lunedì 30 luglio 2018

Corpo Mente e Cuore


Conferenza tenuta nell’Università dell’Aquila il 23/11/1999
Dal Maestro Cesare Barioli (17 agosto 1935 – 13 luglio 2012)
Per gentile concessione del sito: Scuola Judo Tomita



“Vi chiedo di scusarmi, ma inizio con una nota biografica. Nel mio biglietto da visita c’è scritto: insegnante di judo. Non ho titoli da elencare o incarichi sociali da vantare. Per quanto riguarda il judo (“via dell’adattabilità”), la disciplina che ho praticato per quasi mezzo secolo di vita, è stata creata da un professore e burocrate giapponese (Kano Jigoro) nell’intento di proporre una nuova educazione, che non ha a che fare con la disciplina olimpica promossa in Occidente. Inoltre vorrei anticipare un’obiezione: non sono un apostolo dell’Oriente, continente che cerco di comprendere, ma non mi sogno di accettare passivamente. E ora vorrei sottoporvi a un corso intensivo di judo, perché sia più chiaro il contesto di quanto voglio dire.
Uno degli artefici della configurazione scolastica del Giappone nel XX° secolo, Kano Jigoro, ha inserito un principio morale universale in un’arte di attacco e difesa nata nel periodo feudale giapponese, il jiu-jitsu, reso ormai obsoleto dalla struttura sociale e dalla diffusione delle armi da fuoco. Quell’arte feudale di autodifesa è stata così trasformata in una disciplina educativa di straordinaria rilevanza, che ha un profondo significato morale. Il rilievo storico e sociologico del judo educativo dovrebbe essere trattato a parte e a lungo. Nella vicenda del judo educativo si rispecchia una parte importantissima della cultura giapponese. Mi limito ad alcune osservazioni di larga massima, sviluppando soprattutto gli insegnamenti che ho tratto dagli anni passati nella interpretazione, traduzione, pubblicazione dei testi classici del judo educativo.
Il judo fa convergere le parti dissociate dell’essere umano in una direzione ideale. Noi diciamo che unifica corpo, mente e cuore nella direzione del principio morale definito come “il miglior impiego dell’energia”. Questa suddivisione dell’essere umano in “corpo, mente e cuore” è empirica. Per “cuore” intendiamo quello che altri hanno chiamato anima, spirito, affettività. Per “mente” intendiamo uno strumento calcolatore abbinato a una raccolta di immagini. Per “corpo” intendiamo proprio il corpo, nella sua fisicità e materialità.
Ora, il motivo per cui il judo ha storicamente assunto la dimensione di una lotta, è che il guerriero ha scoperto (e, soprattutto, il guerriero giapponese ha conservato questa scoperta fino a noi) che nel pericolo dì essere tagliati in due da uno spadone, l’essere umano unifica le sue facoltà nel saltare di fianco. Voglio dire che, in tale circostanza, nel gesto difensivo o nel contrattacco, non ha esitazioni inconsce, subconscie,o dettate dal super-io. Naturalmente chi giungeva per tempo a questo segreto arrivava ad invecchiare e insegnava alle giovani leve i suoi segreti. Chi commetteva un sia pur minimo errore nella capacità di unificare l’essere al momento del bisogno, finiva concime ai gelsi di campagna.
Se mi concedete una licenza audace, farò un esempio pratico che illustra bene la differenza tra corpo, mente, cuore. Un giovane cerca la via spirituale. Evidentemente il cuore mira a quest’ideale. In seminario gli spiegano che è necessaria la castità e la sua mente capisce: quindi cuore e mente sono d’accordo. Ma nessuno ha preso in considerazione il corpo, e il giovane si sveglia al mattino con una manifestazione virile impressionante. La via spirituale intrapresa diventa un tormento. In questo contrasto tra il corpo da una parte, e mente e cuore dall’altra, con guasti per entrambe le parti, può essere danneggiata la salute, ma anche la funzionalità cardiaca e le stesse funzioni mentali fondamentali. Osservate alcune discipline spirituali orientali come lo yoga o il buddhismo-zen: esse iniziano disciplinando il corpo. Per questo aspetto la cultura orientale è decisiva.
Perché il corpo ci mette mesi o anni a capire, quando la mente impiega giorni o settimane e il cuore, con le sue misteriose ragioni, può comprendere in un lampo? Permettetemi di riprendere una nota iniziale, riaffermando che non propongo l’imitazione delle esperienze orientali. Le considero “cultura” e sottolineo l’importanza di un principio: “bisogna prendere dall’esperienza umana le cose positive e scartare quelle negative”.
Scusatemi se sarò un poco estremista nel riassumere le mie idee, ma è per me importante sottolineare che abbiamo ricevuto un’educazione razzista. Personalmente ho constatato le differenze esistenti tra gli esseri umani, che a un certo livello possono costituire caratteristica di razza. Non ho nulla in contrario a riconoscere la superiorità fisica dei neri, la sensibilità dei gialli, le facoltà psichiche degli aborigeni australiani e lo strapotere militare dei bianchi che spesso hanno schiavizzato i primi, drogato con l’oppio gli altri, distrutti gli ultimi. Ritengo che il significato negativo che attribuiamo alla parola ‘razzismo’ riguardi la presunzione di considerare una certa razza superiore in assoluto.
Premesso questo, osservo di aver ricevuto un’educazione di parte, che mi ha inculcato i nomi di sette capitribù chiamati Re di Roma, ma ignorando il più duraturo e glorioso impero della terra, quello cinese, che ha creato, senza depredare i vicini, opere d’arte davanti alle quali il Colosseo quasi scompare. Ho ricevuto un’istruzione che valorizza l’Eneide, la Divina Commedia e l’Orlando Furioso, completamente ignorando il Mahabharata, il cui nucleo Vyasa comprendeva migliaia di versi quando noi occidentali non sapevamo ancora scrivere nemmeno quel poco che era necessario per censire la consistenza del gregge.
Da solo ho dovuto scoprire l’influenza che la sottocultura giapponese (la grande cultura dell’Oriente è cinese) ha avuto nella seconda metà dell’800 sulla pittura moderna, attraverso il fenomeno del “japonisme”. E da solo profetizzo che in questo secolo cambierà profondamente la nostra musica, aprendosi alla pluralità dei suoni, al di là delle sette note di Sono un italiano vero che tanto successo ha ottenuto da vincere un festival (la musica indiana, o i suoni ‘yin’ e ‘yang’ di quella cinese potrebbero aprire le porte di una nuova sensibilità).
A tredici anni chiedevo perché dovessi studiare latino. “Per sviluppare la mente” , rispondevano. A volte chiedevo: “Il tedesco non andrebbe meglio?” Silenzio. Una lingua viva avrei potuto usarla; anche le relazioni umane aiutano a sviluppare la mente. Oltretutto mi resi conto che grandi benefattori del ’900 (ad esempio Albert Bruce Sabin, o Muhammed Junus) non avevano studiato il latino, ma che la certezza della superiorità greca e latina forniva una giustificazione ideologica per quel colonialismo a cui siamo giunti fuori tempo massimo.
Come consolazione, la certezza della nostra superiorità fornisce volontari per “missioni di pace” in Somalia, dove soldati moderni hanno usato un razzetto per interpretare la prerogativa virile del più forte (è inevitabile, mi hanno detto).
Allora (al mio liceo), spiegavano che senza greco e latino non si poteva accedere a Medicina, perché non si sarebbe potuto comprendere da dove derivasse il nome dei medicinali. Io, studente lazzarone, guardavo incredulo questi insegnanti che per stipendio lavavano il cervello ai futuri dirigenti del Paese. Aggiungo che 600 vie della mia città sono intitolate a musici occidentali e nessuna a personaggi di altra razza.
Attenzione, questa critica al passato non vuole condannarlo: ho rinunciato alla prerogativa mediterranea del Giudizio. La Storia mi serve per vivere il presente, in cui mi pare che abbiamo raggiunto un livello di sviluppo che potrebbe permetterci di vivere meglio e di accettare le grandi sfide che l’inquinamento, la sovrappopolazione e la nostra mentalità di supremazia ci pongono.
Abbiamo bisogno di una svolta nell’ educazione?
