mercoledì 29 gennaio 2020

Lo Sguardo del Maestro

Questa riflessione fu scritta molti anni fa da Sensei Paolo Taigō nei primi anni della sua Pratica a Fudenji sotto la guida del Maestro Taiten Guareschi la riproponiamo per la freschezza e profondità ancora attuali che esprime.
 
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Al termine della Cerimonia del Mattino che si svolge nella Sala del Dharma del Tempio di Fudenji, il Maestro Taiten, si volta per raggiungere i due discepoli che sono pronti ad accompagnarlo in processione, con passo solenne, fuori della Sala del Dharma.
Prima di muovere il passo che varca la soglia e lo inserisce tra i due discepoli, il Maestro si trova di fronte alla finestra che si affaccia sulle colline di Salsomaggiore.
E’ l’alba, il Maestro si ferma per un breve istante, e il suo sguardo si posa su quei campi che ogni giorno, da molti anni, rispondono al suo saluto, testimoni vigili e discreti della vicenda di Fudenji e del suo destino.
Quello sguardo, che mi commuove ogni volta profondamente, esprime un sentimento di saluto, al contempo di benvenuto e di addio.
E’ come se il maestro vedesse per la prima ed ultima volta quello scenario.
Il Rito celebrato poc’anzi si conclude, come una qualsiasi opera teatrale, con l’uscita di scena dell’interprete principale.
Come violazione ludico-simbolica il Rito permette il contatto con il mistero, permette di calarsi in un ruolo che trascende la propria individualità per connettersi all’Assoluto.
Il termine del Rito, l’uscita di scena, coincide con il ritorno alla coscienza dell’impermanenza del proprio sé pur rasserenati dal contatto con l’Altro da sé.
Lo sguardo è allora di buongiorno e di addio.
E’ difficile vivere questo sublime sentimento di accoglienza e di abbandono, d’incontro e di distacco che lo sguardo del Maestro esprime.
Profondo insegnamento sul modo di condurre la propria vita.
Ogni giorno, ogni incontro, andrebbe ‘celebrato’ con questo spirito.
Allora, si realizza che nessuno e nessuna cosa ci appartengono e possiamo essere in qualsiasi momento chiamati ad abbandonarli, così come nulla e nessuno possono assumere ai nostri occhi così scarso valore da non meritare tutta la nostra attenzione e compassione.
Vivere esprimendo continuamente un profondo sentimento di gratitudine e meraviglia fa sì che tutte le esistenze rispondano al nostro saluto.
L’insegnamento del Maestro è tutto in quello sguardo.

