giovedì 31 agosto 2017

Non distogliere lo sguardo e muovere il passo



Commento di Taigō Sensei al libro di Philippe Petit : 
'Trattato di Funambolismo' (On the High Wire)



"Il funambolo non è una risposta al problema dell’equilibrio. 
Guardate risolutamente ciò che è teso davanti a voi. 
Ecco. Siete di fronte al cavo."

Philip Petit da ‘On the High Wire’


‘Il funambolismo non è una risposta al problema dell’equilibrio’ scrive Petit così Dōgen Zenji dopo aver descritto minuziosamente nel suo Fukanzazengi le modalità e la postura dello Zazen conclude dicendo: ‘Ma attenzione lo Zazen non ha nulla a che vedere con l’essere seduti…’.

Così lo scopo ultimo dell’arte marziale non è certo il preservarsi, la cosidetta ‘difesa personale’ ma imparare ad offrirsi totalmente alla vita accettando il rischio di vivere.

Questa vita che si tende come un cavo davanti a noi di momento in momento, da guardare risolutamente, senza distogliere lo sguardo, e che spesso ci chiede di muovere un passo sopra l’abisso.

Tutto si risolve muovendo il primo passo.
Il paesaggio si trasforma, la paura lascia il posto all’entusiasmo, alla fede e all’amore.


‘Sotto la spada alta levata c’è l’inferno che ti fa tremare, ma fai un passo avanti, e troverai la Terra della Beatitudine’ 

Miyamoto Musashi





© Tora Kan Dōjō

lunedì 28 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 28 agosto 2017






















"Quando il tuo Maestro ti corregge ringrazialo due volte: la prima perché ti sta tramandando il suo sapere, la seconda perché crede nelle tue capacità di apprenderlo."

Proverbio giapponese



"È tempo di sveglia.
L'alba torna a farmi visita alla finestra dell'antico convento.
Il sole sta per disperdere l'oscurità notturna.
In giornate di tempi scanditi ritualmente, un altro sole ha regolarmente illuminato una antica oscurità.
Ciò accade nella più profonda ed assorta immobilità e nel grande silenzio della mente.
Così realizzo che mai ho dormito.
Che nessun uomo può dormire.
Poiché uomo è un sogno ma il sognatore è sempre desto, anche nel sonno umano.
Siamo dèi che sognano.
E quando ci risvegliato, siamo Buddha.
Il risveglio del Buddha non è sogno."

Franco Bertossa





"La via della spada e la via dello Zen sono uguali, perché hanno lo stesso obiettivo; quello di abbattere l'ego."

Yamada Jirokichi



"Non c'è uomo più patologicamente stanco di quello che ha rimosso la fatica."

P. Taigō Spongia Sensei 



Una scena del film 'Zen', sulla vita di Dōgen Zenji  



"La sensibilità è direttamente proporzionale alla pazienza necessaria a convivere con l'altro."

Alessandro della Ventura
                                                        © Tora Kan Dōjō
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                                                          www.torakanzendojo.org









Schegge Budo e Zen - 21 agosto 2017

























"L'attacco è il segreto della difesa.
La difesa è la preparazione di un attacco."


Sun Tzu


"Così, attraverso i sensi, possiamo respirare, guardare, sentire tutti i suoni, avvertire i sapori e i profumi...
È il vero Zen Shinkantaza.
Manteniamo un atteggiamento corretto, privo di paura, fermo.
Da un lato risoluti, con una postura forte, e dall'altro delicati ed eleganti, come il profumo del sandalo o dell'incenso."

Taisen Deshimaru Roshi
 






"La fine della disciplina è l'inizio della libertà.
Solo una persona disciplinata è una persona libera. Se senti che la morte arriva, finisci prima la tua pratica! Affronta la paura della morte con coraggio e la morte diventerà qualcosa di grandioso e bellissimo."

Guruji



"Per quanto possiamo ritenerci importanti non esiteremmo un'istante a sacrificare la nostra vita per salvare quella dei nostri figli e questa è la dimostrazione che la nostra vita va ben oltre la 'nostra' vita."

P. Taigō Spongia Sensei 




"Tutto qui... nei miei occhi,
ho il cuore pieno di tutto."


