giovedì 20 aprile 2017

Commento al Tai Taikō Gogejari Ho di Dōgen Zenji (terza parte)


Pubblichiamo la terza parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento del Tai Taikō di Dōgen Zenji. La prima parte è stata pubblicata il 25 novembre 2016 :
https://iogkfitalia.blogspot.it/2016/11/commento-al-tai-taiko-gogejari-ho-di.html 
e la seconda il 7 marzo 2017:
https://iogkfitalia.blogspot.it/2017/03/commento-al-tai-taiko-gogejari-ho-di.html

Le lezioni hanno un carattere colloquiale di cui tener conto durante la lettura.
 

Uccidi la fenice, uccidi il drago, uccidi il demone,
uccidi il Buddha - Uno
Potrei raccontarvi numerosi episodi legati alla mia personale esperienza in veste di allievo emblematici del rapporto educativo Maestro - discepolo.
Il ruolo di un Maestro è quello di prepararci a ciò che dobbiamo affrontare, di insegnarci ad esprimere la nostra vera natura al di là dei condizionamenti e delle abitudini, a volte più rendendoci la vita difficile piuttosto che rassicurandoci.
Bisogna trovare la forza di perseverare in mezzo alla difficoltà, non si può addestrare un guerriero evitandogli di vedere il sangue o educare un monaco (o anche un semplice praticante Zen) permettendogli di indulgere nel proprio egoismo.

Spesso occorre passare attraverso un rifiuto, nell’educazione Zen il rifiuto è utilizzato per mettere alla prova la tua vera determinazione, se quella è davvero la tua strada non l’abbandonerai….
L’articolo 5 del Tai Taikō afferma: “ Mostrate un volto disteso, siate calmi, evitate gli scoppi di risa, gli schiamazzi, il parlare ad alta voce.”
In poche parole: “ Non ostentate il vostro comportamento”.

Questo è l’atteggiamento del Bodhisattva: con la parola, con il corpo, con la coscienza egli è un continuo esempio e aiuto per tutte le esistenze.

Quant’è importante quest’esortazione oggi? In un momento in cui tutti gridano ‘IO’ incuranti degli altri?

