martedì 7 marzo 2017

L'Arte di Insegnare - Commento al Tai Taikō Gogejari Ho di Dōgen Zenji (seconda parte)

Una statua di Dōgen Zenji - Kouan Temple
Pubblichiamo la seconda parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento del Tai Taikō di Dōgen Zenji. La prima parte è stata pubblicata il 25 novembre 2016 :
http://iogkfitalia.blogspot.it/2016/11/commento-al-tai-taiko-gogejari-ho-di.html
Le lezioni hanno un carattere colloquiale di cui tener conto durante la lettura.
Pubblicheremo a breve anche la terza ed ultima parte.




Il Tai Taikō invita a fare attenzione ai dettagli: al modo in cui si entra in una stanza, come ci si muove nel Dōjō percorrendo le linee tracciate da una millenaria tradizione. E’ un linguaggio che parla profondamente al nostro inconscio e ce ne rendiamo conto, ne percepiamo la potenza, solo quando lo viviamo.

Quando facevo il Jikidō, nel Dōjō del Monastero Zen dove mi sono formato, quando passavo nei pressi del seggio del Maestro e di altri monaci seduti in Zazen percepivo sulla pelle che dovevo tenere una distanza, si attivava un istinto animale.

Il percepire la presenza e l’energia di una persona ti impone una distanza.
Per gli animali dalla loro vigilanza dipende la loro sopravvivenza e difficilmente hanno un comportamento trascurato, disattento. Io vedo tante volte, quando fate kin hin, che qualcuno arriva quasi a camminare sulle gambe di chi è seduto, oppure incombe su chi lo precede non rispettando la debita distanza, c’è gente che ha perso la sensibilità per comprendere il valore e significato della distanza, però magari si riempie la bocca di teorie sul rispetto, sulla compassione… ma cos’è il rispetto se non la capacità innanzitutto di percepire il tempo e lo spazio nella relazione? Come si fa a non percepire che se ‘incombi’ su di una persona gli stai mancando, in maniera aggressiva ed ottusa, di rispetto? Che stai insidiando la sua libertà?
Oggi siamo talmente anestetizzati da aver perso la capacità di percepire queste norme naturali di comportamento, per gli animali sono ovvie e determinano la loro sopravvivenza e non sarebbe male se anche l’uomo si ritrovasse di tanto in tanto a rischiare la vita a seconda di come muove un passo, forse questo lo rieducherebbe alla presenza e alla sensibilità.
Si entra nel Dōjō passando non per il centro della soglia ma da un lato, significa manifestare concretamente, senza intermediazione del pensiero, il proprio rispetto e la propria delicatezza nei confronti del Maestro e di tutti quelli che in quel momento praticano nel Dōjō.
Se ad esempio un insegnante sta seduto non gli si arriva mai camminando da davanti, semmai ci si avvicina camminando in seiza (come nello shikkō dell’Aikido) oppure con dei passi laterali, entrando di lato e poi accosciandosi; è un modo delicato e raffinato, un gesto di profonda educazione e questi modi noi li possiamo utilizzare in tanti momenti della vita quotidiana… quando ti avvicini ad una persona, quando cominci un discorso, anche con le parole infatti si può fare quel gesto di entrare piano nel discorso, senza aggressività, senza incombere sullo spirito del nostro interlocutore.
Sono tutte cose apparentemente molto semplici ma che insegnano una profonda filosofia di vita, lo Zen andrebbe studiato anche solo per questo. Questo è illuminante! Già se la pratica Zen insegnasse a noi, alle persone che frequentano il dōjō, a rivitalizzare la naturale sensibilità nella relazione con gli altri, con le cose, con tutte le esistenze animate ed inanimate sarebbe già una rivoluzione, una conquista eccezionale.
E c’è sempre chi obietta: ‘ma gli altri non lo fanno, non hanno questa sensibilità’ ed io rispondo bruscamente : ‘comincia a farlo tu!’. Le tue maniere influenzano quelle degli altri, perché se tu sei attento, presente, spesso anche la persona più rozza coglie questa cosa e, in qualche modo, anche il suo atteggiamento cambia.
Il Tokonoma, sul lato d’onore della stanza, non ha in genere molte decorazioni. Vi è esposta di solito una calligrafia, al massimo una mensola bassa con un fiore o un ikebana, non c’è altro. E’ molto semplice, molto sobrio ed elegante.