Ho affrontato la lettura dei testi spesso propinati alle future maestre. La pedagogia moderna comincia con J. J. Rousseau. E io mi son letto (in francese, perchè in italiano è stato pubblicato con un ritardo sospetto) La Nouvelle Eloise, chiedendomi chi fosse questo autore. Ad una prima indagine, mi risulta che avrebbe avuto 5 figli da una signora (ritengo altri da altre), bimbi che non ha visto perchè alla nascita li ha puntualmente fatti consegnare al brefotrofio. Pentitosi, dopo qualche anno li ha cercati, ma erano morti. La sua fama sembra dovuta alla lotta tra l’Illuminismo e la Chiesa.
Proseguendo ho scoperto che gli educatori celebrati, da Pestalozzi a Makarenko (finalmente un picchiatore!), dalla Montessori al commovente Korczak, fino al decano dei prof. di educazione fisica Vittorino da Feltre, sono state persone che hanno tolto le castagne dal fuoco al sistema, occupandosi di giovani derelitti, orfani, profughi di guerra, disabili.
Persino un mio carissimo capo-scout Bertolini si è fatto un nome nelle Scienze dell’Educazione proveniendo (come Direttore, intendiamoci) dal riformatorio Cesare Beccaria. Il professor Bernardi mi ha raccontato che Piaget prendeva a calci i nipoti perché contravvenivano alle sue teorie.
La mia tesi è che il modello dell’educazione è fornito da noi genitori allevando dei figli considerati normali; e ad esso si devono avvicinare i casi più disperati di alterazione del gruppo familiare. Cioè: gli educatori siamo noi e Rousseau farebbe bene a leggere qualche nostra raccomandazione.
Noi, la razza umana, sappiamo benissimo come intervenire nella formazione dei cuccioli. Come genitori ce la siamo in qualche modo cavata e come educazione di massa, ogni ideologia ha saputo fare dei fanatici, ogni religione dei martiri, ogni esercito degli eroi, ogni divinità dei santi, ogni sport dei campioni, ogni Stato dei lavoratori.
Fin’ora abbiamo lavorato efficacemente, ma forse in una direzione che alcuni potrebbero non condividere. Chi sono i nomi di culto del secolo trascorso? Nel bene o nel male l’austriaco Hitler; il sovietico Stalin; l’argentino Guevara; l’albanese Teresa; il cinese Mao; questo Papa polacco…E nel quadrilatero della presunzione? che cosa hanno oggi prodotto quelle scuole che un tempo avevano prodotto i filosofi tedeschi, gli artisti francesi, i colonialisti inglesi, i mafiosi italiani?
Visti i progressi fatti in questo secolo, dal volo di 266 metri dei fratelli Wright allo sbarco (forse) su Marte, dal pallottoliere al computer, alla clamorosa sconfitta di tantissime malattie, si potrebbe immaginare che molti progressi sono stati fatti nell’educazione (pardon, nelle Scienze dell’Educazione)! Dovremmo aver prodotto almeno venti Lawrence d’Arabia, trenta Cleopatre, una decina di Giulio Cesare, qualche Leonardo da Vinci…
No. Fatemi fare l’estremista fino in fondo. Abbiamo prodotto una massa di lavoratori puntuali a timbrare (ai quali però tratteniamo le tasse all’origine) divisi tra esagitati che si realizzano sugli spalti e depressi che si godono in colonna l’autostrada. Il progresso c’è stato. Nella vecchia Europa non c’è confronto di uomini e donne con il passato. A mio parere, la realizzazione individuale è stata soffocata. Diffondendo il nostro progresso scolastico soffocheremo sul nascere i possibili Gandhi, Picasso, Confucio e Gautama Buddha dei Paesi esotici. Soffocheremo anche tutte le specie che non produrranno per il più forte.
Questa scoperta è avvenuta in Oriente, o da noi? Non saprei. Certo è che al liceo mi hanno fatto studiare cose che mai mi sono servite nella vita, sottoposto a una pressione combinata di prof., compagni, famiglia, allettato da un voto che mi avrebbe permesso di alleviare questa pressione.
E’ avvenuto in parallelo alla costrizione di andare a scuola obbligatoriamente a sei anni, mentre potrebbe apparire logico che si affronti questo passo in ragione del livello di sviluppo individuale.
Certo, viene il sospetto che dopo essersi applicati a molte cose di cui non si comprende l’utilità, fra i 6 e i 23 anni, ci si avventa nella vita completamente domati e il sistema concede il contentino finale di dare maggior credito al laureato, concedendogli di sentirsi superiore al magutt (muratore da quarta elementare).
Una proposta educativa
Se l’educazione è andata in un senso, parlandone insieme, definendola e quindi attuandola, potremo modificare il corso di questa Storia, riappropriarci del destino e offrire ai nostri figli e nipoti un mondo adeguato al loro livello di sviluppo. Espongo in cinque punti la mia proposta di insegnante di judo.
1) L’educazione nasce per insegnare ad affrontare la realtà.
Ogni genitore prepara il suo cucciolo ad affrontare la realtà. Ho osservato questo nell’animale selvatico e ne ho sentito parlare da Alberto Manzi relativamente agli indigeni dell’Amazzonia. Mi pare che una svolta è stata attuata da Platone (La Repubblica) quando raccomanda agli educatori dei futuri ‘custodi’ di non raccontare ai bimbi le avventure licenziose degli dei, che potrebbero ispirarli da grandi, distraendoli dalla vita di austerità che lui auspicava per la categoria; da Platone in poi troppo spesso l’educazione è uno strumento del potere.
2) Non c’è educazione senza trasmissione di un principio morale.
Io non posso trasmettere a mio figlio l’esperienza con cui io ho affrontato il problema sessuale, perchè allora non c’era l’aids; mio padre ha dovuto adattare le sue conoscenze fotografiche ai nuovi tempi, perchè in gioventù stendeva sulla lastra un’emulsione idonea all’immagine che voleva ottenere (per esempio paesaggi nebbiosi in pieno sole). Ma se comunico ai giovani Il Miglior impiego dell’Energia e propongo loro le prime esperienze in tal senso, poi sarà semplice, con l’insegnamento, dare nozioni applicative adeguate.
Semplicisticamente, possiamo dire che spesso quando nella Storia abbiamo fatto qualcosa di buono, abbiamo applicato Il Miglior Impiego dell’Energia. Questo principio è di grandissima importanza pratica e morale.
3) Occorre presentare questo principio morale innovativo ad un Occidente che ha sempre avuto “verità rivelate”.
Se noi mettiamo insieme dei bambini di cinque anni, arabi ed ebrei, bianchi e neri, figli di comunisti e fascisti, dopo un quarto d’ora giocheranno insieme. Ritrovandosi vent’anni dopo probabilmente si uccideranno, come dimostrano gli oltre 40 conflitti in atto nel mondo.
Cos’è successo nel frattempo? Abbiamo dato loro un’educazione di parte (secondo le aspirazioni del potere di turno) religiosa, etnica, o politica. Se noi adottassimo per tutti il principio morale di Il Migliore Impiego dell’Energia, guidandone le prime esperienze durante l’età ricettiva e facendo scoprire che Il Miglior Impiego dell’Energia è: tutti insieme per Crescere e Progredire, arrivati a vent’anni questi giovani potranno prendere coscienza delle proprie tradizioni etniche, religiose e politiche e trapiantarle sul Principio Morale Universale che costituisce la base della loro educazione, arrivando a litigare com’è giusto per l’affermazione delle idee, ma senza uccidersi. Diminuirebbero di molto le guerre.
4) L’educazione a Il Miglior Impiego dell’Energia suppone l’unificazione di mente, corpo e cuore.
Istruttori sportivi e professori di educazione fisica possono rivolgersi al corpo; mentre gli insegnanti di materie intellettuali, che parlano da dietro la cattedra, raggiungono solo la mente. Si propone una concezione rivoluzionaria dello sport e dell’educazione fisica, con adeguata rivalutazione degli operatori. Alcune discipline sportive dovrebbero essere scartate da questo processo, altre dovrebbero modificarsi; certamente l’ideale olimpico andrebbe accantonato, o riservato all’ingresso al professionismo. L’educazione fisica dovrebbe essere rivoluzionata (negli anni ’60 l’Isef ha scartato il judo, sesto sport nazionale per numero di praticanti, dai suoi programmi perché disciplina extraeuropea, chiarendo che le stava più a cuore il razzismo strisciante che il sereno esame di cosa poteva giovare ai ragazzi). Una definizione di educazione fisica si potrebbe così formulare: essere sani per essere utili. Rivediamo il basket, il body building e, naturalmente, il football.


