venerdì 24 gennaio 2020

La Vera Concentrazione




"Vera concentrazione" non significa essere concentrati su una cosa sola. Certo, diciamo "fare le cose una alla volta", ma il significato della frase è difficile da spiegare. Se non cerchiamo di concentrare la mente su niente siamo pronti a concentrarla su qualcosa. Per, esempio, se nello zendo tengo lo sguardo su una persona mi sarà impossibile prestare attenzione agli altri; per questo praticando zazen non guardo nessuno [in particolare], così se qualcuno si muove lo vedo subito. [...]
Fin dai tempi antichi il punto essenziale è sempre stato avere una mente calma, limpida, qualunque cosa si faccia. Anche quando mangi qualcosa di buono la tua mente dovrebbe essere abbastanza calma da apprezzare la fatica che è stata fatta per preparare il cibo e lo sforzo compiuto per fabbricare i piatti, le posate e tutto ciò che usiamo.
Con mente serena riusciamo ad apprezzare ogni verdura, ogni ortaggio, uno per uno così da poter goderne le virtù.
Conoscere qualcuno è percepire il sapore di quella persona, quello che sentite provenire da lei. Ognuno ha il proprio sapore, una personalità particolare dalla quale traspaiono molti sentimenti. Apprezzare pienamente questa personalià o questo sapore significa avere una buona relazione; allora possiamo davvero essere amichevoli, il che non significa attaccarsi a qualcuno o cercare di piacergli ma piuttosto apprezzarlo pienamente.
Per potere apprezzare cose e persone occorre che la mente sia calma e limpida; dunque pratichiamo zazen o "stiamo semplicemente seduti" (shikantaza) senza alcuna idea di guadagno. In quel momento si è se stessi, "si stabilisce se stessi in se stessi". Con questa pratica abbiamo la libertà, ma può darsi che la libertà che intendono i buddhisti zen non sia la stessa. Per raggiugere la libertà incrociamo le gambe, teniamo una postura eretta e lasciamo occhi e orecchi aperti a ogni cosa. Questa prontezza o aperura è importante perché siamo soggetti a tendere verso gli estremi, ad attaccarci a questo o quello, e così perdiamo la calma, perdiamo la mente-specchio [che riflette la realtà senza deformarla].
Praticare zazen è il nostro modo di ottenere la calma e la limpidezza della mente, ma non possiamo riuscirci mettendoci addosso fisicamente qulacosa, con la forza, o generando uno stato mentale particolare. Ecco, forse penserete che avere una mente-specchio sia pratica zen; è così, ma se praticate zazen allo scopo di raggiungere quel genere di mentalità, non è questa la pratica che intendiamo noi: la vostra è diventata invece "l'arte dello Zen". 
La differenza fra "l'arte dello Zen" e il vero Zen è che si ha il vero Zen anche senza provare ad averlo. Quando cerchi si fare qualcosa, lo perdi. Per questo diciamo "limitati a sedere" [in meditazione]: non significa fermare di colpo la mente o essere completamente concentrati sul respiro, anche se sono cose che servono. Magari a praticare il conteggio del respiro vi annoiate, perché la cosa non vi dice un granché, ma allora non capite più quale sia la vera pratica. Noi pratichiamo la concentrazione o facciamo sì che la mente segua il respiro così da non farci prendere da qualche pratica complicata nella quale ci perderemmo via nel tentativo di compiere una qualche impresa [speciale].
Nell' "arte dello Zen" si cerca di essere un abile maestro zen che ha grande forza e buona pratica: "Oh, vorrei tanto essere come lui.. Devo impegnarmi a fondo". L' "arte dello Zen" riguarda come tracciare una riga dritta o come controllare la mente; lo Zen invece è per tutti, anche per chi non è capace di tirare una riga dritta. Per un bambino è naturale, e anche se la riga non è dritta è bella lo stesso. Così, che ti piaccia o no la posizione a gambe incrociate, se sai davvero che cosa sia zazen riesci a farlo.
Nella nostra pratica la cosa più importante è limitarsi a seguire il programma orario della giornata e fare le cose insieme con gli altri. Potreste dire che è una pratica di gruppo, ma non è vero: la pratica di gruppo è piuttosto diversa, è un altro tipo di arte. Durante la guerra alcuni giovani, spinti dall'atmosfera militaristica in cui si trovava il Giappone, mi recitarono questo verso dello Shushogi: "Comprendere la vita e la morte è il punto più importante della pratica": e aggiunsero: "Anche se non so nulla di quel sutra, morire al fronte mi è facile". E' questa la pratica di gruppo: è piuttosto facile morire spinti dalle trombe, dai fucili, dalle grida di guerra.
Neanche questo tipo di pratica è il nostro.. E' vero, pratichiamo insieme alle persone, ma il nostro scopo è praticare insieme alle montagne, ai fiumi, insieme agli alberi e ai sassi, con tutto ciò che c'è al mondo, tutto nell'universo, e trovare noi stessi nel grande cosmo. Quando pratichiamo in questo vasto mondo capiamo per intuito quale Via percorrere. Quando l'ambiente che ti circonda ti dà un segno che mostra in quale direzione andare, andrai nella direzione giusta anche se non eri partito con l'idea di seguire un segno.
E' bene praticare la nostra Via, ma potresti praticarla con un'idea errata. E comunque, se sai, "Sto facendo un errore, ma non riesco lo stesso a smettere di praticare", non c'è nulla di cui preoccuparti; se apri i tuoi veri occhi e accetti il fatto di essere preso in un concetto sbagliato di pratica, [in questo momento] quella è vera pratica.
Tu accetti il tuo modo di pensare perché l'hai già; è inevitabile: Ma non occorre affatto che cerchi sbarazzartene: non è questione di "giusto" o "sbagliato" ma di come fare ad accettare francamente, con mente aperta, quello che stai facendo. Ecco il punto più importante. Quando pratichi zazen accetti il "te stesso" che sta pensando a qualcosa, senza cercare di liberarti delle immagini che hai: "Eccole che arrivano". Se c'è qualcuno che si sta muovendo, laggiù: "Oh, si muove". E se smette di muoversi, i tuoi occhi rimangono gli stessi. E' così che vedono i tuoi occhi quando non guardi nulla di speciale: in questo modo la tua pratica include ogni cosa, una dopo l'altra, e tu non perdi la calma della mente.
L'estensione di questa pratica è illimitata. Se abbiamo tutto ciò come fondamento, siamo realmente liberi. Quando ci si valuta come buoni o cattivi, giusti o sbagliati, [quello che si dà] è un valore relativo: si perde il proprio valore assoluto. Quando vi valutate in base a una misura illimitata, invece, ognuno di voi sarà collocato nel suo vero sé. E tanto basta, anche se credete di avere bisogno di una misurazione migliore. Se comprenderete questo punto capirete che cosa sia la vera pratica, per gli esseri umani e per ogni cosa.  

Shunryu Suzuki Roshi



© Tora Kan Dōjō


















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