martedì 28 ottobre 2014

L'uomo che sputò in faccia al Budda / The Man Who Spit In Buddha’s Face



Mentre il Buddha sedeva sotto un albero e parlava ai suoi discepoli gli si avvicinò un uomo e gli sputò in faccia.
Lui si pulì, e domandò allo sconosciuto: “E poi? Cos'altro vuoi dire?” L’uomo fu un po’ disorientato perché mai si sarebbe aspettato, dopo aver  sputato in faccia a qualcuno, che questi gli chiedesse semplicemente “E poi?” Una cosa del genere non gli era mai successa prima. Gli era già capitato di insultare delle persone, e che queste arrabbiate gli avessero reagito contro. Oppure, se erano dei codardi o dei  deboli, che gli avessero sorriso cercando di blandirlo. Ma il Buddha era come nessun altro: non era arrabbiato né in alcun modo offeso, né ancor meno incodardito. Semplicemente aveva detto “E poi?” Nessun’altra reazione da parte sua.
Ad arrabbiarsi e a reagire furono invece i suoi discepoli. Il discepolo più vicino, Ananda, disse: “Questo è troppo. Non possiamo tollerarlo! Deve essere punito per quello che ha fatto, altrimenti chiunque potrebbe sentirsi legittimato ad agire come lui.”
Il Buddha disse:” Taci. Lui non mi ha offeso, ma tu mi stai offendendo. Lui è nuovo di qui, è uno straniero. Deve aver udito dalla gente qualcosa su di me: quell’uomo è un ateo, un pazzo che sta traviando le persone, un rivoluzionario, un corruttore. E lui deve essersi formato qualche idea, un’immagine di me. Non mi ha sputato in faccia, ha sputato  piuttosto sull’immagine che si è formato nella sua mente. Ha sputato sull’idea di me che si è costruito, perché non mi conosce affatto, e allora come avrebbe potuto sputare su di me?”
“Se ci pensi attentamente,” continuò il Buddha, “lui ha sputato sulla sua stessa mente. Io non sono parte di quella, io riesco a vedere che questo pover’uomo ha qualcos’altro da dire, perché questo è un modo di dire qualcosa, sputare è una maniera di esternare qualcosa. Ci sono momenti in cui ti rendi conto che il linguaggio è impotente: quando vivi un grande amore, un momento di forte rabbia, nell’odio, nella preghiera. Ci sono momenti forti in cui il linguaggio si mostra impotente. Allora devi fare qualcosa. Quando sei arrabbiato, nero di rabbia, e magari colpisci una persona, o gli sputi addosso, tu stai dicendo qualcosa. Io lo posso comprendere. Deve avere qualcosa da dire ancora, per questo gli sto chiedendo, “E poi?”
L’uomo era ancora più disorientato! il Buddha disse ai discepoli “Sono più offeso da voi perché mi conoscete e avete vissuto con me per anni, ma ancora reagite.”
Perplesso, confuso, l’uomo tornò a casa. Non riuscì a dormire tutta la notte. Quando  incontri un Buddha, è difficile, impossibile, dormire nella stessa maniera in cui eri abituato a farlo prima. Fu ossessionato da quella esperienza. Non riuscì a spiegarsi quanto era successo. Tremava tutto, sudò fino a bagnare le lenzuola. Non aveva mai incrociato un uomo così, il Budda aveva sconvolto e frantumato la sua mente, i suoi schemi mentali, tutto il suo passato.
Il giorno seguente ritornò. Si gettò ai piedi del Buddha. Il Buddha gli chiese di nuovo: "E poi? Anche questa è infatti una maniera di dire qualcosa che non può essere espressa col linguaggio. Quando venite e mi toccate i piedi, state dicendo qualcosa che non può essere detta nell’ordinario, qualcosa alla quale va stretta qualsiasi parola, qualcosa che non può essere contenuta da quelle.” Il Buddha disse ancora: “Vedi Ananda, quest’uomo è qui di nuovo e sta dicendo qualcosa. Quest’uomo è un uomo di profonde emozioni.”
L’uomo guardò il Buddha e disse “Perdonami per quanto ho fatto ieri.”