Mi è capitato proprio in questi giorni di condurre un Gasshuku di Karate in cui era ospite, tra i partecipanti, un attempato maestro dello stile Shotokan.
Questa persona, la cui pratica dovrebbe avergli insegnato ad adottare modi adeguati, è stata tutto il tempo, per quel giorno e mezzo che sono stato lì, ad imporre la sua presenza... non c’è stato momento, anche mentre discorrevo confidenzialmente con i miei allievi, che non apparisse lui, per parlarmi di sé. Non metto in dubbio che si tratti di una brava persona, ma senz’altro ha dimostrato di essere del tutto privo di sensibilità e dei codici di base dell’educazione del Budō, a dimostrazione di come la pratica di un certo tipo di karate non garantisca affatto un risultato valido in termini educativi.
Il minimo che ti insegna un’arte marziale, la base essenziale, è come relazionarti ad un insegnante.
Un divertente episodio su tutti: mentre mangiavo e discorrevo con un mio allievo seduto al mio fianco, mi sono ritrovato la sua mano davanti al naso che brandiva il cellulare: “guarda questo sono io, questo sono io!”… tutto orgoglioso, e io guardavo e cercavo di capire: c’erano due atleti in gara che eseguivano un kata, due esecuzioni sinceramente inguardabili, e io, che senza occhiali non vedo più bene da vicino, cercavo di capire quale dei due fosse l’orgoglioso insegnante di Shotokan. Immaginavo fosse quello risultato poi vincitore. Invece alla fine era quello seduto dietro, con le bandierine in mano che faceva l’arbitro!
Che tristezza aver sprecato tanti anni in un giochino sportivo pensando di praticare il Karate…
Il Tai Taikō è davvero un testo raffinato e molto concreto e questa educazione dovrebbe essere il fondamento anche della vita di un artista marziale non solo di un praticante Zen.
Oggi c’è la tendenza a polemizzare affermando che la trasformazione del Tode di Okinawa in Karate-Dō abbia determinato una contaminazione dell’originale Bujutsu di Okinawa con una sorta di imposizione, da parte dei giapponesi, che intesero in tal modo ‘giapponesizzare’ il Karate di Okinawa.
Io penso che si debba fare una netta distinzione tra la ‘giapponesizzazione’ del Karate intesa come deviazione dai principi originari, effettivamente avvenuta nel Karate insegnato nelle università giapponesi con un’impostazione ottusamente militaresca (dovuta anche alla contingenza del periodo storico) o in alcuni stili come lo Shotokan o il Goju-Ryu giapponese che si sono totalmente allontanati, nella tecnica e nella metodica, dalla pratica originaria di Okinawa, e invece la positiva contaminazione che ha portato gli stessi maestri di Okinawa ad adottare alcune forme educative e di etichetta legate alla cultura ed educazione giapponesi, in particolar modo legate allo Zen e alla cultura Samurai.
I Samurai del clan Satsuma dominarono Okinawa per quasi 300 anni (1609-1879) ed è difficile pensare che la loro cultura non abbia in qualche modo contaminato il pensiero e la pratica degli okinawensi così come la precedente dominazione cinese ne influenzò usi e costumi nonché l’arte marziale.
Probabilmente i praticanti e Maestri di Okinawa hanno riconosciuto che queste forme di educazione potevano permettere all’arte del combattimento di Okinawa di evolversi in una forma di arte marziale più raffinata ed educativa.
Abbiamo sicura testimonianza del fatto che Chojun Miyagi Sensei, il fondatore del Goju-Ryu di Okinawa (e come lui altri grandi Maestri), parlasse diffusamente ai suoi allievi dei principi del Bushidō e dello Zen.
Così come i principi educativi del Judō, proposti da Jigoro Kano Sensei, ebbero grande influenza sul pensiero di Chojun Miyagi Sensei.
Quando ebbi l’onore di essere invitato a cena a casa di Shuichi Aragaki Sensei, ultimo discepolo vivente di Chojun Miyagi Sensei, dopo aver cenato parlammo a lungo di Chojun Miyagi Sensei e Aragaki Sensei mi mostrò un album di famiglia che conteneva il suo albero genealogico e, con grande orgoglio, mi mostrò che un suo antenato era un Samurai.
Non sarebbe dunque così strano se l’antenato samurai (e chissà quanti okinawensi vantano discendenze Samurai) avesse influenzato con i suoi modi e le sue conoscenze la sua famiglia e i suoi conoscenti.
In quella preziosa occasione Shuichi Aragaki Sensei mi fece dono della calligrafia (che produsse davanti a me) : Sho Gai Budō , Tutta la vita per il Budō, che è esposta nell’accoglienza del Tora Kan Dojo.
Senza affrontare qui il discorso relativo all’influenza che la matrice dello Shaolin Kung Fu della Cina del sud (lo Shaolin del Fukien era un monastero Buddhista Chan-Zen) ha avuto sulla nascita e sviluppo del Goju-Ryu di Okinawa
E questa contaminazione, a mio parere, non ha affatto ‘annacquato’ il letale bagaglio marziale dell’originario Bujutsu di Okinawa ma l’ha anzi arricchito di elementi di formazione psicologica, morale e spirituale che non possono che aver determinato un’evoluzione in termini di efficacia marziale e, soprattutto, hanno fornito gli elementi per rendere l’originario Bujutsu di Okinawa, che già di per se non era teso solo alla vittoria in combattimento ma conteneva numerosi elementi morali ed educativi, un’arte estremamente educativa e formativa dell’essere umano nella sua dimensione più completa.
Io avrei abbandonato la pratica del karate molti anni fa se questa si fosse ridotta ad un esercizio atto solo a rinforzare il corpo, a tirare calci e pugni sempre più potenti, guidati dalla nevrosi della cosiddetta ‘difesa personale’.
