mercoledì 18 luglio 2018

Tornare al Centro



Vai vicino al mare, e guardalo. Ci sono milioni di onde, ma nel profondo il mare rimane sempre tranquillo, calmo, in meditazione profonda. Il tumulto accade solo in superficie, nel punto in cui il mare incontra il mondo esterno, i venti. Altrimenti, in se stesso, rimane sempre lo stesso, privo persino di un’increspatura: nulla cambia.

Per te, accade la stessa cosa. In superficie, dove incontri gli altri, c’è confusione, ansia, rabbia, attaccamento, avidità, lussuria… proprio in superficie, dove i venti arrivano a toccarti. Se rimani in superficie, non potrai trasformare questo fenomeno che è in continuo mutamento – rimarrà così com’è.
 Molte persone cercano di cambiarlo lì, alla circonferenza. Lottano, e cercano di evitare che l’onda si alzi. E, a causa di questo conflitto, nascono ancora più onde, perché quando il mare si mette a lottare con i venti ci sarà un tumulto ancora maggiore: ora non saranno solo i venti a crearlo, ma anche lo stesso mare. In superficie ci sarà un caos incredibile.


I moralisti cercano di cambiare la periferia dell’uomo. Il tuo carattere è alla periferia: quando vieni al mondo non porti con te alcun carattere; arrivi assolutamente privo di carattere, un foglio bianco, e tutto ciò che chiami carattere viene scritto da altri. I genitori, la società, gli insegnanti, le dottrine – tutti creano condizionamenti. Tu sei un foglio bianco, tabula rasa, e tutto ciò che è scritto in te deriva da altri; se non diventerai di nuovo una pagina intonsa non saprai cos’è la natura, cos’è Brahma, cos’è Tao.


Il punto quindi non è come avere un carattere forte, non è come riuscire a non arrabbiarti, a non essere turbato – no, non è questo il punto. Il problema è come spostare la consapevolezza dalla periferia al centro. Allora vedrai di colpo che sei sempre stato calmo. Allora potrai guardare la periferia da una certa distanza – e la distanza è vasta, infinita, quindi potrai osservare come non stesse accadendo a te. In realtà, non accade mai a te. Anche quando sei completamente immerso in ciò che accade, perso in esso, non accade mai a te: c’è un qualcosa dentro di te che rimane indisturbato, c’è un qualcosa dentro di te che è al di là di tutto questo, che rimane un testimone.


Quindi il problema per il ricercatore è come spostare l’attenzione dalla periferia al centro; come immergersi in ciò che non cambia, invece d’identificarsi con quella che è solo una zona di confine. In questa zona di confine gli altri hanno una grande influenza, perché al confine il cambiamento è naturale. La periferia continua a cambiare – persino la periferia di un buddha continua a cambiare.
La differenza tra te e un buddha non è una differenza di carattere – ricordalo – non è una differenza di morale, di virtù o non virtù: la differenza è dove sei radicato.


Le tue radici arrivano solo alla periferia; le radici di un buddha affondano nel centro. Egli può osservare la sua periferia da una certa distanza; se lo colpisci, può osservarlo, come se avessi colpito qualcun altro, perché il centro è molto distante. È come se fosse un osservatore sulla collina: qualcosa accade nella valle e lui può vederla da lontano. Questa è la prima cosa da comprendere.

La seconda cosa da comprendere è: l’emozione è molto facile da controllare, ma è molto difficile da trasformare. È molto facile da controllare. Puoi controllare la rabbia, ma che accadrà? La reprimerai. E che accade quando reprimi qualcosa? La direzione del suo movimento cambia: prima andava verso l’esterno ma, se la reprimi, inizia ad andare verso l’interno – è solo la direzione che cambia.
Era un fatto positivo che la rabbia si muovesse verso l’esterno, perché il veleno dev’essere buttato fuori. Ed è un male che la rabbia si sposti all’interno, perché tutta la struttura del tuo corpo verrà avvelenata. E se continui a farlo per un lungo periodo… come fanno tutti, perché la società insegna il controllo, non la trasformazione.
 La società dice: “Controllati” e, tramite il controllo, tutte le cose negative sono state gettate sempre più in profondità nell’inconscio, dove sono diventate una presenza costante.