5) Il judo è parte di questa proposta educativa.
Gli occidentali hanno accettato il judo nel dopoguerra quando, da una parte non erano disposti a farsi dare lezioni di morale dai giapponesi, e dall’altra questi ultimi avevano bisogno di uno sport nazionale per creare l’immagine del nuovo Giappone. L’accordo fra le due parti ha trasformato il judo in uno sport olimpico in cui si cerca di vincere ad ogni costo per l’onore del gruppo di appartenenza e non disdegnando il premio in danaro. Le conseguenze dell’educazione sportiva sono particolarmente evidenti in Maradona (il campione più conosciuto al mondo), Tyson (il più apprezzato) e Tomba (onore e vanto della nostra Penisola sciatrice).
Il creatore del metodo judo non voleva che tutto il mondo lo praticasse, ma lo proponeva come esempio: inserendo in un’arte di autodifesa il principio morale, questa si trasformava in una disciplina educativa. Ci ha chiesto di inserire il principio morale nella scuola, con lo sport, con gli oratori, con i boys scout.. Dovunque troviamo delle attività per i giovani.
In pratica, come agisce il judo? Uno dei suoi motti è “dare per crescere e crescere per dare di più”. La struttura del judo è descritta come: un fondamento che è insegnare a combattere, le pareti della costruzione sono essere sani per essere utili, e il tetto è costituito dal principio morale del Miglior Impiego dell’energia.
Tutto comincia con un saluto, che è un rito per fissare l’attenzione,
Poi, dietro la facciata superficiale di studio delle cadute e perfezionamento delle tecniche di pugno e calcio, delle proiezioni e della lotta corpo-a-corpo, il giovane affronta un periodo in cui l’obiettivo è dare tutto se stesso al judo. Dopo questa esperienza egli sarà in grado di dare tutto se stesso a qualsiasi obiettivo si proponga: la famiglia, il lavoro un’impresa, la soluzione di una crisi.
Il momento successivo porta a dare tutto se stesso con il judo. Comporta incontrare l’altro e poter lavorare e costruire insieme a lui, disponendo dell’istruzione ricevuta.
Il terzo passo è dare tutto se stesso agli altri, cioè la comprensione del principio sociale: si sta insieme per costruire un mondo migliore. Non uso volutamente il termine “si lavora”, perché il verbo “lavorare” è stato interpretato come fare qualcosa per un salario o stipendio e il judoista non lavora in tal senso, ma contribuisce a migliorare il mondo sociale. Solo incidentalmente incassa dei soldi che gli servono per vivere.
L’ultimo passo insegnato dal judo ha una configurazione esoterica. Si tratta di raggiungere lo stato del dare, un modo di essere che acquista realtà dopo aver mosso i primi passi sulla via.
Da judo-educazione a sport-educazione
Attualmente in Italia una trentina di associazioni di judo (2.000 praticanti) praticano la proposta educativa del judo e altrettante ne accettano alcuni aspetti come l’insegnamento a disabili (alcune categorie di disabili mentali e fisici, non vedenti e non udenti), a giovani disadattati (condannati, o a rischio), a comunità di recupero.
La buona volontà naturalmente non basta e spesso si sono verificare situazioni difficili dovute all’incomprensione dell’autorità. Abbiamo ottenuto ottimi risultati occupandoci dei disabili mentali, nonostante la mancanza sia di una struttura assicurativa (la nostra politica è stata: non incorrere in incidenti), sia di una collaborazione medica (in questo caso abbiamo sfiorato il reato), sia di un riconoscimento ufficiale (sarebbe opportuno che il Ministro chiarisse agli operatori del sistema che la nostra suddivisione empirica in psichici, caratteriali e dawn con ritardati, non possono essere messe insieme, a scanso di guai).
Mediocri risultati abbiamo ottenuto con il sistema carcerario minorile. Una delle difficoltà è l’accesso alle cartelle mediche per sapere quale allievo (il 50%) è siero positivo. Nel judo ci si graffia, anche… Un’altra sono i pidocchi che ci portiamo in palestra. Meglio ci sta andando con i giovani teppisti di buona famiglia, perchè spesso è il giudice minorile, contrario alla galera, che preferisce condannarli a due anni di judo presso un buon insegnante. La cosa è sperimentale. E imbarazzante.
Nelle comunità di recupero per tossico-dipendenti, la difficoltà è economica: vi sono delle spese che la comunità non vuole o non può affrontare; mentre assorbire questi utenti in corsi normali richiede la garanzia che non siano sieropositivi e comunque la segretezza, perché la gente li rifiuta. Vi è anche la constatazione che il judo non interessa per la debilitazione fisica e per la mancanza di una promessa di impiego attraverso di esso.
L’esperienza con i disabili mentali ci ha portato ad organizzare buone gare e dimostrazioni, che giovano ai ragazzi insieme alla disciplina di palestra e ai concetti assimilati dalla pratica; ci siamo aggiornati con una serie di congressi internazionali dove abbiamo appreso dai francesi (molto avanzati nel settore) e abbiamo insegnato ad altre nazioni arretrate rispetto a noi. Nell’attività incontriamo una difficoltà nella competente federazione del Coni che, applicando il regolamento sportivo, espone a gravi rischi (documentati da incidenti) i ragazzi; e spingendo la proposta delle para-olimpiadi (che noi non ammettiamo per i disabili mentali) crea un effetto contro-educativo.
Vorrei aggiungere che comunque il sogno di portare i disabili meno gravi ad un’autosufficienza che li renda relativamente indipendenti dalle famiglie (affrontata in Francia con un discreto successo) è remoto e passa per un diverso approccio al disabile da parte di tutti gli operatori coordinati. Ciò che invece abbiamo indiscutibilmente ottenuto da questa esperienza è una notevole crescita umana dei normodotati che sono stati, più o meno a contatto con i disabili. Cosa che ci ha fatto postulare una comunità di recupero per normodotati gestita da disabili…
Le proposte per trovare alleati e compagni in altre discipline sportive sono finora cadute nel vuoto. Tuttavia sappiamo che il processo di coinvolgimento passa attraverso un riconoscimento ufficiale e, in attesa di questo, continueremo a lavorare.




© Tora Kan Dōjō



sabato 28 luglio 2018

Sedere in Zazen è Pratica del ricordo

Pubblichiamo un articolo tratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.



