martedì 12 giugno 2018

La gioia dell'esserci




Un giorno, durante uno dei miei viaggi in Africa, stavo attraversando sulla mia jeep lunghi tratti di strada assolati, lussureggianti e deserti.
Poi, d’improvviso, appariva qualche agglomerato di capanne di paglia, fango, lamiere.
E subito gruppi di bambini seminudi, sporchi, di ogni età, richiamati dal passaggio dell’auto: ci correvano incontro accogliendoci con esplosioni di risate, saluti e allegria.
Ogni tanto, ordinati nelle loro divise scolastiche, incrociavamo gruppi di giovani studenti di ritorno da scuole lontane forse chilometri. E anche questi si aprivano in sorrisi accoglienti, scherzando tra loro ed esprimendo una felicità palpabile. A ogni passaggio, questi incontri mi lasciavano pieno di stupore e di domande.

Come poteva esistere quella felicità, quell’entusiasmo, quella gioia incontenibile, in luoghi così poveri, degradati e deprimenti? I pensieri volavano verso le nostre case confortevoli, in cui nessuno più si chiede perché c’è luce premendo un interruttore, acqua pulita aprendo un rubinetto, cibo nel frigo e sulla tavola, calore d’inverno e fresco d’estate. Nessuno si chiede perché possiede vestiti, automobili, telefoni, televisori, decoder, computer, lavatrici, frigoriferi e lavastoviglie.
Mi chiedevo perché niente più ci sorprenda.
Pensavo alle facce della gente per strada, bambini compresi, a Roma, a New York, a Parigi o a Londra. Facce chiuse, tese, preoccupate, arrabbiate, tristi, depresse o allucinate.
Che razza di contraddizione era?
Perché a volte, se non hai niente, riesci a essere felice, e se hai tutto, molto più di quello che ti serve, sei insoddisfatto, depresso, infelice, incapace di provare un filo di meraviglia e gratitudine?
Ho ripensato a quei bambini africani molte volte, soprattutto dopo essere tornato a casa, e finalmente ho capito che, a dispetto delle difficili e a volte tragiche condizioni delle loro esistenze, ci sono nella loro vita e in quella delle comunità di cui fanno parte almeno tre condizioni che nelle società più ricche ed evolute sono via via venute meno e in alcuni casi scomparse:
il senso di appartenenza, la volontà di condivisione, la capacità di offrire se stessi.

In queste condizioni, la felicità è sostenuta con forza dalla soddisfazione di bisogni primari e naturali per la specie umana, legati anche alle necessità di sopravvivenza.
Quei bambini si sentono pienamente parte della loro comunità, del villaggio, della tribù, della nazione. Condividono riti, tradizioni, credenze e spiritualità.
Non hanno alcun dubbio su questi valori, di cui hanno bisogno per crescere e strutturare la loro identità di persone. È così anche per noi?

Quei bambini condividono con gli altri la stessa condizione esistenziale, e anche quel poco che hanno è di tutti: il cibo, l’acqua, il fuoco, il raccolto. E persino i genitori. In molti villaggi africani i bambini di una stessa tribù chiamano mamma tutte le donne adulte della loro comunità, indipendentemente dai legami biologici. Tutto viene condiviso: anche le emozioni, i sentimenti, le speranze e le paure, riguardano tutti. E nessuno si appropria di niente privandone gli altri. Facciamo così anche noi?

E infine, la capacità di servire la propria comunità di appartenenza: per loro è naturale fare a turno ciò che serve, aiutare la propria famiglia e il proprio villaggio, andando a prendere acqua e legna da ardere anche lontano chilometri, aiutando gli anziani o i malati anche solo facendo loro compagnia, offrendo il proprio tempo e le proprie capacità agli altri quando serve, senza nemmeno doversi chiedere se si ha voglia di farlo oppure no. E noi? La pensiamo così? Ci comportiamo nello stesso modo?

No, non lo facciamo ormai da tanto tempo. Da più di trent’anni studio gli esseri umani, ma sono rimasto sorpreso e colpito dalla semplicità di questa naturale ricetta della felicità.

Queste tre condizioni sono necessarie, direi indispensabili, per ogni essere umano.
Siamo stati creati e progettati con questi bisogni, che rispondono intelligentemente anche alle leggi di sopravvivenza e di conservazione della nostra specie. Quando anche una sola di queste condizioni viene meno, cominciamo a vivere contrastando la nostra vera natura. E ci ammaliamo. Prima di infelicità e poi di un infinito elenco di malattie, fisiche e psicologiche, che cerchiamo di curare con farmaci, droghe, manipolazioni mentali, avidità e possesso. Tutto, per non stare male, per non avere paura e sentirsi soli!

Ma se vogliamo guarire davvero e provare a esser più felici, qui e ora, non possiamo accontentarci dei medici, degli ospedali, dei preti e degli psicologi. Cominciamo, invece, ad analizzare la nostra vita alla luce di queste tre condizioni: appartenenza, condivisione, servizio. Diciamoci con sincerità cosa manca.
Siamo ancora in tempo per imparare di nuovo quello che già sapevamo e che abbiamo dimenticato.
Siamo ancora in tempo per scoprire che, se vogliamo, siamo in grado di riparare agli errori e ricreare quelle semplici condizioni con cui la nostra vita può essere infinitamente migliore.

Tratto da ‘La Felicità sul comodino’ di Simone Alberto ed. Tea


© Tora Kan Dōjō

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