Una tale primitiva interpretazione della pratica del Karate nasce dalla necessità compensare  frustrazioni e complessi spesso al limite della patologia, come il body builder che deve vedersi sempre più grosso perché dentro di sé nasconde un uomo impaurito che si vede piccolo e indifeso rispetto agli altri, come l’armatura di Jeeg robot che è abitata da un piccolo e insignificante ometto…
Se non cresce l’uomo che sta dentro quell’armatura, l’armatura da sola aiuta forse per un po’, ma non basterà e prima o poi la fragile struttura crollerà. Se la pratica dell’arte marziale non è accompagnata da una vigorosa ed efficace educazione dello spirito (e qui serve un vero maestro non è sufficiente un istruttore sportivo) rischia di mascherare, nascondere queste nevrosi senza risolverle rendendo, paradossalmente, l’uomo ancora più fragile.
Nella mia personale esperienza, perché io parlo sempre a partire da un esperienza concreta della mente e del corpo non da conoscenze libresche, l’educazione Zen può offrire gli strumenti educativi che sono venuti a mancare alla pratica marziale occidentale, ma richiede un’implicazione che pochi sono disposti ad offrire.
Sono convinto che il Karate-Dō, al di là della valenza dell’efficacia in combattimento che do quasi per scontata in un praticante di alto livello, trovi il suo vero valore nell’offrire efficacissimi strumenti educativi che aiutino i praticanti a conoscere sé stessi e vivere meglio. In fondo anche il saper difenderti in strada dipende dal fatto che tu abbia imparato ad usare il tuo corpo e la tua mente in molteplici situazioni, ad aver sviluppato un’intuitività animale rispetto alle situazioni di pericolo, piuttosto che aver imparato semplicemente ed ottusamente a tirare calci e pugni.
L’importante è che il comportamento sia naturale, e perché diventi naturale deve passare da una lunga pratica. Sembra un paradosso, ma non lo è.
‘Prima di iniziare a praticare le montagne erano solo montagne.
Quando iniziai a praticare le montagne non mi apparvero più solo montagne.
Dopo tanti anni di pratica le montagne sono tornate ad essere solo montagne.'
La pratica deve far in modo di ricostruire gli istinti che abbiamo perso. Il karate, il combattimento, il gesto marziale, è un gesto animale, istintivo….. Una tigre o un gatto non hanno bisogno di preparazione per arrivare a quel gesto, è nella loro natura, nel loro istinto.
L’uomo ha perso questa istintualità animale, è per certi versi un animale invalido. Un’invalidità che abbiamo cercato di compensare con il nostro intelletto, affidandoci totalmente ad esso con il risultato di un’eccessiva concettualizzazione, un eccessivo affidamento al pensiero, che è diventato una forma di patologia inibendo ancor di più l’istintività e la capacità intuitiva che affonda in una saggezza primordiale.
Quella saggezza ed intuitività che lo Zazen e l’educazione Zen tendono a rivitalizzare.
Basta guardare le persone muoversi in un supermercato, sono degli zombie, ovunque  sguardi persi nel vuoto, non è un caso che il regista Romero abbia ambientato la sua storia di zombie proprio in un supermercato.
Si tratta dunque di ricostruire degli istinti attraverso la nostra pratica. Il Maestro Deshimaru affermava che lo Zen è tornare alla condizione originale, normale, del corpo e della mente. Non dobbiamo pensare di diventare dei superuomini, si tratta semplicemente di ritrovare la nostra piena umanità che è anche animalità e che si esprime in una profonda sensibilità, in una naturale efficacia ed eleganza.
Percepire la distanza che ci separa da un altro essere umano, mantenerla o ridurla a seconda delle circostanze, non può essere il risultato di calcoli mentali, la si deve percepire con la pelle. Allora sì che questa rieducazione comporta una vera rivoluzione nella propria vita, anche nelle relazioni, tutto ne guadagna.
Perciò dobbiamo stare attenti a come stiamo approcciando la nostra pratica, a dove facciamo affondare le radici della nostra pratica, in quale terreno.
Bisogna essere così onesti da chiedersi “sto cogliendo il segno oppure ho solo indossato una maschera che nasconde le mie paure?”, perché questi abiti, come il karategi, lo stesso abito del monaco, facilmente diventano un’effimera e fragile maschera, se non sono indossati con sincerità, con gratitudine, con spirito di servizio…..
L’hagakure afferma che se fate finta di avere coraggio di fronte ad una situazione di pericolo alla fine diventerete davvero coraggiosi. Perché pur essendo spaventati rimanete lì di fronte al pericolo, affrontate la paura, e questo è già vero coraggio.
E’ l’abito che fa il monaco se è indossato con sincerità.
Cosa vuol dire ‘fare finta di essere coraggiosi’ in fin dei conti? Vuol dire che rimani lì e non scappi, ecco l’educazione dello Zazen. E pian piano, rimanendo lì, imparando a non distogliere lo sguardo, imparerai ad osservare e affrontare le tue paure e comprenderai quel che sei chiamato a fare, ecco il coraggio!
Cos’è il coraggio in fin dei conti se non fare quel passo avanti verso l’ignoto che terrorizza?
“Sotto la spada alta levata
C’è l’inferno che ti fa tremare
Ma fai un passo avanti e troverai
La terra della beatitudine.”
Miyamoto Musashi
Ecco l’importanza dell’Abito inteso come postura e comportamento, nel momento in cui lo indossi, se lo fai con sincerità, sei investito di un potere ed una responsabilità e costretto ad una determinata modalità d’azione, e quindi cambi, ti trasformi per forza di cose.
Se invece lo indossi senza sincerità, senza rispetto e gratitudine, con egoismo, senza un’adeguata educazione che ne faccia un Dō, una Via, allora diventa una trappola, una fragile maschera, che non reggerà di fronte allo sguardo penetrante della vita.





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