giovedì 28 ottobre 2010

Perfezionare I Sensi

Pubblichiamo una nuova traduzione di un post di Krista De Castella dal suo Blog scritto durante la sua permanenza ad Okinawa.
La versione originale la trovate qui: http://memoirsofagrasshopper.blogspot.com/
E per ulteriori informazioni su Krista ed il suo Blog vi invitiamo alla lettura del suo primo post tradotto sul nostro Blog:
http://iogkfitalia.blogspot.com/2010/09/il-diario-del-dojo-e-la-regola-delle.html

Zanshin: Presenza Totale (trad. di Taigo Sensei)
Nella pratica delle arti marziali impegnamo molto tempo per migliorare la velocità dei movimenti del corpo comunque, la difesa personale richiede che anche i sensi vengano allenati.
Sensei a volte ci racconta delle storie dei suoi primi anni di allenamento, notti in cui avevano praticato il kakie, bunkai e randori all’aperto nell’oscurità.
Questo genere di allenamenti era utilizzato per affinare la loro capacità di visione, di ascolto e migliorare la percezione cinestetica e, successivamente, quando si trasferì a Tokyo si esercitava a ‘catturare’ con lo sguardo scritte ed immagini dal treno in corsa.
Da quel che sappiamo anche Chojun Miyagi Sensei era sempre alla ricerca di metodi per migliorare la sua capacità di percezione con metodi simili.
Allenava i muscoli degli occhi osservando l’orizzonte sul mare e immediatamente dopo concentrando la vista su oggetti a minore distanza, e al mattino, quando la moglie apriva la stanza della camera da letto si allenava a percepire quale dei suoi sensi (vista o udito) avesse percepito per primo l’apertura della porta.
A volte durante le lezioni Sensei ci sottolinea un passaggio del Kenpo Hakku che dice:
Me wa shiho o miru wa yosu – Gli occhi devono percepire (non devono perdere) anche il minimo cambiamento”. Ci ha spiegato che in uno scenario di difesa personale, gli occhi devono ‘catturare istantaneamente’ tutti i dettagli di una nuova scena o ambiente – persone ubriache, chiassose o che generano sospetto, uscite del locale, potenziali armi e altri pericoli etc…
Nell’allenamento è anche importante ‘ammorbidire’ lo sguardo in modo da accogliere in esso una situazione ampia e fare uso della visione periferica.
Questo è un punto sottolineato anche da  Musashi nel suo Libro dei Cinque Anelli: “Nell’usare gli occhi fallo in una maniera ampia e che comprenda tutto. C’è l’osservare e c’è il vedere. L’occhio che osserva è forte. L’occhio che vede è debole. Vedere il lontano come fosse vicino, e quel che è vicino come fosse lontano è essenziale nelle arti marziali. Percepire la spada dell’avversario, sebbene non ‘vedendola’ affatto è importantissimo nelle arti marziali. Dovete esprimere un grande sforzo per ottenere questo.” (Miyamoto Musashi, 1645, p.67)



martedì 26 ottobre 2010

Io ho quel che ho donato



"lo ho quel che ho donato", diceva Gabriele D'Annunzio, sfidando il senso comune.
Sembra, infatti, che quando fate un regalo a qualcuno vi priviate di qualcosa - magari della somma di denaro che avreste potuto spendere per voi, e che invece avete utilizzato per acquistare ciò che pensate sia gradito ad altri.
Anzi, il valore del dono appare tanto maggiore quanto più ingente è la "perdita".
Antiche culture hanno regolato cosi complessi rapporti sociali: più si donava, più cresceva il prestigio del donatore talvolta con vere e proprie gare che potevano finire col dilapidare le sostanze di coloro che erano impegnati in questa contesa (….)
Dunque, donare è difficile; ma proprio per questo saper intuire il dono giusto al momento giusto è un'arte tanto sottile quanto essenziale, perché si instauri una relazione tra individui altrimenti condannati a restare delle "isole" senza comunicazione reciproca.
Questa è anche la ragione per cui il dono è così legato alla festa; anzi il dono è già una festa.
Non c'è solo il comune regalo: talvolta, è un dono anche un sorso d'acqua, come quello che nel Vangelo una donna offre a Gesù assetato. E un medico dona la salute al paziente, una madre la vita al figlio, un Dio la sua "alleanza" a un individuo, a un popolo o forse all'intero genere umano.       
Il poeta coglieva nel segno. Quello che uno ha donato gli resta, perché la generosità è l'unica cosa di cui siamo veramente proprietari.