Taigō Sensei




© Tora Kan Dōjō



















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venerdì 24 gennaio 2020

La Vera Concentrazione




"Vera concentrazione" non significa essere concentrati su una cosa sola. Certo, diciamo "fare le cose una alla volta", ma il significato della frase è difficile da spiegare. Se non cerchiamo di concentrare la mente su niente siamo pronti a concentrarla su qualcosa. Per, esempio, se nello zendo tengo lo sguardo su una persona mi sarà impossibile prestare attenzione agli altri; per questo praticando zazen non guardo nessuno [in particolare], così se qualcuno si muove lo vedo subito. [...]
Fin dai tempi antichi il punto essenziale è sempre stato avere una mente calma, limpida, qualunque cosa si faccia. Anche quando mangi qualcosa di buono la tua mente dovrebbe essere abbastanza calma da apprezzare la fatica che è stata fatta per preparare il cibo e lo sforzo compiuto per fabbricare i piatti, le posate e tutto ciò che usiamo.
Con mente serena riusciamo ad apprezzare ogni verdura, ogni ortaggio, uno per uno così da poter goderne le virtù.
Conoscere qualcuno è percepire il sapore di quella persona, quello che sentite provenire da lei. Ognuno ha il proprio sapore, una personalità particolare dalla quale traspaiono molti sentimenti. Apprezzare pienamente questa personalià o questo sapore significa avere una buona relazione; allora possiamo davvero essere amichevoli, il che non significa attaccarsi a qualcuno o cercare di piacergli ma piuttosto apprezzarlo pienamente.
Per potere apprezzare cose e persone occorre che la mente sia calma e limpida; dunque pratichiamo zazen o "stiamo semplicemente seduti" (shikantaza) senza alcuna idea di guadagno. In quel momento si è se stessi, "si stabilisce se stessi in se stessi". Con questa pratica abbiamo la libertà, ma può darsi che la libertà che intendono i buddhisti zen non sia la stessa. Per raggiugere la libertà incrociamo le gambe, teniamo una postura eretta e lasciamo occhi e orecchi aperti a ogni cosa. Questa prontezza o aperura è importante perché siamo soggetti a tendere verso gli estremi, ad attaccarci a questo o quello, e così perdiamo la calma, perdiamo la mente-specchio [che riflette la realtà senza deformarla].
Praticare zazen è il nostro modo di ottenere la calma e la limpidezza della mente, ma non possiamo riuscirci mettendoci addosso fisicamente qulacosa, con la forza, o generando uno stato mentale particolare. Ecco, forse penserete che avere una mente-specchio sia pratica zen; è così, ma se praticate zazen allo scopo di raggiungere quel genere di mentalità, non è questa la pratica che intendiamo noi: la vostra è diventata invece "l'arte dello Zen". 
La differenza fra "l'arte dello Zen" e il vero Zen è che si ha il vero Zen anche senza provare ad averlo. Quando cerchi si fare qualcosa, lo perdi. Per questo diciamo "limitati a sedere" [in meditazione]: non significa fermare di colpo la mente o essere completamente concentrati sul respiro, anche se sono cose che servono. Magari a praticare il conteggio del respiro vi annoiate, perché la cosa non vi dice un granché, ma allora non capite più quale sia la vera pratica. Noi pratichiamo la concentrazione o facciamo sì che la mente segua il respiro così da non farci prendere da qualche pratica complicata nella quale ci perderemmo via nel tentativo di compiere una qualche impresa [speciale].
Nell' "arte dello Zen" si cerca di essere un abile maestro zen che ha grande forza e buona pratica: "Oh, vorrei tanto essere come lui.. Devo impegnarmi a fondo". L' "arte dello Zen" riguarda come tracciare una riga dritta o come controllare la mente; lo Zen invece è per tutti, anche per chi non è capace di tirare una riga dritta. Per un bambino è naturale, e anche se la riga non è dritta è bella lo stesso. Così, che ti piaccia o no la posizione a gambe incrociate, se sai davvero che cosa sia zazen riesci a farlo.
Nella nostra pratica la cosa più importante è limitarsi a seguire il programma orario della giornata e fare le cose insieme con gli altri. Potreste dire che è una pratica di gruppo, ma non è vero: la pratica di gruppo è piuttosto diversa, è un altro tipo di arte. Durante la guerra alcuni giovani, spinti dall'atmosfera militaristica in cui si trovava il Giappone, mi recitarono questo verso dello Shushogi: "Comprendere la vita e la morte è il punto più importante della pratica": e aggiunsero: "Anche se non so nulla di quel sutra, morire al fronte mi è facile". E' questa la pratica di gruppo: è piuttosto facile morire spinti dalle trombe, dai fucili, dalle grida di guerra.
Neanche questo tipo di pratica è il nostro.. E' vero, pratichiamo insieme alle persone, ma il nostro scopo è praticare insieme alle montagne, ai fiumi, insieme agli alberi e ai sassi, con tutto ciò che c'è al mondo, tutto nell'universo, e trovare noi stessi nel grande cosmo. Quando pratichiamo in questo vasto mondo capiamo per intuito quale Via percorrere. Quando l'ambiente che ti circonda ti dà un segno che mostra in quale direzione andare, andrai nella direzione giusta anche se non eri partito con l'idea di seguire un segno.
E' bene praticare la nostra Via, ma potresti praticarla con un'idea errata. E comunque, se sai, "Sto facendo un errore, ma non riesco lo stesso a smettere di praticare", non c'è nulla di cui preoccuparti; se apri i tuoi veri occhi e accetti il fatto di essere preso in un concetto sbagliato di pratica, [in questo momento] quella è vera pratica.
Tu accetti il tuo modo di pensare perché l'hai già; è inevitabile: Ma non occorre affatto che cerchi sbarazzartene: non è questione di "giusto" o "sbagliato" ma di come fare ad accettare francamente, con mente aperta, quello che stai facendo. Ecco il punto più importante. Quando pratichi zazen accetti il "te stesso" che sta pensando a qualcosa, senza cercare di liberarti delle immagini che hai: "Eccole che arrivano". Se c'è qualcuno che si sta muovendo, laggiù: "Oh, si muove". E se smette di muoversi, i tuoi occhi rimangono gli stessi. E' così che vedono i tuoi occhi quando non guardi nulla di speciale: in questo modo la tua pratica include ogni cosa, una dopo l'altra, e tu non perdi la calma della mente.
L'estensione di questa pratica è illimitata. Se abbiamo tutto ciò come fondamento, siamo realmente liberi. Quando ci si valuta come buoni o cattivi, giusti o sbagliati, [quello che si dà] è un valore relativo: si perde il proprio valore assoluto. Quando vi valutate in base a una misura illimitata, invece, ognuno di voi sarà collocato nel suo vero sé. E tanto basta, anche se credete di avere bisogno di una misurazione migliore. Se comprenderete questo punto capirete che cosa sia la vera pratica, per gli esseri umani e per ogni cosa.  

