venerdì 30 dicembre 2011

Regalo di Capodanno: L'Annuario del Blog

Cari Lettori del Blog,
Cari Lettori del Tora Kan Dōjō,
dopo ben 49 numeri, insieme a Sensei Taigō abbiamo deciso che il cammino del periodico che ci ha accompagnato negli ultimi 17 anni della nostra pratica, debba proseguire in un’altra forma; abbiamo imparato ad apprezzare l’immediatezza e la quotidianità di un diario elettronico .
Da 16 mesi, giorno dopo giorno, il Blog IOGKF Italia ci arricchisce con le sue riflessioni e i suoi approfondimenti. Il contatto giornaliero con voi e la possibilità di commenti istantanei sono alcune delle peculiarità che hanno reso questo Blog un mezzo molto più efficiente della vecchia, ma cara, uscita quadrimestrale del Tora Kan DōJō. Dopo il necessario periodo di rodaggio, il Blog IOGKF Italia è pronto per raccogliere l’eredità del Tora Kan Dōjō. A me piace vedere questo avvicendarsi non come una “sostituzione”, piuttosto come la naturale evoluzione del nostro amato giornale in una pubblicazione che sa essere fedele alle tradizioni, ma allo stesso tempo sa cogliere il meglio del progresso per esserci sempre vicino.
Sempre riflettendo con Sensei Taigō, si è pensato di farvi un pensiero gradito raccogliendo i vari interventi del Blog di questo 2011 ormai alla fine e creare un Annuario di facile consultazione e archiviazione.
Colgo l’occasione per augurarvi un 2012 ricco di emozioni da condividere, nel quale, spero, vorrete trovare l’ispirazione per partecipare attivamente al nostro Blog.

Grazie,

Andrea Ramberti

Potete scaricare il file pdf dell'annuario qui:

https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=explorer&chrome=true&srcid=0B1frxUIIY9RPYWI1YjNiOWEtNTA0Mi00Y2FiLWE1MzItMzViNWQ2MGI1MThi&hl=en_US

se volete scaricarlo sul vostro Pc per leggerlo offline potete cliccare su: file + dowload original.


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ai sensi della legge n. 62 del 07 Marzo 2011.
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sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale


Ieri sera al Tora Kan Dōjō 40 persone hanno camminato sul filo con Petit…
La mia aspirazione nel farvi incontrare Philippe è stata quella di ricordarvi che non esistono limiti ai sogni.
Che il rigoroso sforzo inutile, è quello che solo può nutrire la nostra vera umanità.

Tutti siamo presi dal panico di fronte all’abisso, anche Philippe, ma abbandonare ogni piattaforma, accogliere l’incertezza ed il rischio, e muovere quel primo passo sul filo è l’unico modo per vivere una vita degna di essere vissuta e realizzare che ogni scopo, oltre quel filo che ci si tende innanzi ad ogni momento, è falso.

Dopo quel primo passo, come quello di Petit tra le torri, il viso si rasserena e si comincia a danzare leggeri in quel vuoto che ci terrorizzava.
Quel vuoto di straordinaria pienezza in cui solo possiamo incontrare la nostra vera identità.

“Sotto la spada alta levata c’è l’Inferno che ti fa tremare
ma fai un passo avanti e troverai la Terra della Beatitudine”

Miyamoto Musashi

Non esitate dunque, muovete quel passo e risvegliatevi al sogno.

Vi auguro un Sereno Natale.

Paolo Taigō Spongia

mercoledì 21 dicembre 2011

Il Vero Coraggio del secondo Precetto


Avevo promesso di continuare a parlare dei Dōjō Kun.

勇気を養うこと
Yūki o yashinau koto.
Sii coraggioso.
Recita il secondo precetto

'Agire eroicamente quando si è attorniati da eroi: non c’è niente di veramente eroico.'
oppure
'Nella follia della massa, tra l'eccitazione e le grida di battaglia, diventa facile anche morire'
Così affermava Sawaki Roshi.


Cos'è dunque vero coraggio ?

Mancanza di coraggio è veder quel si è chiamati a fare e non farlo.
Veder quel che si è chiamati a fare nonostante la convenienza, nonostante il 'buon senso comune',nonostante il rischio e... farlo !
Questo è il solo, possibile, cammino dei Giusti.

Il coraggio si impara, ci si allena al coraggio.
Non ci sono scuse per chi gira lo sguardo altrove dall'orizzonte del suo proprio destino.

Ci si allena a non distogliere lo sguardo da quel che incontriamo, bello o brutto che sia.

Ci si allena a guardare in faccia la paura e la morte perchè si arrivi ad essere capaci di rispondere al loro sorriso con un sorriso, che tanto non si sfugge e allora è meglio saper restare dove si è e fare quel che c'è da fare.

Il vero coraggio è mestiere di ogni giorno...

