Original English Version:
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Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigō Sensei durante la Pratica Zen al Tora Kan Dōjō.
Per un momento ho posato il mio sguardo su di voi e ho
visto dei Buddha.
Ho visto dei pilastri che sostengono il cielo radicati saldamente alla terra.
Non possiamo neanche immaginare quanto questo sedere
insieme nutra la nostra vita, quanto il sigillo del Buddha, che si imprime nel
nostro corpo e nella nostra mente quando sediamo, lavori nella nostra vita. Quanto
questa schiena dritta ci verrà in soccorso, ci sosterrà, quando il peso della
vita sembra opprimerci.
Se lo Zazen diventa davvero il centro della nostra
vita, molte cose si semplificano, molte preoccupazioni scompaiono.
Quando sentiamo che lo Zazen nel Dōjō è un ulteriore
impegno che si aggiunge ad altri, allora vuol dire che non ne abbiamo fatto il
centro della nostra vita e non potrà funzionare.
Durerà forse per un po', poi quando le nostre aspettative rimarranno deluse
abbandoneremo la Pratica.
Se lo Zazen non diventa il centro della nostra vita, non può funzionare.
Quando vi disponete al centro, come per il colonnato
di San Pietro, se vi disponete sui due punti centrali della Piazza, vedrete
tutte le colonne allineate. Finché non vi sarete collocati in quel punto non
potrete vedere l’allineamento, l'ordine...
Altrettanto accade nella nostra vita, quando facciamo
dello Zazen il centro e lì dimoriamo, tutto nella nostra vita si allinea e
ordina armoniosamente intorno al nostro Zazen.
Quando poi si chiude la porta del Dōjō e ci sediamo insieme
so che siamo tutti in salvo, e anche questo mondo trova pace e salvezza.
Gasshō
registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin
De Marchi
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Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigō Sensei durante la Pratica Zen al Tora Kan Dōjō.
Oggi durante la cerimonia commemoreremo il ricordo di
Taisen Deshimaru Roshi, perchè se oggi siamo qui seduti in Zazen è grazie a lui
che lasciò tutto e solo con uno zafu venne in Francia nei primi anni 60.
All’ epoca era appena un monaco novizio ordinato sul letto di morte dal suo
Maestro Sawaki Roshi che aveva resistito per molto tempo alle sua richiesta di
ricevere l'ordinazione monastica, pertanto quando venne in Europa non era ancora
un monaco riconosciuto dall'Ordine Sōtō, eppure la sua vocazione e la sua
determinazione furono estremamente convincenti tanto che dopo qualche anno, di
fronte ai risultati del suo Insegnamento in Europa anche l’Ordine Sōtō fu
costretto a riconoscere il valore della sua ‘missione’ e convalidare la sua Ordinazione
(il che la dice lunga sul significato e le dinamiche dei riconoscimenti dell’Ordine
Sōtō…).
In quell’ epoca di ribellione, parliamo degli anni 60, cominciò ad essere
circondato da discepoli, hippy e ribelli, a cui non era affatto facile proporre
il rigore e la disciplina Zen, eppure fu così convincente che ci riuscì.
Il mio Maestro Taiten Guareschi era un giovane di poco
più di 19 anni quando incontrò la prima volta Deshimaru Roshi a Milano che era
stato inviato invitato dal Maestro Cesare Barioli. Guareschi era un giovane praticante
di Judo 4 volte campione italiano e quando incontrò il Maestro Deshimaru Roshi
rimase folgorato, decise così di cominciare a fare la spola con Parigi per
poter seguire i suoi Insegnamenti. La relazione durò per oltre 12 anni fino
alla morte improvvisa del Maestro Deshimaru che lo sorprese mente era in
Giappone quando sarebbe dovuto venire a condurre una Sesshin organizzata proprio
dal Maestro Taiten.
E’ facile idealizzare questa figura di uomo, che
comunque fece diversi errori come è fisiologico in una situazione pioneristica
e di prima linea inedita come quella che si trovò a vivere, ma il grande merito
di Deshimaru Roshi fu quello di essere stato capace di seguire un richiamo, una
vocazione, di avere il coraggio e la sincerità di seguire fino in fondo quel
richiamo.
