mercoledì 4 maggio 2011

In risposta ad Emilio: sull'antieconomicità dell'esercizio




Riflessioni di Sensei Taigō al post di Emilio:

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Grazie Emilio per il tuo articolo che, come già ho scritto, con tono leggero ha toccato argomenti di vitale importanza per la pratica e l’educazione in generale.

Sapessi quante volte anch’io mi son trovato di fronte alle domande di parenti e amici il cui senso finale era: ‘ma chi te lo fa fare?’

Domande che nascono dall’incapacità di cogliere il valore di un impegno che non sia strumentale ad altro che alla ricerca della propria pienezza.
Una ricerca che passa spesso per Vie inconsuete e, a volte, ‘scandalose’ per il pensiero comune.

Così come lo studio per lo studio, che non si insegna oggi a scuola, non finalizzato all’ottenere il famoso ‘pezzo di carta’ è considerato un’anomalia (e già la definizione di ‘pezzo di carta’ denota l’inconscio disprezzo anche da parte di chi ne fa il motivo primario del proprio sforzo).
Kodo Sawaki Roshi scuoteva gli studenti universitari affermando: ‘Se studiate per ottenere un diploma è come se mangiaste al fine di defecare’.

La loro comprensione veniva meno di fronte al mio sforzo disciplinato e quotidiano in un’azione che consideravano ‘improduttiva’ secondo i parametri di mercato a cui erano stati educati.

Per non parlare dell’incapacità di comprendere e accettare, con la quale anche tu ti stai confrontando, che si possa esprimere un'impegno fisico e mentale considerevole, in un’attività che comporta anche delle dosi di rischio.
E non si parla solo di ematomi e contusioni, che non mancano…
Anche il mettersi in gioco di fronte alla difficoltà e all’esperienza inedita, il mettere da parte la propria ‘rassicurante maschera’ per continuare a crescere e imparare, sono considerati dei rischi in una società che ha fatto di tutto, come hai ben osservato, per rimuovere ogni difficoltà, il confronto con la morte, il dolore, l’incertezza, anestetizzando la vita.

La nostra pratica è proprio quella di uscire da questa anestesia, di deprogrammarci, e ritornare ad assaporare la vita nella sua pienezza e questo richiede di accogliere l’incertezza, accettare il rischio…

Il pensiero dominante, il cosiddetto ‘buon senso comune’ si trova ad una impasse, arriva ad un corto circuito, quando incontra un’azione che pare non avere uno scopo ‘economico’.
Questa antieconomicità dell’azione è percepita non solo come incomprensibile ma anche come un pericolo dal pensiero mercantile e anestetizzato che permea ogni ambito della nostra società umana.
Pericolosa perché non controllabile secondo le leggi del commercio e dello scambio.

E, a ben vedere, quali sono le attività umane più squisitamente ‘improduttive’ e ‘gratuite’ ?
L’arte, la religione ed il gioco.
Proprio per questo loro carattere di libertà, che risponde alle leggi della natura e dell’ispirazione più che alle leggi umane, l’arte, la religione e il gioco sono, da sempre, state considerate dal potere costituito espressioni umane potenzialmente pericolose,  tanto da cercare costantemente di addomesticarle.

Allora, nel processo di addomesticazione, l’arte diviene tecnica e mercato, il potere religioso ricerca il consenso accordandosi ai desideri delle masse e il gioco viene trasformato in sport competitivo…

I veri artisti, così come i veri religiosi sono sempre stati degli uomini liberi, incontrollabili, invisi al potere che non tollera che l’uomo possa avere dei riferimenti che vadano oltre l’appagamento dei bisogni primari spesso utilizzati come strumento di ricatto.

La nostra Disciplina, il nostro tanto svilito e addomesticato Karate-Dō e più in generale la pratica del Budō, è nella sua espressione originale ed autentica, un’alta forma d’arte e, ad un certo livello di ricerca, sfocia inevitabilmente, nel percorso religioso.

E’ arte del corpo e dello spirito perché insegna e ricerca il gesto libero e creativo, passando attraverso la forma, per ripristinare la saggezza originaria del corpo-mente in armonia con le leggi della natura (quello che Deshimaru Roshi chiamava Ordine Cosmico).
Sfocia nella ricerca religiosa perché, come la religione, pone di fronte al problema della vita e della morte attraverso riti, simboli e miti e orienta la vita del praticante secondo principi morali.

“ La religione dal punto di vista fenomenologico è l’attività non razionale dell’uomo alla ricerca del significato ultimo dell’esistenza.
La religione non è riducibile a visioni del mondo intellettuali ed a funzioni utilitaristiche. né a bisogni dell’esistenza immediata e alla sopravvivenza.
Al suo livello più serio e creativo è il nostro sforzo di librarci verso una realtà simbolica, mediante visioni mitopoietiche e attività cultuali’.

(Hee-Jin Kim: Eihei Dogen Mystical realist, Wisdom publication).

Godiamo dunque dell’antieconomicità del nostro esercizio, coltiviamo l’entusiasmo, spendiamoci gratuitamente.
Alla fine dei nostri giorni il cuore sarà scaldato solo dal ricordo delle azioni nate dal nostro impegno ingenuo e gratuito.

Se qualcosa dovrà rimanere di noi, rimarrà l’entusiasmo, la libertà dello spirito che è forse l’unica cosa degna di essere trasmessa ai nostri figli e che sola li può condurre a trovare il cammino verso la loro propria pienezza senza essere piegati ed addomesticati dal ‘buon senso comune’.

Taigō



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