Giulio Giorello
Ordinario di Filosofia della Scienza

venerdì 22 ottobre 2010

Gasshō Daido




Il Maestro Massimo Daido Strumia, fondatore del Dojo Il Cerchio Vuoto, se n'è andato.
L'ho incontrato in alcune occasioni e mi ha colpito la sua semplicità, il suo mostrarsi così com'era senza alcun artifizio, e, forse, proprio in questo risiedeva il suo più profondo insegnamento.
Abbiamo condiviso oltre al silenzio dello Zazen, qualche buon bicchiere di vino accompagnato dalla sua immancabile sigaretta.
Mi piace ricordarlo con queste parole che scrisse a proposito dello Zazen:

Za Zen è qualcosa di simile
ad un'immersione.
Immersione in quelle profondità
dove questo-quello, tu-io
scompaiono
ed appare in tutta la sua risplendente
chiarezza
l'essenza delle cose
di questo mondo.  
 
Gasshō caro Daido.


martedì 19 ottobre 2010

DOJO KUN - lost in translation ?


Pubblichiamo una nuova traduzione di un post di Krista De Castella dal suo Blog scritto durante la sua permanenza ad Okinawa.
La versione originale la trovate qui: http://memoirsofagrasshopper.blogspot.com/
E per ulteriori informazioni su Krista ed il suo Blog vi invitiamo alla lettura del suo primo post tradotto sul nostro Blog:


Molte persone hanno già una certa familiarità con i dojo kun – I principi guida, i precetti etici per gli allievi dei dojo tradizionali.
Nella IOGKF, la versione inglese dei nostri dojo kun è ben conosciuta e in alcuni dojo è anche recitata al termine di ogni lezione:


  1. Rispetta gli altri.
  1. Sii coraggioso.
  1. Allena il tuo corpo e la tua mente.
  1. Pratica quotidianamente e proteggi il karate-do tradizionale.
  1. Sforzati di penetrare l’essenza del Goju-Ryu.
  1. Non arrenderti mai.


Ma, quando per la prima volta, una sera, ebbi l’occasione di ascoltare Higaonna Sensei leggere la versione giapponese, fui sorpresa da quanto mi sembrasse più lunga e non potetti che sospettare che un ‘qualcosa’ fosse stato perso nella traduzione.
Sensei fu così gentile da permettermi di fare una fotocopia (la fotografia che vedete sopra) e con il mio giapponese piuttosto limitato ho tentato una traduzione. (Sarei comunque felice di ricevere ogni genere di correzione da parte di giapponesi madrelingua):


  Hitotsu - Reigi O Omon Zuru Koto
  Sii rispettoso verso gli altri e agisci sempre con onore e buone maniere (cortesia)



  Hitotsu - Shinshin No Renma Ni Hakemu Koto.
  Sforzati di sviluppare/migliorare sia nel corpo che nella mente attraverso la pratica.



  Hitotsu – Hibi No Tanren O Okotarazu Dentou Karate O Mamoru Koto.
 Attraverso un disciplinato allenamento giornaliero, sforzati di proteggere/salvaguardare premusoramente il  karate tradizionale.



  Hitotsu – Goju Ryu Karate-Do No Shin Zui O Kiwa Suru Koto.
  Punta a ricercare e a raggiungere la maestria dell’essenza del Goju-Ryu Karate-Do.



  Hitotsu – Futoufukutsu No Seishin O Yashinauro Koto.
  Sforzati di coltivare uno spirito coraggioso, incorruttibile ed indomabile.


C’è qualcosa di particolarmente affascinante nella versione originale giapponese…..



giovedì 14 ottobre 2010

Una volpe ascolta lo schiudersi delle rose….

di Tiziana Verde

Pubblichiamo questo articolo che la scrittrice Tiziana Verde ci ha inviato per il nostro Blog.
Tiziana è una grande amica del Tora Kan Dojo e di sensei Paolo.
Siamo onorati e felici di pubblicare il suo contributo sul nostro Blog.

Tiziana Verde, insegnante, ha già pubblicato L’uccello di fuoco, vincitore di un concorso letterario nella “Raccolta Nuovi Narratori Campani” (Guida, 1997), L’ordine del vento (Filema, 2005), Il testamento di Marlon Brando (Incontri editrice 2007), vincitore del Premio Letterario Città di Sassuolo, Il Fazzoletto Rosso (Napoli 1799).