martedì 20 dicembre 2011

La Sospensione della Distrazione


Nella settimana successiva all' 1l settembre qualcuno in tele­visione chiese a un redattore del Village Voice come avesse percepito l'effetto che il disastro faceva sulla psiche della cit­tà e dei suoi abitanti. Lui la definì una « sospensione della di­strazione ». Aveva notato che le persone si guardavano negli occhi come mai prima, che comunicavano anche silenziosa­mente con sguardi fuggevoli, imprimendosi bene in mente il viso dell'altro. Non sembravano assorbite nelle consuete pre­occupazioni della vita, nei soliti stati mentali: l'evento incon­cepibile, il suo orrore, l'enorme perdita di vite umane, la spa­rizione dei due edifici-simbolo della città avevano immerso gli abitanti di New York in una presenza senza parole di fron­te all'enormità dell'accaduto.
« La sospensione della distrazione »: una frase molto espressiva.
La sua pregnanza colpiva a segno e suonava come un simbolo della resistenza umana, perfino della saggezza, in tempi di grandi ferite e lutti, che faceva ben sperare.
 « La sospensione della distrazione» Stupefacente, per una città e una società nelle quali siamo trascinati a vivere una vita di distrazione praticamente perpetua, dove ogni cosa gareg­gia con ogni altra per ottenere la nostra attenzione, assaltan­doci i sensi e la mente; una società in cui tanto spesso ci pro­teggiamo da quell'assalto furioso generando a nostra volta al­tra distrazione, e intanto dimentichiamo quel che più conta per noi, perfino chi siamo e che cosa stiamo facendo.
Non so per quanto tempo la cultura della distrazione, così praticata dai cittadini di New York, sia rimasta in sospeso; di certo un ritorno alla normalità deve far parte del processo di
guarigione.
Ma quel giorno diede la sveglia un po' a tutti, e per molte cose.
Di sicuro rivelò che una malattia fulminante, fino ad allora non riconosciuta, ignorata e non curata nono­stante molti, seri segnali di attenzione, malattia forse anche fatta della nostra mancata comprensione dell'interconnes­sione, può trovare il modo di arrivare fino al cuore della na­zione e scatenare gravissimi danni e indicibili sofferenze.
Ci ha ricordato anche, nel più eloquente dei modi, che ogni co­sa è impermanente.
Sottolineo ogni cosa.
Certo, in fondo lo sapevamo già; ma nella vita di tutti i giorni fìngiamo con noi stessi di essere immortali, fingiamo che le nostre creazio­ni durino e che la vita scorra con una certa affidabilità e sicu­rezza e che le cose brutte succedano solo altrove, ad altri più sfortunati di noi.
Uno degli scopi dell'ordine sociale, in una società pacifica e sana, è assicurare ai suoi abitanti un alto grado di relativa certezza e sicurezza per mezzo delle leggi, sastenute da un'efficace applicazione delle leggi e da un si­stema giudiziario imparziale, una difesa comune, un buon
si­stema sanitario, dall'apertura di nuove possibilità con le op­portunità di istruzione, di miglioramento economico, di espressione creativa. Almeno questo è l'ideale. In pratica questa è solo un'approssimazione che richiede continua­mente di essere raffinata e approfondita. Eppure la legge dell'impermanenza è sempre in opera, comunque siano le nostre istituzioni al momento, buone ed efficaci oppure no.
Tutto cambia. Nulla rimane a lungo nello stesso modo.
Le cose sono sostanzialmente incerte.
In tempi di conflittua­lità sociale e di instabilità, gli effetti dell ' i m permanenza sem­brano più evidenti, le cose ci appaiono più imprevedibili. Già questo, di per sé, può spaventare moltissimo. L'11 settembre ci ha mostrato che anche i grandi edifici sono impermanenti e che l'umana ignoranza e malevolenza può mandarli in fu­mo in un attimo. Ci ha ricordato che la nostra vita, anche se si è giovani, sani e si vive in tempo di pace, anche nel bel mezzo di una grande città in una grande nazione, e soggetta alle leggi dell'impermanenza.
Yeats ha osservato: «Ogni cosa cade, e poi viene ricostrui­ta ».
Ma da noi non si era mai sperimentato finora che cose cosi grandi potessero sparire in un attimo: non ce l'abbiamo impresso nelle retine e nel cervello, con sequenze di Imma­gini che spezzano il cuore e che le parole non riescono a esprimere.
Quel giorno si è persa una certa innocenza, In parte dipende dal fatto che ci siamo risvegliati — risveglio in sè non male, ma crudelmente rivelatore — alla realtà che «la forma è vuoto».
Certo, anche Hiroshima e Nagasaki erano impresse nelle nostre retine, anche se non nel momento stesso in cui avve­nivano gli attacchi e la distruzione, persino più rapidamente, in pratica in un istante, e su scala molto più vasta.
Ma la men­te fa in fretta a dimenticare.
Era un'altra epoca, quella, prima dell'onnipresenza della televisione. E poi eravamo in guerra, e « loro» erano il nemico. « Loro» ci avevano attaccato senza preavviso.
Ma anche «loro», la gente di Hiroshima e Nagasa­ki, erano semplici civili che si stavano occupando degli affari propri, nelle due città; anche loro soffrirono perché i loro capi perseguivano le proprie personali idee di grandezza im­periale convinti di avere ragione (il che non si mette mai in discussione, quando si tratta della propria gente).
Certo, « lo­ro» facevano parte del popolo che aveva scelto di aggredirci; ma quelle donne, quei bambini, quegli anziani e quei lavora­toti avevano ben poco a che fare con Pearl Harbor o con lo stupro di Nanchino, almeno quanto gli operatori di borsa del Cantor Fitzgerald avevano poco a che fare con le rivendica­zioni di una parte del mondo islamico.
Forse è tempo di adottare la sospensione della distrazione come stile di vita.
Immaginiamo quanto potrebbe essere sa­lutare, per noi personalmente e per tutto il mondo. Potrem­mo arrivare a conoscere davvero la pace perché saremmo pa­cifici.
Non ingenui, non deboli, non impotenti, ma realmen­te, potentemente pacifici: veri estimatori della pace, incarna­zioni della pace nella vera forza, nella vera saggezza.
Impossibile?
E perché mai?
 
Tratto da 'Riprendere i Sensi' di Jon Kabat-Zinn ed. Corbaccio



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