Allora non si tratta più di essere a volte arrabbiato e a volte no – sei arrabbiato, questo è tutto. A volte esplodi e a volte no, perché non trovi un pretesto, o se no devi metterti alla ricerca di un pretesto. Ricorda, puoi trovare una scusa dappertutto!
Sei arrabbiato. Dato che hai represso tanta rabbia, ora non c’è nemmeno un istante in cui non sei arrabbiato; al massimo, a volte sei meno arrabbiato, a volte di più. Tutto il tuo essere è avvelenato dalla repressione. Mangi con rabbia – il tuo modo di mangiare ha una qualità diversa da quello di una persona che mangia senza rabbia: è bello osservare quest’ultima, perché mangia senza violenza. Magari mangia carne, ma senza violenza; tu puoi mangiare solo frutta e verdura ma, se reprimi la rabbia, mangi con violenza.
…E questo accade a ogni livello, in ogni campo della tua vita: fai l’amore, ma sarà più violenza che amore, conterrà molta aggressione. Dato che non osservi mai mentre fate l’amore, non sai cosa accade, e non puoi arrivare a saperlo perché sei quasi sempre in uno stato di forte aggressione....
…

Quando reprimi, la mente diventa divisa. La parte che accetti diventa il conscio, e la parte che neghi diventa l’inconscio. Questa non è una divisione naturale; accade a causa della repressione. Continui a gettare nell’inconscio tutta la spazzatura che la società rifiuta; ma ricorda che tutto ciò che butti là dentro diventa ancora di più parte di te: finisce nelle mani, nelle ossa, nel sangue, nel battito del tuo cuore. Ora gli psicologi affermano che quasi l’ottanta per cento delle malattie sono provocate dalle emozioni represse: ci sono tanti collassi cardiaci perché tanta rabbia e tanto odio sono stati repressi nel cuore, che viene avvelenato.


Perché? Come mai l’uomo reprime tanto e si ammala? Perché la società t’insegna a controllare, non a trasformare, e la via della trasformazione è completamente diversa. Tanto per cominciare, non è affatto la via del controllo, ma piuttosto l’opposto.
 Primo: nel controllare, reprimi e nel trasformare, esprimi. Ma non occorre esprimere con qualcun altro, perché l’altro è irrilevante. La prossima volta che sei arrabbiato, fai per sette volte il giro dell’isolato di corsa, e poi siediti sotto un albero e osserva dov’è andata la rabbia. Non l’hai repressa, non l’hai controllata, non l’hai gettata su qualcun altro – perché se la getti su qualcun altro si crea una reazione a catena: l’altro è sciocco quanto te, inconscio quanto te. Se la getti su un altro, e l’altro è illuminato, non ci sarà alcun problema; ti aiuterà a buttarla fuori grazie a una catarsi. Ma l’altro è ignorante come lo sei tu – se gli butti addosso la tua rabbia, reagirà. Ti getterà addosso ancora più rabbia, perché è represso quanto te. Diventa una reazione a catena: tu la getti su di lui, lui la ributta su di te, e diventate nemici.
Non buttarla addosso a nessuno.

È esattamente come quando senti di voler vomitare: non vai a vomitare su qualcun altro. La rabbia dev’essere vomitata. Va’ in bagno e vomita! Il vomito ripulirà tutto il corpo – se lo reprimi, può essere pericoloso. Quando vomiti, ti senti rinnovato, ti senti liberato da un peso, ti senti bene, sano. Qualcosa non andava nel cibo che avevi consumato e il corpo l’ha rifiutato. Non continuare a forzarlo a restare dentro di te.
La rabbia è solo vomito mentale. C’è qualcosa che non va in ciò che hai ingoiato, e tutto il tuo essere psichico vuole liberarsene; ma questo non vuol dire che devi buttarlo addosso a qualcun altro. ...



La seconda cosa da ricordare è: sii consapevole.
Per controllare, non occorre alcuna consapevolezza; lo puoi fare in modo meccanico, come un robot. La rabbia arriva, e c’è un meccanismo per cui di colpo tutto il tuo essere diventa limitato e chiuso. Ma, se sei consapevole, il controllo non potrà essere così facile.
La società non t’insegna mai a osservare, perché quando qualcuno è consapevole, quando osserva, è completamente aperto. Fa parte della consapevolezza: sei aperto – e, se vuoi reprimere qualcosa mentre sei aperto, diventa una contraddizione, e la cosa potrebbe emergere comunque.