Il Buddha gli rispose: “Perdonare? Ma io non sono lo stesso uomo al quale tu hai sputato. Il Gange scorre incessante, non sarà mai due volte lo stesso fiume. Ogni uomo è un fiume. L’uomo a cui hai sputato non è più qui. Io gli somiglio ma non sono lui, molto è successo in queste 24 ore. Il fiume ha continuato a fluire, così io non ti posso perdonare perché non ho alcun rancore verso di te. E tu stesso sei nuovo. Io posso vedere che non sei lo stesso che è venuto qui ieri, perché quell’uomo era arrabbiato e ha sputato mentre tu sei chino di fronte a me, e mi tocchi i miei piedi. Come puoi essere lo stesso uomo? Non sei lo stesso uomo, così dimentichiamo tutto. Quei due uomini, l’uomo che ha sputato e l’uomo a cui ha sputato, non ci sono più. Vieni più vicino. Parliamo di qualcos’altro.”


The Man Who Spit In Buddha’s Face
The Buddha was sitting under a tree talking to his disciples when a man came and spat in his face.
He wiped it off, and he asked the man, “What next? What do you want to say next?” The man was a little puzzled because he himself never expected that when you spit on somebody’s face, he will ask, “What next?” He had no such experience in his past. He had insulted people and they had become angry and they had reacted. Or if they were cowards and weaklings, they had smiled, trying to bribe the man. But Buddha was like neither, he was not angry nor in any way offended, nor in any way cowardly. But just matter-of-factly he said, “What next?” There was no reaction on his part.

But Buddha’s disciples became angry, and they reacted. His closest disciple, Ananda, said, “This is too much. We cannot tolerate it. He has to be punished for it, otherwise everybody will start doing things like this!”
Buddha said, “You keep silent. He has not offended me, but you are offending me. He is new, a stranger. He must have heard from people something about me, that this man is an atheist, a dangerous man who is throwing people off their track, a revolutionary, a corrupter. And he may have formed some idea, a notion of me. He has not spit on me, he has spit on his notion. He has spit on his idea of me because he does not know me at all, so how can he spit on me?
“If you think on it deeply,” Buddha said, “he has spit on his own mind. I am not part of it, and I can see that this poor man must have something else to say because this is a way of saying something. Spitting is a way of saying something. There are moments when you feel that language is impotent: in deep love, in intense anger, in hate, in prayer. There are intense moments when language is impotent. Then you have to do something. When you are angry, intensely angry, you hit the person, you spit on him, you are saying something. I can understand him. He must have something more to say, that’s why I’m asking, “What next?”
The man was even more puzzled! And Buddha said to his disciples, “I am more offended by you because you know me, and you have lived for years with me, and still you react.”
Puzzled, confused, the man returned home. He could not sleep the whole night. When you see a Buddha, it is difficult, impossible to sleep anymore the way you used to sleep before. Again and again he was haunted by the experience. He could not explain it to himself, what had happened. He was trembling all over, sweating and soaking the sheets. He had never come across such a man; the Buddha had shattered his whole mind and his whole pattern, his whole past.
The next morning he went back. He threw himself at Buddha’s feet. Buddha asked him again, “What next? This, too, is a way of saying something that cannot be said in language. When you come and touch my feet, you are saying something that cannot be said ordinarily, for which all words are too narrow; it cannot be contained in them.” Buddha said, “Look, Ananda, this man is again here, he is saying something. This man is a man of deep emotions.”
The man looked at Buddha and said, “Forgive me for what I did yesterday.”
Buddha said, “Forgive? But I am not the same man to whom you did it. The Ganges goes on flowing, it is never the same Ganges again. Every man is a river. The man you spit upon is no longer here. I look just like him, but I am not the same, much has happened in these twenty-four hours! The river has flowed so much. So I cannot forgive you because I have no grudge against you.
“And you also are new. I can see you are not the same man who came yesterday because that man was angry and he spit, whereas you are bowing at my feet, touching my feet. How can you be the same man? You are not the same man, so let us forget about it. Those two people, the man who spit and the man on whom he spit, both are no more. Come closer. Let us talk of something else.”