Un richiamo che risuona in tutti noi, ma che molti di noi non sono in grado di
ascoltare o si rifiutano di ascoltare. Quindi forse il più grande insegnamento
che ci ha lasciato Deshimaru Roshi è stato proprio questo suo arrendersi a
questo richiamo e farsi strumento di qualcosa di più grande.
Forse oltre le Sesshin e le parole donate, quello che rimane è proprio l’esempio
di un uomo nudo con uno zafu sotto il braccio che si muove verso l’ignoto senza
nessuna garanzia di successo mosso da un richiamo irresistibile, qualcosa di più
grande di lui, che poi è l'essenza della trasmissione Zen, il fiore sollevato
dal Buddha e girato tra le dite al quale Mahakasyapa sorride.
Quindi vi esorto in questa giornata dedicata al
Maestro Deshimaru ad attingere dal suo esempio e trovare il modo anche voi nella
vostra vita di ascoltare e seguire il richiamo a qualcosa di più grande che siamo
chiamati ad esprimere, ognuno di noi nel nostro modo, nel nostro ambito.
Solo così saremo capaci di onorare la memoria e lo sforzo di questo grade Maestro.
(registrazione e trascrizione a cura di Davide Papa)
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Dōgen Zenji scrisse il Fukanzazengi subito dopo il suo
ritorno dalla Cina per condividere il prezioso tesoro dello Zazen che gli era
stato trasmesso dal suo Maestro Tendō Nyojō.
Questa che vi leggerò è la versione tradotta in
Italiano e messa in prosa dal mio primo Maestro, Taiten Roshi.
L’universale virtù dello Zazen
1. Tale è la Via in origine piena perfetta nella sua
strenua ricerca. Come può pretendersi coll'esercizio ed il Risveglio? Della
verità il veicolo è incondizionato, presente, perché l'affanno e l'artifizio?
Ben aldilà della polvere del mondo è il grande corpo, come credere di
purificarlo?
2.1 La Via, 'l corpo non son mai da qui lontani: di qual
utilità è andar qui e là per praticare? Se un minimo scarto è prodotto, cielo
terra son lontani, separati oltre misura. Se prodotta è una minima preferenza
antipatia il cuore smarrito è nella confusione.
2.2 Chi porta vanto della comprensione del Dharma, del
profondo risveglio, chi la sapienza ha intravisto, colto la Via, chiarito 'l
cuore, ch'intende scalar il cielo, alla porta indugia ancora, solo, ignorando
l'opera viva della Via.
3.1 Perdura l'orma del perfetto Zazen di Gion, l'eco
dei nove anni di Shorin, sigillo dello spirito.
3.2 Così era degli antichi splendidi esempi, così sarà
d'oggi arduo lo sforzo.
3.3 Fa quindi tacere lo sforzo vano del comprendere
limitato della mente che si tiene alle parole e alla lettera. Impara invece il
passo indietro, rivolgi il tuo sguardo al tu che non può esser visto.
3.4 Corpo mente naturale metamorfosi, dell'origine l’volto
si rivela. Così senza tardar pratica, segui quel che così ti vuole.
4.1 Per lo Zazen un luogo quieto propizio è, moderati
il cibo e il bere, senza pensare al bene al male, al giusto, ingiusto, ferma
ogni negozio,
4.2 mente, volontà, coscienza, memoria, immagine, ogni
azione conscia della mente, ogni piano per diventare Buddha. Zazen: nulla a che
vedere con lo star seduti, distesi.
4.3 Sul suolo è messo un cuscino ampio, quadrato,
sopra uno zafu. Sediamo in Kekka Fuza o in Hanka Fuza. In Kekka Fuza piede
destro sulla coscia sinistra, piede sinistro sulla coscia destra. In Hanka Fuza
solo il piede sinistro è sulla coscia destra.