Shunryu Suzuki Roshi



© Tora Kan Dōjō


















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mercoledì 22 gennaio 2020

Il tempo - lettera a Lucilio (Seneca)

Dammi retta, Lucilio, dedicati di più a te stesso e tieni da conto tutto per te il tempo che finora, in un modo o nell’altro, ti lasciavi portare via.
E’ proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come. E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza.
Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente.
Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno.
Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come qualcosa che stia davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa come mi scrivi.
Tieni stretto il tuo tempo ora per ora, dipenderai meno dal futuro se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa.
Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà.
Che sciocchi gli uomini!
Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito se gli concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.
Forse ora mi domanderai come mi comporto io, che con te, sono così largo di consigli.
Ti risponderò con franchezza: faccio come un riccone ordinato e diligente, tengo il conto di quello che spendo.
Non posso dire di non buttare al vento nulla, però posso dire che cosa butto via e spiegare perché; sono in grado di render conto della mia povertà.
Naturalmente capita anche a me, come alla maggior parte delle persone cadute in miseria senza loro colpa, che tutti siamo pieni di comprensione, ma nessuno sia disposto a dare una mano.
Ma che importa?
Secondo me non è povero chi si fa bastare quel che gli resta, anche se è poco.
Quanto a te, però preferirei che tenessi ben stretto quello che hai; e dovrai cominciare subito.
Perché come dicevano i nostri vecchi: è troppo tardi far economia quando si è arrivati al fondo; tanto più che nel fondo non c’è solo ben poco, ma anche il peggio.
Addio!


Epistulae morales ad Lucilium -Seneca


© Tora Kan Dōjō


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domenica 19 gennaio 2020

La fatica del venire al Mondo.


"Un giorno un uomo, vedendo comparire su un bozzolo un piccolo foro, rimase lì diverse ore a guardare la farfalla che lottava per infilare il corpo in quel buco microscopico. Ad un certo punto sembrò che l’insetto non riuscisse proprio a procedere oltre. Dava l’impressione che più avanti di così non sarebbe riuscita ad avanzare. L’uomo decise allora di aiutare la farfalla. prese un paio di forbici e tagliò il bozzolo. La farfalla riuscì a uscirne facilmente. Il corpo tuttavia era gonfio, e le ali piccole e avvizzite. L’uomo continuò ad osservare la farfalla, aspettandosi che da un momento all’altro le ali si allargassero e si espandessero fino a riuscire a sostenere il corpo, che nel frattempo si sarebbe ridotto. E invece non accadde nulla!!!
La farfalla trascorse il resto della sua esistenza strisciando su quel corpo gonfio, dotato di ali avvizzite. Non riuscì mai a spiccare il volo.
Quello che l’uomo non capì, per quanto gentile e premuroso, era che quell’apertura ridotta nel bozzolo, e lo sforzo necessario alla farfalla per attraversarla, erano la tecnica scelta dalla Vita per costringere il fluido a passare dal corpo alle ali della farfalla, così che nel momento in cui si fosse liberata del bozzolo sarebbe stata immediatamente pronta a volare."

Per aiutare gli altri, e insegnare rientra tra le azioni di aiuto ad altri, si deve aver sviluppato attraverso la propria Pratica e maturazione una 'chiara visione' che permetta di comprendere quello di cui abbisogna l’allievo in quel momento preciso altrimenti si rischia di fare danni invece che essere d'aiuto.

Il compito dei maestri non è quello di tagliare il bozzolo ma quello di chiamare l'allievo da fuori perché trovi la forza ed il coraggio di uscirne.
Non è quello di agevolargli il cammino anzi, a volte, devono saper porre ostacoli che permettano all'allievo di 'rinforzare le gambe' per spiccare il salto successivo.
É rischioso, faticoso, ed è lavoro di entrambi.

É come quando un pulcino deve rompere il guscio per venire al mondo, un segnale misterioso fa sí che la chioccia ed il pucino, l'una dall'esterno l'altro dall'interno, comincino a beccare nello stesso istante il guscio per romperlo.
Se la chioccia o il pulcino mancano il momento giusto il pulcino muore.
Questa del pulcino e della chioccia è una metafora utilizzata in Giappone per descrivere la Trasmissione tra un Maestro Zen e il suo Discepolo.

Uno degli errori più comuni e pericolosi messo in atto da chi inizia ad insegnare senza aver maturato sufficientemente quella ‘chiara visione’ di cui sopra, è quello di cercare il consenso dell’allievo (per affermare il proprio ego e compensare la propria insicurezza) offrendogli quel che pensa possa appagarlo senza avere chiara cognizione di cosa sia davvero utile all'allievo, in quel preciso momento, perché faccia un passo avanti sulla Via della conoscenza di sé.

Sensei Taigō

© Tora Kan Dōjō


















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