La società t’insegna come chiuderti, come collassare in te stesso; non ti permette nemmeno di avere una finestrella dalla quale tu possa uscire.
Ma ricorda che quando nulla può uscire, nulla può entrare. Quando la rabbia non può uscire, diventi chiuso. Se tocchi una roccia molto bella, dentro di te non entrerà nulla; quando guardi un fiore, non entrerà nulla: i tuoi occhi sono morti, chiusi. Baci qualcuno, e nulla penetra dentro di te perché sei chiuso. Vivi una vita priva di sensibilità.
La sensibilità cresce insieme alla consapevolezza. Con il controllo diventi opaco, morto – questa è una parte del meccanismo di controllo: se sei opaco e morto nulla ti potrà influenzare, come se il corpo fosse diventato una fortezza, una cittadella. Nulla ti toccherà, né l’insulto, né l’amore.


Ma questo controllo avviene a un prezzo molto alto, ed è un prezzo che non è necessario pagare; a quel punto diventa l’unico fenomeno della tua vita: come controllarti, e poi morire! Lo sforzo di controllare assorbe tutta la tua energia, e poi muori. La vita allora diventa una cosa opaca e morta; tiri avanti, in qualche maniera.
La società t’insegna il controllo e la condanna, perché un bambino controllerà qualcosa solo quando sente che è condannata. La rabbia è male, il sesso è male; tutto ciò che dev’essere controllato viene fatto apparire al bambino come un peccato, come una cosa malvagia.
Nasce una profonda condanna rispetto a tutto ciò che è vivo. E il sesso è la cosa più viva che esista – dev’esserlo! È la sorgente. Anche la rabbia è una cosa molto viva, perché è una forza di protezione. Se un bambino non può arrabbiarsi per nulla, non sarà in grado di sopravvivere. In certi momenti deve arrabbiarsi. Deve esporre il proprio essere, deve asserire la propria posizione, altrimenti non avrà spina dorsale.
La rabbia è bella, il sesso è bello. Ma le cose belle possono diventare orrende – dipende da te. Se le condanni, diventano brutte; se le trasformi, diventano divine.

La rabbia trasformata diventa compassione – perché l’energia è la stessa. Un buddha ha compassione: da dove nasce questa compassione? È la stessa energia che operava nella rabbia; ora, invece di diventare rabbia, si trasforma in compassione. Da dove nasce l’amore? Un Buddha è amore, un Gesù è amore. La stessa energia che opera nel sesso, diventa amore.


Ricorda che se condanni un fenomeno naturale, diventa velenoso, ti distrugge, diventa negativo, suicida. Se lo trasformi, diventa divino, diventa una forza divina, un elisir; grazie a esso arrivi all’immortalità, a un essere che non conosce la morte. Ma ci vuole una trasformazione.


Nella trasformazione non controlli mai, diventi semplicemente più consapevole. La rabbia accade: devi essere consapevole che sta accadendo – osservala! L’energia che si muove dentro di te e diventa bollente è un fenomeno bellissimo! È come l’elettricità presente nelle nuvole. La gente ha sempre avuto paura dell’elettricità; una volta si pensava, quando la gente era ignorante, che quest’elettricità fosse il dio che si arrabbiava, che minacciava e cercava di punirti. In questo modo nasceva la paura, e la gente cominciava a credere all’esistenza di un dio e al fatto che fosse in grado di punirla.
Ora però abbiamo addomesticato quel dio. Ora quel dio opera attraverso il ventilatore, il condizionatore d’aria, il frigo: è al servizio di tutto ciò di cui hai bisogno. Quel dio è diventato una forza domestica, non è più arrabbiato e non è più minaccioso. Grazie alla scienza, una forza esterna è stata trasformata in una forza amica.
Lo stesso accade alle forze interiori, grazie alla religione. La rabbia è proprio come elettricità presente nel corpo: non sai cosa farne. Puoi uccidere qualcuno o uccidere te stesso. La società sostiene che uccidere te stesso va bene, che sono affari tuoi, ma non va bene uccidere qualcun altro – per quanto riguarda la società va bene così. Quindi o diventi aggressivo o diventi repressivo.


La religione afferma che entrambe le cose sono sbagliate. La cosa fondamentale è diventare consapevoli, e arrivare a conoscere il segreto di quest’energia – la rabbia – di quest’elettricità interna. È elettricità, infatti ti riscaldi; quando sei arrabbiato la temperatura si alza, e non riesci a comprendere la freschezza di un buddha: quando la rabbia è trasformata in compassione, tutto diventa fresco. C’è una freschezza profonda. Buddha non è mai bollente; è sempre fresco, centrato, perché sa come usare l’elettricità interna. L’elettricità è bollente, e diventa la sorgente dell’aria condizionata. La rabbia è bollente, e diventa la sorgente della compassione.