 “La bella e la bestia”  comincia d’inverno, quando la neve  è già alta
A suo padre  che  infila il piede nella staffa per partire a cavallo per un viaggio d’affari, la figlia minore chiede, al posto del gioiello o dell’abito che lui vorrebbe portarle in dono come farà con le altre sorelle,   “una rosa, soltanto una rosa”.
Sembrerebbe il regalo più innocuo ed è invece il più arduo.
Per questa richiesta temeraria e gentile di un fiore che immagino rosso sul bianco intatto della neve e che naturalmente fiorisce soltanto nel giardino della Bestia, ho pensato di ripercorrere il simbolo della rosa così come si rivela nei versi di alcuni nostri poeti.
"Symbolon"   significa congiungere, accostare… per i greci i due bordi dell’oggetto (sigillo, dado, anello) spezzato alla partenza e il cui perfetto ricomporsi avrebbe testimoniato dell’amante, amico o pellegrino  che ne possedeva l’altra metà.
Quest’immagine ci insegna subito un tratto della natura profonda del simbolo, noi ne afferriamo la parte visibile sapendo che l’altra (l’assente, l’imponderabile) aspetta che il caso, lo sforzo o un istante di grazia ce l’accosti dal lontano di cui fa parte.
Il simbolo è anche un intero che all’inizio è stato infranto e reca per sempre, tra perdite e precari ritrovamenti, il solco e il dolore di questa ‘spezzatura’.
Uso qui l’immagine della rosa perché essa è stata per l’occidente, quello che per gli orientali è il loto, scrigno di rimandi, concetti, evocazioni… il loto vittorioso del fango in cui le sue radici pure affondano, la rosa schiusa con grazia e spacconeria, alla fine d’uno stelo di spine.
Il puro nome l‘ha cantato  Gertrud Stein.
La rosa è  laccio della sillaba, anello che si ripete per essere sempre oltre.
La memoria vi gira intorno, lo sa inafferrabile ma il suono ne riverbera tratti eterni…
«Quando dissi: Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa. E poi più tardi questo lo foggiai in un cerchio lo feci poesia, cosa avevo fatto? Avevo accarezzato, completamente accarezzato e chiamato un sostantivo» scrive la Stein.
Le parole si rivelano in questo mantra per quello che sono a noi umani: esilio e dimora, giacché chi parte o vive lontano da dov’è nato, impara a sue spese come  si riposi soltanto nella propria lingua.
Dunque semplicemente accarezzando il nome, la Stein riesce a suggerire quale avvento, complicazione, mistero sia una rosa. Noi siamo allora catturati da versi che sospendono il significato e navighiamo dentro quella sorpresa o ‘mare aperto’ d’una lingua non ancora usurata, come quelle giaculatorie che recitavamo da  bambini, persi a ripetere una rima, in quello stato liquido dove la mente genera figure,  dove ogni figura ha molti scorci e ogni scorcio si biforca in molte direzioni…
 “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” è appunto il nome della rosa, nome prima dei nomi e dopo i nomi, nudo suono,  balbettìo di quando ancora non sapevamo parlare…
Il nome della rosa è anche l’enigma della rosa,  l’indovinello in cui petalo dopo petalo ci si addentra, talvolta bianco come un’opera filosofale, altre rosso come un cuore.
A decifrarne il rebus  vengono in soccorso antichi miti.
Quello di Osiride, ucciso dal fratello Seth che lo fa a pezzi e ne  disperde le membra nei punti più remoti della terra. E’ Iside che parte in un’impossibile ricerca per ricomporne il corpo e  dargli sepoltura.
Il fiore di questa sua folle ostinazione è una rosa.
Certi gesti, la loro bellezza è incancellabile e le culture se li tramandano.
Il ‘rosa-rio’, la collana dei nomi inanellati a ornare la Vergine, include un ‘Rosa Mistica’ , forse eredità di quel viaggio della dea, forse desiderio d’essere cercati oltre ogni evidenza che sia inutile, forse speranza che qualcuno non accetti si perda, quanto è già così inconfutabilmente perduto.
In forma dunque di candida Rosa mi si mostrava la Milizia Santa, che nel suo sangue, Cristo fece sposa" dirà Dante della comunità dei beati, incastonati come petali, intorno al volto di Dio.
E come una rosa ci attende in cima al Carmelo o paradiso raggiunto, sempre una rosa  è senso e traccia della cacciata da esso, di un viaggio contrario di cui ci si porta dietro l’irredimibile rimpianto.
E’ una poesia di Borges a rendere evidente questa contraddizione:

“Prima di entrare nel deserto
i soldati bevvero a lungo l'acqua della cisterna.
Ierocle gettò per terra
l'acqua della sua brocca e disse:
Se dobbiamo entrare nel deserto,
io sono già nel deserto.
Se la sete deve bruciarmi,
che già mi bruci.
Questa è una parabola,
Prima di sprofondarmi nell'inferno
i littori del dio mi permisero di guardare una rosa.
Quella rosa  ora è il mio tormento
lì nell'oscuro regno”.
Dell’immagine di molti roseti sarà costellato l’inferno, ricordiamo infatti che le uniche rose  disponibili, al padre che voleva accontentare sua figlia, fiorivano proprio nel  giardino della bestia, il più mostruoso tra gli esseri (la rosa stessa ha in sé questo ossimoro, croce e delizia della corolla e delle spine).
Rilke,  ne riassume molti aspetti durante l’esilio in Francia nelle sue poesie sulla Rosa. Essa per la forma stellata, è la mente desta, mentre dorme ciò che le sta intorno. E’ il Libro-mago,  chiave suprema d’un ignoto alfabeto. Si apre al vento, che può essere letto solo ad occhi chiusi e da cui escono confuse le farfalle delle idee. E’ quanto è già compiuto e si contiene all’infinito, (Così ricca eri, da potere te stessa diventare cento volte dentro un fiore solo);è una ed è la forma di tutte le rose (Una sola rosa è tutte le rose e insieme quella sola: l’irreplicabile, la perfetta, la tenerezza che si può dire a parole, incastonata nel testo delle cose).
E’ la consolatrice, quando tutto si rifiuta al cuore reso amaro (Se ti appoggi, rosa fresca e chiara,contro il mio occhio chiuso, come avessi mille palpebre).
E’ il segreto che non s’arriva mai a svelare, ma anche quanto sovrabbonda, l’adempimento (Io ti trattengo e tu ti riveli, Essere rosa, dirà qualcuno, non è proprio compiere un lavoro. Dio, osservando dalla finestra, edifica la casa).
E’ infine quanto l’attraversa la precarietà, quanto da un lato è soggetto al tempo che passa, sfoglia, fa sfiorire, (Cosa fa una rosa là dove la sorte si consuma in noi? Senza ritorno. E tu con noi sperduta, questa vita dividi) dall’altro quanto al tempo resiste, quell’eterno che se ne frega della fine.
C’è un ultimo aspetto di questo “Farsi rosa” che mi piace ricordare.
E’ un salmo di Celan  (poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca) struggente perché è il canto della più assoluta negazione.  E’ l’invocazione di una salvezza a partire dall’ammissione di un Nulla. Celan si gettò nella Senna a 50 anni, dopo essere stato più volte ospite di cliniche psichiatriche. Il suo è un linguaggio scabro, quasi di coltello, eppure di incontenibile potenza. Il Salmo dice: “Nessuno ci impasta  da terra e fango, /nessuno rianima la nostra polvere. Nessuno. Che tu sia lodato, Nessuno. /Per amore tuo vogliamo noi fiorire. Incontro a te/ un Nulla fummo, siamo e restiamo, la di-Niente, la di-Nessuno rosa. Con il pistillo chiaro d’anima, lo stame deserto di cielo, la corolla rossa per la parola di porpora, che noi cantiamo sopra, oh si, sopra la spina”.
Viene in mente la ginestra di Leopardi, contenta dei deserti e che si leva contro lo sterminator Vesuvio.
Essa oppone all’imminente disastro, il suo profumo e il più silenzioso canto.
Per contraddizioni e contrari, anche la Bella della fiaba imparerà per quale reciproco soccorso, sublime e mostruoso possano formare una figura umana, grazie a quella richiesta iniziale e inconsapevole d’una rosa,  una rosa… soltanto una rosa…

sabato 9 ottobre 2010

SI VIVE SOLO GRATIS

Mushotoku: calligrafia di Taisen Deshimaru Roshi

“Se non pensiamo che al solo risultato, che al frutto, con la nostra coscienza personale, non possiamo concentrarci né lasciar manifestare pienamente la nostra energia.Se si produce solamente lo sforzo, allora, 
il più grande frutto apparirà inconsciamente, naturalmente."


Con queste parole Deshimaru Roshi, Patriarca dello Zen Europeo, esprimeva il principio Mushotoku : ‘senza scopo né spirito di profitto’.

Mushotoku è concetto abusato e spesso mal interpretato che si manifesta quanto mai attuale e ‘terapeutico’ per la nostra cultura.

