mercoledì 12 febbraio 2020

La Promessa mai Mantenuta




I problemi umani nascono dal desiderio, ma non tutti i desideri danno origine a problemi. Ci sono due tipi di desideri: le richieste ("devo averlo") e le preferenze. Le preferenze sono innocue, possiamo averne quante vogliamo. Il problema è il desiderio che esige di essere soddisfatto. È come se ci sentissimo perennemente assetati e, per estinguere la sete, volessimo attaccare un tubo al rubinetto della vita. Continuiamo a credere che, attaccandoci a questo o a quel rubinetto, otterremo l'acqua di cui abbiamo bisogno. Parlando con i miei studenti, mi sembrano tutti assetati di qualcosa. Possiamo procurarci un po' d'acqua qua e là, ma non fa che stuzzicarci. Essere assetati non è per niente divertente.
Quali sono i rubinetti a cui tentiamo di attaccarci per estinguere la sete? Uno potrebbe essere un lavoro che ci sembra quello adatto a noi. Un altro, il 'partner giusto' o un figlio 'che si comporta come si deve'. Correggere un rapporto personale può sembrarci il modo per arrivare all'acqua. Molti credono che estingueremo la sete solo quando avremo corretto noi stessi. Non è possibile per l'io mettere a posto l'io, ma tentiamo lo stesso. Ciò che consideriamo noi stessi non ci sembra mai pienamente accettabile. "Non faccio abbastanza", "Non ho il successo che merito", "Sono sempre arrabbiato, quindi non valgo niente", . "Sono uno studente incapace". Esigiamo un'infinità di cose da noi stessi e dal mondo. Quasi tutto ci sembra desiderabile, un rubinetto a cui attaccarci per ottenere finalmente l'acqua di cui crediamo di aver bisogno. Le librerie rigurgitano di libri fai-da-te che sbandierano rimedi vari per la nostra sete: Fate innamorare di voi vostro marito, Come costruire l'autostima, e così via. Sia che sembriamo o che non sembriamo sicuri di noi, sotto sotto abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa. Sentiamo di dover mettere a posto la nostra vita, di dover spegnere la nostra sete. Dobbiamo fare quel collegamento, infilare il tubo nel rubinetto e bere quell'acqua.
Il problema è che niente funziona davvero. Cominciamo a scoprire che la promessa che continuiamo a fare a noi stessi (che in qualche modo la nostra sete verrà estinta) non può essere mantenuta. Non sto dicendo che non ci godiamo mai la vita. Molte cose possono darci un grande piacere: un rapporto, un lavoro, un'attività. Ma vogliamo qualcosa di definitivo. Vogliamo estinguere la sete una volta per tutte, avere tutta l'acqua che vogliamo ogni volta che la vogliamo. Questa promessa di soddisfazione definitiva non viene mai mantenuta. Non può essere mantenuta. Quando otteniamo qualcosa che desideravamo, c'è una soddisfazione momentanea; poi si riaffaccia l'insoddisfazione.
Se da anni e anni tentiamo di attaccare il nostro tubo a questo o quel rubinetto, scoprendo ogni volta che non ci basta, giungerà un momento di profondo scoraggiamento. Cominciamo a sentire che il problema non sta nel non riuscire ad attaccarci a quel determinato rubinetto, perché nulla di esterno è in grado di soddisfare la sete. A questo punto abbiamo maggiori possibilità di iniziare una pratica seria. Capire che niente mai ci potrà soddisfare può essere un brutto momento. Forse abbiamo un buon lavoro, un bei rapporto o una bella famiglia, eppure continuiamo a essere assetati. Allora ci si fa chiaro che nulla può davvero appagare le nostre richieste. Non funzionerà neanche qualche cambiamento di vita, come ad esempio spostare i mobili. Questo momento di disperazione è in realtà una benedizione, il vero inizio.
