sabato 21 aprile 2018

Il Gesto e la Forma


Riceviamo un interessante riflessione del Maestro di Spada giapponese Enrico Salvi sul rapporti tra Gesto e Forma.

Dopo circa quarant’anni di pratica della Disciplina della Spada giapponese (Iai-dō), sento di poter tirare qualche (provvisoria) somma esponendo il più succintamente possibile, e per quel che lo permettono le parole, una convinzione profonda, coinvolgente la mente e il corpo, o, meglio, la mentecorpo (shinjin). Tale convinzione, scaturita da un sentire e comprendere con il corpo (tai ken), concerne il gesto e la forma, che costituiscono tanto il motivo dell’impegno nella pratica (shugyō) quanto, nell’infinito percorso di perfezionamento, delle altrettanto infinite tappe della Via. Aggiungo subito che, per quanto mi riguarda, la Disciplina dell’azione, qual è quella della Spada giapponese, è stata costantemente abbinata alla Meditazione Seduta (Seiza-Mokuso), la quale, per l’immobilità e il silenzio che la caratterizzano, ne costituisce il necessario contraltare contemplativo. Di fatto, l’azione non scaturente dalla contemplazione degrada in agitazione, alla stregua della circonferenza (il mobile) che è inconcepibile senza il centro (l’immobile) che ne sia il principio. Ragion per cui non possono darsi alcun vero gesto e alcuna vera forma – quindi nessun vero Iai – che prescinda dall’immobile principio (ri), ossia il non luogo (musho) che ne è la vera scaturigine, e nei confronti del quale è indispensabile nutrire una fede incondizionata e indefettibile.
Etimologicamente, gesto viene dal latino GESTUS, participio passato di GERERE fare, operare, diportarsi, e indica l’atto o movimento della persona. Dal canto suo forma, dal latino FORMA e greco MORPHÉ, indica la figura, il plasmato, il plastico, il modello. Quindi gesto e forma attengono alla dimensione estetica, che nella Disciplina della Spada giapponese – come in tutta la Tradizione nipponica – include il sentimento del bello, parola le cui accezioni nella cultura del Sol Levante sono molteplici e fra le quali, personalmente, prediligo bihaku – bi: bello e haku: bianco – attenente alla bellezza femminile, specificamente al candore della pelle come canone estetico associato ai concetti di purezza e nobiltà.

E difatti, la bellezza del gesto e della forma, nel suo armonico fluido vigore, sia nel movimento che nell’immobilità, è propriamente una grazia muliebre, un’espressione pura e nobile dell’energia fluente (kinagare), la quale, nel suo maturare corporeo, si può pensare simile al delicato sbocciare del fiore.
Notiamo come nel presente contesto la marzialità (bu) resti in secondo piano per il prevalere della compassione/gentilezza (nasake) la cui valenza è decisamente muliebre; e, d’altro canto, il termine nasake essendo composto dal radicale di cuore, animo (kokoro) e dall’ideogramma che indica il colore blu chiaro (ao), può ben intendersi come “uno spirito chiaro”, ciò riconducendo a bihaku e quindi all’etereo candore della bellezza femminile, da ciò potendosi intendere il profondo significato, si direbbe quasi androginico, di bushi no nasake: la compassione/gentilezza del guerriero, che, proprio per questo, è anche poeta (shijin).

Sull'alta vetta / Il cappuccio candido / Fresca estasi

In senso lato, non v’è gesto che non assuma una forma e non v’è forma che non si risolva in un gesto, talché “gesto” e “forma” risultano termini indicanti un’assai stretta complementarietà che nella Disciplina della Spada giapponese (come in tutte le Vie marziali) corrisponde al kata, tale termine implicando, secondo lo spirito nipponico, un orizzonte a trecentosessanta gradi, non limitato all’esercitarsi con la spada (keiko) né al luogo dell’esercizio (dojō), bensì permeante ogni aspetto della vita e perciò tendente all’educazione integrale del praticante quale uomo retto (gishi, antica parola del Bushidō), sensibile alla bellezza che lo circonda e nel contempo lo pervade rendendolo una bella persona (utsukushi no ito). Di qui la peculiare attenzione riservata dalla Tradizione nipponica all’addestramento formale/gestuale che mira alla realizzazione del gestus, quindi alla guarigione dalla gesticulatio, cioè dall’agitazione gestuale, indice di un assetto interiore instabile e confuso, ovvero sconnesso dal ri, cioè dal principio che è la fonte dell’armonia (wa).
Il corpo, esecutore del gesto e della forma secondo un opportuno canone, è ovviamente l’elemento indispensabile alla pratica. Come la mente, anche il corpo è  uno specchio. Come la mente, anche il corpo ha una memoria e una capacità riflettente (forse anche un’intelligenza?) il cui baricentro risiede nel ventre (hara). L’istruzione tecnica, morale e spirituale concernente la pratica è dapprima recepita concettualmente dallo specchio della mente, ma poi è nello specchio del corpo – di  tutto il corpo – che essa ha da riflettersi: il precetto racchiudente l’istruzione ha da “solversi” in quanto concettuale per “coagularsi” in quanto corporale, diventando così comportamento (rei),  ciò operandosi attraverso la fluidità (nagare) del gesto e della forma.
Riguardo alla bellezza, si tratta, come già osservato, di una grazia muliebre, vigorosa e fluida che viene liberata grazie alla reiterazione della forma e del gesto che muovono dal silenzio immobile contemplativo e che a loro volta ne sono il ricettacolo. Bellezza muliebre che – ecco il punto focale del presente scritto – si avverte non solo mentalmente ma anche fisicamente quale effervescenza di gioia, dal francese antico joie, derivazione dal latino gaudium. Gioia permeante integralmente il corpo, nonché  latrice dell’ispirazione che trasfigura la visione del mondo, delle persone e delle cose: visione tanto più nobile e virile quanto più compassionevole, gentile, muliebre.

mercoledì 18 aprile 2018

La Natura Morale delle Cose ovvero 忘れ物 lo Spirito degli Oggetti

Di Laura Imai Messina, dal blog Giappone Mon Amour, una pagina che inquadra sullo sfondo della nostra vita quotidiana, il fragile apparire dello spirito degli oggetti che riflette il nostro spirito.