Sensei Paolo Taigō Spongia in Zazen
Sedere in Zazen è Pratica del ricordo.
Concentrati sul momento presente abbandonando ogni illusione proiettata al passato e al futuro rammemoriamo la nostra unità, la nostra autentica pienezza….  
La principale causa della sofferenza il Buddha l’ha identificata nell’ignoranza.
Ignoranza in sanscrito si dice ‘Avidya’: A= privativo vidya= vedere.
Pertanto incapacità di vedere la realtà, mancanza di retta visione.
Soffriamo perché non siamo capaci di vedere.
Che cosa non siamo capaci di vedere? La nostra Unità con il tutto.
La mente, da strumento utile alla vita terrena nell’uomo diventa padrone con la pretesa rassicurante di misurare ogni cosa.
Ma il misurare divide, viviseziona la vita uccidendola.
Come nella metafora dell’onda e del mare: quando vediamo un’onda la nostra mente è portata a misurare e dire : quest’onda è più grande di quell’altra, è più potente, più veloce, più lenta, e questo incasellare quell’onda in una categoria ci fa perdere di vista il fatto che l’onda è tutto il mare. Non è neanche una parte del mare, è il movimento di tutto il mare, è il mare che ondeggia.
A causa della nostra mente che cataloga e misura, non siamo più capaci di vedere nella vita ordinaria quanto noi stessi non siamo altro che parte di un mare che ondeggia.
E’ sbagliato anche pensare “io sono una parte dell’universo”, tu non sei una parte dell’universo, tu sei un’azione dell’universo, sei l’universo che si muove.
E’ l’Universo intero che si manifesta nel tuo respiro, nella tua azione.
Se questa comprensione diviene intima e profonda la nostra azione assume tutt’altra rilevanza, assaporiamo la nostra pienezza.
Alla luce della comprensione profonda noi abbiamo la stessa consistenza di un gorgo d’acqua in un fiume… siamo né piu né meno che un gorgo d’acqua, un insieme di elementi che cause e condizioni mettono in movimento e che in questo preciso momento noi vediamo come un uomo e gli diamo un nome ed una fittizia identità. Se voi prendete un secchio e dite: “Adesso voglio tenere per me questo gorgo perché è così bello…” e lo tirate su  nel secchio, il gorgo interrompe il suo movimento e scompare diventando immediatamente acqua stagnante.
Il gorgo, nella sua forma, che i nostri occhi e i nostri sensi ci permettono di percepire, non è altro che il movimento del fiume generato da correnti, da caratteristiche morfologiche del letto del fiume, dalla velocità dell’acqua, dal vento, e se noi togliamo uno solo di questi elementi il gorgo non esiste più, scompare.
La stessa cosa accade per noi, il nostro corpo, la nostra mente sono un insieme di elementi che si muovono, e che in questo momento si manifestano ai nostri sensi in questa forma. E’ la nostra mente che vede e da un nome a queste forme a questi movimenti.
Se siamo capaci di guardare più in profondità, ad osservare  in profondità ogni fenomeno, riconosceremo che ogni fenomeno non è altro che l’universo intero che si muove e prende quella forma davanti ai nostri occhi, che poi scompare, riappare, scompare e riappare di nuovo. Cambia forma in una danza infinita!
Non siamo altro che l’espressione di una danza infinita, la danza dell’universo, che non ha uno scopo, non ha un fine se non lo stesso danzare.  Allora se questa comprensione diventa davvero parte di noi, la vita cambia completamente dimensione.
Non ci sarà più possibile attaccarci a qualcosa. L’attaccarsi a qualcosa che crediamo immutabile genera sofferenza. Se siamo capaci di vedere e danzare in questa trasformazione continua, di essere parte attiva, di essere protagonisti di questa danza, non ci potrà più essere attaccamento e pertanto sofferenza.
L’Insegnamento del Buddha è davvero tutto qua.



© Tora Kan Dōjō








mercoledì 25 luglio 2018

La Spiritualità del Lavoro


Arpino 28 Aprile -1 Maggio 2007

Convegno organizzato dal DIM (Dialogo Interreligioso Monastico)
presso l'Archicenobio di S.Andrea,
dal tema: 'La Spiritualità del Lavoro'

Conferenza di Paolo Taigō Spongia




“…è grazie all’esercizio quotidiano che il sole, la luna e le stelle si muovono e che esistono la terra e il vasto spazio…” (1)

E’ difficile, oggi, poter parlare di lavoro in una società in cui il lavoro è necessariamente legato alla retribuzione. 
Si lavora per guadagnare denaro e, di conseguenza, se si si vincesse alla lotteria si smetterebbe volentieri di lavorare. 
Dal lavoro si tenta di rimuovere ogni disagio, ogni sforzo, il lavoro manuale da tempo è declassato al punto che lo studio sembra essere diventato occasione per eludere ogni genere di manualità.
Anche l’art. 1 della nostra Costituzione che cita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” è stato tradito dalla prassi che vede una tassazione ben più elevata nei confronti della rendita dal lavoro artigianale o comunque a carico del lavoratore piuttosto che nei confronti del lucro generato dal gioco in borsa. 
La speculazione sembra aver assunto, per lo Stato, maggiore dignità del lavoro. Questo non ha nulla a che vedere con quel ‘lavoro’ di cui siamo riuniti in questa sede a parlare. Ritengo pertanto che il modello del lavoro nelle comunità monastiche possa oggi costituire un sicuro riferimento, per gli uomini del XXI secolo, per riscoprire il significato profondo, autentico, di quest’azione umana definita lavoro.
Al tempo del Buddha storico, ai monaci era fatto divieto di procurarsi di che vivere attraverso il lavoro, la questua (2) era l’unico mezzo di sussistenza ammesso e praticato. 
Questuando, i monaci potevano accettare soltanto offerte di cibo e non denaro. 
Il Buddha con i suoi discepoli percorreva le strade dei villaggi fermandosi davanti ad ogni porta senza discriminare tra abitazioni ricche o povere, offrendo così a tutti, indistintamente, l’occasione di praticare il dono, la generosità, una delle sei Paramita (3), delle sei Perfezioni.
La questua non era pertanto solo mezzo di sussistenza ma potente occasione di redenzione. 
Le strofe che il monaco recita durante la questua possono essere così riassunte: 
“L’offerta materiale e l’offerta spirituale (Dharma) sono entrambe fonte di meriti, non l’una all’altra superiore nella perfezione del Dono”. (4)
Colui che offre e colui che riceve non possono dirsi separati e indipendenti. 
La vita è dono, e ci sostiene sempre e comunque, a prescindere dal nostro affanno e dalla nostra brama.
Terminata la questua, i monaci si riunivano per condividere quel che era stato loro offerto e, se avanzava del cibo, non veniva conservato per il giorno dopo ma dato agli animali o a chi ne avesse bisogno, come a dire: ‘ad ogni giorno bastava il proprio affanno’.
Già allora, nello spirito che animava la pratica della questua, era insito il profondo significato del lavoro.
Il lavoro come occasione di praticare il Dono, l’offerta di sè. 
Attività non strumentale in cui i rapporti di causalità si estendono dal determinismo causale ad una causalità complessiva chiamata ‘Originazione Dipendente’. (5)
Esemplare, a riguardo è il Sutra: (6)
Upasaka-vagga, II,1.Kasi-Bharadvaja (7)
‘Una volta il Sublime dimorava fra i Māgadha, sul monte Dakkhinā, presso il villaggio brāhmana di Ekanālā. In quella circostanza, giunto il tempo della semina, cinquecento aratri del brāhmana Kasi-Bhāradvāja erano stati aggiogati. Allora il Sublime, vestitosi per tempo, prese manto e ciotola e andò la dove si svolgeva il lavoro. In quel momento Kasi-Bhāradvāja stava procedendo alla distribuzione del cibo. Il Sublime si avvicinò e sostò da parte. Il brāhmana lo vide in attesa per la questua e gli disse: 
"Asceta, io aro e semino; dopo, mangio.
Ara e semina anche tu, e mangia dopo aver arato e seminato!". 
"Ma anch'io, brāhmana, aro e semino, e dopo aver arato e seminato, mangio!" 
"Che dici? Noi non vediamo né il giogo, né l'aratro, né il vomere, né il pungolo né i buoi del venerabile Gotama. Qual è dunque la tua coltura?"
"La fede è il seme, l'ascesi è la pioggia, la sapienza il mio giogo e il mio aratro, il ritegno il timone, la mente la cinghia del giogo, la chiara visione il mio vomere e pungolo. Vigile il corpo e la parola, moderato nel ventre, col vero m'adopro alla mietitura e con la pazienza alla liberazione. L'energia è il bove aggiogato che mi conduce alla perfetta quiete, che va, senza ritorno, là dove giunti più non si è afflitti. E' questa una coltura il cui raccolto è la Liberazione. Chi ara questo campo si libera da ogni dolore".
Allora il brāhmana Kasi-Bhāradvāja porse al Sublime una capace ciotola di riso bollito nel latte, dicendo: 
"Mangi dunque il venerabile Gotama, poiché egli è agricoltore e pratica una coltura il cui frutto è il Nirvana, la Liberazione !" "Io non posso mangiare ciò che è mercede per dei versi. Altro cibo, altra bevanda offri al Compiuto che ha placato gli affanni e la brama ha estinto. Questo è il campo virtuoso di chi mira al proprio bene". 
"E a chi darò io, Signore, questo cibo?" 
"Invero non vedo, brāhmana, in questo mondo di uomini e di dèi, chi potrebbe digerirlo, al di fuori del Tathagata o di un suo discepolo. Perciò immergilo in acqua dove non viva creatura alcuna". 
Così fece il brāhmana, e quel riso nell'acqua sfrigolò e fumigò come una sbarra di ferro rovente. Allora si prosternò il brāhmana ai piedi del Buddha; fu ammesso nell'Ordine e non lungi nel tempo fu uno degli Arhat.’(8)
Il Buddha si astiene dalla ‘mercede’, da un nutrimento macchiato dalla strumentalità. Fa comprendere al Brahmana che è proprio la gratuità a santificare il lavoro, a renderlo degno dell’uomo, e il nutrimento che ne può derivare non ha nulla a che vedere con il lavoro in sè. 
La gratuità allude con chiarezza alla dimensione trascendente.
Il fondamento della vita, quel che sostiene, sempre e comunque, non annulla ma risignifica il nostro sforzo e la nostra preoccupazione. 
Così come non si mangia solo per sfamarsi, non si opera per la retribuzione.
...Liberarsi dal lavoro asservito al profitto. Il lavoro è dove si entra nella complessissima relazione tra causa ed effetto. Il mio Insegnante parlava di "spazio di non conoscenza", uno spazio in cui la causa non conosce l' effetto quanto l'effetto non conosce la causa. Questo spazio di non conoscenza –spazio contemplativo, silenzio adorante- è il luogo dove dimora la libertà dello spirito.” (9)
Quando il Buddhismo arriva in Cina deve intervenire una sensibile trasformazione. Vivere di questua si avvera assai impopolare. 
Le Comunità che faranno dell’autosufficienza una caratteristica dominante avranno maggiore occasione di sopravvivere alle persecuzioni. Alla questua si aggiunge dunque il lavoro manuale, vissuto nello stesso spirito della questua.
Hyakujo Ekai
Il Maestro Hyakujo Ekai (720-814) quando era già piuttosto anziano, aveva circa novant’anni, continuava a lavorare nei campi del Monastero.
I suoi monaci temendo per la sua salute un giorno gli nascosero i suoi strumenti di lavoro per evitare che il loro Maestro lavorasse duramente sotto il sole cocente. 
Non riuscendo a trovare i propri utensili, Hyakujo rifiutò di mangiare.
Quando i monaci lo supplicarono di nutrirsi il Maestro rispose con l’affermazione rimasta famosa nella tradizione Zen: “Un giorno senza lavoro è un giorno senza mangiare ”. 
I monaci non ebbero scelta e restituirono a Hyakujo i suoi strumenti.
Al novizio, nel monastero cinese, fino a tempi recenti, veniva insegnato a coltivare il riso, raccoglierlo e cucinarlo; solo in un secondo tempo, come naturale conseguenza era invitato a sedere in Zazen (l’esercizio contemplativo come postura e dimensione dello spirito al di là della postura stessa).
Il Samu, termine che nello Zen definisce il lavoro manuale, assume da questo momento la stessa dignità dello Zazen.