Quest’altra esortazione del Tai Taikō è molto importante: ‘una lieve decorazione non deve attirare troppo lo sguardo proprio come il comportamento in genere.’ E questo ci dovrebbe interrogare su come ci comportiamo solitamente in tante situazioni. Quanto è diffuso un atteggiamento molto rozzo, quello di voler necessariamente dire: “ Eccomi! sono qua, sono così importante!”
Taisen Deshimaru
Riguardo a questo una cosa che mi colpì profondamente nei primi tempi della relazione col mio primo Maestro Zen. Prestava grandissima attenzione quando ti parlava, il suo sguardo ti attraversava, però era anche capace di passarti accanto come se tu fossi un fantasma, come se non ti avesse visto, anche quando magari ti rivedeva dopo un mese. E tu eri lì che dicevi a te stesso: “non mi vede da un mese, mi saluterà…” invece no, lui era preso dal suo lavoro (t’aveva visto benissimo, sapeva benissimo quando eri arrivato, tutto quello che avevi fatto), e ti stava insegnando che non sei poi così importante come credi di essere, di certo non più importante di quel pezzo di legno da tagliare ben diritto.
Non essendo poi io ancora educato ai modi del Tempio, non sapevo che c’è un modo di presentarti di fronte ad un Maestro e se io ancora non ero in grado di comprenderlo era meglio per lui ignorarmi piuttosto che redarguirmi, perché magari non ero ancora in grado di capire. Per esempio una volta mi sgridò perché lo salutai mentre io ero sul pianerottolo e lui in fondo alla scala. Non si saluta mai un Maestro mentre tu sei in una posizione più elevata, in quel caso meglio continuare a fare le tue cose, ignorandolo. E’ una delicatezza.
E sono delicatezze e strategie relazionali ed educative che un vero insegnante deve padroneggiare.
Adesso con la mia esperienza trentennale d’insegnamento tante volte mi capita di far finta di non vedere alcuni errori di allievi e di non correggerli, perché capisco che in quel momento se io correggo quella persona, e non intendo solo principianti, la faccio irrigidire, il mio sguardo la può far irrigidire.
Ho visto l’errore e sarebbe facile correggerlo. Ma il mio compito di insegnante non è solo correggere errori, fare la maestrina con la penna rossa, ma è quello di portare gli allievi pian piano ad acquisire quella sensibilità e capacità di cogliere i propri errori e di accettare e comprendere la correzione, perché arriva al momento giusto.
Anche perché se un allievo non ha sete di apprendere e correggersi puoi offrirgli tutte le correzioni e spiegazioni che vuoi ma non avrà alcuna efficacia.
Questa è una strategia pedagogica per la quale ho una mia personale sensibilità e che vedo molto carente in altri insegnanti, anche con una discreta esperienza, in genere subito pronti ad offrire lunghe spiegazioni, atte più ad esibire sé stessi che ad offrire un sostegno all’allievo.
Uno degli errori che in genere fa un insegnante alle prime armi (e spesso purtroppo anche insegnanti ormai attempati) è quello di esibire sé stesso, l’opposto di quello che serve agli allievi. Proporre durante le lezioni quello che lo diverte di più, o in cui è più ferrato, ostentare la sua conoscenza con lunghe spiegazioni quando non ce ne sarebbe bisogno, perché non è il momento opportuno, l’allievo non ha ancora acquisito gli strumenti per comprendere tali spiegazioni. La risposta non deve mai andare oltre la qualità di una domanda.
Cerco di instillare questa sensibilità nei miei allievi che si muovono nella prospettiva di diventare degli insegnanti a loro volta.
Qualcuno sentendo queste parole potrebbe pensare che siano esagerate, però in realtà tutta l’educazione Zen si fonda su questo, e questa raffinata, essenziale educazione permette un certo tipo di sviluppo, di crescita, di maturazione.
All’inizio è dura perché ci sono tante regole, e ti sembra di camminare in un campo minato, ma questo amplifica la tua percezione, potenzia la tua concentrazione e sensibilità e infine ti accorgi effettivamente quanto siano potenti queste piccole delicatezze, queste attenzioni nei confronti di un insegnante, dei compagni di pratica, di un oggetto che stai maneggiando…