Quando lasciamo andare tutte le aspettative accade un fatto strano: cogliamo un barlume di un altro rubinetto, sinora invisibile. Vi attacchiamo il tubo e scopriamo, con delizia, che l'acqua ne sgorga abbondante. "L'ho trovato!", pensiamo. "L'ho trovato!". E poi? Poi l'acqua viene a mancare un'altra volta. Abbiamo trasferito le nostre richieste nella pratica, e ci ritroviamo di nuovo assetati.
La pratica dev'essere un interminabile processo di delusione. Dobbiamo vedere che qualunque cosa desideriamo, o otteniamo, alla fine ci delude. Tale scoperta è il nostro maestro. Per questo dobbiamo fare attenzione a non dare agli amici che stanno male false speranze e false rassicurazioni. Questa forma di solidarietà, che non è compassione vera, non fa altro che ritardare la loro comprensione. In un certo senso, l'aiuto migliore sta nell'affrettare la loro delusione. Sembra insensibilità, una crudeltà, ma non lo è. Cominciare a vedere che le nostre solite richieste sono fuorvianti, è di aiuto a noi e agli altri. Alla fine diventiamo così intuitivi che prevediamo in anticipo la nostra prossima delusione, sappiamo che il prossimo sforzo per estinguere la sete fallirà come gli altri. La promessa non è mai mantenuta. Anche con una lunga pratica alle spalle continuiamo a volte a cercare false soluzioni, ma mentre le rincorriamo ne riconosciamo molto più rapidamente la futilità. Quando ce ne accorgiamo sempre più in fretta, la pratica sta dando i suoi frutti. Una buona pratica seduta stimola inevitabilmente questa accelerazione. Dobbiamo riconoscere la promessa che esigiamo dagli altri e abbandonare il sogno che gli altri possano estinguere la nostra sete. Dobbiamo riconoscere che è un'impresa senza speranza.
I cristiani chiamano questa comprensione la 'notte oscura dell'anima'. Abbiamo esaurito tutte le possibilità e non sappiamo cos'altro tentare. E così soffriamo. Benché al momento paia dolorosa, questa sofferenza è la svolta. La pratica ci conduce a questa fertile sofferenza e ci aiuta a stare con essa. A un certo punto la sofferenza comincia a trasformarsi, e l'acqua sgorga. Ma, perché succeda, tutte le piacevoli fantasticherie sulla pratica e sulla vita devono svanire, compresa la speranza che una buona pratica, o meglio, una cosa qualsiasi, ci possa dare la felicità. La promessa mai mantenuta si basa su sistemi di credenze che sono pensieri egocentrici che ci mantengono bloccati e assetati. Abbiamo migliala di credenze, e annullarle tutte è impossibile. Nessuno vive abbastanza a lungo da riuscirci. La pratica non ci chiede di eliminarle, ma di vederle e di riconoscerle vuote, inutili.
Spargiamo credenze a piene mani come riso ai matrimoni. Sbucano dappertutto. Ad esempio, quando si avvicina il Natale, siamo pieni di attese, vogliamo spassarcela e divertirci. Ma se il Natale non corrisponde alle nostre attese, diventiamo depressi e amareggiati. Il Natale sarà come sarà, indipendentemente dalle nostre aspettative. Allo stesso modo, riguardo allo Zen, possiamo nutrire la speranza che la pratica risolverà i nostri problemi e renderà la nostra vita perfetta. Invece la pratica dello Zen ci riporta alla vita così com'è. Lo Zen è essere sempre di più la nostra vita. La nostra vita è semplicemente così com'è, e lo Zen ci aiuta a prenderne atto. Pensare "Se praticherò con pazienza, tutto sarà diverso" è un'altra credenza, una versione diversa della promessa che non viene mai mantenuta. Quali sono le vostre credenze personali?[…]