“E’ nel ‘far corpo’ nel lavoro ordinario, non per una medaglia, neanche per un grazie, da questo ‘fare corpo’ è facile che nasca lo spirito della Comunità, il Sangha (10), allora sedere in Zazen insieme diventa la cosa più naturale del mondo”. (11)
E’ l’aspetto politico, fondativo, istituzionale del lavoro.
Il lavoro sapiente fonda la comunità dei fratelli, degli Uguali. 
E’ difficile poter parlare di eguaglianza e fraternità senza operosità.
Cito ancora il mio Insegnante, il Maestro Guareschi:
“... Dalla percezione diretta, intuitiva e spontanea della realtà deriva un'azione diretta e spontanea, senza che il pensiero strumentale e concettuale si interponga fra percezione e azione. 
Cadono le separazioni tra lo spirituale e il mondano, e diviene consapevolezza del sacro nell'ordinario.
Il lavoro è arte della vita, un'espressione integrata di essere e di fare che lo Zen definisce come: ‘il modo infinito di fare cose finite’. Il lavoro è una celebrazione del mistero della vita.” (12)
Il Nirvan (13), la Liberazione, non può darsi al di fuori del Samsara (14), al di fuori della condizione umana del nascere/morire. Il lavoro come celebrazione del mistero della vita: il lavoro come rito, liturgia.
La vita regolata di un monastero Zen comporta che ogni azione, anche quella più apparentemente privata, sia consacrata a beneficio di tutte le esistenze (Togan Shujo), rinunciando al frutto, al merito, che ne possa derivare.
Così quando riceviamo il cibo recitiamo:

“Innumerevoli opere e fatiche ci han portato questo cibo: la virtù e l’esercizio nostri son forse degni di questo dono?”

Ad ogni pasto ricordiamo così a noi stessi quanto sforzo, quante esistenze hanno con la loro azione fatto sì che oggi, nel nostro piatto, sia potuto giungere questo cibo. 
Ricordiamo che ben 75 azioni, umane e degli elementi della natura, fanno sì che un solo chicco di riso possa oggi essere per noi nutrimento. 
E, nel considerare questo sforzo generoso, osserviamo alla nostra vita e ci chiediamo se il nostro impegno, la nostra virtù sono degni di tale generosa offerta.
Quando laviamo il viso, andiamo in bagno, puliamo un pavimento, recitiamo delle strofe, dette gatha, che ci ricordano che nessuna azione è un’azione ‘privata’, ma che ogni gesto, anche quello apparentemente più insignificante e nascosto ha un riverbero universale.
Lavando le mani recitiamo le strofe:

“Così come noi, ora, purifichiamo le nostre mani, possano tutte le esistenze avere mani tanto delicate per custodire e mantenere la Verità dei Buddha”.

Prima di lavare i denti recitiamo:

“Così come noi laviamo i denti questa mattina, possano tutte le esistenze ottenere l’occhio/dente della saggezza che mastica l’illusione”.

Nel nostro esercizio, la mente dello Zazen va trasposta all’azione quotidiana al punto che scompaia il confine tra sacro e mondano, tra pratica contemplativa ed azione, che a sua volta diviene azione contemplativa. 
Il gesto permette di cogliere l’invisibile nel visibile.
Anche quando andiamo in bagno, dice Dōgen Zenji (15), la nostra postura, il modo con cui utilizziamo gli oggetti è salvifico.
Il lavoro, samu, assume pertanto la stessa dignità ed efficacia dello Zazen.

