venerdì 25 novembre 2016

Commento al Tai Taikō Gogejari Ho di Dōgen Zenji


Il testo che segue è la prima parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento del Tai Taikō di Dōgen Zenji.
Le lezioni, che prendono le mosse dalla pratica dello Zazen, hanno un carattere colloquiale di cui tener conto durante la lettura.
Pubblicheremo a breve anche la seconda parte.
 
Il Tai Taikō è un capitolo dell’Eihei Shingi, la regola di Eiheiji, il Tempio fondato da Dōgen Zenji tra le montagne del Fukui.
Fui folgorato da questo testo all’inizio della mia pratica. Mi fu suggerito dal mio Maestro e immediatamente raccolsi il suo invito ed il testo fu tra le mie mani.
Il Tai Taikō è una raccolta di indicazioni-esortazioni rivolte ai monaci riguardo l’etichetta da osservare in ogni loro comportamento in relazione agli anziani del Tempio, di quelli che potrebbero essere considerati degli Insegnanti (Taikō sta per anziano o insegnante). Ma in senso lato si tratta di un’educazione profonda da mettere in pratica in ogni situazione e insegna a relazionarsi agli ambienti, alle situazioni, un’educazione alla sensibilità, alla capacità di comprendere il ritmo, il tempo e lo spazio di ogni situazione e l’armonizzarsi con essa: l’essenza della consapevolezza in azione.
Il testo mi è stato di grande ispirazione. in esso ho ritrovato quegli elementi dell’educazione Zen che con ogni probabilità a suo tempo attrassero i Samurai, i quali colsero in essi l’occasione per affinare il proprio Zanshin (presenza totale). Si tratta di un testo che ogni artista marziale dovrebbe studiare.
L’articolo 4 dice: “ Davanti ad un Taikō, sedetevi ben eretti (in seiza), senza pendere all’indietro, e non guardatelo negli occhi con insistenza.”
Come usare gli occhi, come usare i sensi? Questo diventa la base di tutta l’educazione Zen ed è roba che non si studia sui libri ma concentrandosi sulle maniere mentre ci si relaziona agli altri, allo spazio, agli oggetti durante la pratica nel Dōjō. Questo deve poi trasparire in ogni comportamento.
Lo sguardo deve essere franco, sincero, deve sapersi abbassare al momento opportuno per non essere aggressivo senza però per questo perdere la visione. Bisogna imparare a vedere con tutto il corpo e usare lo sguardo con misura e decisione.
Ogni artista marziale dovrebbe sottoporsi ad una ri-educazione di questo genere.
Sawaki Roshi, rivolgendosi ai praticanti di Arti Marziali, affermava: “La vera tecnica del corpo deve essere la sostanza dello spirito… non bisogna guardare il corpo dell’avversario, ma dirigere il nostro spirito. In realtà non esiste nessun nemico…”.
Possono sembrare norme di comportamento banali, come non sbadigliare in faccia alla gente, che però a ben vedere stanno a segnalare la ricerca di una sensibilità nel capire il contesto, il tempo, il ritmo di ogni situazione. Ogni gesto, a seconda del contesto, a seconda del luogo, del momento, può essere un gesto costruttivo così come distruttivo; può essere un gesto amichevole come aggressivo. A seconda del tempo e del luogo lo stesso gesto può avere effetti diametralmente opposti.
Se volete attaccare, se siete aggressivi, lo testimoniate con un gesto, col vostro modo di muovervi.
In altri tempi, quando il pericolo era all’ordine del giorno, un certo modo di utilizzare i sensi divenne molto naturale ed importante. E questo vale per l’artista marziale come per il monaco: saper pazientare, saper vedere oltre l’apparenza senza essere condizionati dai suoni, dal tatto, dalla vista, dallo stesso pensiero.
Nell’Hannya Shingyō questo è descritto chiaramente:
Mu Gen Ni Bi Ze Shin I.
Mu Shiki Shō kō Mi Soku Hō.
Mu Gen Kai Nai Shi Mu I Shiki Kai…
In Zazen non ci sono occhi, orecchie, naso, lingua, corpo, coscienza, né i loro oggetti e rispettive coscienze.
Tradizionalmente l’altare del dōjō Zen, dello Zendō, è più o meno al centro del dōjō.
Una struttura, su cui in genere è posata la statua di Manjusri Bosatsu a cavallo di un leone. Rappresenta lo Zazen: seduti sulle nostre illusioni, sulle nostre manie, agitazioni mentre il leone (la mente) è irrequieto, il monaco è seduto calmo in Zazen (la postura che unifica corpo-mente) e cavalca il leone.