Charlotte Joko Beck


















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mercoledì 5 febbraio 2020

Apri la porta della tua stanza




Un tempo, tenevo la porta della stanza della meditazione chiusa, era un tempo in cui pensavo ancora di dover proteggere la (mia) interiorità, il silenzio, la pratica della meditazione, come se dovessi preservarli dal resto della vita. Forse era una fase importante, un po’ come un albero gracile che si recinta per salvaguardarne la crescita; forse era un modo per esprimere la preziosità del luogo e della pratica che in quel luogo pian piano si svolgeva. Col tempo, ho sentito che la porta chiusa non solo preservava, ma anche separava, escludeva, interrompeva un flusso. E l’ho lasciata sempre aperta, si è creata una corrente tra la vita delle altre stanze e quella stanza vuota e silenziosa. Si sono arricchiti entrambi gli spazi, credo. Nella mia casa vive anche un gatto, Zivago. Entra ed esce dalla stanza della meditazione, si fa le unghie sulla moquette, se ruba qualcosa va a mangiarselo lí, come un luogo salvo, un rifugio. Certe volte, entra quando sto meditando con altre persone, annusa le mani, fa un giretto, resta se gli va, altrimenti si dilegua. Una sera, una persona, sentendo di colpo il naso umido di Zivago sulla mano, lanciò un piccolo urlo e decidemmo di chiudere la porta. Il mattino dopo, al risveglio, entrando nella stanza, rimasi esterrefatta, sembrava che fosse nevicato, gran parte del pavimento era ricoperta di minuscoli pezzetti di carta igienica bianca, una visione. Sono rimasta a contemplarla per un po’ sentendo che non era solo strabiliante, un interno con paesaggio innevato, ma che conteneva un messaggio. E seduta a meditare l’ho colto: una stanza che non accoglie un gatto è un gabinetto. Da allora, avverto gli altri dell’esistenza di Zivago, e non solo ora lui entra ed esce come gli pare, il suo insegnamento ha toccato il mio modo di avere a che fare con quella stanza. Il silenzio ha bisogno della vita quotidiana. Ha bisogno del rumore, dei gatti, degli urli, per sapere che sono una cosa sola. Basta stare nel piccolo e col piccolo, perché il grande si rivela da sé quando siamo attenti. E il percorso della comprensione passa lieve per tutta la nostra vita.

tratto da: Candiani, Chandra Livia. Il silenzio è cosa viva: L'arte della meditazione. Einaudi.



© Tora Kan Dōjō






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domenica 2 febbraio 2020

Lo Zazen è il Buddhadharma




Un'intervista con Uchiyama Kosho Roshi a cura di Takamine Doyu.

Uchiyama Kosho Roshi (quest'ultimo è un termine di rispetto che significa anziano maestro) era un monaco buddhista zen che ha dedicato la propria vita alla pratica, allo studio e alla trasmissione dell'insegnamento del Buddha.          

Il suo stile di vita molto sobrio e il suo rapporto molto concreto con il dharma buddhista hanno attirato, fin dagli anni settanta, l'attenzione di numerosi giapponesi e occidentali, alcuni dei quali si sono recati nel piccolo monastero di Antaiji, a Kyoto, per condividere con lui la pratica religiosa e per ascoltare la sua esposizione dell'insegnamento buddhista. Uchiyama Roshi rifuggiva da qualunque forma di imposizione della propria personalità, tentazione latente del rapporto maestro discepolo che pure è parte non accessoria della via buddhista, e proponeva come capisaldi dell'esperienza religiosa una pratica costante e intensa e un rapporto diretto e non settario con lo studio dei testi religiosi. Autore di numerosi libri, ha sempre dedicato un'attenzione instancabile a far sì che la dottrina venisse ascoltata in modo non condizionato da pregiudizi e riconsiderata alla luce della propria effettiva esperienza di vita. Ne deriva un'esposizione semplice in termini di linguaggio e profonda in termini di significato. Dove per semplicità non si intende riduzionismo ma intelligibilità, perché rifugge dalla terminologia tecnica e stereotipata, che spesso è un alibi per celare la mancanza di comprensione di chi la usa; e per profondità non si intende indederminatezza e oscurità, ma spessore e pluralità di livelli, perché così è la vita, che nell'apparente similarità dei casi che produce ha una ricchezza inesauribile che si svela solo vivendola con attenta adesione. Lungi dal voler fare un'apologia della persona, che non sarebbe che un estremo torto, dico però con convinzione che Uchiyama Roshi è stato, per molti di coloro che hanno avuto l'occasione di conoscerlo e di frequentarlo anche solo un po' come è il mio caso, uno stimolo che continua a operare a non sprecare la propria vita ed anzi ad onorarla fino in fondo. Con questo spirito, di essere veicolo, anche attraverso le parole scritte, dello stesso rispetto verso la totalità dell'esperienza di esistere cui Uchiyama Roshi ha dedicato la sua vita, proponiamo la lettura delle sue parole, nella speranza che il loro vero significato rieccheggi nel cuore di chi legge.