Se non fareste anche gratis, con lo stesso entusiasmo e serietà il lavoro che fate, allora state perdendo la vostra vita.
Questo impegno entusiasta, privo di calcolo, è quel che determina la ‘purezza’ dell’azione.
'Il guerriero ha diritto all'azione ma non ai suoi frutti' recita il Baghavat Gita

Un’entusiasta impegno gratuito che sempre più raramente riesco a riconoscere nell’opera degli uomini che incontro.
Più facile è incontrare tanti piccoli, insoddisfatti, schiavi che svendono la propria vita al miglior offerente per un tozzo di pane, aspettando la paga di fine mese e il week-end liberatorio.
E non mi riferisco al genere di lavoro che svolgono ma allo spirito con cui lo 'subiscono'.

In questi giorni si fa un gran parlare di un personaggio dello spettacolo che avrebbe venduto il proprio corpo per trarre vantaggi economici di vario genere e tutti son lì a puntare il dito e gridare allo scandalo.
Ma quella su cui puntano il dito non è che l’espressione esponenziale, spettacolarizzata, del modo in cui la maggior parte della gente alle nostre latitudini conduce la propria vita.
Siamo sicuri che anche noi non ci stiamo in qualche modo vendendo per il nostro vantaggio spesso ben più misero di quello di tal personaggio ?
Siamo sicuri che sia più scandaloso mettere in vendita il proprio corpo in quella forma che non il proprio tempo, i propri ideali e comunque il proprio corpo-mente nelle molte altre forme di commercio possibili, legittimate dall'uso comune, ma non meno miserabili ?

Vedo tanta gente che, solo se retribuita, è capace di esprimere uno sforzo, è capace di sottoporsi ad un minimo di disciplina (per non parlare di quelli che nemmeno se retribuiti riescono a farlo).
In Giappone riesco ancora a incontrare quell’entusiasmo, quell’impegno ingenuo e puro nel far le cose, nel prendersi cura del proprio incarico, fosse anche quello di lucidare il vetro di una scala mobile, come se sulla trasparenza di quel vetro si reggesse tutta l’azienda.
La cura per il proprio lavoro dell’ultimo commesso di un supermercato giapponese mi ha sempre fatto pensare che la sua attenzione per il suo incarico non fosse minore di quella che doveva avere il direttore per il proprio.

Nel Dojo questo diventa estremamente evidente.

Molte delle azioni nel Dojo a partire dallo stesso allenamento o esercizio richiedono uno sforzo gratuito e sono pochi, molto pochi, quelli che comprendono quanto possa nutrire la loro vita quest'azione gratuita, i più sono pronti a metterla immediatamente in secondo piano non appena si presenta l’occasione di un'attività ‘più esplicitamente remunerativa’, ‘apparentemente più economica’.

A mio parere uno sforzo, una disciplina, nutriti dalla motivazione del guadagno sono ‘atti impuri’ che non solo non possono dare buon frutto ma che in qualche modo contaminano la vita di chi li produce creando cattivo Karma.

Io ho, da molti anni, una postazione di osservazione privilegiata: lo Zazen.
Sedere in silenzio e raccoglimento, limitandosi solo ad essere (forse la santa povertà di cui parlava Frate Francesco): c’è qualcosa di più gratuito e apparentemente più anti economico ?
Lo Zazen è gratuità radicale, l’offrirsi totalmente così come siamo, senza riserve, di fronte al momento che ci è dato vivere.
Una pratica e una realizzazione che trovano immediato riverbero nell’azione quotidiana.

Per certi versi, anche se in modo apparentemente meno radicale, è gratuita anche l’azione del praticare il Karate-Do.
Sì, certo, si può obiettare che c’è chi lo pratica per applicarlo alla ‘difesa personale’, chi per ‘scaricare lo stress’…  d’altronde anche lo Zazen viene oggi venduto come metodo antistress, ma nessuno di questi continuerà a lungo la propria pratica né raccoglierà alcun significativo e duraturo frutto da essa se non sarà in grado di scoprire la gratuità dell’esercizio.

Anche lo stesso sport nasceva come azione gratuita (desporter, il termine francese da cui deriva sport, significa divertimento, svago..) per ritrovarsi oggi schiavo della medaglia, del risultato, del primato.
Così, su questa deriva, i bambini sono definiti nelle federazioni sportive pre-agonisti come se la pienezza e ricchezza della loro età fosse solo un momento di preparazione alla prestazione futura, che per molti non arriverà mai perché frustrati nelle loro legittime necessità e aspettative, abbandoneranno prima.