4.4 S'indossa un ampio abito pulito, in ordine. La
mano destra, verso l'alto girata, sulla gamba sinistra, la mano sinistra sulla
destra, si toccano appena i pollici. Ben eretto siedi, ben corretta la postura
del corpo non a destra a sinistra avanti indietro penda l’corpo. Orecchie,
spalle, naso, ombelico in linea. Contro il palato la lingua riposa, la bocca chiusa,
si toccano i denti, sempre gli occhi aperti.
4.5 Quieto l’respiro attraverso il naso. Presa la
postura corretta, una volta respiro profondo, inspira espira quieto.
5.1 A sinistra, destra muovi il corpo e siedi come un
monte, fermo, solido. Pensa dal fondo del non pensiero, come puoi pensare dal
fondo del non pensiero? Senza pensare pensa. Questo proprio dello Zazen è
l’essenziale. Ma questo Zazen non è passo a passo, ma semplice porta di pace e
gioia.
6.1
L'esercizio; la prova che si consuma nel risveglio del Koan azione manifesta. I
tranelli qui non arrivano se qui riposi nello spirito, sei come l’drago che
all'acqua torna, come la tigre che alla montagna torna.
7.1 E’ in potere della realtà dello Zazen che il
giusto Dharma si manifesti senza sforzo e distrazione. Quando t'alzi dallo
Zazen muovi il corpo adagio senza fretta adagio. Andare oltre il risveglio e il
non risveglio, morir seduti, in piedi.
8.1 Sempre è dipeso dalla forza dello Zazen.
L'apertura al risveglio data da un dito. Il suo compiersi grazie ad un Hossu,
un pugno, un bastone, un grido, non sorge certo dal valutare, discriminare, né
dal sapere, dalla magia.
9.1 Oltre è ciò che vedi, senti, prima del sapere solo
s'origina nello spirito. Senza discutere, distinguere quindi tra sapiente,
stupido, valido, stolto, senza indugio salta nello sforzo strenuo della Via.
10.1 Incontaminati sono in origine esercizio e
risveglio. Avanzare è questione quotidiana. Chi in questo mondo - altrove-
all'Est come all'Ovest, così vive, è quel che mantiene del Buddha il sigillo,
fa soffiare libero la libertà dello spirito.
11.1 Come una rupe solo seduti, semplice-ferma-mente.
S’è vero che tanti sono gli uomini quanti sono i loro animi, nel solo-zazen col
cuore tutti divengono la stessa Via. Non si lasci il trono ch'è nella nostra
dimora per vagare nella polvere di terre altrui. Falso un passo e persi siamo
nella Via davanti a noi.
12.1 Il tempo non sciupare ch'è rara la forma umana;
preziosa mantiene del Buddha la Via. Chi della scintilla invano proverà
piacere: forma, sostanza rugiada su un filo d'erba, del destino lampo, istante
vano brilla.
13.1 Vi prego, nobili devoti, del cammino diletti seguaci
da tempo usi al dubbio, non temete il vero drago, vigorosi andiamo nella Via davanti
a noi distesa. Onore a chi al saper, all'agir non s’affida. Insieme andiamo nel risveglio di Buddha nel
samadhi degli antichi. Senza tardare così andiamo, a quel che così ci vuole
andiamo: di per sé aperto è lo scrigno del tesoro s’offrirà.
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“Tale è la Via in origine piena perfetta nella sua
strenua ricerca. Come può pretendersi coll'esercizio ed il Risveglio? Della
verità il veicolo è incondizionato, presente, perché l'affanno e l'artifizio?
Ben aldilà della polvere del mondo è il grande corpo, come credere di
purificarlo?”
Come possiamo pensare di potere ottenere qualcosa praticando
Zazen?
Se quel qualcosa che desideriamo ottenere non è già nostro?
E’ inutile pensare di andare a destra e sinistra,
cercare lontano, dove praticare, se non capite che la Pratica non è altro che
l’esplicitazione del vostro risveglio che è già presente e dovete solo metterlo
in atto, solo esprimerlo.