Quanto segue è una traduzione di uno degli ultimi discorsi tenuti da Kosho Uchiyama Kosho. L'autore dell'intervista ha fatto una breve visita ad Uchiyama nella sua residenza di Noke-in, in Giappone, il 6 di Gennaio del 1998. Egli parlò di alcuni aspetti più di tutti essenziali riguardo la pratica dello zazen come Buddhadharma. Il 13 marzo seguente, all'età di 86 anni, Uchiyama morì nella sua casa, poco dopo aver finito la sua poesia Tada Ogamu – Solo inchinarsi. In traduzione italiana è possibile leggere di Uchiyama: Istruzioni a un cuoco zen (un commento al Tenzo Kyokun di Dogen), pubblicato da Ubaldini (Roma, 1986) e La realtà della vita (Bologna, EDB, 1993).
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Doyu: Roshi, quale deve essere la nostra maggior attenzione per ciò che riguardo lo zazen come Buddhadharma? Per esempio, come dobbiamo considerare il satori?
Roshi: Sedersi in zazen per raggiungere una qualche esperienza tipo satori, è questione di umana voracità. Solo quando andiamo al di là delle ambizioni e degli affanni umani, iniziamo ad indirizzarci verso il buddhadharma. Andando oltre questi appetiti, ci chiediamo naturalmente dov'è che stiamo andando verso… è dentro la profondità della vita. Sedere in zazen significa sedere al cospetto della profondità della vita. Sappi che zazen non è un'attività che si trova nel regno dei valori semplicistici, monodimensionali; cioè i valori di guadagnare anziché di perdere, di vivere anziché di morire. Al contrario, zazen è il fatto di sedersi al cospetto della profondità della propria vita, che è una profondità pluridimensionale.
Lo zazen inteso come insegnamento non è un argomento che concerne gli esseri umani in genere o come categoria particolare. Questo pare essere un punto difficile da comprendere per un molti Europei e Americani, che sono troppo abituati a pensare soltanto in termini di bianco o nero, questo o quello. È solo andando oltre la discriminazione che inizia il discorso dello zazen come buddhadharma. Non è un trasparente criterio di giudizio per decidere fra questo e quello. Praticare zazen come buddhadharma significa stare realmente di fronte alla profondità della tua propria vita
.
Doyu: Numerosi stranieri sono venuti nuovamente a sedersi con noi a Seitai-an. So che si siedono con molta serietà, ma è realmente difficile comprendere quello che stai dicendo. É davvero un errore sedersi con qualche proposito in mente?