Sali e scendi e sembra di stare sempre in altalena. Che la vita sia tutta un allungare gambe per montare a bordo di qualcosa, girare il corpo, aspettare d’essere partiti per assestarsi bene o solo “alla meglio”, dondolare nel passaggio da una stazione a un’altra, e poi scendere e dimenticare così la verità della distanza, che non si misura più in termini di spazio ma di tempo.
Ma i treni a Tokyo non sempre dimenticano chi ha viaggiato al loro interno. Arrivano spesso al capolinea conservando il passaggio di migliaia di persone. Sono gli oggetti che raccolgono ad ogni corsa gli addetti e i capotreno. Come un rastrellino sulla sabbia, un passino che conserva grumi di farina. Perchè molte di quelle persone dimenticano quotidianamente a bordo dei convogli un frammento della propria giornata, di quella che inzia, che è ancora in corso o di quella che finisce.
Sono i wasuremono 忘れ物, le cose che si dimenticano al presente, le cose che si sono dimenticate al passato. Sono gli otoshimono 落し物, le cose che si lasciano cadere, smarrimenti delle mani, di una borsa, di una tasca ballerina. Sono gli oggetti lasciati dietro sè.
E in ogni stazione, in ogni grande magazzino, università o ufficio, vi è un centro che raccoglie gli oggetti smarriti, che mette insieme piccoli tesori personali che i luoghi non hanno assorbito, perchè se la natura cela, i materiali duri della città tendono invece a svelare. A volte hanno nomi precisi come  otoshimono center 落し物センター, a volte assorbono anche molte altre funzioni.
Se gli oggetti sono stati scelti, se gli oggetti sono stati amati, ogni perdita è un lutto. Ogni wasuremono e otoshimono è qualcosa che rattrista e non lascia indifferenti.
Così che per quanto “inutile” possa sembrare, quando trovo questi rimasugli sulla strada o in un negozio, vado all’ufficio preposto o al koban (cabinotto della polizia di quartiere) a depositare non solo portafogli e carte Suica, ma anche pupazzetti, sciarpe, ciondolini. Giorni fa in aeroporto ho trovato un orecchino, per strada uno strap di Kumamon.
Questa a Tokyo è la stagione dei guanti. Decine di mani dimenticate per la strada. E l’unica cosa da fare è poggiare questi figli spaiati di mani minori in una posizione che spicchi. Così che da lontano, infilati dritti e spalancati sul pomello di un vaso di fiori, appese a un cartello di segnaletica stradale, poggiati su una panchina, appaiono quasi come un saluto e insieme uno stop, fermati, aspetta, cosa fai?. Creste di gallo, scherzi di bambini.
E capita tanto spesso anche a me. Che esco con un mucchietto di oggetti la mattina e torno a casa senza alcuni di loro.
Come l’ombrello rosa pieghevole lasciato ai miei piedi giorni fa sulla Linea Tozai perchè ero troppo concentrata nella scrittura e, quando a Nakano il treno ha abbandonato la superficie e ha ceduto al sottosuolo, avevo già dimenticato che fuori pioveva ancora. E l’ombrello si è fatto wasuremono.

E poi chiavette con dentro proiezioni per i seminari, spezzoni di film da analizzare, lezioni intere, articoli in divenire, racconti, il mio diario di dieci anni, fotografie. Ma anche penne a inchiostro, cuffie, elastici per capelli, guanti, cerotti, matite per gli occhi, medicine. Disattenzione del vivere sopra alle righe dell’ora e del qui, perchè la testa è immersa in tante storie, in frasi che ti vengono in mente all’improvviso e corri ad appuntarti. Perchè evaporano le idee.
Sono quelli soprattutto i momenti in cui perdo pezzi. In cui gli oggetti mi abbandonano, forse gelosi di tanta disattenzione.
Ma le cose in Giappone godono nel tempo di un privilegio che rimane: diventano spiriti. Una bella credenza giapponese, chiamata tsukumogami 付喪神, vuole che le cose che vivono un centinaio d’anni si facciano una sorta di deità.
Cento anni è quanto basta a un oggetto per acquisire un’anima. Perchè assorbe il tempo che passa e con esso la saggezza che da esso deriva. È il perdurare nonostante tutto, lungo le ere degli uomini capricciosi ed incostanti, assorbendo il loro amore e la loro cura, tollerando l’incuria, osservando spazi cambiare freneticamente come in un time-lapse.
Ma il cento è solo un numero approssimato per dire che ci vuole tanto tempo.
L’occidente ha frainteso questa leggenda e immagina lo tsukumogami come uno spirito, uno solo, che entra negli oggetti e vi si installa.
E invece è proprio quella cosa che cambia e quando la credenza scende nel dettaglio, si comprende come gli oggetti premino e portino del bene a chi li cura, come portino sventura a chi li maltratta, li disprezza o li ignora. Che gli oggetti avvertano qualcosa, che l’anima acquisita in lungo tempo li renda grati e fortunati o vendicativi e maledetti. L’harikuyo 針供養 del resto serve proprio a questo. A ringraziarli per tempo.
Quanti oggetti adesso superano due o tre generazioni? Quanti superano uno o due cambi di stagione? Un trasloco? Una relazione che inizia e una che finisce? Una moda?
Basta saperlo. Che la cura premia. Che possiamo offrire un’anima a una casa, a un mobile o anche a un libro. Che donandola a loro ci verrà del bene.

E forse avremo infine più cura anche di noi stessi.




lunedì 16 aprile 2018

Zenki e Inmo - Riflessioni intorno al "così come è"


Senza aggiunte e senza sottrazioni, il mondo così come è, non un'altra realtà differente da quella percepita nella quotidianità. Proponiamo due profonde riflessioni entrambe tratte dallo Shōbōgenzō  di Eihei Dōgen Zenji (monaco buddhista giapponese, fondatore della scuola buddhista giapponese Zen Sōtō  1200 / 1253)
Eihei Dōgen Zenji - Shōbōgenzō - Cap. Zenki (l’intera attività dinamica)
La vita è, per esempio, come una persona che sta su una nave. Per quanto siamo noi che usiamo le vele, che prendiamo in mano i remi, che spingiamo con le pertiche, è la nave che ci trasporta e non c'è io al di fuori della nave. Stando imbarcati su una nave, facciamo della nave una nave. Dobbiamo studiare bene questo preciso momento. In questo preciso momento, la nave non è diversa dal mondo intero. Il cielo, l'acqua, la costa, tutti diventano il tempo della nave, e inoltre, non sono lo stesso del tempo di quando non si è sulla nave. Perciò, la vita è ciò che io faccio vivere, e io sono ciò che di me fa la vita. Nell'essere imbarcati su una nave, il corpo, la mente e la situazione presente, sono tutti l'attività dinamica della nave. L'intera terra e l'intero spazio sono l'attività dinamica della nave. L'io che è vita e la vita che è l'io, sono proprio così.