Monica De Marchi


© Tora Kan Dōjō

venerdì 25 agosto 2017

L'Attenzione



L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto […]. Il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non deve cercare alcunché, ma essere pronto ad accogliere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi.
Gli spropositi di una versione [di latino], le assurdità nella risoluzione di un problema di geometria, le goffaggini stilistiche e la mancanza di coerenza logica nei compiti di francese, tutto questo deriva dalla fretta con cui il pensiero si è precipitato su qualcosa: ed essendosi così colmato prematuramente, non è stato più disponibile per la verità. La causa risiede sempre nel voler essere attivi, nella volontà di cercare. Per verificarlo basta andare alla radice di ogni errore […]. I beni più preziosi non devono esser cercati, bensì attesi.
Molto spesso l’attenzione viene confusa con una sorta di sforzo muscolare. Quando si dice agli allievi: “Ora state attenti”, li si vede corrugare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli. […]
Venti minuti di attenzione intensa e senza fatica valgono infinitamente più di tre ore d’applicazione con la fronte corrugata, che fanno dire, con la sensazione di aver fatto il proprio dovere: "Ho lavorato sodo".
Ma, al di là delle apparenze, è molto più difficile. Nella nostra anima c’è qualcosa che ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. [...] Ecco perché ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in se stessi. Un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di molte opere buone.

Simone Weil

mercoledì 23 agosto 2017

Lo spirito del Predone

Riceviamo dal Maestro di Spada Enrico Salvi, e volentieri pubblichiamo, delle riflessioni sul rapporto Uomo - Natura, riflessioni che accompagnano il cammino dell'uomo da sempre, e che oggi sembrano più che mai attuali. 



Padre Oshida Shigeto OP (1922-2003)
«Ecco l'acqua sgorga,
ecco il ruscello gorgheggia.
Grazie, grazie!»





Di solito, quando apriamo il rubinetto dell’acqua per bere o per lavarci le mani, diamo per scontato – attenzione: diamo per scontato – che l’acqua debba servire a queste nostre esigenze; diamo per scontato il dovere dell’acqua nei nostri confronti e quindi il nostro diritto a fruirne quando e quanto ne desideriamo. Usiamo insomma dell’acqua con lo spirito del predone, e la deprediamo perché deve esaudire le nostre necessità, i nostri desideri nei suoi confronti, anche quello di abusarne sprecandola. Lo stesso vale per tutto ciò che Madre Natura, oltre l’acqua, ci mette a disposizione: il sole, il mare, l’aria, il fuoco, la montagna, i boschi, la campagna e via dicendo: diamo per scontato il dovere di Madre Natura verso di noi e quindi il nostro diritto di sfruttarne le ricchezze a nostro piacimento, ed assumiamo verso di lei un atteggiamento arrogante che fa di noi dei predoni ai quali, siccome tutto è dovuto, spetta il diritto di razzia.
Diamo per scontato che l’albero debba farci ombra perché diamo per scontato che l’ombra sia un nostro diritto; diamo per scontato che il mare debba fornirci refrigerio perché diamo per scontato che il refrigerio sia un nostro diritto; diamo per scontato, insomma, che Madre Natura ci sia debitrice dei suoi tesori, che pretendiamo come nostri diritti e di cui approfittiamo con lo spirito del predone. Che cosa fa infatti il predone: arraffa quel che gli capita a tiro senza darsi pensiero che quel che arraffa non è suo, dando per scontato il suo diritto di depredare.
Ora, non sta scritto e non risulta da nessuna parte il dovere dell’acqua di dissetarci e lavarci, il dovere del sole e del fuoco di scaldarci, il dovere della campagna di deliziarci, il dovere dell’albero di darci la sua ombra e i suoi frutti, il dovere del mare di refrigerarci: equivochiamo del tutto sulle ricchezze di Madre Natura dando per scontato che essa ce le debba perché sono nostri diritti.
Invece, Madre Natura non ha alcun dovere verso di noi, e le sue ricchezze sono prima di tutto dei doni, dei quali, finché manterremo lo spirito del predone, non potremo né essere custodi rispettosi e riconoscenti né onestamente e gioiosamente godere. Il predone arraffa con perversa naturalezza e nel suo scontato arraffare non sa dire “grazie!”. Prendiamo senza rispetto e senza riconoscenza, ossia deprediamo, tanto la prossima volta che apriremo il rubinetto, l’acqua sarà ancora lì quale nostro diritto e nostra preda.
A questo punto, però, una considerazione s’impone. Infatti l’acqua che ci disseta, l’albero che ci offre la sua ombra, il sole e il fuoco che ci riscaldano, il mare che ci refrigera, la campagna e la montagna che ci deliziano riguardano il manifestarsi di Madre Natura secondo, per così dire, la modalità di Venere, la dea della bellezza e della natura feconda. Ma che cosa ci vien da pensare quando Madre Natura si manifesta secondo la modalità di Marte? Terremoti, tsunami, tempeste di ghiaccio o di sabbia, inondazioni o valanghe, trombe d’aria e cicloni, e, come attualmente siamo costretti a subire, siccità: tutte manifestazioni marziali di Madre Natura dalla forza distruttiva incontenibile, di fronte alla quale il predone (ciascuno di noi) resta annichilito, impotente, ma anche purificato, anche se per poco, dal suo spirito di razzia. E infine una domanda dal sapore medievale: davvero tra lo spirito del predone e le manifestazioni marziali di Madre Natura non c’è alcuna connessione?