E non cercare secondo le nostre preferenze e i nostri
calcoli, perché se è prodotta la minima preferenza o antipatia il cuore si
smarrisce nella confusione e cielo e terra sono separati inesorabilmente.
Così come chi si vanta di aver compreso il Dharma, di
aver raggiunto il risveglio, in realtà è rimasto fermo sulla porta. Non ha
capito che non è un qualcosa che si ottiene una volta per tutte, ma è come un
fuoco che va alimentato ogni giorno, quando sediamo in Zazen gettiamo un nuovo
ciocco nel camino e teniamo accesa la fiamma, la rinforziamo e la nutriamo. Non
sarà mai una volta per tutte, perché la vita non è mai ‘una volta per tutte’,
la vita si trasforma costantemente.
Lo Zazen è la vita, la Pratica è la vita, non è
separata dalla vita, non è al di là del nostro Samsara, non possiamo trovare
una realizzazione fuori dell’affanno della vita quotidiana. Non possiamo
sperare in un tempo migliore in cui staremo meglio e saremo finalmente
risvegliati, finalmente felici; se non trovate il vostro Risveglio, la vostra
felicità in questo preciso momento non potrete trovarlo altrove, rincorrerete
sempre delle ombre.
E questo Zazen che si trasmette è il sigillo di questa
Trasmissione. Tutti i Buddha e i
Patriarchi hanno dimostrato che è continuando Zazen e praticando costantemente
che questo risveglio è costantemente nutrito, attualizzato e si rinnova di
momento in momento.
Dōgen Zenji parlava di Genjō Koan, ovvero, la vita ci
pone di momento in momento le sue domande, i suoi Koan, e noi di momento in
momento, intuitivamente, attingendo ad una Saggezza oltre la nostra piccola
mente calcolatrice, siamo chiamati a rispondere con la nostra azione.
Non impareremo domani quello che ci chiede la vita in questo istante.
Bisogna smettere di pensare di poter comprendere con
la nostra piccola e limitata mente, Dōgen Zenji suggerisce, imparate il passo
indietro, rivolgete la luce dentro di voi e le risposte sorgeranno
spontaneamente, senza predeterminazione.
Spiega come assumere la postura, offre dettagliate indicazioni … poi ad un
certo punto interrompe questa spiegazione per dire che lo Zazen, la mente dello
Zazen, non ha niente a che vedere con lo stare seduti o in piedi.
Non bisogna confondere lo Zazen con una tecnica.
Lo Zazen è cuore pulsante, non è una tecnica, è il cuore vivo e pulsante di
tutti i Buddha a cui noi torniamo costantemente quando sediamo.
Non si tratta di un’esercizio che releghiamo ad un ritaglio del nostro tempo ma
si tratta di un cuore che continua a battere nel nostro cuore, in ogni momento
della nostra vita. Dobbiamo tornare a questa pulsazione costantemente e far
riverberare la mente dello Zazen, la postura, il respiro, l’abbraccio dello
Zazen che non rifiuta nulla, che tutto accoglie, che non discrimina …
rinnovarlo costantemente in ogni nostro gesto, in ogni nostra scelta, ogni
nostra parola.
Sedere in Zazen è come il drago che torna all’acqua,
la tigre alla montagna … è tornare a
casa e sedere in pace.
“E' in potere della realtà dello Zazen che il giusto Dharma
si manifesti senza sforzo e distrazione.”
“Sempre è dipeso dalla forza dello Zazen. L'apertura
al risveglio data da un dito. Il suo compiersi grazie ad un Hossu, un pugno, un
bastone, un grido …”
Non ha niente a che vedere col valutare, discriminare, comprendere
razionalmente; è una realizzazione che avviene guardando attraverso la mente
dello Zazen, Hishiryō.
“Oltre è ciò che vedi, ciò che senti, prima del sapere
e s'origina nello spirito.”
Nel pensiero Hishiryō, in quella vasta mente di cui la nostra piccola mente è
parte. Non c’è differenza tra chi pensa di essere intelligente, chi pensa di
essere stupido, chi è abile e chi maldestro; nel sedere in Zazen si condivide
il pulsare dello stesso cuore; e non è detto che chi si considera più
intelligente possa comprendere davvero.