Roshi: Proprio per questo io dico sempre che zazen non è un tipo di disciplina. Fintantoché tu siedi cercando di disciplinare la tua mente o qualsiasi altra cosa, ci sarà sempre un risultato atteso dalla disciplina, che tu vedi e di cui ti senti bellamente soddisfatto. Invece, fare zazen significa solamente sedersi al cospetto di una profondità insondabile, è un Sé totalmente contenuto, non vi è una scala esterna di misurazione. Sedersi come disciplina, invece, implica l'assunzione di un metro di fronte a sé con cui misurarsi, provando soddisfazione nel vedere quanto sono “progredito” rispetto a prima, o valutando quanto sono avanti rispetto a qualcun altro. Con lo zazen, invece, non c'è metro. Siccome stiamo parlando di un Sé che è completo in sé, ciò di cui parliamo è solamente sedersi. Attualmente, si sente molto parlare di yoga o di concentrazione dell'energia e di come ci faccia star bene o come abbia reso possibile la nostra guarigione da una malattia, ma zazen non ha nulla a che fare neanche con questo.
Doyu: Quindi da come tu lo descrivi zazen appare identico allo shikantaza di Dogen Zenji – semplicemente seduto. Sembra che in Europa o negli Stati Uniti lo Zen sia presentato assieme a queste discipline o terapie il cui stile pare simile allo Zen; per esempio, lo yoga, così che molte persone credono che lo Zen sia solo una sua diramazione.
Kodo Sawaki Roshi con il suo discepolo
Kosho Uchiyama Roshi
Roshi: Nell'antichità, i Bramani o altri praticanti l'ascesi facevano zazen; si sedevano nella posizione del loto. Lo fecero molto prima della venuta di Shakyamuni. E anche Shakyamuni si sedette e praticò zazen, ma quando divenne Risvegliato, guardando la stella del mattino, si intende che diventò Risvegliato al fatto che era seduto in sé stesso.
Non è questione del fatto che egli abbia assunto un metro di misura esterno a sé. Quando semplicemente si sedette in sé stesso senza misurare, i suoi occhi si aprirono, e con grande fatica, passò il resto della sua vita a spiegarlo. Questo è ciò che è così difficile.
È una cosa di questo genere: le persone passano tutta la loro vita volendo questo o quello, o cercano di sfuggire da qualcosa di doloroso. Ciò condusse alla spiegazione di Shakyamuni delle quattro nobili verità (la vita è piena di sofferenza, la causa della sofferenza è l'avidità e le passioni cieche, la liberazione dalla sofferenza viene dal recidere l'attaccamento – la base del satori - ) in modo da raggiungere la condizione ideale necessaria a seguire l'Ottuplice Sentiero. Queste quattro verità sono abbreviate in Giapponese come ku (sofferenza), shu (origine), metsu (estinzione), do (via).
Le spiegazioni circa le Quattro Nobili Verità predominano le prime Scritture. Gli Agama Sutra tornano più e più e più volte sulle Quattro Nobili Verità. Alla fine di questi sutra se ne trova uno breve chiamato in giapponese Yugyokyo – Il discorso finale di Buddha. È qui che io credo si trovi l'essenza complessiva del sutra. È il racconto della morte di Shakyamuni Buddha. Questo solo è importante nell'intero sutra.
Doyu: Cioè le ultime parole del Buddha appena prima di morire.
Roshi: Sì, questa è la sola cosa importante che vi è scritta. “Prendi rifugio nel jiko, prendi rifugio nel dharma, prendi rifugio in null'altro”. E un'altra espressione che ci urge a non essere negligenti con la nostra vita: fuhoitsu. “Prendi rifugio nel jiko – la nostra identità universale, prendi rifugio nel dharma – l'universale forza vitale”. I preti buddisti oggigiorno parlano molto di dharma, ma prova a domandargli di spiegartelo. Pochissimi di loro sono in grado di definirlo chiaramente.
All'inizio dell'Abhidharmakosa troviamo la definizione di dharma. “Poiché tutte le cose conservano un'identità propria, sono chiamate dharma”. Qui, identità propria significa jiko o un'identità che tutto abbraccia. Così la definizione di dharma deriva dal fatto di custodire un'identità propria.
Prendere rifugio nel dharma, nel passo citato sopra, significa che il dharma è in te – è la forza vitale vera e propria che è connessa a tutte le cose. Questo è ciò che dharma e jiko significano qui.
Così per il Buddha dire, “Con Sé al cospetto di Sé, non essere auto-indulgente”, non è qualcosa che produce un effetto. Ciò di cui qui si tratta è il nostro atteggiamento di vita. A mio avviso, Dogen Zenji lo insegna nel modo più diretto. Con le espressioni “pratica al di là della realizzazione” – shojo no shu – e “pratica e realizzazione non differiscono” – shusho ichinyo, Dogen esprime chiaramente l'essenza dell'insegnamento di Shakyamuni. Se così non fosse, e se egli avesse semplicemente parlato di fare zazen per conseguire un'esperienza di qualche tipo di satori, il suo insegnamento non sarebbe diverso da ogni altro discorso ordinario incentrato su perdita o guadagno materiale. Le persone che fondano la loro comprensione della vita sul razionalismo dualistico non lo capiranno mai. La sola cosa che continuerò a dire finché avrò fiato, è che nessuna spiegazione del buddhadharma può mai essere un discorso che tratta di discriminazione e di distinzione. Io penso che pochissime persone lo capiscano.

Fonte

© Tora Kan Dōjō



















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mercoledì 29 gennaio 2020

Lo Sguardo del Maestro

Questa riflessione fu scritta molti anni fa da Sensei Paolo Taigō nei primi anni della sua Pratica a Fudenji sotto la guida del Maestro Taiten Guareschi la riproponiamo per la freschezza e profondità ancora attuali che esprime.
 