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mercoledì 15 ottobre 2014

Il Judo non è sport



Jigorō Kanō
Pubblichiamo uno scritto del Maestro Cesare Barioli proposto al Congresso del 2010 "Educazione e Sport, Il caso del Judo" organizzato dall'A.I.S.E. (Ass. It. Sport-Educazione) e l’Università del Piemonte Orientale per celebrare il 150° anniversario della nascita del Fondatore del judo. http://www.busenmilano.org/congresso-2010-educazione-e-sport-il-caso-del-judo/
Bu-sen è il nome del Dojo fondato nel 1966 a Milano dal Maestro Cesare Barioli, scomparso nel 2012. Fu anche e soprattutto grazie a lui che gli scritti e gli insegnamenti di Jigoro Kano, fondatore del Judo (il cui pensiero, ricordiamo, era grandemente apprezzato da Chojun Miyagi Sensei tanto è vero che dal loro incontro ad Okinawa nel 1926 scaturì una reciproca e fruttuosa influenza), sono potuti arrivare in Italia nella loro forma più pura forgiando alla "via della cedevolezza" i più grandi judoka italiani, fra i quali anche Fausto Guareschi. In ogni arte marziale correttamente intesa e praticata, nel judo come nel karatedo, l'efficacia unita alla bellezza del gesto, l’estetica, si fa portatrice di un mandato etico.


Torno ora dell’Europa. Gli occidentali non sono stupidi. Continuando così il judo giapponese potrebbe venir reimportato nel suo Paese d’origine” (Kano Jigoro, 1935).
1. UN PARADIGMA EDUCATIVO
2. FORMAZIONE DELL’ESSERE UMANO
3. LA VIA PROPOSTA ALLA SCUOLA
4. LA FORMAZIONE UMANISTICA
5. CORSI E RICORSI NEL PROGRESSO
6. IL PERCORSO DI KANO
7. IL JUDO D’OGGI
1. UN PARADIGMA EDUCATIVO - In contrasto col judo-sport-olimpico, dal 1972 sostengo la tesi secondo la quale il signor Kano voleva introdurre nella Scuola lo ‘studio della Via’ in luogo dell’Educazione Fisica di stampo occidentale.
Oggi in Occidente l’Educazione Fisica esiste per promuovere lo sport mentre in Giappone judo e kendo, discipline della Via, si sono adeguate all’agonismo sportivo. Diciamo che lo sport olimpico ha ignorato la proposta del budo-educazione giapponese.
Sarebbe invece opportuno che il mondo considerasse l’educazione fondata sulla Via per portare le doti umanistiche al livello delle conquiste scientifiche. La scienza, infatti, ha realizzato progressi straordinari, mentre la crescita umana (la formazione umanistica) è rimasta ai livelli del passato.
L’educazione morale deve realizzare progressi pari a quelli che la tecnologia scientifica ha compiuto nel XX° Secolo e stimolare nella popolazione mondiale una crescita interiore che miri al bene comune, perché: “Il futuro è un drammatico confronto tra educazione e caos”.
2. FORMAZIONE DELL’ESSERE UMANO - In tempi preistorici la specie umana ha faticato a sopravvivere, essendo costituita da esseri privi di zanne e artigli, fisicamente inferiori. Si può immaginare quale fosse la morale che imperava a quei tempi dettata dalle necessità. In questa fase l’evoluzione premiò l’individuo che aveva la qualità di paura per fuggire il pericolo, e di desiderio pressante (clamant) di nutrirsi e riprodursi.
Dobbiamo osservare in proposito che la crescita dell’essere umano durante centinaia di migliaia di anni è dovuta all’interazione armonica di corpo, mente e cuore più che al prevalere di uno solo di questi argomenti. Oggi si da troppa importanza alla mente applicata allo studio, mentre una corretta impostazione per la soluzione dei problemi vitali richiede la partecipazione del cuore (o spirito) e del corpo.
In tempi biblici, e fino ai giorni nostri, l’agricoltura e l’allevamento portarono al benessere le popolazioni stanziali spostando le qualità premianti della vita al possesso e alla conquista del potere. A questo nuovo livello l’essere umano disponeva di una morale adeguata a tali obiettivi.
Ma attualmente il cambiamento delle circostanze di vita profila una nuova epoca basata sulla responsabilità. Le entità che l’evoluzione coltiva nell’inconscio intervengono dominando o escludendo l’io non appena sono in gioco argomenti come paura-e-desiderio, o possesso-e-potere, anche se le circostanze richiedono di ispirarsi a valori superindividuali.
Noi insegnanti di judo-educazione definiamo l’educazione come: “insegnare ad affrontare la realtà”. Questo consiste appunto nel controllare le spinte generate da un inconscio che non è all’altezza di garantire la sicurezza e il progredire della specie. Oggi la scienza ci offre strumenti che, usati a fini egoici, profilano distruzioni planetarie e solo un deciso progresso nella formazione dell’essere umano può aiutarci nella gestione responsabile del mondo. E’ necessaria una rivoluzione umanistica che produca uomini e donne in cui la coscienza dell’interesse collettivo prevalga su quello individuale.