La stessa, pericolosa, impostazione mi sembra di constatarla nella scuola.
Non è nemmeno immaginata la possibilità di poter insegnare ai bambini che si possa fare qualcosa solo per amore senza vederne un immediato profitto.
Un insegnante che osasse tanto sarebbe considerato politicamente scorretto e violentemente avversato dai genitori che invece vogliono che il loro figliolo impari ad usare ogni mezzo per primeggiare sugli altri nella fallimentare speranza che possa vendicarli per la vita grigia da schiavi che stanno conducendo.  
Anche nella scuola è privilegiato il primato, il primato del bambino che vince la gara di matematica tra scuole è menato a vanto piuttosto che una classe intera che cresce armoniosamente.
Non vedo una scuola dove ai bambini più ‘dotati’ venga fatto capire che a volte è necessario rallentare il passo per procedere assieme ai loro compagni ‘più lenti’ per non isolarsi e perché godere di un panorama condiviso è ben più appagante e gioioso che trovarsi da soli sulla cima di una montagna.

Quale società stiamo costruendo insegnando questo ai nostri bambini?
Il bambino, archetipo della gratuità, verrà ben presto corrotto da questa educazione alla furbizia ed al profitto.

Ho iniziato ad insegnare per la passione ed amore che nutro per l’arte che pratico e continuo a farlo gratis.
Il compenso che ne può derivare è un frutto che non ho preventivato né saprei quantificare, un’offerta che mi viene e che mi porta ad interrogarmi costantemente se io ‘sia degno di questo dono’ (come recita il Gyohatsu Nenju, le strofe che si recitano durante il pasto Zen).
Faccio del mio meglio perché il Dojo, la nostra scuola, possa vivere e per poter vivere ha necessità di cura e nutrimento.
Sento di aver ricevuto incarico di essere custode di questa creatura che si nutre dei nostri sogni e del nostro gratuito entusiasmo. 
Questo è il mio compito, questo è quello che la vita mi ha chiamato a fare, forse per le mie caratteristiche che chissà, possono essere un buon veicolo per la trasmissione dell’arte portando beneficio ad altri… 
Di certo non per lo stipendio.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. 
Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”



sabato 2 ottobre 2010

KEN ZEN ICHINYO GASSHUKU

L'articolo che vi proponiamo scritto da Andrea Ramberti, è stato pubblicato sull'International Newsletter IOGKF  nel numero di Settembre 2010 sia in inglese che nella versione italiana.
Andrea racconta la sua esperienza di partecipazione alla XVII edizione del Ken Zen Ichinyo Gasshuku (il Gasshuku dell'unità di Karate-Do e Zen) che si è tenuta per la prima volta a Roma (4 edizioni si sono svolte in Olanda, 12 edizioni presso Monastero Zen Fudenji). 
In attesa di pubblicarlo sul nostro giornale ve lo proponiamo sul blog in modo che possiate offrire i vostri commenti e riflessioni.

L'altare allestito nel Dojo per la pratica Zen

  Ken Zen Ichinyo Gasshuku 

Dopo 12 edizioni presso il monastero Zen di Fudenji e 4 in Olanda, per la prima volta a Roma , dal 18 al 20 giugno, si è svolto il 17° Ken Zen Ichinyo Gasshuku sotto la guida di Sensei Paolo Taigō Spongia.
L’incontro ha alternato Zazen, pratica di Qi Gong e pratica di Karate.
In realtà è riduttivo distinguere le diverse attività costituenti tale tipo di Gasshuku, poiché il significato di Ken Zen Ichinyo è: “il Karate e lo Zen sono una cosa sola”, e una cosa sola è ciò che abbiamo praticato.
La meditazione e le pratiche si sono avvicendate in modo armonioso, senza far percepire alcun cambiamento o interruzione di tema.
La Via dell’ arte marziale, attraverso lo Zen, supera i limiti della mera preparazione fisica.
L’influenza che lo Zen ha avuto nella pratica del Karate è già evidente fin dalla nascita degli ideogrammi utilizzati per definire tale arte marziale e dal loro significato.
All’inizio del ventesimo secolo si comincia a tracciare un nuovo ideogramma per riferirsi ad un’arte di autodifesa che fa uso delle mani; a mani “vuote”, appunto.
Il significante per kara sta ad identificare il “vuoto”, e poteva essere pronunciato anche “ku” (vacuità) o “sora” (cielo).
Ritroviamo così, uno dei precetti dello Zen: lo spirito deve essere vuoto (ku).