La compassione è un’aria condizionata interiore. Di colpo tutto è fresco e bello, nulla può turbarti e l’esistenza, nel suo complesso, diventa tua amica. Ora non ci sono più nemici… quando guardi attraverso gli occhi della rabbia, tutti diventano nemici; quando guardi attraverso gli occhi della compassione, tutti sono amici, vicini di casa. Quando ami, Dio è dappertutto; quando odi, il demonio è dappertutto. Il tuo punto di vista viene proiettato sulla realtà.

Ciò che occorre è la consapevolezza, non la condanna – e tramite la consapevolezza la trasformazione avviene in modo spontaneo. Se diventi consapevole della tua rabbia, la comprensione penetra dentro di te, e ciò accade osservando, senza giudizi, senza chiamare una cosa buona o cattiva, semplicemente osservando il tuo cielo interiore. Ci sono i fulmini, ti senti bollente, tutto il tuo sistema nervoso freme e si agita, e senti un tremito che si diffonde in tutto il corpo: è un momento meraviglioso, perché quando l’energia funziona puoi osservarla con facilità; quando non funziona, non puoi osservare.

Chiudi gli occhi e medita su quest’energia. Non lottare, osserva solo cosa accade: il cielo è colmo di elettricità, ci sono tanti fulmini e tanta bellezza. Sdraiati per terra, guarda il cielo e osserva. Poi fai lo stesso per il cielo interiore.
Ci sono sicuramente delle nuvole, perché senza nuvole non ci possono essere i fulmini – ci sono nuvole scure, pensieri. Qualcuno ti ha insultato, qualcuno ha riso di te, qualcuno ha detto questa o quella cosa… tante nuvole, nuvole nere nel cielo interiore e tanti fulmini. Osserva! È una scena bellissima, e anche terribile, perché non la comprendi. È misteriosa – e se il mistero non è compreso diventa terribile e fa paura. Tutte le volte in cui un mistero viene compreso, diventa una grazia, un dono, perché ora possiedi le chiavi – e se hai le chiavi sei il padrone di casa.

O.Rajnesh

© Tora Kan Dōjō

sabato 14 luglio 2018

Sanchin, kihongata


(Versione in italiano al termine di quella inglese)

“Sanchin is the fundamental kata. Through practicing it, we can take a correct posture. We can inhale and exhale correctly. We can adjust increasing or decreasing our power harmoniously. We can develop a powerful physique and a strong will of warrior. … We induce the interaction of mind and body from the fundamental kata, Sanchin.”


Posture, breathing and power… three battles.
Mind, body and spirit… three battles.
Sanchin, three battles, the fundamental kata.
The practice of the Sanchin kata would seem to have little relevance to combat: the slowness of the movements, the attention on diaphragmatic breathing, the isotonic and isometric muscular movements… but we should think of Sanchin as a form of kiko (vital energy exercise) that enables us to generate ki and collect it in the tanden (mainly, for combat purposes, in the seika tanden), to direct it to all the areas of the body for offensive and defensive purposes, and to fuse it into muscles, tendons, ligaments and bones.
The posture of body and the mechanics of the movements (arms and legs) are the building blocks for correct Sanchin practice, permitting a fluid ki-flow (ki no nagare). This ki-flow is regulated and enhanced through our breathing, always tanden kokyu, at different levels of interaction with the energy channels, from fukushiki kokyu (abdominal breathing) to shoshyuten (small circulation) to daishyuten (large circulation). Also the breath holding, during the steps, is helpful in this ki-flow, acting as a charger for the following circulations. 


“The movements and the posture of Sanchin are coordinated by a breathing method governed by the mind. ‘Mind’ means the correct form of mental concentration. For example, we should never transfer our daily preoccupations into our practice of Sanchin. These problems and worries cause a relaxation of our muscles, whereas they should be in a constant state of tension. Moreover, anxieties disturb the rhythm of our breathing. The correct mental concentration that allows us to avoid these problems is the very definition of heijo shin. The daily, persistent, continual practice of Sanchin builds up the kind of strong mental constitution that permits us to reach heijo shin.”