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Al termine della Cerimonia del Mattino che si svolge nella Sala del Dharma del Tempio di Fudenji, il Maestro Taiten, si volta per raggiungere i due discepoli che sono pronti ad accompagnarlo in processione, con passo solenne, fuori della Sala del Dharma.
Prima di muovere il passo che varca la soglia e lo inserisce tra i due discepoli, il Maestro si trova di fronte alla finestra che si affaccia sulle colline di Salsomaggiore.
E’ l’alba, il Maestro si ferma per un breve istante, e il suo sguardo si posa su quei campi che ogni giorno, da molti anni, rispondono al suo saluto, testimoni vigili e discreti della vicenda di Fudenji e del suo destino.
Quello sguardo, che mi commuove ogni volta profondamente, esprime un sentimento di saluto, al contempo di benvenuto e di addio.
E’ come se il maestro vedesse per la prima ed ultima volta quello scenario.
Il Rito celebrato poc’anzi si conclude, come una qualsiasi opera teatrale, con l’uscita di scena dell’interprete principale.
Come violazione ludico-simbolica il Rito permette il contatto con il mistero, permette di calarsi in un ruolo che trascende la propria individualità per connettersi all’Assoluto.
Il termine del Rito, l’uscita di scena, coincide con il ritorno alla coscienza dell’impermanenza del proprio sé pur rasserenati dal contatto con l’Altro da sé.
Lo sguardo è allora di buongiorno e di addio.
E’ difficile vivere questo sublime sentimento di accoglienza e di abbandono, d’incontro e di distacco che lo sguardo del Maestro esprime.
Profondo insegnamento sul modo di condurre la propria vita.
Ogni giorno, ogni incontro, andrebbe ‘celebrato’ con questo spirito.
Allora, si realizza che nessuno e nessuna cosa ci appartengono e possiamo essere in qualsiasi momento chiamati ad abbandonarli, così come nulla e nessuno possono assumere ai nostri occhi così scarso valore da non meritare tutta la nostra attenzione e compassione.
Vivere esprimendo continuamente un profondo sentimento di gratitudine e meraviglia fa sì che tutte le esistenze rispondano al nostro saluto.
L’insegnamento del Maestro è tutto in quello sguardo.