L’ideogramma kara non solo rappresenta qualcosa di fisico, sta anche ad identificare il metafisico (“meta”= oltre, “fisica”= materia o natura). Da sempre kara si riferisce ad antiche dottrine buddiste che perseguono il distacco, l’emancipazione spirituale e l’interiorizzazione (vuoto interiore).
Praticando Zazen il karateka può sperimentare lo stato di Mushin (non-mente), che è la condizione indispensabile per ottenere la massima efficacia nel combattimento.
Lo Zen insegna a prendere coscienza del proprio essere nel momento presente: il passato non esiste se non nella nostra mente come ricordo e il futuro diviene esclusivamente un’aspettativa personale.
È dunque necessario vivere nel presente, nell’istante contemporaneo al respiro, al nostro alito vitale: qui risiede la vita intera.
L’elemento intrinseco della via verso il kara si può sintetizzare con una nota locuzione latina, l’hic et nunc1, che esalta la piena consapevolezza ed intensità del nostro essere e del nostro agire perfettamente collocate nel tempo e nello spazio.
Il respiro è dunque elemento imprescindibile della meditazione Zen, così degli esercizi di Qi Gong e della pratica del Karate. Le analogie ed i legami tra tali discipline, tra spirituale e fisico, non si limitano però alla respirazione. 
  
Pratica di Zazen al Gasshuku



Nello Zazen, esattamente come  nella pratica di qualsiasi arte marziale, è determinante la postura; quest’ultima, infatti, è volta a far ritrovare l’armonica integrazione e interazione di noi stessi col mondo naturale circostante.
Il corpo funge da strumento cognitivo al pari dell’intelletto, la chiara consapevolezza della propria postura porta al raggiungimento di un equilibrio di cui giovarsi nel Karate come nella vita quotidiana.
Durante lo Zazen la mente è libera, la testa è leggera. In realtà in Zazen si pensa eccome, ma è il nostro atteggiamento di fronte al pensiero che cambia completamente prospettiva, ovvero in Zazen siamo in grado di osservare i nostri pensieri e divenire pienamente consapevoli della inconsistenza del pensiero e di quel che accade nel momento presente, ed il pensiero diviene solo uno dei fenomeni transitori che incontriamo nel momento presente, e così nella pratica del Karate siamo più facilmente in grado di applicare l’insegnamento del “qui ed ora” (dell’azione pienamente e totalmente conforme alla situazione presente) per trarne la massima efficienza nel combattimento così come nell’azione quotidiana.

Il passaggio da un’attività ad un’altra non ha interruzione: la percezione, la meditazione, si compenetrano nella pratica; ogni attività è esercizio preparatorio alla successiva ed è perfezionamento della precedente; ogni esercizio è volto alla ricerca dell’armonia, dell’equilibrio e dell’efficacia.
Il Dojo allestito per lo Zazen
Il Karate e lo Zen si fondono con naturalezza, divengono simbionti che si arricchiscono positivamente l’uno dell’altro.
La corretta meditazione Zen, così come insegnata e trasmessa dal Buddha, insieme alle tecniche di combattimento ed a quelle energetiche, ristabiliscono il corretto equilibrio mente-corpo; trasformandosi, da dualità ad espressione unica dell’essere presente a sé stesso, perfettamente armonizzato col fluire dell’azione karmica universale in un determinato istante spazio-temporale.
La meditazione diventa dunque il fondamento insostituibile dell’azione; favorisce l’immediatezza della comprensione attraverso il corpo, del significato profondo del Budo e ristabilisce l’intuizione primordiale, perduta dall'uomo moderno e che le Arti Marziali si prefiggono di recuperare.
Uno dei temi trattati nei momenti di approfondimento con Sensei Taigō è l’attenzione rivolta alla corretta comprensione e attuazione di ogni insegnamento, ad una realizzazione impeccabile di ogni particolare atteggiamento dell’animo e del corpo;  se così non fosse, i danni arrecati sarebbero maggiori dei benefici. Sicuramente è necessario che l’allievo si prefigga l’eccellenza, ma la figura del Maestro, nel Budo come nello Zen, è fondamentale, in quanto presenza indispensabile per vigilare sull’esatta comprensione e realizzazione dell’insegnamento stesso da parte del deshi (discepolo-allievo).