Nell’immediato futuro la razza umana è avviata ad assumere la responsabilità del mondo, o a perire.
3. LA VIA PROPOSTA ALLA SCUOLA - Nel corso della mia esposizione parlo di ‘entità’, ‘pulsioni’, ‘desideri primordiali’, espressioni che potrebbero indurre ad attribuirmi l’uso di una terminologia approssimativa. Spero che il lettore voglia solo comprendere il messaggio che porto, lasciandomi estraneo a polemiche a cui sarei orgoglioso di partecipare se non fossi l’insegnante di judo che sono. Il concetto di ‘Via’ mira ad armonizzare il Centro di Coscienza con i meccanismi che l’evoluzione ha fissato negli strati inconsci dell’essere. Queste entità impongono pulsioni di desideri primordiali e obsolete necessità di difesa inadeguate alla realtà in cui viviamo. Che ormai richiede una visione allargata rispetto alla pura sopravvivenza dei primordi.
Ecco l’argomento che il signor Kano ha proposto, nei primi anni del XX Secolo, all’indiscusso maestro di scherma Takano Sasaburo: “Perché insegnare a pochi giovani quando morire per il feudo, quando oggi è opportuno insegnare a tutti come vivere per realizzare il benessere comune?”
Takano comprese e il signor Kano disponeva dell’autorità per introdurre judo e kendo nella Scuola.
Ma la Storia ci mise lo zampino e i militari sfruttarono la nuova struttura educativa per il nazionalismo fanatico e aggressivo, con le conseguenze che oggi universalmente deploriamo.
Infatti le qualità derivate dal Il Miglior Impiego dell’Energia, ottenute all’inizio della Via, possono essere indirizzate al benessere sociale espresso da Tutti insieme per Crescere e Progredire, ma in quegli anni drammatici sono state invece rivolte al miraggio della guerra. Il fondamento della realtà educativa della Via costituisce un potenziamento delle facoltà umane e può essere rivolto a manifestazioni straordinarie (in Giappone: Miyamoto Musashi, samurai del 1600) piuttosto che al progresso dell’Umanità (che Kano chiama dai-do, Via-maestra: “Se faccio un uomo forte con l’allenamento e ne potenzio la volontà in gara creo un mostro di cui la Società non ha bisogno, perché egli porrà forza e volontà al servizio dell’egoismo”).
I diversi livelli del vincere ad ogni costo, dall’interpretazione sportiva ai rapporti sociali, dagli scontri tra ideologie o strutture politiche all’affermazione della personalità sfruttano l’energia umana (shobu-judo) senza subordinarla a un comportamento morale (rentai-judo), o tantomeno ispirarla a un ideale universale (sushin-judo).
4. LA FORMAZIONE UMANISTICA - Nell’orda l’economia era anarchica; qualche uomo era cacciatore, altri erano piuttosto fannulloni, le donne cercavano, raccoglievano e partorivano. Tutti mangiavano, ma la sopravvivenza restava precaria.
Il paradigma attuale della Società è nato formulando le caste.
Ci sono molte ragionevoli interpretazioni di tale ordinamento sociale. La considerazione fondamentale valuta certi uomini che producono benessere per se stessi e per chi li circonda: a questi re-sacerdoti viene affidata la guida della Società. All’opposto si collocano i fuori-casta: persone che resteranno sempre povere, provocando miseria attorno a loro.
I contadini/artigiani rappresentano le risorse economico-produttive della Società; sono tanti, vivono parcamente e creano ricchezza. Al loro opposto ci sono coloro che, avendo la violenta natura del bandito, si conquistano il benessere a spese dei vicini.
Contadini, artigiani – poveri, creano ricchezza
Fuori casta – poveri, diffondono povertà ---------I--------- Re e sacerdoti – ricchi, creano ricchezza
Banditi – arricchiscono a spese del prossimo
La valorizzazione di codesta realtà psicologica non sarebbe avvenuta senza il contributo dell’educazione: la creazione di un Codice d’Onore che canalizza la violenza verso ‘quelli di fuori’ (di altro gruppo, feudo, regno: i nemici) sfruttando la coscienza di gruppo per conquistare ricchezza, ma non a spese dei compagni, da questi ultimi anzi meritando fama e riconoscenza.