Presentato il diciassettesimo giorno del dodicesimo mese del terzo anno di Ninji (1242) alla residenza del governatore di Unshû e col suo col patrocinio, nei pressi del tempio di Rokuharamitsu di Yôshû. Trascritto da Ejô il diciannovesimo giorno del primo mese del quarto anno di Ninji (1243).



Eihei Dōgen Zenji - Shōbōgenzō - Cap. Inmo (proprio così o così come è)
Dōgen Zenji - Autoritratto
Sulla base di che sappiamo che il "così com'è" esiste? Lo sappiamo perché il corpo e la mente che si manifestano insieme nell'intero mondo non sono il nostro io. Il corpo non è certamente il nostro io. La vita si riflette [procede] nei giorni e nei mesi e non si ferma neppure per un poco. Dove sono andati i volti della nostra giovinezza? Quando li cerchiamo non ne troviamo neanche le tracce. Se osserviamo bene, sono molte le cose del passato che non incontreremo mai più. Anche la mente sincera non si ferma e va e viene ogni momento. Benché la sincerità esista, essa non risiede accanto a noi. Però, pur stando così le cose, senza una ragione esiste la "mente del risveglio". Quando si sia risvegliata questa mente, abbandoniamo le cose con cui ci si è intrattenuti fino a quel momento e speriamo di udire ciò che non abbiamo mai sentito, e cerchiamo di sperimentare ciò che non abbiamo mai sperimentato, e questo non solo per noi stessi. Si sappia che succede questo perché siamo persone del così com'è. Perché sappiamo di essere persone del così com'è? Poiché siamo persone che vogliono ottenere la cosa così com'è, siamo persone del così com'è. Per certo, abbiamo l'aspetto delle persone del così com'è, e in questo momento non dovremmo preoccuparci della cosa così com'è. Poiché anche il preoccuparsi è cosa del così com'è, è un non preoccuparsi. Inoltre, non dovremmo sorprenderci del fatto che la cosa così com'è, è così com'è. Anche se il così com'è ci sorprende e ci lascia dubbiosi, è comunque questo così com'è. Esiste anche un così com'è di cui non dobbiamo sorprenderci. Questo non può essere valutato per mezzo della valutazione dei buddha, né può essere valutato per mezzo della valutazione della mente, non può essere valutato per mezzo della valutazione del mondo del Dharma e non può essere valutato per mezzo della valutazione dell'intero mondo. Solo [si può dire]:"siamo di già uomini del così com'è, perché preoccuparci della cosa del così com'è?". Perciò, il così com'è del suono e dell'aspetto è il così com'è, il così com'è del corpo e della mente è il così com'è, il così com'è di tutti i buddha è il così com'è.
Shôbôgenzô Inmo Presentato all'assemblea del tempio Kannon Dôri Kôshô Hôrin. Nel 26° giorno del terzo mese del terzo anno di Ninji (1242)

(testi presi dalla traduzione di  Aldo Tollini in Buddha e natura-di-buddha nello Shôbôgenzô)

giovedì 12 aprile 2018

Vivere tracciando la linea della propria vita




Per poter continuare a lungo a seguire la Via bisogna pensare di allenarsi tutto il tempo, ed ecco che quando riconosciamo la verità di questo pensiero, la parola ‘allenamento’ acquisisce un nuovo senso.
Diventa sviluppare, ogni giorno della propria vita, la coscienza del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito, e guidare questa coscienza a farci evolvere fino alla più alta espressione di noi stessi –che significa fino al meglio che possiamo fare, fino al migliore punto in cui possiamo arrivare.
Non è più una questione di allenarsi per vincere, non si tratta più di prepararsi per una competizione, o un’esibizione, non c’è più nessuno con cui competere perché non si tratta più di vincere, ma di realizzarsi.
E ognuno può sempre portare la propria realizzazione a un livello più alto di quello precedente.
Chiunque può fare questo, dal più celebrato campione al più sconosciuto degli uomini.
A quel punto ci si allena per due soli scopi: vivere bene, e vivere sempre meglio.
Vivere bene diventa l’allenamento. E vivere diventa un continuo allenamento.
È così che si può continuare a seguire la Via per tutta la vita, fino alla fine della vita.
Vivere bene significa tracciare la linea che termina con la morte, nel modo più soddisfacente possibile. Si cerca di avanzare. Non sono soddisfatto di ciò che sono attualmente e voglio andare più lontano.
Oggi va meglio di ieri e meno bene di domani. L’obiettivo è quello di camminare bene fino all’ultimo giorno della vita.”

Kenji Tokitsu



lunedì 9 aprile 2018

Schegge Budo e Zen - 9 aprile 2018





















"Innamorato del silenzio, il poeta non può fare altro che parlare."

Octavio Paz, Corriente alterna



"E l'aria è nuova. 
E tutto, attimo per attimo, è com'è, che s'avviva per apparire. 
Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa."

Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila



"Le nostre vite hanno molto da offrirci, anche le nostre sofferenze e difficoltà.
Ciò che ci viene offerto - indipendentemente dal fatto che sia benedetto, doloroso, destabilizzante o di qualsiasi altro genere - non sempre arriva come un vento soave.
Così, se manchiamo di stabilità mentale, attenzione e/o disposizione mentale, questi doni si perderanno o creeranno solo confusione. Allenare la nostra mente ad un'attenzione profonda - concentrata, aperta e viscerale - porta alla pace della mente, rilassa il nostro corpo e aumenta la nostra capacità di relazionarci nel miglior modo possibile con qualsiasi cosa si trovi sul nostro cammino, e al tempo stesso risveglia le virtù da tempo latenti nel profondo del nostro essere."

Sidney Leijenhorst Sensei



"Ormai da diverso tempo il dolore è mio buon compagno e Maestro ad ogni sessione di Pratica...
Avrò cura di fare tesoro del suo Insegnamento."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Ho imparato
dalle curve del mare.
Essere tempo."

Monica De Marchi









© Tora Kan Dōjō



venerdì 6 aprile 2018

Dimenticare se stessi - Etty Hillesum


Pubblichiamo alcune pagine del diario di Etty (Esther) Hillesum. Il diario fu scritto tra il 1941 e il 1942 ad Amsterdam prima della deportazione di Etty ad Auschwitz, dove morì vittima dell’Olocausto il 30 novembre del 1943. Fu pubblicato postumo nel 1981.