Morio Higaonna, in “Okinawa Goju-Ryu karate-do”; Tokyo, Keibunsha, 1983
The Sanchin kata, therefore, uses maximum muscular contractions to fuse the ki into the muscles, tendons, ligaments and bones. But these muscular contractions follow specific directions and qualities (isotonic and isometric) for different parts of the body. Of particular note is that the muscular contractions of arms and legs follow spiral directions, thus balancing the left and right side of the body and upper arm / thigh with forearm / leg. 



“Chōjun Miyagi believed that karateka must understand the principle of spiraling as this was the key to effective karate. This applied, he said, to all facets of karate and all parts of the body; stances, techniques, the use of tanden, breathing, all are united by spiraling to produce speed and power..” (cit. Morio Higaonna Sensei)
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(Versione in italiano)

“Sanchin è il kata fondamentale. Per mezzo della sua pratica, possiamo acquisire una postura corretta, metodi per la respirazione corretti e gestire la nostra potenza in maniera armoniosa. Promuove quindi uno spirito ed un fisico forti ed induce l’integrazione tra corpo e mente.”


Postura, respirazione, potenza… tre conflitti.
Corpo, mente, spirito… tre conflitti.
Sanchin, tre conflitti, kata fondamentale.
All’apparenza l’esecuzione del Sanchin potrebbe sembrare di poca utilità pratica vista nell’ottica di un contesto marziale. La lentezza dei movimenti, la enfatizzazione della respirazione diaframmatica, la contrazione muscolare isometrica ed isotonica sembrano tendere verso tutt’altre qualità rispetto a quelle necessarie in una disciplina marziale di combattimento. Solamente interpretando il Sanchin come una forma di kiko (lavoro dell’energia) è possibile attribuire a questo kata un senso compiuto, che permette la pratica e lo sviluppo del ki (energia vitale). La pratica del Sanchin permette infatti lo sviluppo del ki, l’accumulo dello stesso nel tanden (principalmente nel seika tanden), il suo trasferimento dal tanden verso le varie zone corporee (sia per scopi difensivi che offensivi) e la sua “fusione” con le ossa, i muscoli ed i tendini.
La postura del corpo e la dinamica dei movimenti (arti superiori ed inferiori in particolare) sono i “mattoni” per la corretta pratica del Sanchin, abilitanti una fluida circolazione del ki (ki no nagare). La circolazione del ki è regolata ed incrementata dalla nostra respirazione, tanden kokyu, con differenti livelli di coinvolgimento dei canali energetici, dalla respirazione addominale, alla piccola e grande circolazione (fukushiki kokyu, shoshyuten, daishyuten). Anche il trattenere il respiro durante i movimenti, mantenendo la corretta postura e le contrazioni muscolari, è funzionale al ki no nagare, agendo come una sorta di caricatore di energia. 


“I movimenti e la postura del Sanchin sono coordinati con il metodo di respirazione per mezzo della mente. ‘Mente’ significa la corretta concentrazione mentale. Per esempio, non dovremmo mai trasferire le preoccupazioni quotidiane nella pratica del Sanchin. I problemi e le preoccupazioni causano un rilassamento dei muscoli che invece dovrebbero essere tenuti costantemente in tensione. Inoltre le preoccupazioni disturbano il ritmo della respirazione. La corretta concentrazione mentale che permette di evitare questi problemi non è nient’altro che l’heijo shin. La pratica quotidiana, continua, persistente del Sanchin costruisce quella robusta costituzione mentale che ci permette di raggiungere l’heijo shin.”
Morio Higaonna, in “Okinawa Goju-Ryu karate-do”; Tokyo, Keibunsha, 1983
Nel kata Sanchin, quindi, utilizziamo la contrazione muscolare massima, per fondere il ki nei muscoli, nei legamenti, nei tendini e nelle ossa. E queste contrazioni muscolari sono eseguite con specifiche direzioni e qualità (isometriche e isotoniche) per le diverse parti del corpo. In particolare negli arti superiori / inferiori, le contrazioni muscolari inducono delle direzioni a spirale, permettendo un bilanciamento tra le due lateralità del corpo e tra braccio / coscia con avambraccio / gamba. 