“Incontaminati sono in origine esercizio e risveglio.
Avanzare è questione quotidiana. Chi all'Est come all'Ovest, così vive, è quel
che mantiene del Buddha il sigillo, fa soffiare libero della verità il vento.”
Imprimete il sigillo del Buddha nel vostro corpo-mente, nella vostra carne, e fate
sì che questo sigillo continui a manifestarsi attraverso di voi.
“Come rupe solo seduti, semplice-ferma-mente. S’è vero
che tanti sono gli uomini quanti sono i loro animi, nel solo-zazen col cuore
tutti seguono la stessa Via. Non si lasci il trono ch'è nella nostra dimora per
vagare nella polvere di terre altrui. Un passo falso e persi siamo nella Via
davanti a noi.”
Il tempo non sciupate perché è rara la forma umana, preziosa
mantiene del Buddha la Via.
Non provate piacere solo per la scintilla, per una
forma che appare e scompare, che, come la rugiada su un filo d’erba, scossa dal
becco di un’anatra è la vita.
Del destino lampo, istante vano brilla.
Non c’è tempo. In questo istante infinito non c’è tempo, non c’è un altro tempo
da attendere.
“Vi prego, nobili devoti, del cammino diletti seguaci
da tempo usi al dubbio, non temete il vero drago”
Non temete di sedervi di fronte al mistero, di fronte alla verità, di fronte a
voi stessi.
“vigorosi
andiamo nella Via davanti a noi distesa.”
Risvegliamo sempre questo vigore e questo passo deciso, determinato, senza
esitazione, con estrema fiducia, totale affidamento.
Il mio Maestro diceva: “Praticare è affidarsi, come un
bambino che si lancia nelle braccia del padre senza nessuna garanzia che il
padre sia pronto a prenderlo al volo”, senza questo totale affidarsi non esiste
pratica. Nel dubbio, nel sospetto e nella sfiducia nell’incapacità di affidarsi
e di accettare la propria esposizione al rischio non esiste nessuna pratica.
“Insieme andiamo nel risveglio del Buddha nel samadhi
degli antichi. Senza tardare così andiamo, a quel che così ci vuole andiamo: di
per sè aperto è lo scrigno del tesoro s’offrirà.”
Dōgen conclude invitandoci ad
andare con fiducia senza esitazioni ed affidarci al risveglio del Buddha, che,
come un’onda, si trasmette da cuore a cuore. Andiamo ‘a quel che così ci vuole’,
a quello a cui siamo chiamati per esprimere noi stessi in questa preziosa forma
umana al meglio che possiamo.
Non c’è un’altra occasione, se non riusciamo ad
esprimere noi stessi, la nostra autentica natura proprio ora quando pensiamo di
poterlo fare?
Quando nella liberà dello spirito, nel cuore dello Zazen,
saremo davvero noi stessi, quel noi stessi non sarà altro che riconoscersi in
ogni esistenza, solo allora si sarà compiuto il nostro destino in questa forma
umana e tutto il tesoro della vita ci sarà offerto gratuitamente.
(registrazione e trascrizione a cura di Monica Tainin De Marchi)
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"L'assenza di pensiero è il pensiero istantaneo". Ora, l'errore sarebbe ritenere che assenza di pensiero voglia dire qui non pensare a nulla. È un fraintendimento in cui spesso si può cadere e di fatto è così. Ma si tratta di qualcos'altro. Costringere al silenzio i pensieri è il risultato di un atteggiamento contrastivo, concentrato in modo reattivo e violento: è una via perseguita da certe tradizioni meditative, ma non dallo zen. Il non-pensiero di cui parla lo zen non esclude nulla; è per certi versi il contrario: è un'apertura, è un atteggiamento non discriminante. È una via verso l'abbandono, il cedimento. I pensieri permangono nella loro naturalezza, si susseguono nella loro fresca istantaneità. Se io voglio raggiungere il silenzio assoluto dei pensieri, allora il mio atteggiamento è innaturale e dualistico: la mia mente è piena di pensieri e io voglio arrivare a chissà quale mistico svuotamento!