Ormai noi viviamo, anche le relazioni familiari, in una grande distrazione, noncuranza, sciatteria, soprattutto quando poi le relazioni sono acquisite (naturalmente queste esortazioni valgono anche per il sottoscritto).
Quando esci con la fidanzata la prima volta dimostri il meglio di te, hai tante attenzioni, poi, una volta che il rapporto è consolidato, si dimenticano questi piccoli gesti, queste delicatezze, questa cura, questo modo di parlare, di essere interessati all’altro. Diamo tutto per scontato, pensiamo di aver capito tutto. E’ l’inizio della fine, la morte di una relazione. Ci sono quelli che hanno il coraggio di capire che è finita, che la loro distrazione ha ucciso la relazione e quelli che portano avanti relazioni così tutta la vita.
Sono le piccole cose, i gesti quotidiani che fanno la differenza.
Offrire qualcosa di cui l’altro ha bisogno al momento giusto, prima che te la chieda è qualcosa di potentissimo ed è alla base dell’educazione che un Maestro Zen impartisce ai suoi più diretti discepoli. Ti fa comprendere il cuore di una persona, quanto sia attenta nella relazione. In Giappone si ricerca molto questo e nello Zen è fondamentale, soprattutto nella relazione con un Maestro. Perché in genere il modo migliore per apprendere lo spirito di un Maestro, per ricevere la sua trasmissione di conoscenza e sapienza è fargli da attendente, che vuol dire disponibilità totale in modo da stargli vicino il più possibile e penetrarne profondamente il carattere.
Una cosa impensabile per un occidentale allevato a base di rivendicazioni sindacali.
Mi ricordo che una volta invitai il mio Maestro a Roma a tenere una conferenza. Pioveva e quando uscimmo mi fu naturale aprire l’ombrello e proteggerlo dalla pioggia rimanendo io esposto. E mi ricordo ci furono persone, tra le quali un maestro di karate che quindi dovrebbe avere questa cultura, che dissero: ‘eh però è dimostrazione di arroganza, permettere a qualcuno di tenerti l’ombrello …’. Io risposi: ‘Ma tu per tuo padre non l’avresti fatto?’
A me sembra normale, non c’è niente di scandaloso. Un Maestro è come un padre, forse anche di più, quindi qual è il problema? Eppure c’è gente che si scandalizza di questo a causa della loro idea malata di democrazia, di uguaglianza.
Io ed il mio Maestro non siamo uguali, e da questa differenza e disparità nasce tutta la ricchezza della nostra relazione. Non mi sento da meno ma non mi sento uguale, e gli devo tutto il rispetto e fiducia che mi è possibile perché da quel rispetto e fiducia nasce tutto il resto .
E invece c’è questa mentalità diffusa di mal compresa democrazia e finché si ragiona in questi termini come si può pensare di comprendere la relazione con un insegnante o la pratica stessa? Sarai sempre portato a pensare: ‘e chi è quello che  pretende da me queste cose?’ e a dettare le tue condizioni. Ma non è lui che lo pretende, è piuttosto il tuo modo di esprimere gratitudine, la tua predisposizione ad accogliere quello che può arrivare da lui, che lui ne sia consapevole o meno.
Nell’insegnamento, scolastico, universitario, tanto più in un insegnamento di questo genere, ci deve essere una situazione di disparità perché possa passare qualcosa. E invece no, è diventato scandaloso per la mentalità sessantottina che abbiamo ereditato e che ha generato fenomeni umani imbarazzanti. Un insegnante deve sapersi porre su di un ‘piano rialzato’ rispetto all’allievo, assumersene il rischio e la responsabilità,  perché lui non parla per sé ma sta facendo passare qualcosa attraverso di sé e deve creare tutti i presupposti perché questa misteriosa e irripetibile alchimia abbia luogo. E non si tratta di arroganza ma senso di grande responsabilità.
‘Quando indosserete questo Abito (il Kesa) e vi disporrete a parlare del Dharma, vi manderò auditori e le mie parole passeranno attraverso di voi’ così insegnava il Buddha ai suoi discepoli. L’ho sperimentato mille volte nella mia vita.
Senza la capacità di mettere da parte sé stessi, il proprio orgoglio ed egoismo non può esistere nessuna vera relazione maestro-discepolo né, a mio parere, nessuna autentica relazione in generale.

Fine seconda parte



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