Buon Inizio di Settimana
lunedì 13 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
sabato 4 giugno 2011
Hara
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| Nagaoka Sensei e Samura Sensei in Hara Gatame (1935) |
La parola "HARA" ( utilizzati anche i termini Fukubu o Onaka) può essere tradotta letteralmente come "ventre, pancia" e ha una sua collocazione anatomica nella regione che va dallo stomaco, "I", al basso ventre, "Kikai", al di sotto dell'ombelico. E proprio nella regione Kikai, a circa 5 cm dall'ombelico, i giapponesi collocano il TANDEN, il centro dell'uomo.
Così che il termine Hara viene ad essere qualcosa di più che una connotazione anatomica: è il centro della forza spirituale e fisica dell'uomo.
Esistono modi di dire che chiariscono ulteriormente:
- Hara no aru (nai) ito = uomo con (senza) ventre
- Hara no dekite (dekite inai) hito = uomo con ventre maturo (non maturo)
- Hara wo neru = esercitare il ventre
- Hara-gei = gioco del ventre
Esistono modi di dire che chiariscono ulteriormente:
- Hara no aru (nai) ito = uomo con (senza) ventre
- Hara no dekite (dekite inai) hito = uomo con ventre maturo (non maturo)
- Hara wo neru = esercitare il ventre
- Hara-gei = gioco del ventre
Naturalmente queste locuzioni non descrivono tanto caratteristiche anatomiche quanto caratteristiche spirituali e caratteriali, allo stesso modo in cui, nel detto gergale italiano,con l'espressione colorita "senza palle" non si vuole sottolineare una deficienza fisica ma caratteriale.
E' chiaro che per noi italiani il tanden si colloca in regioni del tutto fuori luogo rispetto alla sede Zen !!!
Le ragioni socio-culturali di questa traslocazione potrebbero costituire un degno oggetto di studio per una tesi a sfondo antropologico.
Qui ci basta sottolineare che, per la cultura giapponese, la completezza dell'Hara indica una personalità ben collocata in se stessa, incentrata in sé (SHISEI): pronta ad affrontare il mondo.
Non si tratta di una condizione naturale: conseguire un Hara pieno è frutto di lunga pratica(GEIKO) in una delle arti del DO (Ikebana, Zen, Arti marziali...). Per cui anche nella pratica del Karate-do l'obiettivo ultimo è quello di formare una personalità completa, il conseguimento di un più elevato livello di Hara.
La locuzione "Hara-gei", gioco del ventre, è un concetto caro all'antica cultura dei Samurai e al Budo giapponese. Il significato della parola rimanda ad un dialogo silenzioso tra due uomini che si comprendono nell'intuirsi reciprocamente, senza dover parlare. Se i due uomini in Hara-gei sono un sensei e un suo allievo, allora è chiaro che l'Hara-gei riveste dimensioni elevate rispetto al piano apparente del gioco.
E' chiaro che per noi italiani il tanden si colloca in regioni del tutto fuori luogo rispetto alla sede Zen !!!
Le ragioni socio-culturali di questa traslocazione potrebbero costituire un degno oggetto di studio per una tesi a sfondo antropologico.
Qui ci basta sottolineare che, per la cultura giapponese, la completezza dell'Hara indica una personalità ben collocata in se stessa, incentrata in sé (SHISEI): pronta ad affrontare il mondo.
Non si tratta di una condizione naturale: conseguire un Hara pieno è frutto di lunga pratica(GEIKO) in una delle arti del DO (Ikebana, Zen, Arti marziali...). Per cui anche nella pratica del Karate-do l'obiettivo ultimo è quello di formare una personalità completa, il conseguimento di un più elevato livello di Hara.
La locuzione "Hara-gei", gioco del ventre, è un concetto caro all'antica cultura dei Samurai e al Budo giapponese. Il significato della parola rimanda ad un dialogo silenzioso tra due uomini che si comprendono nell'intuirsi reciprocamente, senza dover parlare. Se i due uomini in Hara-gei sono un sensei e un suo allievo, allora è chiaro che l'Hara-gei riveste dimensioni elevate rispetto al piano apparente del gioco.
Tratto da Ispido Cafè che ringraziamo
lunedì 30 maggio 2011
sabato 28 maggio 2011
Stolto è colui che....
Stolto è colui che si tormenta l’esistenza nell’assillante ricerca di fama e ricchezze, senza concedersi un attimo di tregua. […]
Alcuni sembrano credere che il proprio nome, poiché non viene seppellito col corpo, possa durare a lungo dopo la morte. Ma si può mai dire che un uomo è stato eccellente solo perché in vita ha raggiunto un rango elevato o una grande distinzione? Anche lo stolto o l’ignorante, se proviene da famiglia altolocata o se ha fortuna nella vita, può pervenire ad alte cariche e condurre una vita lussuosa. Il saggio e l’uomo illuminato sono paghi della loro umile condizione, e molti altri devono lottare contro le avversità sino alla fine dei loro giorni. Chi non fa che sognar cariche e onori è vicino alla stoltezza.