"Il pensiero
istantaneo è l'onniscienza". Allora è ovvio che quando lascio la presa,
quando mi scrollo di dosso la tenace volontà di liberarmi la mente dei suoi
contenuti, rimane il pensiero pensato in questo momento, in questo preciso
istante, nella sua pulizia, nella sua assoluta presenzialità. Nel qui e ora del
pensiero sono solo e semplicemente in quel pensiero stesso che sta
istantaneamente passando in me: essere solo quel pensiero vuol dire
onniscienza. Una conoscenza totale, illimitata, perché non più costretta dai
limiti separativi, bensì coincidente con la mente conoscente e l'oggetto di
pensiero. Conoscenza, conoscente, conosciuto si identificano: è come dire
libertà, o anche infinito.
"Il pensiero
nell'assenza di pensiero è la manifestazione, l'attività dell'assoluto". A
questo punto non c'è più qualcuno che pensa e che si pone di fronte a
qualcos'altro. Non c'è più una mente che ha dentro di sé un pensiero. Se sei
penetrato da quel pensiero, quello di questo istante e nient'altro; se sei così
semplice da non complicare tutto costruendoti i tuoi infiniti vaniloqui
interiori; se non ti poni con un atteggiamento teso e reattivo, allora sei
uscito dal dualismo soggetto-oggetto, anche quello presente nella coppia
mente-pensiero. Sei in una dimensione cui non puoi dare un nome definito;
eppure l'attività del pensare sussiste ancora, ma non è più oggettivata, non è
più originata a colpi di atti di volontà o in uno stato di inconsapevolezza. Si
dà spontaneamente, libera: è una "manifestazione", più che un oggetto;
è "l'attività dell'assoluto", e non più una scelta o un'opzione
soggettivistica, personalistica, egoica.
Chen-Huei
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Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigô Sensei durante la Pratica Zen.
Mi viene in mente l’esempio del nostro fratello e Maestro Francesco d’Assisi.
Era estremamente radicale nel modo in cui ha voluto vivere imitando Gesù, era
radicale, non facile né da comprendere né da seguire, non faceva sconti a
nessuno; andando oltre l’immagine addomesticata che ci è stata trasmessa.
Francesco con la sua lieve, delicata presenza, era di
un’energia spaventosa che scuoteva le radici della vita di chi lo incontrava,
come succedeva a chi incontrava Cristo, o il Buddha.
Una delle cose sulle quali Francesco era totalmente
radicale, e non scendeva a nessun compromesso, era la povertà. Sorella Povertà,
che riteneva la condizione essenziale, la prima condizione per i compagni della
comunità che si era riunita intorno a lui. Anche questa idea di povertà è stata
addomesticata perché è spesso confusa soltanto con la rinuncia a beni
materiali.
Nel momento in cui nella piazza di Assisi Francesco ha
restituito al padre i suoi abiti ed i pochi soldi che aveva con se, si è interpretato
‘addomesticando’ questo potente gesto con una rinuncia ai beni materiali.
In realtà quel momento segnava l’Ordinazione di Francesco, non c’è stato
bisogno di un’istituzione che gli riconoscesse con un diploma la sua Ordinazione.
Francesco si è ordinato il giorno in cui ha restituito gli abiti al padre … ed
ha scelto la sua vita.
È lo stesso gesto che fa il monaco Zen quando viene
ordinato prosternandosi di fronte alla stele che rappresenta la sua famiglia. Restituisce
i suoi abiti ed indossa il Kesa. Questo
significa riscoprire il legame familiare con un’altra profondità, un
altro registro, una maturità che non sia quella della dipendenza.
La povertà di Francesco non era il rinunciare a
qualcosa con sacrificio, ma era la gioia di aver compreso che non si aveva
bisogno di nulla, la gioia di aver tranciato gli attaccamenti che non poteva
che esprimersi con una vita semplice, sobria.
