti e, ignari di tutto, gettavano le reti per catturarsi l’un l’altro. E questo perché la poesia, l’idillio e tutte le altre sciocchezze servono unicamente a catturarsi a vicenda: una volta che il pesce cade nella rete, non sono più felici, si sentono imprigionati. L’ego dell’altro diventa una prigione, ed entrambi cercano di dominarsi e di possedersi a vicenda. Questo tipo d’amore diventa una condanna. 
Se il tuo amore è falso, la tua preghiera non può essere autentica, perché la preghiera significa amore per il Tutto –e se non hai saputo amare un essere umano, come puoi amare il divino? L’amore è solo un gradino verso la preghiera. Devi imparare ad amare. 

Se riesci ad amare un essere umano, ti viene rivelato un segreto, ti viene data una chiave; la medesima chiave dischiuderà il divino –naturalmente in una dimensione milioni di volte più grande. La dimensione è infinitamente più grande, ma la chiave è la stessa. L’amore è fine a se stesso, e nell’amore non c’è più ego. Quando sei senza ego, c’è amore. Allora puoi dare senza chiedere niente in cambio, dai perché dare è bellissimo, condividi perché condividere è stupendo –non c’è più contrattazione. Quando non c’è contrattazione, non c’è ego, l’amore fluisce; allora ti apri, ciò che è bloccato in te si scioglie. 

Devi imparare a scioglierti –solo allora puoi pregare. Gesù dice ai suoi discepoli: “Se pregate…” –se voi pregate, e l’enfasi è tutta sul voi –, “sarete condannati”. Questo detto non fa parte della versione dei vangeli autorizzata, i cristiani non l’hanno voluto includere. Chiunque potrebbe fraintenderlo, ma Gesù non è contrario alla preghiera o al digiuno; non è contro il dare agli altri o il condividere quello che si ha –Gesù è contro le tue maschere. Ciò che in te è vero deve emergere dal tuo essere. Ma prima devi cambiare, deve avvenire una trasformazione, solo allora tutto ciò che farai sarà giusto! 

Un uomo chiese una volta a Sant’Agostino: “Cosa debbo fare? Non sono un uomo molto istruito, quindi dimmelo in breve, senza usare troppe parole”. Agostino rispose: “Posso dirti solo una cosa: ama! E se amerai, tutto quello che farai sarà giusto”. 

Se ami, tutto è giusto; ma se non ami, tutto è sbagliato. Amore vuol dire buttare via l’ego. Amore vuol dire essere centrato. Amore vuol dire vivere in beatitudine. Amore vuol dire sentirsi pieno di gratitudine. Il significato dell’amore è: fonda la tua vita sull’essere e non sull’agire. Le azioni sono soltanto in superficie, mentre l’essere è in profondità. Lascia che tutto fluisca dal tuo essere. Non predisporre nulla, smettila di controllare le tue azioni, trasforma il tuo essere! Perché alla fine non importa quello che fai: importa ciò che sei.

Osho
The Mustard Seed, CAP. 5


© Tora Kan Dōjō






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sabato 10 novembre 2018

La vera ricchezza



Non si arricchisce la vita facilitando le difficoltà, ma superandole con la tensione del cuore.
I valori non si comprano, ma si conquistano.
E' il rischio vero che nutre ed edifica il cuore, non la sua caricatura.
Ma tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le cose.
Poiché vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi hai creduto che l'essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei pozzi.
Vedendo gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici.
Vedendo gli uomini desiderare l'amore, hai costruito dei quartieri riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono.
E così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti che gli schiavi facevano cadere per lui.
La tua ricchezza invece, devi sapere, è di scavare pozzi, di raggiungere un giorno di riposo, di estrarre il diamante e di conquistare l'amore.
Ma non consiste nel possedere pozzi, giorni di riposo, diamanti e la libertà nell'amore. Così come non consiste nel desiderarli senza volerli veramente.



Antoine de Saint Exupéry
Tratto da: 'Cittadella', 
Editore AGA, Cusano Milanino ©2017