Mercoledì 12 marzo [1941], le nove di mattina.
"Non devi sempre chiederti come ti senti adesso; limitati a lavorare finché, a un certo punto, il lavoro prenderà il posto delle tue spiacevoli sensazioni, ed è così che deve andare. Alfred Adler lo esprime così nel suo Levensproblemen [«Il senso della vita»]:
«Come introduzione al nostro lavoro comune, voglio raccontarvi ora una storia tratta dall’opera di uno scrittore cinese che visse più o meno tremila anni fa. Soltanto pochi sembrano mettere in pratica la lezione che tale storia contiene. Io stesso faccio del mio meglio per riuscirci, e potrebbe essere utile anche a voi riflettere su quanto viene narrato in questo libro. Uno scultore creò una volta una splendida statua di legno, che venne apprezzata moltissimo da tutti quale autentica opera d’arte. Anche il suo sovrano, il principe Li, era colmo di ammirazione e gli chiese il segreto della sua arte.
Lo scultore rispose: “Come potrei io, uomo semplice e vostro servitore, avere un segreto per voi? Non ho alcun segreto, né la mia arte è speciale. Intendo tuttavia raccontare com’è nata la mia opera. Dopo essermi prefisso di creare una statua, mi sono accorto che in me c’erano troppa vanità e orgoglio. Mi sono quindi adoperato due interi giorni per liberarmi da questi peccati, finché non ho creduto di essere puro. Ma a quel punto ho scoperto di essere spinto dall’invidia nei confronti di un collega; per altri due giorni mi sono prodigato e alla fine ho sconfitto la mia invidia. In seguito ho scoperto di desiderare troppo la vostra lode.
Far sparire questo desiderio mi è costato un altro paio di giorni. Infine mi sono accorto di pensare a quanto denaro avrei potuto ricevere per la statua. Questa volta ho avuto bisogno di quattro giorni, ma da ultimo mi sono sentito libero e forte. Sono quindi andato nel bosco e quando ho visto un abete che mi è parso adatto, l’ho abbattuto, l’ho portato a casa e mi sono messo al lavoro”.
Si potrebbe quindi riassumere questa storia, dicendo che chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso. Ebbene, ovviamente non possiamo, ogni giorno e ogni ora della nostra vita, riflettere sullo stato d’animo con il quale svolgiamo un lavoro o una data azione e su quale sia il significato più profondo della nostra attività. Di tale significato, tuttavia, noi pedagoghi e psicologi dobbiamo aver consapevolezza, almeno ogni tanto...».
Tutti coloro che intraprendono un lavoro importante devono dimenticare se stessi. Con questo motto anch’io mi sono affidata a S. La parola «importante» potrei anche lasciarla perdere per il momento, anche se ho la forte impressione che, se riuscissi a dimenticare me stessa, potrei comunque arrivare a qualcosa di importante. A dire il vero, non bisogna occuparsi di questo; si vedrà, e il mio lavoro futuro dipende da come mi comporto oggi nei confronti della mia opera. Soprattutto non devo assolutamente fantasticare circa il futuro, né pensare stamattina a come sarà oggi pomeriggio da S.
È l’unico modo per vivere la realtà intensamente e con purezza..."

Etty Hillesum

[S: psico-chirologo (chirologia: lettura della mano) ebreo-tedesco Julius Spier, allievo di Jung, con il quale ebbe un forte legame prima come paziente, poi come segretaria ed amica (ne parla abbondantemente nel Diario chiamandolo semplicemente "S.")]


© Tora Kan Dōjō

lunedì 2 aprile 2018

Schegge Budo e Zen - 2 aprile 2018






















"Tu non cercare nulla. Non c'è niente da trovare,
Niente da capire. Accontentati.
Quando verrà il loro tempo fioriranno i tigli
Sopra la tomba scavata di fresco.
Quando verrà il suo tempo si dissiperà il buio,
Scintillerà la luce rinata.
Niente è concluso, tutto continua.
E tu sarai allegro. O forse no.
Tra sparire e ricominciare
L'impossibile accade.
Come e perché non è stato svelato.
Suona nuova al principiante l'antichissima melodia.
Per cercare il senso profondo, non sprofondare.
Tu non cercare. Così lo troverai."

Masha Kaleko, Rassegnazione per principianti



"Giacché per principio si suppone che la marzialità sia ingentilita dalla cultura, è bene che il coraggio sia ammantato di umanità, ispirando un comportamento educato, umano e premuroso nella vita quotidiana. [...]
Il significato ultimo della marzialità è la gentilezza d'animo e il rispetto."

Kumazawa Banzan

Budo Sai 2016, Okinawa


"Da soli, gli esseri umani non sono poi tanto male. Ma quando si forma un gruppo, subiscono una paralisi: diventano completamente stupidi e non riescono a distinguere il bene dal male. Le loro menti vengono intorpidite dal gruppo. Io me ne sto a una certa distanza dalla società, non per fuggirla, ma per evitare questo tipo di paralisi."

Kōdō Sawaki Roshi, Kōdō il senza dimora (Uchiyama Roshi)



"Tra i fili d’erba si cela un mondo di vita e bellezza..."

Paolo Taigō Spongia Sensei





"Esistono forme di follia che sembrano normali, e maniere di vivere normali/naturali che sembrano folli..."

Alessandro della Ventura

domenica 1 aprile 2018

Pasqua è saltare con fiducia verso l'Ignoto




Pèsah

Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, passare.
Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste.
Chi crede e in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza.
Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. 
Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “pèsah”, passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credente. 
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. 
Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un'altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale resurrezione. 
Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. 
Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede. 
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.

Erri De Luca


© Tora Kan Dōjō

mercoledì 28 marzo 2018

La Mano che scaturisce dal Vuoto - The hand that spring out from emptiness


Testimonianze del Ken Zen Ichinyo Gasshuku
Roma, Tora Kan Dōjō, 19/21 Gennaio 2018

Lettera di Benvenuto al Ken Zen Ichinyo Gasshuku di Sensei Taigō
La tecnica divina, il waza magistrale, il gesto perfetto sono la stella polare della nostra ricerca quotidiana. E in questa ricerca si consuma una vita che diviene essa stessa opera d’arte. Come uno scultore che elimina il superfluo, momento dopo momento, in ogni colpo di scalpello è già compiuta l’opera, ogni passo è già la meta. Non ci sono scuse né per principianti né per esperti, non c’è un tempo migliore da attendere, delle condizioni più favorevoli. Questo istante è la nostra vita. Concentrati, godiamo di ogni incontro, di ogni gesto. Il gesto che nell’esaurirsi dell’istante risuona eterno riverberando nei tre tempi e nelle dieci direzioni. Esprimere un gesto armonioso, bello, richiede l’unificazione di mente e corpo e l’abbandono di ogni legame con i fantasmi illusori del passato e del futuro per spendersi senza riserve nel presente. Ken Zen Ichinyo Gasshuku, un breve ritiro, in cui assaporare l’aroma di una totale presenza, totale condivisione. Il gusto della pienezza del momento presente cui nulla manca. Mi auguro che il nostro riunirci possa offrirvi l’occasione di assaporare questa pienezza. Un gusto che una volta assaporato non ci abbandona più e diventa potente orientamento alla nostra vita. Quest’anno la Preziosa Presenza del Maestro Iten Shinnyo sarà una straordinaria benedizione, ispirazione e sostegno al nostro esercizio.
頑張ってください !!
Gambatte Kudasai !!
(Fate del vostro meglio !)