Ecco un’incursione del meccanismo educativo nell’istinto profondo. Il Codice d’Onore trasforma i violenti (banditi) in guerrieri: zulu, pellirosse, cavalieri, samurai... Certo nessuno ipotizza un Codice d’Onore per re-sacerdoti, contadini-artigiani, commercianti e paria… semmai queste caste devono rispettare le regole. La casta guerriera ha diritto alle armi, ma deve risponderne in base al Codice d’Onore.
Per quel che sappiamo dei tempi antichi, i violenti costituirono il materiale umano del primo esperimento educativo profondo e La Repubblica di Platone ne riporta l’esigenza descrivendo la creazione dei custodi. Ma la brillante epopea greca non ha avuto tempo di dimostrarne la validità.
In questo modo decollò la Società umana, che creò gli Stati in guerra tra loro per il potere. E deliziosi particolari della civiltà che ne è derivata sono raccontati nel saggio Le leggi fondamentali della stupidità umana di Carlo Maria Cipolla, storico dell’economia.
Questo paradigma educativo limitato, ma determinante, diede origine a un insieme di teorie, leggi e strumenti accettati universalmente. Ma col tempo le anomalie si sommarono fino a provocare la crisi (quando il guerriero venne sostituito dall’esercito di coscritti).
25 secoli fa il nuovo paradigma educativo di Kong Fuzi (Maestro Kong, conosciuto come Confucio) offriva educazione a tutti attraverso il rito e lo studio, indirizzando le pulsioni interne a servire la struttura sociale. Grazie ad esso, la Cina dei mandarini ha costituito l’Impero più duraturo nella storia del mondo.
In un’epoca antica, tuttora imprecisata, il grammatico Patanjali (autore degli Yoga sutra) operò un’altra rivoluzione umanistica di carattere mistico-religioso, proponendo un dettagliato paradigma che portava al controllo delle pulsioni (klesa) e delle attività mentali (vritti) per il raggiungimento di obiettivi ambiziosi: i poteri spirituali (siddhi) e l’intima unione con la divinità interiore (Ishvara). Le sue lezioni trovano riscontro nelle esperienze di certi santi cristiani, come ne’ Il Castello interiore di Teresa d’Avila.
Ognuna di queste esperienze si rapporta alle circostanze storiche in cui si manifesta. Il guerriero era una figura indispensabile alla prima Società, ma veniva reclutato in base ai requisiti psicologici e mostrava limiti nelle circostanze dell’ereditarietà. L’insegnamento di Confucio produceva un uomo migliore (junzi) e la sua scuola era aperta a tutti, ma non erano tempi in cui le masse potevano permettersela. Patanjali ha creato una tecnologia (il raja-yoga) riservata, come dice il nome, ai re (rajah) che si permettevano di mirare mete elevate trascurando le realtà dell’uomo comune.
La Via si caratterizzava per il programma iniziale di armonizzare l’essere umano in tutte le sue espressioni fino a disporre di una grandissima potenzialità. E poi nel scegliere il campo in cui realizzarsi, che poteva riguardare anche l’ambito magico o religioso, addirittura la Mano Sinistra (dall’inglese Left Hand Path) non sempre al servizio dell’Umanità, come appare nella storia del santo tibetano Milarepa.
5. CORSI E RICORSI NEL PROGRESSO - Del secolo scorso potremmo dire che venne di moda la discontinuità. Si è accertato che la materia è discontinua e altrettanto l’energia; poi si è passati al tempo e allo spazio. Kuhn, epistemologo statunitense, ha rivolto la sua attenzione al progredire discontinuo del pensiero scientifico, che alterna una normalità di gestione a rivoluzioni periodiche che stravolgono il paradigma di riferimento (The Structure of Scientific Revolutions, 1962 Università di Chicago).
Ma anche la formazione umanistica presenta analogie col succedersi di rivoluzioni periodiche.
Queste ultime vengono facilmente sottolineate nel campo scientifico che ormai vanta una struttura planetaria; mentre a tutt’oggi la formazione dell’essere umano, la sua educazione, non è stata considerata fuori dalla realtà locale.
Abbiamo accennato alla formazione del guerriero (del crociato piuttosto che del bushi). Poi a Confucio, la prima proposta di educazione popolare. E ancora a Patanjali per la profondità psicologica con cui analizza la realtà interiore. Gli storici delle Scienze Umanistiche (o Scienze dell’Educazione) potranno riassumere e completare l’argomento.