“Chōjun Miyagi era convinto che la comprensione del principio delle spirali fosse la chiave per un karate veramente efficace. Applicando il principio a tutti gli aspetti del karate ed a tutte le parti del corpo; postura, tecniche, l’utilizzo del tanden, respirazione, tutto unito da spirali per produrre velocità e potenza..” (cit. Sensei Morio Higaonna)



© 2017, Roberto Ugolini

© Tora Kan Dōjō



mercoledì 11 luglio 2018

L’Oscurità lascia il posto alla Luce


Come diceva sempre Gautama il Buddha, se le luci della tua casa sono accese, i ladri non entrano; sapendo che il padrone è sveglio, visto che le luci sono riflesse dalle finestre, dalle porte, il ladro giudica inopportuno entrare.

Quando, viceversa, le luci sono spente, i ladri sono attratti dalla casa: l’oscurità è un invito irresistibile.

E come diceva Gautama il Buddha, la stessa situazione è vera per i tuoi pensieri, le tue immaginazioni, i tuoi sogni, le tue ansie, tutta la tua mente.

Se è presente il testimone, è simile alla luce: quei ladri svaniscono. Mentre se quei ladri scoprono che non esiste testimone alcuno, iniziano a chiamarne altri, e altri ancora, l’invito è aperto a tutti.
Si tratta di un semplice fenomeno luminoso.

Nel momento in cui accendi la luce, l’oscurità scompare, si tratta di un semplice fenomeno luminoso. 
Nel momento in cui accendi la luce, l’oscurità scompare.

E tu non chiedi: “La luce è sufficiente a far scomparire l’oscurità?” Oppure: “Dopo aver acceso la luce, si dovrà fare qualcos’altro per far scomparire l’oscurità?”
No, la semplice presenza della luce è di per sé assenza dell’oscurità, mentre l’assenza della luce è presenza dell’oscurità.

La presenza del testimone è l’assenza della mente e l’assenza del testimone è presenza della mente.
O.Rajnesh


© Tora Kan Dōjō

venerdì 6 luglio 2018

Non c'è Tempo di perdere Tempo




“Sono sul treno di ritorno che ho preso in tempo... non un minuto prima, non un minuto dopo."

Rōshi è così che ha illuminato l'inizio della nostra giornata Zazenkai: non c'è tempo di perdere tempo. Il treno sta passando e devi saltare sul treno in questo preciso momento. Non ci saranno altre opportunità... Subito dopo mi ha sorriso e abbracciato con spirito materno, proprio come una madre che accoglie in casa un figlio.
Tutto il Sangha è suo unico figlio, come un bellissimo fiore devoto al cielo e premuroso con la terra che lo ospita.

Aver cura/prendersi cura, è dono che facciamo al nostro spirito. Al tempo stesso è non curarsi di fare del bene al nostro spirito; avere un'esperienza diretta e irripetibile con tutto quello che la vita ci offre e che incontriamo sul nostro cammino senza volere nulla in cambio. Forse è una delle nostre più grandi responsabilità quotidiane; custodire tra le mani un dono prezioso, poter salvare ogni esistenza e non saperlo, perché la purezza del cuore è lontana dal sapere della mente calcolatrice...

Questa vita ha bisogno di mani sincere, di occhi devoti, di orecchie pronte all'ascolto... Di un cuore universale che batte e che in cuor mio sento esistere come esperienza trasmessa dai nostri predecessori, dai nostri Avi, nonché grandi Maestri nel mostrarci la Via, nell'assecondare un insegnamento di sincera armonia.

Ma ritenersi un allievo è un privilegio raro. L'allievo è pronto a lasciarsi guidare nel seguire questa scia e lo mette in Pratica praticando nel quotidiano, in ogni momento. E credo sia una pratica senza fine... in tutti i sensi.

Ogni volta che siedo in Zazen non siedo per me... siedo per chi mi ha preceduto, per il Maestro Shinnyo, per Taigō Sensei, per i miei compagni a volte in difficoltà. Allora mi capita di dover tornare a raddrizzare la schiena e tendere bene la nuca in loro sostegno.

Dedico la mia devozione in silenzio e non sento altro che protezione.

Non so trovare parole all'altezza per ringraziare il Maestro Shinnyo... questo Zazenkai mi ha trovato, ed io mio sono lasciata trovare.

Ringrazio profondamente tutto il Sangha di Shinnyoji unito al Tora Kan Dōjō.

Ringrazio Taigō Sensei per avermi insegnato a camminare, nel poter 'andare' a piedi nudi nel mondo.