Quando ci si muove nel Dōjō non si deve mai tagliare la linea che congiunge l’altare con il posto dell’insegnante, si deve percepire sulla pelle questa linea, come un raggio laser, che non va oltrepassato.
E muovendosi nel Dōjō tutti i sensi devono essere attivati, si deve vedere con la pelle, pensare con i piedi, con le mani. Il Jikidō deve muoversi come una tigre nella foresta, rilassato ma estremamente vigile.
Sono molti i percorsi simbolici che nel Dōjō educano potentemente a questa vigilanza e sensibilità.
Uno straordinario addestramento per i cosiddetti ‘artisti marziali’ contemporanei che praticano ormai in un ambiente addomesticato che poco permette di affinare queste qualità.
Oggi il Budō ha bisogno dello Zen tanto quanto lo Zen ha bisogno del Budō, affermava il mio Maestro.
Mentre ai monachelli Zen delle nostre parti farebbe assai bene una rigorosa pratica del Budō.
Qualche giorno fa sono stato invitato a condurre un Gasshuku e ho fatto visita ad un Dōjō della nostra Scuola. Recentemente il Dōjō era stato ripulito e ampliato ma ho notato qualcosa, che già avevo segnalato al mio allievo che conduce il Dōjō, come inadeguata: sul lato d’onore, dove sono esposte le immagini dei Patriarchi della nostra Tradizione (Kannryo Higaonna Sensei, Chojun Miyagi Sensei e An’Ichi Miyagi Sensei) erano montate due mensole di laminato, bruttissime, e sopra di esse una candela tutta storta e una piantina di plastica.
Allora, visto che non tollero l’approssimazione da parte dei miei allievi, ho spiegato che c’è un significato profondo dietro questi linguaggi simbolici e che non devono essere trattati con superficialità, c’è una cultura che va studiata e assimilata profondamente per poter padroneggiare questi linguaggi, altrimenti si rischia di mettere in atto delle imitazioni caricaturali, ridicole quanto irritanti. Non ce lo possiamo permettere. Non ci possiamo permettere di essere approssimativi quando ci facciamo interpreti di una tradizione, assolutamente!
Volete capire che anche la mensola che scegliete, la cura con cui la installate, gli oggetti che scegliete di disporre su di essa, tutto fa parte della vostra offerta? Non solo quel fiore che offrite, quando ve lo ricordate!