© Tora Kan Dōjō



mercoledì 7 novembre 2018

La gentilezza dei giapponesi




Alcuni di noi l'hanno potuta toccare con mano, altri ne hanno sentito solo parlare e magari si chiedono se sia reale o solo uno dei tanti stereotipi: è la gentilezza nipponica, a volte così estrema da sembrare strana ai nostri occhi e da far salire il sospetto che sia falsa, solo una facciata, una maschera offerta all'estraneo, poco importa se sia straniero o giapponese. Per capire cosa ci sia dietro a tanta educazione, occorre scavare a fondo nella storia e nella cultura del Sol Levante e potremo così trovare diverse risposte.
Per ragioni di spazio non potranno essere risolutive o approfondite, ma spero basteranno per farvi vedere le cose da un'altra prospettiva, il primo e migliore passo per comprendere qualcosa che non si conosce.
Il fatto di essere un'isola, che per giunta è stata per lungo tempo chiusa quasi completamente rispetto al mondo esterno, ha sicuramente influito in generale su tutta la cultura nipponica che è estremamente omogenea.
Ma alla base della gentilezza dei giapponesi c'è sicuramente l'influenza del Confucianesimo arrivato dalla Cina nel VI secolo; questa religione ha insegnato che la collettività (quindi il paese in cui si vive) e il gruppo (cioè la propria famiglia) vengono prima di se stessi. Far parte di un insieme, vivere e lavorare perché esso prosperi e sia felice è più importante e più nobile che pensare solo al proprio io.
Questi insegnamenti si sono ben amalgamati a quelli dello Scintoismo (religione nativa del Giappone) in cui ogni cosa è pervasa da uno spirito divino e quindi ogni forma di vita va rispettata, che sia umana oppure no. Il tutto è trasmesso di generazione in generazione, responsabilizzando già i bambini ad occuparsi del bene comune e a pensare all'altro prima che a sè. E il tutto continua anche nell'età adulta, con un forte senso del dovere verso l'azienda in cui si lavora ad esempio e con una sottomissione pressoché totale verso ogni forma di autorità.
Tutto questo si riflette anche sulla lingua: chi studia giapponese ne è dolorosamente consapevole. Esistono infatti differenti livelli di linguaggio con differenti livelli di formalità, per cui anche solo per dire "buongiorno" si useranno formule diverse a seconda dell'interlocutore: si dovrà tener conto della gerarchia (superiore o inferiore di grado), dell'età (gli anziani sono tenuti in gran considerazione), del sesso (alcune frasi sono appannaggio esclusivo degli uomini, così come altre lo sono per le donne), perfino del momento della giornata!
Immaginiamoci cosa succederà nel momento in cui si dovrà pronunciare un rifiuto: il "no" secco (fosse anche solo per sapere dal commesso se è presente in negozio l'oggetto che stiamo cercando) non è contemplato. La risposta sarà sicuramente un giro di parole, come per esempio "Non so se sarà possibile darle quello che mi sta chiedendo". Non è una presa in giro, ma è un modo per non mettere in imbarazzo, per non deludere, per essere gentili anche nel momento del rifiuto. E il linguaggio non verbale si adatterà per esprimere anch'esso umiltà e disponibilità.
Tutto è studiato per ridurre al minimo gli attriti, considerando anche il fatto che alcune zone dell'arcipelago sono densamente popolate e gli spazi sono molto ristretti. Quindi i giapponesi evitano ogni discussione inutile e spesso, nel fare questo, non esprimono quasi mai la loro opinione su un argomento, soprattutto se è in contrasto con il loro interlocutore. Così facendo non si farà sentire a disagio l'altra persona e non si perderà tempo, considerando che probabilmente ognuno resterà fermo sulle sue posizioni.
Con gli estranei si mostra il "tatemae" cioè un atteggiamento in cui il sè si annulla e si adatta all'altro, mentre all'interno della cerchia di persone più intime prevarrà lo "honne" cioè il poter dire esattamente quello che si pensa e si prova. Ed è questo che spesso mette a dura prova la comprensione fra lo straniero e il giapponese: chi viene da fuori si sentirà preso in giro e tradito da questa presunta mancanza di sincerità. Ma occorre precisare che spesso tutto ciò non nasconde cattive intenzioni, non c'è la volontà di "fregare" l'altro ma semplicemente di vivere in pace.
Seguendo lo stesso principio si ottengono mezzi di trasporto affollatissimi ma molto silenziosi e strade calpestate da una marea di persone ma pulitissime: se ognuno facesse i propri comodi senza pensare al bene comune, gli spazi collettivi sarebbero un disastro e la situazione, soprattutto nei grandi conglomerati urbani, diventerebbe presto invivibile.
Quindi ci si fonde con la massa, si diventa un tutt'uno e non ci si espone, nemmeno per valorizzare se stessi: la modestia e l'umiltà prima di tutto. Anche se si è bravi nel proprio lavoro, si minimizzeranno i complimenti che si ricevono, ci si schernirà per i servizi resi, anche se magari sono costati molta fatica.
Ovviamente per riuscire a far sì che questi atteggiamenti siano spontanei, alla base c'è un'educazione che inizia fin da piccolissimi. I genitori prima e la scuola dopo inculcano le regole del saper vivere giorno dopo giorno, incitando i bambini a obbedire senza mettere in discussione nè loro nè le autorità. Già dall'asilo gli alunni sono responsabilizzati affidando loro le pulizie delle classi ad esempio e privilegiando le attività di gruppo (vedi i famosi club scolastici a cui è strano non essere iscritti).
A tutto questo aggiungiamo poi la divisa che farà sentire la persona ancor più parte della comunità, rendendo uniforme anche il colpo d'occhio dall'esterno. Divisa che l'individuo si porta dietro per tutta la vita: pensiamo al completo da ufficio dei salaryman. Ma c'è anche chi riesce a ribellarsi alle regole, pur conservando i principi di rispetto dell'altro e della cosa comune: sono gli artisti che dal design alla moda creano oggetti o abiti al limite della stravaganza, dando vita ad esempio a quel famoso street style che i cacciatori di tendenze ricercano spesso lungo le strade di Harajuku.