Monica De Marchi
"Shin Jin Datsu Raku..." lascia cadere corpo e mente... lascia cadere! La voce del Maestro Shinnyo riecheggia potente come un Sutra nel mio cuore e nella mia mente... Ho portato queste parole a riposo con me dopo lo Zazen, si sono risvegliate con me stamattina in Zazen. Nulla permane... L' attimo ti attraversa duro come un lampo, dolce come una carezza, e se ne va. Quel che rimane, come alla fine del suono di una campana, è il riverbero...La campana non smette di suonare per chi desidera ascoltare. Da Maestro ad Allievo, è il riverbero del cuore al cuore che nulla va cercando e che nulla vuole in cambio. Profondamente devoti l'un l'altro condividono e percorrono la stessa Via... Non esiste Amore più grande. Durante l'incontro nello Zendō con Roshi ieri sera mi è tornato in mente il ricordo di un ‘personaggio’ che una volta mi disse: "sei una persona dal cuore puro e, proprio per questo, al tempo stesso facilmente malleabile perché suscettibile a certi ‘riti magici’ (riferendosi allo Zen), alla presenza illusoria e ‘imponente’ della figura del Maestro. Perciò temo che nel mondo qualcuno si approfitterà della tua disponibilità e bontà d'animo... è un vero peccato!”' Feci un sorriso e me ne andai senza rancore... Quella sera stessa sedevo in Zazen nel Dōjō. Ricordo l'ombra del Maestro in Gassho che passava dietro di me... iniziai a piangere senza tregua... un fiume in piena di gioia. Essere nel posto giusto al momento giusto. Sono a casa... devo tutto al mio cuore! Casa mia è un sogno... Un sogno condiviso reso in Pratica con il Sangha, un costante richiamo alla cura di ciò che mi circonda. Sento Amore, così tanto da non riuscire più a trattenerlo... Casa mia è una nave, non so dove andrà, non conosco le onde che incontrerà, sarà difficile, sarà facile, non me lo chiedo. Casa è in ogni dove adesso. Assecondo questo ‘andare’ e sono qui. Che dono! Si, forse troppo grande per pensare che sia reale...Un tesoro trasmesso e la sua chiave devota...È così tanto questo ricevere che non sarà mai abbastanza il mio dare... Non basta una vita! Questo sì che è un vero peccato, direi oggi al mio caro ‘personaggio’...Oggi, al termine del Ken Zen Ichinyo Gasshuku, gli occhi materni e compassionevoli, le parole, il cuore puro, il sorriso sul volto di Roshi ne è stata la ri-conferma. Il Maestro Taigō, la candela accesa che mi permette di vedere; Il timone della nave nel vasto mare. Allineati assecondiamo la corrente: la gratitudine, un seme coltivato senza pensare ai frutti. L'esecuzione di un Kata è come un seme che non sa di germogliare, semplicemente nasce e si esprime nella sua totale natura senza pensiero futuro, dona tutto se stesso in quell'unica e irripetibile occasione... quando sarà maturo, non lo saprà. Continuerà a morire e a rinascere in ogni momento... La mente cade, sopraggiunge la totale presenza e nient'altro. E questa esperienza la si può comprendere solo se si vuole guardare a fondo nel cuore di un grande Maestro, se lo si guarda negli occhi durante un Kata...o mentre si versa un caffè...
È una trasparenza trasmessa dal Buddha.
Tre giorni insieme sulla nave. Sono trascorsi troppo in fretta, come diceva Sensei, proprio come un Mandala bellissimo soffiato via in un attimo... Nell'aria rimangono i colori, i profumi e l'essenza di tutti noi insieme in armonia, indissolubili. Rimangono indelebili nel cuore, per sempre. Ringrazio la Vita ogni giorno per avermi fatto incontrare tutto questo! Grazie al Maestro Iten Shinnyo che con la sua preziosa presenza sostiene il nostro cammino...
Grazie al Maestro Taigō,
Grazie con tutto il mio cuore!
Gasshō Monica

Toni Sonni
La mia esperienza riguardo il Ken Zen Gasshuku è stata meravigliosa!!! Mi sono sentita una piccola formichina facente parte di una grande comunità ma questa comunità non era confinata nelle stanze del Dojo...si estendeva man mano che passavano le ore...Non so è come se l 'Energia prodotta in quel luogo si espandesse all' universo. Ho visto tante volte un 'esibizione di Karate ma ossevare i praticanti con il Maestro da vicino ..sembrava che facessero una danza ...una danza con la potenza ,con l'eleganza con l'energia. Il loro essere 'presenti' era palpabile ed ho capito il perché di questo evento... c'era un filo conduttore con lo Zazen. Lo Zazen non è stare solo seduti ed il karate è il movimento dello Zazen. Ne sono uscita da questa esperienza 'svuotata' ma allo stesso tempo 'piena'. Grazie grazie e ancora grazie .
Toni

Papa Davide
L'esperienza di un Gasshuku ti lascia sempre qualcosa dentro, il cui ricordo magari col tempo si andrà anche ad affievolire ma inspiegabilmente, quasi magicamente, ti tornerà alla memoria quando meno te lo aspetti. Se vissuto per come deve essere ossia un incontro di vita sotto uno stesso tetto, ad indicarne la vicinanza tra i partecipanti, un Gasshuku ti fa scoprire l'insegnante che lo ha condotto, la Persona e l'Artista che fino a quel punto sapevi vagamente chi fosse ma che non avevi di certo idea di come potesse essere viverci a contatto. Il Ken Zen Ichi Nyo Gasshuku è la stessa cosa se non fosse che la scoperta non è rivolta ad un Maestro, ma a te stesso ed al gruppo, il Sangha, che vi ha partecipato. Come un direttore d'orchestra che coordina e dirige, il Maestro è lì presente, ma il vero Artista è il gruppo a cui il Maestro stesso fa parte, a cui anche l'ultimo arrivato o il non praticante fa parte. Si è parlato di impermanenza e difatti come tutte le cose anche questa si è conclusa, per cui è giusto lasciarsela alle spalle; voglio pertanto concludere il mio personale pensiero traendo spunto da una correzione sul kata Sanchin: “La parte posteriore è fondamentale e rischiamo di perderla se ci soffermiamo troppo su quella frontale, ma la cosa importante è mantenere viva la Pratica, solo così saremo in grado di Riscoprire il Kata quando ritroveremo il particolare perduto”.