Durante una lezione introduttiva sullo Zazen, Sensei Spongia ha spiegato la corretta postura da assumere durante la meditazione Zen (divulgazione dell’insegnamento), ma se si fosse limitato a ciò pochi di noi avrebbero potuto concentrarsi per potersi avvicinare al vero significato dello Zazen, soprattutto per chi è alle prime esperienze come me. Personalmente sedendo in Zazen ho provato dolore e sono stato assalito da una miriade di dubbi sulla corretta applicazione dell’insegnamento, dubbi che possono vanificare l’approccio meditativo. In momenti di tale difficoltà, la presenza di Sensei Taigō è stata fondamentale: la sua voce, con tono pacato e regolare, ci ha guidato nella correzione della postura e della respirazione (corretta attuazione dell’insegnamento) e nella comprensione di tutte le sensazioni che si liberano durante lo Zazen, senza tralasciare le sofferenze che alcuni di noi provavano a causa della costrizione fisica contingente.
Sensei Taigō ha spiegato il concetto dell’uso dell’insegnamento ricorrendo ad una metafora:
Il martello è stato creato per un certo uso, ma se ne travisiamo lo scopo o sbagliamo nell’utilizzarlo, ad esempio, colpendoci un piede, questo oggetto da utile diventerà pericoloso e dannoso, così è per gli insegnamenti.
Molto incisiva è anche la parabola che il Buddha ha usato nel Sutra ‘Il Miglior modo di afferrare un serpente’, nella quale paragona l’insegnamento ad un serpente velenoso che se sappiamo come afferrare non ci può nuocere e lo possiamo gestire a nostro piacimento, ma se non sappiamo come afferrarlo allora può rivoltarcisi contro.
Da qui, la necessità di attenersi nel modo più preciso possibile a quanto viene spiegato.
Precedentemente, ho parlato di “dolori” che si provano durante lo Zazen, ora vorrei far luce su tale punto per tutti coloro che intendono avvicinarsi alla meditazione. La posizione del loto o del mezzo loto, per chi come me è alle prime armi, difficilmente risulta confortevole; sembra che bastino pochi secondi di Zazen per essere invasi da una sensazione di dolore e dubbi sull’efficacia della meditazione Zen, rendendo impossibile “il pensare senza pensare”. In realtà, posso assicurare che, al termine dello Zazen ciò che rimane non è dolore, ma: concentrazione, armonia ed equilibrio con se stessi, con gli altri e con tutto ciò che ci circonda. In un tale stato, la pratica del Karate diviene così eccellente ed assume una diversa efficacia.Il Gasshuku non è stato solo Zazen, Qi Gong e Karate, ma è stato scoprire, praticando alcune forme cerimoniali (come il pasto comunitario e il lavoro comunitario), lo spirito che sta alla radice della tradizione del Budo ed dello Zen.
La formalità e il contenuto dei rituali non sono scindibili dalla pratica di una qualsiasi arte marziale o dalla meditazione Zen, se lo scopo è comprenderle ed eseguirle al meglio.
L’incontro ha permesso a tutto il gruppo di entrare in perfetta sintonia, cosa fondamentale per lo svolgimento del Samu (lavoro manuale comunitario), sintonia che si è manifestata anche attraverso momenti di allegria durante le pause per i pasti informali.
Il samu: lavoro manuale comunitario
Il Ken Zen Ichinyo Gasshuku è ricco di pratica, esperienza ed emozione, sarebbe limitativo e pretenzioso pensare di poterlo spiegare in modo esaustivo con poche righe.
Se si vuole avere l’opportunità di comprendere appieno una tale esperienza e l’inscindibile comunione tra arte marziale e Zen occorre, senza alcun dubbio, vivere in prima persona il susseguirsi di ogni prezioso attimo dell’evento.

A mio parere colui che non anela alla pace interiore e all’armonia non potrà mai approfondire compiutamente le arti marziali e, di conseguenza, non potrà essere realmente consapevole della propria vita. Solo attraverso la scoperta e la padronanza del proprio Io , la potenzialità dell’essere umano potrà svilupparsi e mantenersi in armonia con la natura.  La vera potenza e saggezza scaturiscono dall’interno per riflettersi all’esterno. Si può raggiungere dunque tale obiettivo mantenendo saldo il binomio Karate-Zen.
Attraverso la pace della mente e l’armonia interiore si rendono possibili conquiste personali incommensurabili.


  Note:


[1] L'istante presente non ritorna mai più.
Durante Zazen, ogni nostra inspirazione ed espirazione è unica e non ritorna mai più.
Ieri era ieri ed oggi è oggi.
Dico sempre che bisogna concentrarsi "qui ed ora", 

creare "qui ed ora".
Così ci si rigenera, ci si rinnova.

 (Taisen Deshimaru Roshi, “Lo Zen e le Arti Marziali”).






Versione inglese:http://www.iogkf.it/engl/articoli/ken_zen_ichinyo_2010_eng.htm