Mentre la proposta di Kuhn ci fornisce i termini e le definizioni per poterci intendere:
- Fase 1 - Per Kuhn la pseudo-scienza diventa scienza quando un paradigma definisce teorie, leggi e strumenti universalmente accettati; (osserviamo che la situazione della nostra cultura umanistica potrebbe definirsi pre-paradigmatica perché i paradigmi proposti fin’ora non sono stati confrontati e accettati da tutti).
- Fase 2 - Nell’ambito del paradigma esistente la ‘scienza normale’ progredisce con successi e insuccessi (scontri con le anomalie); (l’attuale cultura umanistica non ha raggiunto questo livello, in particolare necessita di una fusione con differenti corpi di pensiero come la psicologia e le attività motorie responsabili delle connessioni sinaptiche).
- Fase 3 - Quando le anomalie diventano imbarazzanti il paradigma vigente entra in crisi e viene abbandonato lasciando spazio a un nuovo paradigma; (nella formazione umanistica la mancata coordinazione mondiale ha limitato questa fase a episodi locali, impedendo chiarezza di risultati).
- Fase 4 – Il nuovo paradigma assume le caratteristiche di Rivoluzione e causa una discussione straordinaria in cui i difensori del vecchio si battono strenuamente per mantenere lo status-quo-ante… (per discutere il paradigma educativo proposto da Kano Jigoro, ecco che dobbiamo prevedere questa reazione)
- La Fase 5 rientra nella Fase 1
6. IL PERCORSO DI KANO – Al liceo il signor Kano ha studiato classici cinesi. Poi i suoi interessi l’hanno spinto a cercare alloggio a Eisho-ji di Shitaya perché il quartiere era frequentato dagli indianisti e dagli studiosi di sanscrito.
Contemporaneamente i valori celebrati nella scuola trovavano un’eco nelle versioni civile e militare del jiu-jutsu che praticava. I suoi compagni, di scuola o di palestra, erano troppo distratti da scopi pratici per osservarne gli effetti. Kano raggiunse una formazione della personalità tale da fargli affermare (come scrisse nel 1915 sulla rivista ‘Judo’) che il miglioramento ottenuto nel corpo e nel carattere, nell’animo e soprattutto nella stabilità di comportamento “poteva essere applicato a qualsiasi circostanza in ogni momento della vita e doveva essere offerto a tutti, non solo a una ristretta cerchia di praticanti”.
Queste parole echeggiano il risultato ottenuto percorrendo la prima fase della Via: un coordinamento dell’essere più evidente che non nelle persone che gli stavano attorno (la Massima Efficacia nell’Utilizzazione dello Spirito e del Corpo). E testimoniano l’indole nobile di voler condividere i risultati ottenuti.
Raggiunta la formazione della personalità, Kano scrive nell’autobiografia Il Judo e la Vita (Satsuki- Shobo, 1983) che fu Kosuke Shirai, un vecchio militare in pensione, a dargli la spinta determinante per dedicarsi al servizio del prossimo (Prosperità e Mutuo Benessere). In Illustrated Kodokan Judo (Tokyo 1955), manuale che riflette la concezione del 10° dan Nagaoka Hidekatsu, è scritto che “il principio fondamentale” ottenuto da Kano dopo anni di studio e di pratica “è conosciuto nella filosofia orientale come ‘gyo’ (sanscrito: ‘sanskara’) , o esercizio ascetico”. Ecco che il carattere gyo, esprime appunto l’ascesi della Via. E quello che un tempo era praticato da pochi, non come rinuncia, distacco o esaltazione mistica, ma nel senso greco che chiamava asceta il soldato, o il lottatore che affinava le sue abilità nella lotta, viene introdotto da Kano nella scuola per formare i giovani che daranno futuro alla Società.
Abbiamo raccolto le critiche che accusano il signor Kano di essere stato politico, più che artista marziale. Infatti gli è capitato di esibirsi una sola volta in pubblico, da liceale, con gli allievi di Hidemi Totsuka e Kenkichi Sakakibara. Ma il Campione non ha posto nello spirito della Via. Il signor Kano ha dato origine al judo; l’ha impostato nei primi tempi e, dichiarandolo completo nei suoi scopi e nei suoi mezzi, nel 1922 l’ha presentato all’Imperatore nel corso di una festa della gioventù.