venerdì 18 agosto 2017

La bellezza della fine 「有終の美」

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
Questo il link diretto all'articolo:






L’inizio delle cose è fondamentale. È il primo passo, l’ingresso in cui lasciare le scarpe e salire il piccolo gradino che ti introduce in una casa. È l’inchino che inaugura l’incontro tra persone, la prima sorsata di birra che Delerm indicava come uno dei minuti piaceri della vita.
L’inizio dona la sensazione duratura di conoscere qualcosa, è l’istante in cui i sensi afferrano le cose e danno loro un nome. Pare che la “prima impressione” su una persona si imprima nella nostra mente in non più di dieci secondi. 第一印象, daiichiinshō così si dice anche in giapponese. Letteralmente.

Ci sono poi persone con cui da subito ci si trova. Come se, davvero, ci si stesse cercando. Perchè trovare sottintende anche un cercare, più o meno consapevole, un bisogno senza nome che si avverte talvolta solo dopo che lo si è soddisfatto. E in questo Giappone che ho conosciuto tardi, tanto che a vent’anni neppure me lo figuravo nella mente se non come accumulo di tecnologia, robot e dubbia ilarità, io mi sono trovata. Senza neppure sapere di essere in cerca. Nel trovarmi ho capito che era questo ciò che volevo, il mondo che cercavo.

Ma l’inizio, in questo nostro mondo combustibile, sottintende anche una fine.
E’ un concetto crudele, ma per quanto l’inizio e la continuazione siano importanti è la fine che determina il ricordo duraturo. Il tempo nella fine si fa più inquieto, va in discesa.

  Esiste in giapponese una parola, un concetto che racchiude la fine e la sua bellezza. Come le mani del direttore di un coro che sembrano chiudere a ventaglio – tra le dita – tutte le voci sul finale. È la chiusura e tutti i suoni finiscono nella girandola e nel pugno.
È la bellezza della fine, il bel finale: 有終の美 yūshū no bi, con in coda il kanji di fine e, in testa, quello di avere. Un’espressione che si usa in coppia con la bellezza che è bi.
Lasciare un lavoro, ad esempio, sottintende tanti sentimenti: l’eccitazione per quello che verrà, l’inquietudine per un futuro che non si conosce, talvolta anche la stanchezza e l’impazienza. Lo ammetto, ero sorpresa di quanto ligio fosse Ryosuke nell’ultimo mese di lavoro nella società che avrebbe lasciato di lì a poco. Non capivo, proprio ora perchè non prendersi un giorno di riposo, fare quella gita che abbiamo tanto rimandato, dai, se non ora quando? Tanto sta per finire no?
Lasciare una stanza d’albergo dopo aver rifatto il letto, aver piegato lo yukata, aver aperto o chiuso una finestra, aver gettato ogni rifiuto nel cestino e aver magari anche serrato il sacchetto della spazzatura. Passare una mano sulla superficie del tavolo di un caffè, raccogliere le briciole in un palmo, allineare la sedia e il tavolo nella posizione originale.
È forte in questo paese la coscienza del prossimo, la consapevolezza di chi verrà dopo di noi. Siamo tutti di passaggio, in continua migrazione. “Tutto capita a tutti, prima o poi, se c’è abbastanza tempo” scriveva con la sua acutissima ironia George Bernard Shaw.
E d’altronde il senso del bel finale è concetto individuale. Bellezza a manciate, tanta da riempirsene le tasche, il cappuccio della giacca e i polmoni tutti.
Concludere in bellezza non solo le imprese, ma anche (e soprattutto) le piccole azioni del quotidiano: in questo io ci ho visto sempre un modo per appropriarsi di se stessi, dei propri gesti. Del tempo che se ne va via troppo veloce. Prendere coscienza delle mani, del corpo che inizia e conclude azioni, del sapore di una cosa e del retrogusto che rimane nella bocca.
「立つ鳥跡を濁さず」, tatsu tori ato wo nigosazu è un detto giapponese che recita così: “Un uccellino che spicca il volo non intorbidisce le acque”. Così come l’uccellino lascia dietro di sè limpida l’acqua così anche noi dobbiamo lasciare un luogo o una situazione con eleganza, pulizia e gentilezza, nel rispetto di chi ci succederà.
Con un fazzoletto pulire la superficie del tavolo di un caffè, risistemare la sedia.L’insignificanza della vita che nella fine acquista peso, volume e bellezza.