Taigō Sensei




© Tora Kan Dōjō



















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venerdì 24 gennaio 2020

La Vera Concentrazione




"Vera concentrazione" non significa essere concentrati su una cosa sola. Certo, diciamo "fare le cose una alla volta", ma il significato della frase è difficile da spiegare. Se non cerchiamo di concentrare la mente su niente siamo pronti a concentrarla su qualcosa. Per, esempio, se nello zendo tengo lo sguardo su una persona mi sarà impossibile prestare attenzione agli altri; per questo praticando zazen non guardo nessuno [in particolare], così se qualcuno si muove lo vedo subito. [...]
Fin dai tempi antichi il punto essenziale è sempre stato avere una mente calma, limpida, qualunque cosa si faccia. Anche quando mangi qualcosa di buono la tua mente dovrebbe essere abbastanza calma da apprezzare la fatica che è stata fatta per preparare il cibo e lo sforzo compiuto per fabbricare i piatti, le posate e tutto ciò che usiamo.
Con mente serena riusciamo ad apprezzare ogni verdura, ogni ortaggio, uno per uno così da poter goderne le virtù.
Conoscere qualcuno è percepire il sapore di quella persona, quello che sentite provenire da lei. Ognuno ha il proprio sapore, una personalità particolare dalla quale traspaiono molti sentimenti. Apprezzare pienamente questa personalià o questo sapore significa avere una buona relazione; allora possiamo davvero essere amichevoli, il che non significa attaccarsi a qualcuno o cercare di piacergli ma piuttosto apprezzarlo pienamente.
Per potere apprezzare cose e persone occorre che la mente sia calma e limpida; dunque pratichiamo zazen o "stiamo semplicemente seduti" (shikantaza) senza alcuna idea di guadagno. In quel momento si è se stessi, "si stabilisce se stessi in se stessi". Con questa pratica abbiamo la libertà, ma può darsi che la libertà che intendono i buddhisti zen non sia la stessa. Per raggiugere la libertà incrociamo le gambe, teniamo una postura eretta e lasciamo occhi e orecchi aperti a ogni cosa. Questa prontezza o aperura è importante perché siamo soggetti a tendere verso gli estremi, ad attaccarci a questo o quello, e così perdiamo la calma, perdiamo la mente-specchio [che riflette la realtà senza deformarla].
Praticare zazen è il nostro modo di ottenere la calma e la limpidezza della mente, ma non possiamo riuscirci mettendoci addosso fisicamente qualcosa, con la forza, o generando uno stato mentale particolare. Ecco, forse penserete che avere una mente-specchio sia pratica zen; è così, ma se praticate zazen allo scopo di raggiungere quel genere di mentalità, non è questa la pratica che intendiamo noi: la vostra è diventata invece "l'arte dello Zen". 
La differenza fra "l'arte dello Zen" e il vero Zen è che si ha il vero Zen anche senza provare ad averlo. Quando cerchi si fare qualcosa, lo perdi. Per questo diciamo "limitati a sedere" [in meditazione]: non significa fermare di colpo la mente o essere completamente concentrati sul respiro, anche se sono cose che servono. Magari a praticare il conteggio del respiro vi annoiate, perché la cosa non vi dice un granché, ma allora non capite più quale sia la vera pratica. Noi pratichiamo la concentrazione o facciamo sì che la mente segua il respiro così da non farci prendere da qualche pratica complicata nella quale ci perderemmo via nel tentativo di compiere una qualche impresa [speciale].
Nell' "arte dello Zen" si cerca di essere un abile maestro zen che ha grande forza e buona pratica: "Oh, vorrei tanto essere come lui.. Devo impegnarmi a fondo". L' "arte dello Zen" riguarda come tracciare una riga dritta o come controllare la mente; lo Zen invece è per tutti, anche per chi non è capace di tirare una riga dritta. Per un bambino è naturale, e anche se la riga non è dritta è bella lo stesso. Così, che ti piaccia o no la posizione a gambe incrociate, se sai davvero che cosa sia zazen riesci a farlo.
Nella nostra pratica la cosa più importante è limitarsi a seguire il programma orario della giornata e fare le cose insieme con gli altri. Potreste dire che è una pratica di gruppo, ma non è vero: la pratica di gruppo è piuttosto diversa, è un altro tipo di arte. Durante la guerra alcuni giovani, spinti dall'atmosfera militaristica in cui si trovava il Giappone, mi recitarono questo verso dello Shushogi: "Comprendere la vita e la morte è il punto più importante della pratica": e aggiunsero: "Anche se non so nulla di quel sutra, morire al fronte mi è facile". E' questa la pratica di gruppo: è piuttosto facile morire spinti dalle trombe, dai fucili, dalle grida di guerra.
Neanche questo tipo di pratica è il nostro.. E' vero, pratichiamo insieme alle persone, ma il nostro scopo è praticare insieme alle montagne, ai fiumi, insieme agli alberi e ai sassi, con tutto ciò che c'è al mondo, tutto nell'universo, e trovare noi stessi nel grande cosmo. Quando pratichiamo in questo vasto mondo capiamo per intuito quale Via percorrere. Quando l'ambiente che ti circonda ti dà un segno che mostra in quale direzione andare, andrai nella direzione giusta anche se non eri partito con l'idea di seguire un segno.
E' bene praticare la nostra Via, ma potresti praticarla con un'idea errata. E comunque, se sai, "Sto facendo un errore, ma non riesco lo stesso a smettere di praticare", non c'è nulla di cui preoccuparti; se apri i tuoi veri occhi e accetti il fatto di essere preso in un concetto sbagliato di pratica, [in questo momento] quella è vera pratica.
Tu accetti il tuo modo di pensare perché l'hai già; è inevitabile: Ma non occorre affatto che cerchi sbarazzartene: non è questione di "giusto" o "sbagliato" ma di come fare ad accettare francamente, con mente aperta, quello che stai facendo. Ecco il punto più importante. Quando pratichi zazen accetti il "te stesso" che sta pensando a qualcosa, senza cercare di liberarti delle immagini che hai: "Eccole che arrivano". Se c'è qualcuno che si sta muovendo, laggiù: "Oh, si muove". E se smette di muoversi, i tuoi occhi rimangono gli stessi. E' così che vedono i tuoi occhi quando non guardi nulla di speciale: in questo modo la tua pratica include ogni cosa, una dopo l'altra, e tu non perdi la calma della mente.
L'estensione di questa pratica è illimitata. Se abbiamo tutto ciò come fondamento, siamo realmente liberi. Quando ci si valuta come buoni o cattivi, giusti o sbagliati, [quello che si dà] è un valore relativo: si perde il proprio valore assoluto. Quando vi valutate in base a una misura illimitata, invece, ognuno di voi sarà collocato nel suo vero sé. E tanto basta, anche se credete di avere bisogno di una misurazione migliore. Se comprenderete questo punto capirete che cosa sia la vera pratica, per gli esseri umani e per ogni cosa.  

Shunryu Suzuki Roshi



© Tora Kan Dōjō


















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