Liberati Alessandra
Perfetto. Semplicemente perfetto. L'entusiasmo di ogni singolo individuo era tangibile. Forse è questo che ha dato origine all’alchimia. Sensei Taigō ha detto “Non pensavo che il Karate fosse tanto commovente”, riferendosi scherzosamente a noi spettatori con gli occhi lucidi dopo avere assistito ad una sua dimostrazione di Kata. Qualcosa di bello e di difficile spiegazione in quei momenti è successo.
Vedere il sangha impegnato in una dimostrazione di Karate è stato particolarmente emozionante.
Un altro capitolo a parte, lo si dovrebbe aprire per il maestro Shinnyo Roshi. Ogni volta che la si ascolta, sembra subito che tutto possa succedere, che l’altra prospettiva sia dietro l'angolo.
Ho avuto la sensazione di far parte di un’onda. Bellissimo. Sono sicura che al prossimo Gasshuku al Tora Kan saremo più' numerosi.

Mazzola Francesco
Non avevo mai vissuto un’esperienza così, dove ognuno con il proprio cuore e la propria mente ha reso possibile quest'armonia nel Dōjō. Anche le piccole cose sono diventate grandi donandomi un senso di gratitudine mai provato...tutto questo rimane impresso e permanente nel mio cuore e nella mia mente... Senza spirito di profitto ognuno ha donato qualcosa di se arricchendo l'essenza della nostra pratica, lasciando una traccia senza volerla lasciare, come il fumo dell'incenso che disegna distratto un percorso che svanisce nell'aria e accompagna un pensiero verso la consapevolezza.
Gasshō

Lorenzo Hōshin Giovannetti
Ho partecipato a molti Ken Zen Ichinyo Gasshuku e non ne è mai scontato l’esito. Non dobbiamo arrivare ad un risultato, ma l’efficacia (se così si può chiamare) di tale ritiro dipende unicamente da noi. Credo però che ci sia da osservare con particolare attenzione cosa cerchiamo quando ci addentriamo in un ritiro di alcuni giorni. Pace, tranquillità, un momento tutto per noi? Ecco il Gasshuku non è nulla di tutto questo...non c’è tranquillità e tanto meno spazi per noi. Pace...? Forse si, quella di coloro i quali non hanno nulla da perdere. In realtà, vedo il Ken Zen Ichinyo Gasshuku come l’abbandonarsi a un qualcosa, l’abbandonarsi non ad una persona o ad una pratica, nemmeno ad un’idea, l’abbandonarsi ad una atmosfera fatta di silenzio, respiro e sguardi. Mi posso considerare (se mi viene concesso) un veterano e garantisco che alla fine di ogni Ken Zen Ichinyo Gasshuku il risultato di questo ritiro è sempre lo stesso da parte di ogni partecipante, il sorriso e l’entusiasmo. È vero...a volte ci sono momenti di difficoltà, l’impatto con la privazione delle nostre piccole abitudini può rimanere indigesto a molti di noi (compreso al sottoscritto), ma poi accade sempre qualcosa di speciale al tal punto che quasi quasi che finisca sei dispiaciuto. È la pienezza di essere, di essere senza artificiose messe in scena del proprio ego, senza scuse e scusette. Si fa’, si sbaglia, si continua a fare, non si sbaglia più, non importa si continua, altra cosa, altro da fare, pasto formale, Karate, samu....e così via....no mente...! Nei miei primi Ken Zen Ichinyo Gasshuku spesso ero preoccupato (soprattutto da quando ho cominciato ad assumere dei ruoli di responsabile), ma poi tutto si è trasformato in un godimento del momento. Mi spiego. Vivo i tre giorni momento per momento, mi godo ogni ora di pratica, che sia lo zazen, il Karate, o i vari incontri, senza mai pensare a quello che verrà dopo, senza mai perdere la concentrazione del qui ed ora...pienamente presente (per quel che uno riesce a dare e fare).
HoShin

Alessandro della Ventura
Era ormai da almeno tre anni che attendevo con entusiasmo di vivere quest’esperienza del Ken Zen Ichinyō. Ritenevo che sarebbe stato sicuramente un evento inconsueto e molto potente ma non credevo che sarebbe stato a tal punto intenso e ricco di occasioni di incontro con sé stessi e con gli altri; come Sensei Taigō ci ha detto in apertura si tratta di un vero e proprio ‘laboratorio’, e quindi uno studio sul modo di relazionarsi con tutto ciò che ci circonda e che è dentro di noi, e soprattutto con i tempi e con gli spazi. Abbiamo tutti dovuto confrontarci con le difficoltà di organizzazione, di gestione degli spazi, di attenerci ad un programma e ad una forma specifica... ed abbiamo avuto la straordinaria opportunità di poter mettere a nudo la nostra natura e offrirla a beneficio degli altri e di tutte le esistenze, di momento in momento. È incredibile quanto possa essere relativo il tempo... questo seminario è durato così poco eppure sembra sia passata una vita... un'infinità di emozioni sono nate e fluite nei nostri cuori, nelle nostre menti; è stato davvero un viaggio dentro di sé in cui in certi momenti poteva esserci il rischio di perdersi... ma a guidarci e a darci il giusto orientamento c'è stata in questa occasione la preziosa presenza di Shinnyo Roshi. Personalmente le Sue parole sono state un vento soave che ha spazzato via tutte le nubi e ha spalancato il cielo della mia mente a una visione molto più chiara delle cose. Tutto questo e molto altro è stato il Ken Zen Ichinyō, e per tutto questo rendo infinitamente grazie a Shinnyo Roshi, al Maestro Taigō e ai miei compagni di pratica.
Gasshō