Dante rappresenta la lupa di Francesco come l’immagine
del pericolo che lui ha domato. I pericolo dell’inseguire l’attaccamento,
l’avidità; il lupo che è dentro di noi ingordo ed avido di tutto, anche di
amore, quell’amore che viene soffocato dall’avidità.
La scelta consapevole di non voler più accumulare per sé stessi ma vivere con
un abito ed una ciotola.
Su questo Francesco era radicale; un giorno trovandosi
a Bologna dove si era costituita una piccola comunità di frati che seguivano la
sua “regola” andò a fargli visita e si accorse che questi frati avevano
costruito un edificio in cui vivevano, in cui avevano anche ospitato malati e
bisognosi … si adirò furiosamente, cacciò fuori tutti, compresi i malati.
Intimò ai suoi frati di andare per il mondo: “non dovete fermarvi, dovete
servire muovendovi senza avere una casa fissa”.
Pensate quanto questo sia vicino all’esempio del
Buddha … non dovete fermarvi, esortava il Buddha i suoi discepoli. Ogni giorno
dovevano essere in un luogo diverso ad elemosinare il pane quotidiano senza
conservare nulla per il giorno dopo.
Francesco sapeva che il fermarsi, l’attaccarsi, avrebbe corrotto la vita e la
pratica dei suoi monaci.
Vedete quante coincidenze con l’attualità della
pratica religiosa …
La povertà di Francesco era una scelta, scelta di
vivere sobriamente sapendo che nulla manca, senza alcun bisogno di accumulare …
d’altronde lui giocava a Cristo, imitava Cristo e Cristo lo aveva detto
chiaramente: non c’è bisogno che vi affanniate, ogni giorno ha il suo affanno,
ma guardate gli uccelli nel cielo come sono splendidamente rivestiti senza
dover cucire, non gli manca nulla, perché pensate che a voi possa mancare
qualcosa ?
Anche un povero può essere avido e affamato di desiderio,
o rabbioso perché magari ha perso i suoi beni giocandoli a carte, ma questa non
è la povertà di Francesco.
La povertà di Francesco e del Buddha è scoprire la
propria pienezza ed esserne appagati e soddisfatti. E’ poter dare a pieni mani
perché si è talmente ricchi che non si manca di nulla e si può offrire tutto
agli altri. Ogni giorno svegliandosi, Francesco decideva quella vita.
Sawaki Roshi diceva: “Se voi anche per un momento
siete capaci di rinunciare ad una bella casa o ad un cibo delizioso avrete
offerto un grande dono a tutta l’umanità”. Pensate quanto attuali siano queste
parole, quanto vere …
Ci troviamo oggi nella condizione di essere vicini
all’annientamento della razza umana a causa della nostra avidità. È tutto lì.
Tutti i problemi che viviamo, da quelli politici a quelli di vita quotidiana,
derivano quasi esclusivamente dalla nostra avidità.
Anche se non arrivando alla scelta radicale di
Francesco, diventiamo consapevoli di questo rivoluzionando un po’ la nostra
vita come lo Zen suggerisce di fare, perché se noi non abbiamo capito questo
dello Zen non ha nessun senso sedere in Zazen.
Se lo Zazen non è alla radice delle nostre scelte, se non ci fa diventare più
sobri, più attenti a quello che tocchiamo, all’acqua con cui ci laviamo al
mattino, agli abiti che indossiamo, non ha nessun senso sedere in Zazen e non abbiamo
capito nulla dello Zazen.
Paradossalmente si può anche vivere una vita agiata e
non essere avidi come si può essere privi di ogni mezzo di sostentamento e rimanere
avidi. Dogen Zenji aveva una famiglia ricca e ha scelto di vivere una vita
sobria, Francesco altrettanto, il Buddha era figlio di un Re…
Quindi noi possiamo cominciare ad essere più sobri,
più attenti alla piccole cose; non una goccia d’acqua va sprecata, non un
chicco di riso. Il modo in cui lavoriamo, in cui offriamo il nostro servizio
nel lavoro, può essere improntato a questa consapevolezza. Questo è il valore
della pratica religiosa in generale.