Il termine samu può essere tradotto con ‘fare il proprio dovere’. Dovere al quale si è tenuti e dal quale si è tenuti. Dovere è anche una traduzione del termine sanscrito Dharma che vuol dire molte cose: verità, metodo, arte... (16).
Quindi potremmo liberamente tradurre ‘samu’ con: ‘Esprimere il Dharma attraverso la propria azione’. Il lavoro comune diviene anche, nella tradizione Zen, l’occasione della trasmissione della comprensione più profonda dell’Insegnamento del Buddha. E la comunione del lavoro (Fushin Samu) è di capitale importanza. Si tratta di un lavoro non solipsistico, un lavoro che non si fa da soli. Proprio l’opposto del ‘self made man’ modello così in voga oggi, nella nostra società.  Lo si sta riscoprendo anche in ambito di formazione manageriale dopo aver constatato il fallimento del modello del manager ‘superman’ che basta a se stesso. Come nella Comunità monastica, chi conduce può condurre solo se è intimamente al servizio, e chi serve, per poter servire degnamente, deve acquisire la regalità e il carattere di chi conduce. Proprio come il ragazzo di bottega raggiunge la maestria, inconsciamente, lavorando col maestro artigiano ed imitando la sua azione, così il novizio raggiunge la maestria dello spirito lavorando a stretto contatto col proprio Maestro.
“Di cosa discutevate ?”, chiede il Maestro. 
“Di come finanziare i lavori di edificazione del monastero”, qualcuno risponde. “Non perdete tempo a discutere. 
Raccogliete le foglie, pulite le scale, bruciate incenso. Solo così arriveranno le offerte per costruire il Tempio.” (17)
Il Maestro ci ricorda in tal modo la gratuità dello sforzo che deve animare la nostra azione, uno sforzo gioioso che si fonda sulla fede di essere sempre e comunque sostenuti dalla Grande Terra e che già l’operare contiene in sè il risultato dell’azione. 
All’agire totale, al gesto che si consuma fino in fondo (Ippo Gujin), il risultato segue come l’ombra il passo:
‘Scava la pozza senza aspettare la luna, quando la pozza sarà terminata la luna verrà da sè ’, è un detto Zen.
Sullo stesso piano stanno pertanto la giusta aspirazione (Hōsshin), l’esecuzione (Shugyō), il risultato (Bodai) nonché la liberazione dagli effetti del risultato (Nirvana). 
E tanto importante è l’operare quanto importante è il distaccarsi dal risultato del proprio agire, disfarsi dei suoi residui, svincolarsi anche dall’autocompiacimento del buon risultato. L’azione donata alla vita come servizio. 
Questa mattina Suor Antonietta, del Monastero di S. Scolastica, con la quale ho avuto gioiosa occasione di conversazione, nel suo intervento ha illustrato bene come l’abilità specifica, in una qualsiasi attività lavorativa, non deve divenire occasione per il monaco di orgoglio e autocompiacimento. Al punto che se questo accade alla monaca viene affidato incarico agli antipodi della propria specifica attitudine proteggendola così da questa pericolosa deriva.
Le foglie che raccogliamo non sono dunque solo raccolte per fare più pulito il cortile, bensì, dalle parole di un Maestro Zen: 
‘Le foglie non cadono solamente sulla terra, ma anche nella nostra mente. Io raccolgo le une e le altre’.
Un aneddoto citato nel testo ‘da Studente a Maestro’ di Soko Morinaga Roshi illustra bene la trasmissione spirituale attraverso il lavoro comune:
Un novizio si trova per la prima volta a lavorare nel parco col proprio insegnante che gli dà l’incarico di ripulire il giardino. Entrambi si accingono a spazzare. 
Il novizio lavora alacremente, anche nell’intento di fare buona figura col suo Maestro e ammucchia una gran quantità di foglie. 
Va dal Maestro e chiede:
‘Dove posso buttare questa spazzatura ?’ 
Il Maestro va su tutte le furie: 
‘Non c’è spazzatura !!’ (18) risponde tuonando. 
“Se non c'è spazzatura, che cos'è questa? Dove devo gettare queste foglie ?”, obietta il discepolo. 
“Non devi gettarle!”, ruggisce ancora il Maestro e gli dice di metterle in un sacco, serviranno per accendere il fuoco che riscalderà l’acqua. 
Quando il novizio torna col sacco trova il Maestro intento a dividere il mucchio di foglie in modo da separare le foglie dalle pietre. 
Mette le foglie nel sacco, che dà al novizio perché lo porti nel magazzino. L’allievo comincia a comprendere che quelle foglie non erano poi spazzatura, ma continua a ritenere che quel che è rimasto senz’altro lo sia. 
Quando ritorna trova il Maestro ancora accovacciato sul mucchio a raccogliere le pietre, che dà all’allievo dicendogli di metterle sotto le grondaie nei buchi scavati dall’acqua. 
Mentre si adopera a farlo, l’allievo vede non solo che anche le pietre non sono spazzatura, ma anche che il risultato ha un certo valore estetico. 
Il Maestro intanto, mentre con gli ultimi rimasugli del mucchio riempie avvallamenti e buchi del terreno, così conclude: “Allora? Adesso capisci qualcosa di più? Fin dall'inizio, nelle persone e nelle cose, non esiste spazzatura.” (19)
Il Buddha operoso, Gyō Butsu, rappresenta un riferimento centrale nella nostra tradizione Zen Sōtō, coniugando l’eternità del Buddha e il suo essere storico.
La vita e l’Insegnamento di Dogen Zenji (1200-1253), capostipite del nostro Ordine, sono fondati su due pilastri fondamentali: l’operosità (Gyōji 20) e la sapienza intuitiva che scaturisce dall’azione (Dōtoku 21).
In Dogen dunque Gyōji e Dōtoku, le due dimensioni dell’essere Buddha, non sono separate. 
In questi anni a Fudenji si stanno portando avanti i lavori di ampliamento ed edificazione del Monastero.
L’Abate di Fudenji, il Maestro Guareschi, è in prima linea nel lavorare gomito a gomito con gli operai. 
Questi conoscevano già Fudenji per la pratica religiosa che vi si svolge e conoscevano il Maestro per il suo carisma di Insegnante Zen, ma, lavorando in Fudenji, hanno potuto constatare direttamente l’operosità creativa del Maestro che, con le sue abilità di fabbro e falegname, ha contribuito a risolvere numerosi problemi operativi.
La loro constatazione è stata: “Non sa solo parlar bene ma anche lavorare bene” ed hanno cominciato a chiamarlo Maestro.
E’ molto interessante osservare che il termine Gyōji è composto da due caratteri: Gyō: 
che rappresenta il muoversi, il camminare, l’agire, e Ji: 
in cui è presente il radicale ‘mano’ che significa ‘mantenere’, ed anche ‘imparare, per preservare esattamente’.
Dall’analisi dei caratteri che compongono il termine si evince chiaramente come Gyoji, questo esercizio ininterrotto, questa ascesi perpetua, riguardi la corporeità, un’azione che diviene conoscenza, memoria. 
E si tratta di una memoria delle cellule, che può essere solo memoria corale, condivisa. Gli stessi Canoni scritturali hanno avuto origine da questa memoria corale e corporea. 
Si tratta di un ‘vedere’ attraverso il corpo. 
Il Bodhisattva Avalokitesvara (22), manifestazione dell’amore e della pietà di Buddha, è rappresentato con mille braccia protese in tutte le direzioni per portare aiuto alle innumerevoli esistenze, ed in ogni mano è rappresentato un occhio. Senza saper ‘vedere’, senza saggezza (Prajña) nessuna azione potrà essere veramente compassionevole (Karuna) ed efficace. 
Visione ed azione devono procedere simultaneamente.
Dogen Zenji parla di Gyōji Dōkan: esercizio incessante fondato sull’azione ripetuta che è ‘Anello della Via’, e che fa del cammino, della strada, non solo una ripetizione ma una ri/creazione. 
In realtà Dōkan più che un cerchio che si chiude su se stesso, rappresenta un andamento a spirale. 
La ripetizione, nell’esercizio, va interpretata nel senso di una ‘spiralità spirituale’, un’azione che, pur ripetendosi apparentemente uguale a se stessa, non coincide con se stessa, e il collegamento tra le azioni non è ovvio né sequenziale, ma, collegandosi la prospettiva teleologica a quella ciclica, si ha un andamento a spirale, al punto che ad ogni ripetizione lo spirito è rinnovato, nell’ineludibile mistero.
L’operosità Zen è estremamente creativa ma questa creatività scaturisce proprio, inconsciamente ed automaticamente dalla vita regolare, ordinata.