Francesco Neri
Basta sedersi in Zazen per due giorni di seguito, all’alba, per rendersi conto che “lo zen è una pratica forte” come ha detto Shinnyo Roshi. E’ stato possibile constatarlo durante il Ken Zen Ichinyo Gasshuku tenutosi al Tora Kan Dōjō del Sensei Paolo Taigō Spongia dal 19 al 21 gennaio. Devi sederti su un cuscino particolare, uno zafu, con le gambe incrociate o quasi, cercare l’assetto giusto che ti consenta di restare seduto in quella posizione che è un po’ difficile definire comoda, rivolto verso una parete, sguardo basso e corpo rilassato in modo naturale.
Tutto con alcuni compagni di pratica, tutto nel massimo silenzio e nella massima concentrazione. E allora ti rendi conto che la postura nello Zazen è tutto o quasi tutto. Una postura che viene tramandata da migliaia di anni e che mentre si pratica viene costantemente modificata. Assestarsi costantemente mentre si pratica, rettificare la propria postura diventa un’attività intensa.
E allora ci si rende conto che sedere in Zazen non è una pratica astratta in cui bisogna abbandonarsi in qualche modo o un modo di ‘sedersi’ in cui si rimane passivamente immobili ma diventa una attività che aiuta a sprigionare energia e, per usare, l’immagine suggestiva e fortemente evocativa di Spongia Sensei “la corretta postura diventa la rupe di una montagna da cui possiamo osservare il vasto panorama, un privilegiato punto di osservazione. Quel panorama siamo noi e tutto quello che passa attraverso di noi: pensieri, sensazioni, percezioni…” 



Testimonials from Ken Zen Ichinyo Gasshuku
Rome, Tora Kan Dōjō, 19/21 January 2018

Welcome Letter from Sensei Taigō to the Ken Zen Ichinyo Gasshuku participants.
The divine technique, the masterful waza, the perfect gesture are the polar star of our daily quest. And in this quest, a life - that becomes itself a work of art - is consumed. As a sculptor who eliminates the superfluous, moment by moment, in every chisel stroke, the work is already completed. Every step is already the goal. There is no excuse for beginners or experts, there is no better time to wait for, nor more favorable conditions. This moment is our life. Concentrating, we enjoy every meeting, every gesture.
The gesture that in the exhaustion of the instant resounds eternally, reverberates in the three times and in the ten directions. Expressing a harmonious and beautiful gesture requires the unification of mind and body and the abandonment of all links with the illusory ghosts of the past and of the future, as we engage ourselves without reserve in the present. The Ken Zen Ichinyo Gasshuku is a short retreat in which to savor the aroma of a total presence, total sharing. The taste of the fullness of the present moment to which nothing is lacking.
I hope that our meeting will offer you the opportunity to savor this fullness. A taste that once tasted does not abandon us anymore and becomes a powerful orientation for our life. This year the Precious Presence of Master Iten Shinnyo will be an extraordinary blessing, inspiration and support for our practice.
頑張ってください !!
Gambatte Kudasai !! (Do your best !)

Monica De Marchi
"Shin Jin Datsu Raku ..." let go the body and mind ... Let them drop!
The voice of Master Shinnyo echoes as powerful as a sutra in my heart and in my mind ...
I took these words with me while I was going to sleep after Zazen , then I woke up with those words this morning in Zazen.
Nothing remains…
The moment passes through you like a flash, sweet as a caress, and it goes away.
What remains, as at the end of the bell sound, is reverberation ...
The bell does not stop playing for those who want to listen.
From Master to Student, it is the reverberation from the heart to the heart that is not looking for anything and that does not want anything in return.
Deeply devoted to each other they share and travel the same way ...
There is no greater Love.
Last night, during the meeting in the Zendō with Roshi  I remembered a person who once told me: "you are a person with a pure heart and, for this reason, easily malleable because susceptible to certain 'magical rites' (referring to Zen), to the illusory and 'imposing' presence of the figure of a Master. So I fear that in the world someone will take advantage of your availability and goodness of mind ... it's a real shame! '' I smiled and left without rancor ...
That same evening I sat in Zazen in the Dōjō.
I remember the shadow of the Master in Gassho passing behind me ... I started crying relentlessly ... a river full of joy.
Being in the right place at the right time.
I'm home ... I give my heart!
My house is a dream...
A shared a dream made of Practice with the Sangha, a constant reference to the care of what surrounds me.
I feel Love, so much that I cannot hold it anymore...
My house is a ship, I do not know where it will go, I do not know the waves it will meet, it will be difficult, it will be easy, I do not ask. Home is everywhere now.
I follow this 'movement' and I'm here.
What a gift!
Yes, maybe too big to think it's real...
A treasure transmitted and its devout key...
It is so much this receiving that my giving will never be enough ... A life is not enough! This is a real shame, I would say today to the dear person mentioned above...
Today, at the end of the Ken Zen Ichinyo Gasshuku, the maternal and compassionate eyes, the words, the pure heart, the smile on Roshi's face has been the re-confirmation.
Master Taigō, the burning candle that allows me to see; The rudder of the ship in the vast sea.
Aligned we follow the flow: gratitude, a seed grown without thinking about the fruits.
The execution of a Kata is like a seed that does not know how to sprout, simply it is born and expresses itself in its total nature without future thinking, it gives everything it has in that unique and unrepeatable occasion ... when it will be mature, it will not know.
It will continue to die and be reborn in every moment...
The mind drops, the total presence arrives and nothing else.
And this experience can only be understood if one wants to look deeply into the heart of a great Master, if one looks into his eyes during a Kata ... or while he pours coffee...
It is a transparency transmitted by the Buddha.
Three days together on the ship.
They passed too quickly, as Sensei said, just like a beautiful Mandala blown away in a moment...
In the air the colors, the perfumes and the essence of all of us together remain in harmony, indissoluble.
They remain indelible in the heart, forever.
I thank Life every day for letting me meet all this!
Thanks to Master Iten Shinnyo who with his precious presence supports our journey...
Thanks to the Master Taigō,
Thank you with all my heart!
Gasshō
Monica

Toni Sonni
My experience with the Ken Zen Ichinyo Gasshuku was wonderful !!! I felt like a small ant that was part of a large community but this community was not confined in the rooms of the Dojo ... it extended as the hours passed ... As if the energy produced in that place was expanded to the universe. I have seen many times a Karate exhibition but observing the practitioners with the Master closely was a different story .. It seemed that they did a dance ... a dance with power, with elegance with energy. Their being 'present' was palpable and I understood the reason for this event ... there was a common thread with the Zazen. Zazen is not just sitting and karate is the Zazen movement. I came out of this experience 'emptied' but at the same time 'full'. Thank you, thank you, and thank you again.
Toni