Stefano Lazzarotto




domenica 4 novembre 2018

Scegli la Vita


La morte e ' la tua grande amica, compagna, che ti fa amare intensamente, che ti fa desiderare di non perderti niente.
Le religioni non vi hanno detto la verità.
Ti hanno mentito, dicendo che al di là della morte c'è il paradiso: tutte le cose belle, gioie, benedizioni, liberamente disponibili.
Queste persone sono criminali, perche ' stanno distruggendo il tuo regalo.
Ti stanno dando la speranza di una vita migliore, molto piu 'appagante... dopo la morte, quindi perche' essere preoccupati per questo piccolo momento presente?
Perché  preoccuparsi di vivere intensamente?
Aspetta che arrivi la morte.
Nel frattempo vai a pregare in chiesa, nella moschea, nella sinagoga.
Tu vai ad ascoltare ogni genere di superstizioni e di stupidaggini, li chiamano sermoni, e continua a credere a quello che ti dice il prete.
E ' tutto quello che devi fare nella vita.
E non commettere un peccato, altrimenti potresti perderti il paradiso.
E se guardi nel profondo della parola " peccato," sarai sorpreso.
Significa niente gioia, niente risate, niente festeggiamenti, niente amore.
Tutto ciò che ti rende felice è condannato come peccato da qualche religione o altro.
Rimangono seri, con facce lunghe, noiose, evitate di vivere. Rinunciare alla vita, amore al sesso - rinunciare al mondo e andare in qualche brutta caverna sulle montagne, e aspettare li ' cantando qualche mantra - qualche meditazione trascendentale, o qualche preghiera " Ave Maria, Ave Maria."
Queste religioni ti hanno storpiato, ti hanno distrutto.
Sono davvero i messaggeri del diavolo.
Tutte le religioni del mondo sono messaggeri del diavolo, non di Dio.
Non c'è Dio, ma il diavolo puo' darsi
Forse esiste, altrimenti da dove vengono tutti questi teologi, predicatori religiosi, monaci, suore, madre Teresa, il papa, da dove vengono tutte queste persone?
Chi li ha mandati? Dev'esserci un diavolo. O forse non c'è un diavolo, ma queste persone sono  una cospirazione contro la gioia umana, il piacere, il comfort, il lusso.
Non c'e ' alcuna possibilita ' di un diavolo. Senza Dio, il diavolo non può esistere; egli è solo l'ombra di Dio.
Il giorno in cui ti ho detto: " non c'è nessun Dio," la sua ombra è scomparsa. Quindi è un comitato, non un diavolo, un comitato di tutti i vostri profeti, messaggeri, Messia, tutti inganni, vi hanno ingannatii, distruggendo la vostra vita in ogni modo possibile.
Non è la morte che distrugge la tua vita e ti tiene in illusione. Sono le tue religioni che distruggono la tua vita mantenendo l'illusione di quel che succederà dopo la morte.
Ti dico, non ti dimenticare mai la morte.
E' sempre li' al tuo fianco. Prima di morire , fai quello che ti fa stare bene.
Balla, divertiti fatti  'un po' di champagne.
Se vivi completamente  non sarai disturbato della morte,
Quando  arriva, se abbiamo vissuto la nostra vita completamente e intensamente, saremo in grado di vivere anche la nostra morte, con la stessa intensità, con la stessa totalità.
Si ', in effetti la morte e ' solo una trasmigrazione, cambiamo la casa che e ' diventata fatiscente, e ' quasi in rovina, e si sta trasferiamo in una nuova casa, fresca, appena fatta, fatta per te.
La morte e ' solo un cambiamento.
Hai cambiato molte case, molti corpi, e sei ancora qui. Solo quando si diventa illuminati, allora il lavoro della morte è finito, perché dopo l'illuminazione non si va in un'altra  casa, non si va in un altro corpo.
Dopo l'illuminazione si  entra nell'assoluta  libertà, in un tutt'uno con tutta l'esistenza.
Sarai nei fiori, negli uccelli, nel sole, nella luna, sotto la pioggia, nel vento. Tu sarai ovunque.
Per diventare illuminati devi vivere questo momento senza alcuna esitazione, senza vivere a metà, vivi al 100%
Metti tutto in gioco.
sii un giocatore d'azzardo!
Rischia tutto, perche 'il prossimo momento non  e' sicuro che ci sara'.
Allora perche soffrire?
Perché preoccuparsi?
Vivi pericolosamente!
Vivi con gioia!
Vivere senza paura, vivere senza senso di colpa, vivere senza paura dell'inferno o dell'avidità per il paradiso.
Vivi e basta!

Osho Rajneesh