mercoledì 16 agosto 2017

Gli stereotipi sono abiti logori

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
Questo il link diretto all'articolo:
http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/





“Sei felice in Giappone?”
“Sì, da morire”

E’ un dono ma anche una maledizione perchè sai che non potrai più vivere altrove. Quindi, tanto vale capire a fondo il paese che ti vedrà morire.
   E’ forse questa la motivazione profonda per la quale non mi accontento del sentito dire, dell’iniziale percepito che conserva in sè le difficoltà delle prime volte, la solitudine abbacinante che comporta il trasferirsi soli in un estero tanto remoto. Per questo, perchè so che qui io ci morirò, lo stereotipo del “dicono che i giapponesi…”, del “mi è sembrato che questo paese…” non mi serve a niente.
E’ come chi vuole convincerti che il mondo fa schifo, che la gente tutta vuole solo prenderti in giro, che l’uomo è capace solamente di bassezze. Persone che ci mettono una dose troppo esagerata di entusiasmo nel ribadirlo, un’eccitazione ributtante nell’enumerare tutte le “ragioni sacrosante” per cui la vita è un mucchio di bugie, perchè loro hanno capito tutto e tu nulla. Persone che si scagliano contro chi in quella sfera d’acqua, mare, carne e tanto altro, ci vede anche del bene e ci crede persino. Cazzate, dicono, non hai capito niente, sei solo un ingenuo.
Ho la sensazione, da sempre, che il desiderio di condividere la bruttezza sia un tentativo malriuscito di liberarsene. Un desiderio destinato miseramente a fallire, perchè a ripetere il negativo lo si aumenta. E allora tentano almeno di contagiare chi hanno intorno in modo da non avvertire il continuo fallimento del non essere stati capaci di vederla, la bellezza.
Per questo, dopo tanti anni ormai, sono refrattaria alle sciocchezze o semplicemente ai giudizi pronunciati prima del tempo. Come che per i giapponesi soffiarsi il naso in pubblico è come defecare (!!!), che se non succhi il ramen o la soba sbagli, che i giapponesi sono solo apparenza, che sono ipocriti, che la loro gentilezza e’ solo in superficie, che sono bambini, che non parlano mai etc. etc.
Pensare male è tanto più facile. Cercare di capire richiede invece umiltà, sforzo, tanto tempo e una dosa immensa d’amore. E’ come con le persone, nè più nè meno. Se le ami cerchi di capirle, ti metti in discussione. E non si può amare chiunque. A volte si ama e non si è amati, altre si è amati e non si ama. Molto più rararamente accade il miracolo e il sentimento è corrisposto secondo lo stesso grado di passione.
Così io amo il Giappone e ci sono voluti anni, tre per la precisione, per iniziare a capire e, soprattutto, per cambiare atteggiamento nei confronti del diverso. Sospendere il giudizio, fermare l’opinione prima che giri l’angolo e scompaia là dove le mani non possono più riafferrarla e, in caso, cambiarle la pettinatura.
Gli stereotipi sono abiti logori, indossati da troppi, pregni del sudore di molti, della rabbia, del rancore, spesso ancor più della frustrazione e della tristezza di chi non è riuscito o non ha il coraggio di provare, della fretta, della vergogna di non aver capito, dell’insofferenza che scatta per la stessa ragione, della presunzione. A volte solo del disinteresse.
Ebbene preferisco confezionarne di nuovi, scegliere io il colore dei miei abiti e la loro misura.