Papa Davide
The experience of a Gasshuku always leaves you something inside. The memory with time might also fade but inexplicably, almost magically, it will come back to you when you least expect it.
If it is experienced in the way it should - a life under one roof to indicate the proximity between the participants - a Gasshuku makes you discover the teacher who leads it, the Person and the Artist that - up to that point - you vaguely knew but that you certainly had no idea of how he could be in a close contact situation, living together.
The Ken Zen Ichi Nyo Gasshuku is the same thing, only that it is not addressed to a Master, but to yourself and to the group, the Sangha, that participated in it. Like a conductor who coordinates and directs, the Master is there, but the true Artist is the group of which the Master himself is a part, together with the last arrived or the non-practitioner.
We talked about impermanence and in fact like all things, this also ended, so it is right to leave it behind. I therefore want to conclude my personal thought drawing inspiration from a correction on the kata Sanchin:
"The back is fundamental and we risk losing it if we focus too much on the front, but the important thing is to keep the practice alive, only in this way we will we be able to rediscover the Kata when we find the lost detail".

Liberati Alessandra
Perfect. Simply perfect. The enthusiasm of each individual was tangible. Perhaps this is what increased the alchemy. Sensei Taigo jokingly said "I did not think karate was so moving," referring to us spectators with shining eyes after witnessing his demonstration of Kata. Something beautiful and difficult to explain in those moments happened.
Seeing the sangha engaged in a demonstration of Karate was particularly exciting.
Another chapter apart should be opened for Master Shinnyo Roshi. Every time you listen to her, it immediately seems that everything can happen, that the other perspective is around the corner.
I had the feeling of being part of a wave. Very beautiful. I'm sure we'll be more numerous at the next Gasshuku at the Tora Kan Dojo.

Mazzola Francesco
I had never lived such an experience, where everyone with their own heart and mind made this harmony possible in the Dōjō.
Even the smallest things have become great, giving me a sense of gratitude I had never felt ... all this will remain imprinted permanently in my heart and in my mind.
With a nonprofit spirit, everyone has given something of himself, enriching the essence of our practice, leaving a trace without wanting to leave it, like the smoke of incense that draws distractedly a path that fades into the air and accompanies a thought towards awareness.
Gasshō

Lorenzo Hōshin Giovannetti
I have participated in many Ken Zen Ichinyo Gasshuku and the outcome is never obvious.
We must not arrive at a result, but the effectiveness (if this is the correct definition) of this retreat depends solely on us.
I think we should observe with particular attention what we are looking for when we go into a few days retreat.
Peace, quietness, a moment entirely for us?
The Gasshuku is none of these ... There is no quietness and much less space for ourselves.
Peace...? Perhaps yes, the one of those who don't have anything to lose.
Actually, I see the Ken Zen Ichinyo as abandoning oneself to something, abandoning oneself not to a person or a practice, not even to an idea, but abandoning oneself to an atmosphere, made of silence, breath and gazes.
I consider myself a veteran (if you allow me) and I guarantee that at the end of every Ken Zen Ichinyo the result of the retreat is always the same for every participant. Smile and enthusiasm.
It's true ... sometimes there are hard times. The impact caused by the deprivation of our little habits can be indigestible to many of us (including me), but then there is always something special about it, to the point that you are almost sorry when it ends.
It is the fullness of being, of being without artificial productions of our own ego, without excuses. You do things, you're wrong, you keep on doing, you are not wrong anymore, it does not matter, you go on, something else, something else to do, formal meal, Karate, samu .... and so on .... no mind ...!
In my early Ken Zen Ichinyo, I was often worried (especially when I started to assume responsibilities). But then everything turned out into an enjoyment of the moment.
Let me explain. I live three days, moment by moment, I enjoy every hour of the practice, be it Zazen, Karate, or other encounters, without ever thinking of what will come next, without ever losing the concentration of the here and now ... fully present (for what one can give and do).
Hoshin

Alessandro della Ventura
I have been enthusiastically waiting for at least three years for this experience of Ken Zen Ichinyō. I thought it would certainly be an unusual and very powerful event, but I could not believe it would be so intense and full of opportunities for meeting with oneself and the others. As Sensei Taigō told us at the beginning, it is a real 'laboratory' and therefore a study on how to relate to everything that surrounds us and that is within us, and especially with time and spaces. We all had to deal with the difficulties of the organization, space management, to stick to a program and to a specific form ... and we had the extraordinary opportunity to be able to get to our bare nature and offer it for the benefit of the others and of all existences, from moment to moment.
It is amazing how time can be relative ... this seminar has lasted so little and yet it seems like a lifetime has passed ... an infinity of emotions are born and flowed in our hearts and in our minds. It was really a journey inside of ourselves in which at times there could be the risk of getting lost. But on this occasion, leading us and giving us the right orientation, there was the precious presence of Shynnyo Roshi. To me, her words were a gentle wind that swept away all the clouds and opened the sky of my mind to a much clearer view of things.
All this and much more was the Ken Zen Ichinyō, and for all this I give thanks to Shinnyo Roshi, to Sensei Taigō and to my fellow practitioners.
Gasshō

Francesco Neri
Sitting in Zazen for two days in a row, at dawn, is enough to realize that "Zen is a strong practice" - as Shinnyo Roshi said. It has been possible to verify it during the Ken Zen Ichinyo Gasshuku held at Tora Kan Dōjō of Sensei Paolo Taigō Spongia from 19 to 21 January. You have to sit on a particular cushion, a zafu, with crossed or almost crossed legs, looking for the right attitude that allows you to stay seated in that position - that is a bit difficult to define comfortable - facing a wall with a low gaze and a body relaxed in a natural way.
Everything is done together with some fellow practitioners, in the utmost silence and maximum concentration. And then you realize that the Zazen posture is everything or almost everything. A posture that has been handed down for thousands of years and that while being practiced is constantly being modified. Settling constantly while practicing, rectifying one's posture, becomes an intense activity.
And then you realize that sitting in Zazen is not an abstract practice in which one has to abandon oneself in some way, nor is a way of 'sitting down' where one is passively immobile. It is an activity that helps you release energy and, to use, the suggestive and strongly evocative image of Spongia Sensei "the correct posture becomes the cliff of a mountain from which we can observe the vast landscape, a privileged point of observation. That landscape is us and all that passes through us: thoughts, feelings, perceptions...”
© Tora Kan Dōjō