Se posso ora aggiungere qualcosa per coloro che accanitamente ricercano il sapere e la saggezza, dirò che nel mondo l’inganno sorse col sapere, e che l’abilità ha acuito le passioni umane. Il sapere a cui si è pervenuti attraverso lo studio e l’insegnamento di altri non fornisce la vera saggezza. Che cos’è mai, allora, la saggezza? Veridico e fallace non sono forse anche inestricabilmente compenetrati? E cos’è mai quel che noi definiamo “buono”?
Il “vero uomo” è al di sopra della saggezza, della virtù, dell’abilità, della reputazione. Chi sa di lui? E chi ne riferisce agli altri? E ciò non perché egli nasconda le sue virtù fingendosi uno sciocco, ma piuttosto perché è al di là di saggezza e stoltezza, di ricchezza e povertà.
Tale è la bramosia di fama e di guadagno che alberga negli animi pervertiti. Non queste sole, ma tutte le cose, del resto, sono irreali, e non mette conto né di parlarne né di desiderarne.
tratto da"Ore d'ozio" di Yoshida Kenko, monaco zen (1300)
lunedì 23 maggio 2011
lunedì 16 maggio 2011
lunedì 9 maggio 2011
venerdì 6 maggio 2011
'Qui giace colui il cui nome è scritto nell'acqua'
Lo pubblichiamo come post e non come commento per dare il giusto rilievo alle sue interessanti riflessioni.
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Grazie alle moderne tecnologie ho letto la tua risposta in pausa pranzo, seduto su una panchina del cimitero acattolico della Piramide. Ognuno ha le pause pranzo che si merita…
Le tue parole si accordano perfettamente con le considerazioni che quel posto aveva fatto nascere dentro di me. Sai quando cominci a ragionare sull’essenziale e sull’inessenziale, spinto da piccoli frammenti contrapposti come l’arrampicata di una lumaca su una lapide liscia, i micioni sonnolenti, le rose tra le tombe, epitaffi umili e altri bellissimi (qui giace colui il cui nome è scritto nell’acqua..) ma non solo e non per primo il poeta, uno sconosciuto padre amato, o una moglie amatissima, Gramsci, solo nome e cognome, il bussolotto per le offerte per la colonia felina.
Poi confronti queste iscrizioni con altre che sembrano dei curriculum: medico, ambasciatore dal.. al.., professore, ecc. ma anche: marito fedele, come se invece un marito, o una moglie, infedeli non meritassero pietas… Un quasi re ha ammazzato un giovane e va fiero di aver ingannato i giudici, la tomba del ragazzo è qui a testimoniare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la nobiltà non è un fatto di sangue.
Cosa conta nelle nostre vite, cosa è degno di essere ricordato? A me hanno fatto risuonare qualcosa quelle iscrizioni che davano il senso di una vita vissuta, di una persona amata, nell’unicità della loro esperienza: il bambino di 10 anni, la mamma i cui figli ricorderanno con amore per sempre. Non sappiamo nulla di quelle vite ma possiamo supporre che si siano tramutate in qualcosa di totalmente nuovo grazie a quanto hanno lasciato ai loro cari. Sulla tomba di Shelley le parole di Shakespeare, da La Tempesta: …Tutto ciò che di lui deve perire -Subisce una metamorfosi marina - In qualche cosa di ricco e di strano.
Ma la pietas che invocavo per le esistenze non perfette come quella del marito che proprio non ce l’aveva fatta ad essere fedele, del padre che non si è meritato l’amore sconfinato dei figli e neanche una lacrima del loro immenso dolore, deve per forza ricomprendere anche quelle vite espressione dell’imperfezione umana che tanto giudico perché esempi di vita inautentica o inessenziale. C’è una tomba enorme, pulita, fintamente umile, con il nome in caratteri romani, italica fiera, e vuota BULGARI come se il nome potesse tutto, immortalato per l’eternità…
Emerge la compassione, di cui divento oggetto io stesso, e tace il giudice. Con tutta la mia pretesa superiorità nei confronti dell’inautentico non riesco più a giudicare, un po’ rido dei limiti, riconoscendoli anche miei, e un po’ mi risveglio alla vita attratto dai gatti tra i rovi.
Ero immerso in questi pensieri mentre leggo le tue parole che mi sembra gettino un raggio di luce su sensazioni frammentate e disperse, come una soluzione, l’uscita da un labirinto:
“Coltiviamo l’entusiasmo, spendiamoci gratuitamente. Alla fine dei nostri giorni il cuore sarà scaldato solo dal ricordo delle azioni nate dal nostro impegno ingenuo e gratuito”.
Emilio
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