La cura con cui scegliete la mensola, la montate… parlerà direttamente al cuore di chi si troverà ad inchinarsi di fronte ad essa. 
Se fate caso a queste mensole [il Maestro indica le belle mensole in legno che arredano l’altare del Tora Kan Dōjō] non è che sono proprio delle mensoline così a tirar via. Ogni mensola di queste è costata molto in termini di sforzo, anche economico, perché io le ho volute lavorate in questo modo, martellate, laccate in un certo modo… e non è che ci avanzassero i soldi, però sapevo che dovevo farle così, non poteva essere altrimenti. Dev’essere una cosa bella, preziosa, perché è un’offerta.
Chiunque entra in questo Dōjō o in un Tempio Zen, non può non rimanere in qualche modo toccato profondamente, seppur inconsciamente, da come è disposto l’altare, dalla cura che trasuda ogni parete, ogni dettaglio di questi spazi. Perché tutto è disposto in un modo che trasmette potenza e armonia, è una tradizione millenaria che trasmette questo. Non si può improvvisare, mettere su due mensoline storte con sopra una piantina di plastica… non è così che funziona.
Devi fare lo sforzo di capire qual è il senso a monte di tutto questo. E il senso è quello dell’offerta: innanzitutto offro me stesso con la pratica, lo studio, la cura e faccio offerta per mantenere viva la memoria e la gratitudine nei confronti di chi è venuto prima di me e mi ha offerto la preziosa possibilità di accedere a questa tradizione.
Io, che ho maturato negli anni una certa avversione verso le chiese e le istituzioni religiose, riconosco però che le chiese, così come erano costruite, pensate, erano delle offerte, erano una celebrazione alla grandezza di Dio,  non si poteva fare una cosa approssimativa.
Anche una chiesina umile come la Porziuncola di Francesco d’Assisi è stata costruita da Francesco e dai suoi primi frati pietra su pietra, elemosinando a piedi nudi le pietre nei dintorni di Assisi. Non si deve trattare necessariamente di una basilica ma è una cosa ben diversa dal mettere lì due mensoline di Ikea. E’ qui che innanzitutto si esprime lo spirito religioso, il senso profondo della pratica. In che modo tu stai offrendo qualcosa, stai offrendo te stesso? Le tue capacità, le tue risorse? Se non hai gli elementi culturali, economici… ti attivi, studi, lavori, elemosini… perché tutto questo diventa la tua offerta.
Altrimenti quando poi inviti il tuo Maestro nel Dōjō le tue mensole posticce saranno un insulto alla sua Tradizione e denunceranno la tua scarsa cura. Questo influenzerà chiunque entrerà nel tuo Dōjō ben più di tutti i diplomi che potrai attaccare al muro, parlerà chiaramente dello spessore della tua pratica e della tua sincerità.
I fiori devono essere sempre freschi, senza cercare scorciatoie mettendoci una piantina in vaso o peggio di plastica, ti devi scomodare e far sì che quell’offerta diventi nutrimento quotidiano e non una noiosa incombenza da mettere in atto di tanto in tanto.
Questi gesti quotidiani nutrono il nostro spirito, la pratica è Gyōji, impegno quotidiano, continuo: Shū Shō Ichinyō, Pratica e Realizzazione/Risveglio coincidono.
In questo luogo (Tora Kan Dojo) sono più di venticinque anni che ci sono sempre fiori freschi sull’altare, disposti con grande cura, che il dōjō sia aperto o chiuso. E’ una cosa bella, importante, è un segno del cuore che anima questo posto. Non è che lo facciamo solo per noi, è chiaro che nutre anche noi vedere la bellezza dei fiori, la cura con cui son disposti, sicuramente, ma lo facciamo a prescindere dal fatto che qualcuno li veda, è la nostra offerta.

Il gesto stesso di scegliere la mensola, di montarla ben dritta utilizzando la livella, il mettere con cura l’acqua ai fiori, tutto questo ti offre il senso compiuto di ogni altra tua azione nel Dōjō,
Sull’altare sono rappresentati gli elementi del cosmo, c’è il fuoco, che è nutrito dall’aria, c’è l’acqua, c’è il verde, la natura… c’è tutto… c’è l’immagine di un uomo alla ricerca, un Buddha.
Quando offri un incenso di fronte a questo altare in quel momento celebri la totalità della vita.



Fine prima parte

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1 commento:

  1. In un mondo che corre ad un ritmo frenetico verso un'illusoria idea di progresso, che si riempie la bocca e la mente di teorie astratte e di massimi sistemi, cosa c'è di più rivoluzionario e di più impellente di un'azione disciplinata e performativa sul mondo?
    Questo testo di Dōgen è la chiara esemplificazione dell'estrema praticità e disponibilità dell'educazione Zen, e per questo a mio parere, estremamente interessante...
    _/|\_

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