“…La ripetizione rituale, ciò che esalta la forma e l’ordine è, dunque, la protezione che consente di attraversare il sacro in quanto crisi, ma al tempo stesso è ciò che lo imbriglia e lo doma…ma la ripetizione rituale ha anch’essa una doppia facciata: da un lato è ordine e ritmo, ritorno all’identico; dall’altro può giungere alla soglia critica di un cambiamento di stato…Nella ripetizione c’è questa doppia potenzialità: di stabilità e di trasformazione.” (23)

Eihei Dogen
La vita ordinata, regolare, nel monastero Zen rispetta un ritmo quinario.
I giorni che contengono il 4 (Shi) e il 9 (Ku) sono dedicati alle necessità personali ma, anche in questi giorni, lo spirito del dono può essere coltivato attraverso un’azione segreta (Intoku24), che esula dalle proprie specifiche responsabilità, a beneficio di altri.
Nella vita di Dōgen Zenji è proprio l’incontro con il lavoro dei monaci cinesi che, in qualche modo, illumina la sua comprensione e gli indica il cammino da compiere.
Poco più che ventenne, insoddisfatto dalla realtà del Buddhismo del suo tempo, il giovane Dogen parte alla volta della Cina per approfondire la sua insaziabile ricerca religiosa. 
Dopo una lunga ed insidiosa navigazione, è costretto a rimanere a bordo della nave nel porto cinese per diverse settimane e in questo periodo avviene il primo incontro determinante con il lavoro.
Su quella nave giunse un vecchio monaco cinese per comprare degli shiitake giapponesi (una qualità di funghi per minestre). 
Era il responsabile della cucina (Tenzo) al monastero sul monte Ayuwang, a notevole distanza dal quel luogo. 
I due cominciarono a conversare piacevolmente e quando il monaco si accinse a tornare al Monastero, Dōgen Zenji insistette perché rimanesse a dormire sulla nave, nella speranza di approfondire la conversazione. 
Il monaco declinò l’offerta affermando l’urgenza di ripartire per preparare il pasto per i monaci. 
Dōgen Zenji obiettò che qualcun altro poteva svolgere quel compito al suo posto.
L’anziano monaco rispose:
“La ragione per cui, alla mia età, sono ancora il responsabile delle cucine è che considero questo incarico come la pratica della Via (bendō) per tutto il resto della mia vita. Come potrei lasciare la mia pratica ad altri? E poi, non ho il permesso di rimanere fuori”. 
Dōgen ancora non comprese ed insistette:
“Come mai voi, in età così avanzata, vi trovate ad essere impegnato in un compito faticoso come quello del responsabile delle cucine, invece di occuparvi della pratica dello zazen o di leggere gli insegnamenti degli antichi maestri?”.
A questa domanda, il vecchio monaco scoppiò in una gran risata, dicendo:
“Voi, giovane di un paese straniero, forse non capite che cos’è la pratica della Via…”. 
La risposta colpi profondamente Dōgen Zenji.
Qualche mese dopo egli avrà un secondo incontro con l’anziano Tenzo.
I due incontri con il vecchio capocuoco influenzarono profondamente la sua vita e la sua opera. 
Un altro incontro determinante con il lavoro dei monaci avvenne quando Dogen Zenji fu ammesso alla pratica nel Monastero sul monte Tendo:
Attraversando un cortile del Tempio, vide un monaco molto anziano, anch’egli responsabile della cucina, che stava mettendo dei funghi a seccare al sole. 
Sotto un sole bruciante, andava e veniva, grondante di sudore, riversando tutte le sue energie nel lavoro. 
Dōgen Zenji gli chiese da quanti anni vivesse al monastero ed il vecchio monaco rispose ‘Sessantotto anni’.
‘Perché non ti servi di un assistente?’
‘Un altro non è me’ rispose l’anziano Tenzo. 
‘Ma oggi il sole brucia così tanto, perché non lo fai in un altro momento ?’
‘ C’è forse un altro tempo da attendere ?’
Ancora una volta le parole di un monaco, intento al suo lavoro, hanno un effetto deflagrante nel cuore di Dōgen Zenji.
Una volta rientrato in Giappone Dōgen Zenji scriverà la monumentale opera dello Shōbōgenzō e, dopo aver fondato il Tempio di Eiheiji, scriverà l’ ‘Eihei Shingi’, la Regola. In quest’opera Dōgen Zenji definisce le funzioni dei responsabili del Monastero (25), chiarendo come ogni funzione sia strettamente attinente all’esercizio religioso, aspirazione e spirito di conversione. Il primo capitolo, intitolato Tenzo Kyokun, sarà dedicato al lavoro del Tenzo, il responsabile della cucina, forse anche in memoria dei suoi determinanti incontri con i responsabili delle cucine dei monasteri cinesi.
Nel Tenzo Kyokun Dōgen Zenji afferma:

"Questo compito è stato sempre svolto da maestri radicati nella Via e da altri che avevano risvegliato in sè lo spirito del Bodhisattva (26). Una tale pratica richiede l’esaurimento di tutte le vostre energie" (Bendo: riversare tutte le proprie energie nella ricerca della Via del Buddha). (27)

E ancora:

“Il Tenzo deve maneggiare gli ingredienti con cura come se fossero i suoi stessi occhi… dovrebbe utilizzare tutto il cibo che riceve con rispetto, come se dovesse servire il pranzo dell’imperatore…”

In tutto l’Eihei Shingi Dogen Zenji esprime le qualità che devono animare l’opera di ogni responsabile nel Monastero. 
A prescindere dal tipo di attività a cui si è preposti, una ‘Mente gioiosa e materna’ (Kishin) deve essere alla base della propria opera. 
Nel Tenzo Kyokun definisce la Grande Mente, la Mente dei Genitori e la Mente Gioiosa, come le Tre Menti che devono riflettersi nel nostro modo di svolgere il lavoro.

“…Non dovete lasciare agli altri il compito di lavare il riso o la preparazione delle verdure, ma dovete compierlo con le vostre mani. Concentrate tutta la vostra attenzione sul lavoro, vedendo solo quello che richiede la situazione. Non siate distratti nelle vostre attività, né tanto assorbiti da un unico aspetto da trascurare gli altri. Non lasciatevi sfuggire una goccia dell’oceano di virtù (affidando il lavoro ad altri)…”

“…fin dai tempi più remoti, i maestri più grandi, radicati nella Via, hanno svolto il loro lavoro con le proprie mani. Come possiamo noi, praticanti inesperti del giorno d’oggi, rimanere così negligenti nella nostra pratica? Coloro che ci hanno preceduto hanno detto: 'Il Tenzo realizza lo Spirito religioso (Bodaishin) rimboccandosi le maniche’" (28)

Così nel ricevere gli ingredienti dall’amministratore, il Responsabile delle cucine non deve essere influenzato dalla qualità e quantità. Scrive Dōgen Zenji:

“…Quando preparate il cibo, non considerate mai gli ingredienti da una certa prospettiva ordinaria, né pensate ad essi solo con le vostre emozioni. Mantenete un atteggiamento che cerca di costruire grandi templi con verdure ordinarie ed espone l’Insegnamento del Buddha con l’attività più insignificante…” (29)

Nel capitolo Gyōji dello Shōbōgenzō Dōgen Zenji scrive:

“La grande Via dei Buddha e dei Patriarchi ci insegna che l’ esercizio di ogni giorno continua senza fine. Non vi è la minima separazione tra risveglio della mente ed esercizio quotidiano… Il potere dell’ esercizio quotidiano protegge noi stessi e gli altri e pervade cielo e terra, influenzando ogni cosa con il suo potere; ciò avviene anche se noi non ne siamo consapevoli. Dunque il nostro esercizio quotidiano scaturisce dall’esercizio assiduo di tutti i Buddha e i Patriarchi; è così che possiamo conseguire la grande Via…”. (30)
E’ evidente, in queste parole di Dōgen Zenji, il ruolo del lavoro nella pratica, ovvero come Pratica e Realizzazione concidano (Shū Shō Ichinyo).
Attraverso le mani, il gesto operoso, l’uomo crea secondo modelli che sono ancestrali, che vengono da lontano, dai nostri padri, antenati. Dunque un lavoro è santo perché è stato fatto, pensato, agito, già prima di noi e si fa, avviene, viene fatto, gesto dopo gesto; questo è Gyōji: l’operosità del Buddha.
Dōgen Zenji nelle sue opere richiama continuamente a modello la vita e l’esempio di Patriarchi e Santi, ma la santità del loro operare non consiste tanto in un esaltante risultato quanto nella loro capacità di assumere la Regola nella loro vita. 
La loro eccellenza risiede proprio nel sostenere umilmente, potremmo dire ingenuamente, la ripetizione nell’esercizio quotidiano.