Gasshō
Monica

tratto da EKIZEN Notiziario del Sangha di Shinnyoji Estate 2018



© Tora Kan Dōjō

mercoledì 4 luglio 2018

Notte a Shinnyoji


Un impegno preso con totale sincerità e devozione implica tutta la nostra attenzione, ci libera dall'ego, dall'essere in una continua ricerca di consenso e approvazione. La libertà si scorge in un attimo, come alla vista improvvisa di un tramonto...

Si scopre nel percepire 'adesso' in questo primo e ultimo istante ciò che la vita ci sta richiedendo, ce ne prendiamo completa responsabilità senza riserve... Attraverso il nostro totale impegno ci implichiamo nel fare del nostro meglio.

Quando è il cuore a guidarci non vi sarà traguardo da raggiungere, non esisterà meta.


Sentiamo di aver compreso profondamente un richiamo primordiale al quale non si può mancare.

Sapienti d'amore, siamo pronti, siamo attenti. Siamo responsabili, poiché responsabilità è liberazione...

E noi siamo qui, per la Vita, per esistere, liberi... A mani giunte. In un profondo inchino condiviso. Noi nel 'tutto' stanotte a Shinnyoji.

Non potremmo aspettarci altra cosa che essere come sassi sulla riva di un fiume, siamo smussati da un'acqua che non è mai la stessa, né per purezza e nemmeno per impeto, ci trasformiamo, a piccole dosi, costantemente.

Cos'altro si va cercando?
É tutto, tutto qui... nei nostri occhi.
Abbiamo il cuore pieno di "tutto".



Monica De Marchi





© Tora Kan Dōjō


domenica 1 luglio 2018

Inferno o Paradiso: a te la scelta



Il paradiso non esiste, e non esiste l’inferno.
Non esistono geograficamente, fanno parte della vostra psicologia. Sono realtà psicologiche.

Vivere una vita di spontaneità, verità, amore e bellezza, significa vivere in paradiso.
Vivere una vita di ipocrisia, menzogne e compromessi –vivere una vita seguendo le aspettative altrui –significa vivere all’inferno.

Vivere liberi è il paradiso, vivere aggiogati è l’inferno.
Potete anche decorare le vostre prigioni in modo meraviglioso, ma non serve a niente: rimangono sempre delle prigioni.
Questo è ciò che fa la gente da sempre: tutti continuano a decorare le proprie prigioni.
Danno loro nomi bellissimi, le dipingono, appendono nuovi quadri alle pareti, cambiano il posto ai mobili, continuano a comperare nuovi oggetti… la realtà è che vivono in prigione.
Il vostro matrimonio è una prigione, la vostra chiesa è una prigione, la vostra nazionalità è una prigione. Quante prigioni avete creato!

Non vivete in un’unica prigione, le vostre prigioni sono simili a scatole cinesi: una scatola dentro l’altra, e poi ancora una scatola dentro l’altra… senza fine! Ciascuno di voi è simile a una cipolla: togli la prima pellicina e trovi un nuovo strato, togli la seconda pellicina e trovi un altro strato.
Distruggi una prigione e all’interno ne trovi un’altra; questo è l’inferno.

Arrivare al nucleo della cipolla, dove gli strati non esistono più e nelle tue mani c’è solo il nulla, questa è la libertà, il nirvana, il bodhicitta. Avere la consapevolezza di un Buddha, la pura consapevolezza di un Buddha: questo è il paradiso.

La mia idea di paradiso non è qualcosa di remoto: non è un paradiso in cielo nel quale vivono gli angeli… La mia idea del paradiso non è ultraterrena. Il paradiso è qui –devi solo sapere come viverlo. Anche l’inferno è qui –e sai perfettamente come viverlo. È solo questione di cambiare la tua prospettiva, il tuo approccio alla vita.

La Terra è bellissima. Se cominci a vivere la sua bellezza e a godere delle sue gioie senza sensi di colpa, sei in paradiso. Se condanni ogni cosa –se diventi un censore, un avvelenatore –allora quella stessa Terra diventa un inferno, ma solo per te.

Dipende da te dove vivere, dipende dalla tua trasformazione interiore. Non è un cambiamento del luogo esterno, è un cambiamento del tuo spazio interiore.
Vivi con gioia, vivi senza sensi di colpa, vivi totalmente, vivi intensamente: allora il paradiso non è più un concetto metafisico, diventa la tua esperienza personale. 

O. Rajneesh The Book of Wisdom, CAP. 11


© Tora Kan Dōjō