Il malcostume della nostra amata Italia frizzantina è anche insito nel giudicare sempre tutto, nel criticare con asprezza senza certezza delle proprie ragioni, nel cercare sempre il risvolto della giacca per evidenziarne cuciture, nell’esser certi che “a pensar male il più delle volte ci si azzecca”, nel credere più al brutto che al bello, alla colpevolezza che all’innocenza. Nel pensare che nella scortesia sia insita la sincerità e nella gentilezza la falsità.
Donne a comizio sulla spiaggia, raccolte sotto a un ombrellone, tutte intente a indicare cellulite, nasi grossi, costumi che rivelano inestetismi, abiti che “non ci si può proprio permettere” o, nel caso di persone conosciute, pettegolezzi che naturalmente pendono sempre sul disprezzo, sulla riprovazione per qualcosa.
Il gruppo è rinforzato dall’esclusione di un elemento estraneo, l’amicizia dalle critiche severe verso un terzo.
Non mantiene saldo il rapporto solo ciò che c’è di bello in esso ma anche il sentimento di riprovazione da condividere a discapito di altri. Una tendenza che è insita nella maggior parte di noi italiani e che spesso un poco incrina la qualità della nostra vita. Ma è una scelta e un’abitudine sociale e culturale e, pertanto, non c’e’ da sentirsi meno di nessuno.

Eppure in un mondo tanto differente come quello giapponese non solo è sbagliato giudicare secondo la scala di valori del proprio ecosistema (l’antropologia culturale lo insegna) ma è come bruciarsi un’occasione. Un’Occasione. Quella di essere diversi, di scegliersi ed educarsi, di comportarsi con più misericordia e maggiore garbo. Per me, almeno, e’ stato cosi’. E solo di me posso parlare.
E allora mi dico che è valsa la pena sbattere la testa contro l’incomprensione, la solitudine, farmi male, soffrire a fasi alterne per tre anni perchè non ero sicura che questo fosse il posto adatto a me.
Ne e’ valsa la pena. Perchè adesso alla domanda: “Sei felice?” io rispondo sempre “sì”.


lunedì 14 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 14 agosto 2017





















"Si dovrebbero ascoltare con rispetto e gratitudine le parole degli uomini d'esperienza, anche se parlano di argomenti che si conoscono già. Talvolta accade che, dopo aver sentito dieci o venti volte la stessa storia, si abbia un'improvvisa intuizione e che essa trascenda il significato abituale."

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure



"Beviamo, nel frattempo, un sorso di tè. Lo splendore del meriggio illumina i bambù, le sorgenti gorgogliano lievemente e nella nostra teiera risuona il mormorio dei pini. Abbandoniamoci al sogno dell'effimero, lasciandoci trasportare dalla meravigliosa insensatezza delle cose."

Okakura Kakuzō, Il libro del tè




"Non solo non è un bene per gli altri, ma danneggia noi stessi rimanere sempre calmi e parlare come un bambino di tre anni senza arrabbiarsi mai, non portare mai rancore o non lamentarsi quando si dovrebbe. Questo vale anche per il passar sopra alle situazioni in cui invece si dovrebbe parlare sinceramente; alla fine ci si farà la fama di essere estremamente accomodanti. È buona cosa mantenere la calma della mente, ma bisogna parlare come si deve quando una situazione deve essere corretta, per non diventare noti come persone completamente noncuranti."

Shiba Yoshimasa



"Se la tua azione è animata da onestà e coerenza non puoi non farti dei nemici... Specie tra i potenti e chi agisce in malafede.
La ricerca del consenso a tutti i costi è l'attitudine del vigliacco o del disonesto."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Nell'educazione Zen non si tratta semplicemente di fare bene il compitino assegnato, ma di essere presenti e consapevoli in quello che siamo chiamati a fare. Paradossalmente è irrilevante l'esito, il risultato della tua azione, perché se sei completamente presente, se lo fai con tutto il tuo cuore, non puoi commettere errori, l'azione scaturirà molto spontaneamente e sempre rinnovata..."

Alessandro della Ventura








© Tora Kan Dōjō

venerdì 11 agosto 2017

Leggere L'aria 空気を読む



Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissiomo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.
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http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/


 I giapponesi leggono l’aria. Sembra un gioco di parole ma è solo una traduzione letterale.
  I giapponesi crescono in un ambiente che li incoraggia a farlo.「空気を読む」, kuuki wo yomu, si dice in questa lingua complicata, ovvero letteralmente “leggere l’aria”. Nel senso di capire quando è bene parlare e quando no, quando un discorso rischia di ferire qualcuno o di insultare qualcun altro, quando è il caso di esprimersi su un argomento e quando è bene piuttosto ritirarsi. Quando la sincerità è troppa ed è giusto sorvolare.