“…è grazie all’esercizio quotidiano che il sole, la luna e le stelle si muovono e che esistono la terra e il vasto spazio, un corpo e una mente appropriati, oltre che i quattro grandi elementi (31) e i cinque skandha. (32) ”

“…Non sprecate tempo; concentratevi solo sul vostro esercizio quotidiano. Non vivete nell’attesa della grande illuminazione; la grande illuminazione è l’azione quotidiana, è bere tè e mangiare riso.” (33)

Vita quotidiana, ordinaria e regolare, che, attraverso il rito, permette di sintonizzarsi con l’Ordine Cosmico.
Nel modo in cui tagliamo una carota in cucina, nel modo in cui puliamo un pavimento, rendiamo vivo il Buddha e i Patriarchi e l’azione riverbera nei tre tempi e nelle dieci direzioni.
Cerchiamo di liberare ogni azione dai nostri specifici bisogni, abbandonando l’arroganza e l’illusione di pensarci separati dalle altre esistenze, di pensare che ‘la mano’ sia la ‘nostra mano’, e comprendendo intimamente che quel che muove la nostra mano è la Grazia, quell’ ‘amor che move il sole e l’altre stelle’ .
Quel che fa muovere i pianeti così come la nostra mano è un Principio a cui conformarsi ed il conformarsi al Principio è il modo migliore per essere creativi.
Nel gesto compiuto fino in fondo, Ippō Gūjin, c’è tutto il Cosmo e il Cosmo intero è in un solo gesto. 
“Quando un bambino gioca, la sua azione oscura tutto l’Universo, riempie il cosmo intero…neppure un angolo dell’Universo rimane fuori di lui.” (34)
Il lavoro come preghiera oltre che precetto, azione concreta dell’offrire piuttosto che speculazione intellettuale, come azione liturgica, non teleologica, un’azione che proprio attraverso la sua gratuità si connette all’arte e al simbolico infrangendo la logica del calcolo.
E il lavoro, come esperienza del corpo, è esperienza originaria e originale.
Oggi il corpo è diventato oggetto di consumo, dai corpi è ‘estratto’ il lavoro, consumo, piacere, quanto organi, semi, cellule… Solo il lavoro può restituire dignità all’uomo ed al suo corpo. Come recita Gabriele D’Annunzio nella ‘Carta del Carnaro’:

“…L’uomo intiero colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

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NOTE AL LAVORO

(1) Liberamente tratto da: Gudo Nishijima e Chodo Cross , Master Dogen’s Shōbōgenzō, cap. Gyoji, Windbell Publications, London 1999.
(2) Takuhatsu in giapponese, traducibile con ‘Tenere alta la ciotola’
(3) Le sei Paramita o Perfezioni sono: Dana (Fuse in giapp.): il Dono; Sila (Jikai): la Moralità; Ksanti (Ninni-Ku): la Perseveranza; Virya (Sho-jin): lo Sforzo, l’Impegno; Dhyana (Zenjo): la Meditazione; Prajna (Chie): la Saggezza.
(4) “Zaihō nise kudoku muryō dambaramitsu kosoku enman”.
(5) Pratitya-Samutpada, l’Originazione Dipendente, nucleo essenziale dell’Insegnamento del Buddha, esprime il rapporto di interdipendenza tra i fenomeni: ogni fenomeno si manifesta in base a precise condizioni, ovvero tutto ciò che esiste dipende da qualcos’altro.
(6) Sutra, termine sanscrito il cui equivalente giapponese è Kyō, il significato originale è ‘filo’ ‘trama’ in origine utilizzato nel senso di ‘legare insieme’ le Parole ed i Sermoni del Buddha, proprio perché la redazione dei primi testi sacri era messa in atto ‘rilegando’ insieme i testi.
(7) Questo Sutra è contenuto nel Samyutta Nikāya che a sua volta appartiene al Sutra Pitaka. I Tre Canestri che compongono le Scritture Buddhiste sono: Sutra Pitaka (Canestro dei Sutra), Abhidharma Pitaka (Canestro dei commentari ai Sutra), Vinaya Pitaka (Canestro delle regole monastiche).
(8) Samyutta Nikāya, Ubaldini editore, Roma, 1998, pp.149-150
(9) Maestro F.Taiten Guareschi, da note personali dell’autore.
(10) Sangha: termine Pali che indica la Comunità dei fedeli che segue l’Insegnamento del Buddha, in particolare la comunità monastica. In origine il termine era utilizzato per definire la corporazione artigiana, la gilda.
(11) Maestro F.Taiten Guareschi, da note personali dell’autore.
(12) Antonio Barosi, Zen e Lavoro nell’epoca post-industriale, Occidente Buddhista, Italian Press Multimedia s.r.l., Milano, Anno II n.14, Aprile 1997.
(13) Nirvana o Moksha : termine sanscrito che significa ‘estinguere’ ‘spegnere’ riferito al ‘bruciante fuoco dell’illusione’, è condizione di pace ed armonia quando si abbandona ogni separazione tra sè e gli altri, tra sè e l’Universo. La Liberazione articola Trascendenza/Immanenza
(14) Samsara: termine sanscrito che indica la condizione umana dell’essere intrappolati nell’esistenza condizionata, agendo sotto l’influsso dei condizionamenti, privi di autentica libertà.
(15) Dogen Zenji (1200/1253), fondatore dell’Ordine Zen Sōtō, autore dello Shōbōgenzo (“L’Occhio/Visione del Tesoro della Buona Legge”, opus magna in 95 capitoli) e dell’Eihei Shingi (Regola di Eihei-ji, il Tempio da lui fondato in Giappone).
(16) Dharma: dalla radice sanscrita Dhr che ha un’area semantica molto ampia e che ha tra i suoi molteplici significati quello di: ordine, rito, verità, diritto, dovere, arte, metodo…Dharma è usato anche per indicare l’Insegnamento del Buddha storico. Il Maestro Taisen Deshimaru (1914-1982) traduceva Dharma anche come ‘Ordine Cosmico’.
(17) R.Myoren Giommetti, opuscolo diffusionale raccolta fondi per l’edificazione del Monastero, Fudenji 2002.
(18) Fu Zenna: non.contaminazione, concezione immacolata.
(19) Liberamente tratto da: Soko Morinaga, Da Studente a Maestro, Ubaldini Editore, Roma 2004.
(20) Gyōji, l’esercizio continuo, la pratica ininterrotta.
(21) Dōtoku : Dō, è la Via, ma anche il parlare, l’espressione. Toku ha anch’esso due significati: essere in grado di fare qualcosa e ottenere, afferrare. Dōtoku può essere pertanto tradotto con ‘avere il potere della parola, essere in grado di esprimere il vero’.
(22) Bodhisattva in sanscrito, Bosatsu in giapponese, è colui che ha risvegliato in se lo spirito della ricerca religiosa e che si mette al servizio di tutte le esistenze, perché raggiungano la liberazione prima di lui stesso.
(23) Stefano Levi Della Torre, Zone di Turbolenza, G.Feltrinelli Editore, Milano 2003
(24) In:
l’ombra, il segreto.  Toku:
la benevolenza, la virtù segreta, il bene fatto segretamente.
(25) I principali responsabili del Monastero Zen: l’Abate, il Kansu (amministratore), il Fusu (economo), il Tenzo (responsabile delle cucine), lo Shissui (manutentore), l’Ino (supervisore dei monaci), il Godo (educatore dei monaci).
(26) vedi nota 22
(27) Liberamente tratto da: Dogen-Uchiyama Roshi, Istruzioni a un Cuoco Zen, Ubaldini Editore, Roma 1986.
(28) Op.cit. in nota 27
(29) Op.cit. in nota 27
(30) Liberamente tratto da: Gudo Nishijima e Chodo Cross , Master Dogen’s Shōbōgenzō, Windbell Publications, London 1999.
(31) Aria, Acqua, Terra e Fuoco.
(32) I 5 Skandha o Aggregati : Forma (Rupa), Sensazione (Vedana), Percezione (Samjna), Fattori mentali (Samskara), Coscienza (Vijñana), sono gli elementi condizionati che costituiscono ogni elemento della realtà.
(33) Op. cit. in nota 30
(34) F.Taiten Guareschi, in AIZS, Guida allo Zen, De Vecchi Editore, Milano 1991.