In seguito il judo si è diffuso in Giappone e all’estero nella situazione drammatica della prima metà del ‘900 fino a diventare nel dopoguerra (1945) uno sport tra i più praticati. Le qualità acquisite col judo da Kano-shihan, dovevano indirizzarsi al servizio della Nazione, non certo a battere i concorrenti. Divenuto alto Dirigente della Pubblica Istruzione e poi quasi Ministro degli Esteri del primo Periodo Showa, spinse la sua audacia fino ad augurare che i Giochi Olimpici (del ’40) potessero scongiurare i sinistri bagliori di guerra che si profilavano.
Forse è morto perché la sua figura internazionalista e pacifista poteva influenzare molti giovani a rifiutare la guerra tra le nazioni…
Sviluppandosi dal piccolo dojo costruito nel parco di Eisho fino ai milioni di praticanti degli anni ’30, il judo ha affrontato molti avvenimenti: la crisi di crescita, la formazione degli insegnanti, la trasformazione in sport olimpico, l’interpretazione degli eserciti e polizie di tutto il mondo. Oggi è determinante la sua presenza ai Giochi e meno evidente il messaggio che Kano ci ha lasciato attraverso gli scritti, le Forme contenute nella pratica e l’esempio dato con la sua vita.
Con il termine ‘judo-educazione’ vogliamo appunto proporre di dare importanza alla sua proposta colmando lo squilibrio che si è creato tra lo sviluppo della Scienza e l’arretratezza della Formazione Umanistica, di cui avvertiamo il pericolo.
7. IL JUDO D’OGGI - Ai tempi del signor Kano la donna era esclusa da molte attività sociali e difficilmente avrebbe potuto realizzare la massima efficacia nell’utilizzazione dello spirito e del corpo praticando una disciplina di combattimento. La situazione poteva ripetersi per molti uomini.
Così il signor Kano annotò che la proposta del judo non poteva raggiungere tutti e suggerì di formulare uno ‘stile di espressione’ (hyogen-shiki) ricavato dal teatro noh e dalla danza, di cui incluse esempi in quelle ‘forme’ (kata) del judo che non attingevano al jiu-jutsu (cioè: Ju-no-kata, Itsutsu-no-kata e Sei-ryoku-zen’yo-kokumin-taiiku-no-kata). Questo compito venne affidato ai successori, cioè a noi.
Resta valida la possibilità di mettere a punto un’alternativa alla Via del judo per le persone che incontrano difficoltà con la disciplina di combattimento. Ma oggi abbiamo fatto esperienza col judo nell’agonismo olimpico, abbiamo raccolto il parere delle donne, possiamo ascoltare voci di tutto il mondo e così abbiamo allargato i confini che limitavano il judo ai tempi di Kano.
Una delle proposte è la seguente.
Attiriamo l’attenzione dei giovani sulla bellezza del gesto. Ad esempio nell’esercizio-libero (randori) un praticante si muove per prendere posizione o per attaccare e l’altro applica una delle tecniche per cui il judo è famoso nel mondo… quello che chiamiamo ‘ippon magistrale’ (che può essere una tecnica di lancio, o una presa di corpo-a-corpo), un gesto che porta i corpi ad armonizzare e a fondersi nel momento culminante, anche se uno dei protagonisti è spettacolarmente battuto e l’altro trionfatore.
Nello sport c’è un vincere a tutti i costi, che può utilizzare la tattica, la forza pura, mezzi alternativi di potenziamento. Ma vorremmo contrapporvi la bellezza del gesto. E’ un’estetica percepita interiormente, che si comunica alla personalità. Si può vedere il rapporto col teatro noh, nel quale l’attore indossa la maschera, rinunziando a ogni mimica; e c’è rapporto con la danza tradizionale giapponese proprio per l’attenzione posta sul gesto particolare.
Questa esperienza si può vivere nell’esercizio-libero del judo e anche nella competizione (ma non se lo scopo della gara è la selezione del Campione). Chi la padroneggia può trasferirne i modi nelle circostanze della vita, realizzando un comportamento che non contrasta le entità del subconscio e invece valorizza il fare a cui ci si dedica.
In questo modo si utilizza la gara (“La gara è un incidente incontrato sul nostro cammino, ma possiamo volgerlo a nostro favore”) non come selezione per incoronare un vincitore su mille partecipanti, bensì come esperienza formativa.
Il precetto morale di questa epoca della Terra verrebbe ad ispirarsi a questa estetica che non è imitazione o trasformazione della natura, ma coscienza del fare.

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