  Sull’io prevale il tu e a dirlo così sembra persino un credo religioso. Non tutti sanno leggere l’aria, molti sbagliano, ma la capacità di farlo resta in questo paese un valore.
  I giapponesi parlano di sè quando viene chiesto di farlo, non parlano a sproposito. Se nella nostra società occidentale è bene mostraredissipare ombre evidenziando il proprio valore, stringere forte la mano per comunicare sicurezza, guardare dritto negli occhi per trasmettere attenzione, i giapponesi vengono invece educati a non vantarsi, a non parlare per parlare, a non guardare fisso, a non riempire spazi con domande o battute che cercano risate.
 Sono più tolleranti nei confronti del silenzio. Lo accettano e aspettano il proprio turno per parlare. E se la situazione non lo suggerisce, preferiscono tacere.
  Alcuni dicono che i giapponesi non hanno idee. Che mancano di opinioni forti. E’ gente forse poco paziente che non ha avuto la fortuna di dover aspettare. Le idee ce le hanno eccome ma non avvertono il bisogno di dimostrare di possederle. E’ proprio la tempistica, la distanza tra il possedere ed il mostrare che ci distingue da loro.
Per noi nel possedere è insito il mostrare, c’è dentro lo scambio, la condivisione immediata e spesso accesa delle idee. Un’opinione la proviamo subito sul campo, come un prototipo che venga sperimentato immediatamente per accertarsi del suo funzionamento e dei suoi eventuali difetti. Siamo noi a dover convincere il prossimo del nostro valore. Imporci talvolta per far capire che siamo sicuri, che abbiamo da dire.
E va benissimo così. Ad ogni società il suo relazionarsi.
  Ma qui è diverso. E non si può leggere un testo in giapponese cercandovi dentro la grammatica italiana. O si rischia una delusione cocente, di quelle che ricamano pregiudizi sulla pelle di un paese.

Legger l’aria significa pertanto anche far domande quando si vede l’altro silenzioso e saper aspettare che formuli la sua risposta. Anticipare un giapponeseparlargli sopra – magari solo per enfatizzare un segmento di ciò che ha detto – significa mettergli un dito sulle labbra.

 Non è il paese del “tutto e subito”. Ci vuole tempo.
Ma chi sa aspettare e si sa guardare intorno riuscirà un giorno, persino, a leggere l’aria.






mercoledì 9 agosto 2017

Ogni giorno una splendida rosa




Una sola cosa mi tormenta: mi dispiace gioire da sola di tanta bellezza!
Vorrei gridare fortissimo oltre il muro: ''Oh, vi prego, ammirate questa splendida giornata!''

Non dimenticate, anche se siete molto occupati, anche se attraversate il cortile solo nella fretta del vostro lavoro quotidiano, non dimenticate di alzare velocemente la testa e di gettare uno sguardo su queste immense nuvole argentate e sul calmo oceano blu in cui galleggiano.

Ammirate dunque l’aria carica dell’alito appassionato degli ultimi fiori di tiglio e la luminosità e lo splendore che inondano questa giornata, perché questa giornata non ritornerà più, mai più!
Vi è offerta come una rosa al culmine della fioritura che giace ai vostri piedi in attesa di venire raccolta e poggiata sulle labbra.


Rosa Luxemburg, dal carcere di Breslavia







lunedì 7 agosto 2017

Schegge Budo e Zen - 7 agosto 2017





















"Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione, un nuovo cammino,
della caduta, un passo di danza,
della paura, una scala,
del sogno, un ponte,
del bisogno, un incontro."

F. Pessoa



"L'essenza dell'addestramento marziale, risiede nel proprio portamento giornaliero."

Morihei Ueshiba, L'arte della Pace



Morio Higaonna Sensei condivide della frutta con alcuni suoi allievi dopo il duro allenamento nel suo Dōjō storico a Okinawa



"Non pensate a ciò che è bene o male, non tentate di giudicare il giusto e l'ingiusto. Non cercate di controllare le percezioni o la coscienza, né di rappresentare le vostre sensazioni, idee o punti di vista..."

Dōgen Zenji, Fukan Zazen-gi



"Un allievo chiede al maestro come raggiungere l’illuminazione.
Il maestro: 'Hai già finito di mangiare il riso che hai davanti?'
L’allievo, perplesso, risponde di sì.
Allora il maestro gli dice: 'bene, va a lavare la tua scodella'.

Se guardi bene hai sempre una scodella da lavare davanti a te... La tua vita è tutta lì, non cercarla altrove."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Per tutto il giorno
non dirò una parola.
L'ombra di una farfalla."

Monica De Marchi








© Tora Kan Dōjō