venerdì 29 maggio 2015

Il silenzio che muove




Pubblichiamo delle riflessioni sul dire poetico del poeta Franco Loi (Genova 1930), estratte da un incontro tenuto in un pomeriggio di una domenica d'estate nel lontano 1998 a Fudenji (Monastero Zen Sōtō fondato dal Maestro Fausto Taiten Guareschi sulle colline emiliane). Questo scritto è stato pubblicato in occasione del ventennale di Fudenji (2005) sul notiziario del Monastero. 



La parola nasce chissà da dove. So che esce la mia voce che dice, e attraverso la mia voce io agisco.
Noi vibriamo attraverso il suono quindi modifichiamo noi stessi, modifichiamo il rapporto con l’altro, con la natura, con il mondo, modifichiamo l’universo perché agiamo su di lui.
Proprio come quando ascoltiamo il vento, lo ascoltiamo e basta: è questo ascolto che muove dentro di noi. Il tipo di vento che ci investe produce dentro di noi qualcosa. E così avviene nella poesia. Che cosa avviene? Non lo sappiamo finché non l’ascoltiamo tante volte. E’ proprio come quando ascoltiamo la musica, Bach o un musicista jazz. E soltanto quando ascoltiamo tante volte incominciamo forse a sentire che cosa si è mosso dentro di noi. E poi cominciamo a capire qualcosa di quello che voleva dire il musicista. Ma questo avviene proprio attraverso la frequentazione dell’ascolto.
La parola “sacro” viene da “sac”, distante. Colmare la distanza è fare poesia. Io ho un moto di affetto verso qualcuno, vado verso di lui, faccio da ponte, colmo la distanza attraverso il movimento. La parola “pontefice” nasce da qui, è colui che fa da ponte, in quanto colma la distanza. L’amore è il movimento del sacro, è proprio il movimento che compie, copre la vita. Dante dice nel poema: “Io son colui che quando amor mi spira…” – cioè quando l’amore soffia – “vo’ significando”. E do’ dei significati che sono segni, quindi la parola è segno di qualcosa d’altro. Se dico: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita”, siete pronti a cogliere i significati apparenti. Ma se vi fate investire dal verso, vi accorgete che non c’è spiegazione. I significati apparenti sono stati interpretati nella storia almeno diecimila volte, a seconda dei casi e delle epoche. “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, sentiamo un’emozione e non sappiamo perché. Perché queste poche parole ci muovono? E’ un verso enigmatico che ci avvince, è il verso in sé che ci dà l’emozione. Questo è lo straordinario della poesia.. Ma è lo straordinario di ogni nostro rapporto! Perché noi non sappiamo mica, quando ci siamo innamorati, perché è successo. Amiamo e basta! Siamo amici, e non sappiamo perché, siamo amici e basta. Un moto d’amore ci ha in quel momento resi uno e così avviene con la poesia. Il moto , il suono, la voce di qualcuno che ha dato ai suoni quella sequenza, quel ritmo, quella lunghezza di sillabe, per chi è detto poeta è uno che dà voce.
E non dà voce solo a se stesso, dà voce a me che ascolto, e al mondo che viene espresso. Allora questo movimento non ha spiegazioni proprio allo stesso modo in cui non hanno spiegazioni tutte le cose grandi e straordinarie della vita, perché noi, nella vita, entriamo in rapporto.
E sentire il rapporto che noi siamo e che noi sentiamo vivificante, ci rende vivi. I colori diventano più forti, più limpidi, si colmano le distanze, le lingue, e tutte le differenze che nascono dalla pretesa intellettuale dell’uomo di sistemare il mondo.
E allora ecco che la poesia compie un antico rito, quello di fare il sacro.
Si presume, in origine, che il sacerdote e il poeta fossero una sola persona, perché lui parlava in versi, perché è la parola prima, originaria dell’uomo, la poesia. Non si tratta di catalogare le cose, è dare un nome alle cose, e do’ un nome all’essenza della cosa. La differenza tra l’uomo-poeta e l’uomo, è che l’uomo si dimentica, non ascolta, è che l’uomo, anche se non lo sa, vive attraverso una mediazione mentale il rapporto, ma ogni uomo in potenza sarebbe un poeta, perché è capace di amore ed è capace di colmare la distanza dall’altro, dalle cose, dal mondo.
A quanti è capitato di avere improvvisamente un pensiero che ci attraversa e che sentiamo importante? A tutti capita di sentire che è un pensiero diverso, che ci arriva da chissà dove. Poi però questo pensiero non lo scriviamo e lo dimentichiamo subito dopo. Il poeta lo scrive. E lo scrive ogni volta, e scrivendo prepara la strada. Lavorando. Si lavora su di noi, si lavora sullo strumento, che diventa capace di esprimere.
Vicino a Belluno ho conosciuto un fabbro ferraio; mi ha fatto vedere le sue opere. Davanti a una ho detto: “Questa è magnifica!”. Lui mia ha detto: “Certo, questa si è fatta da sola”.
Ed è così che si fa. Nel poeta si fa da sola la poesia. Non è lui. Lui diventa uno strumento del fare, lo diventa naturalmente, lavorando tanto sullo strumento. Si lavora tanto, si ascolta, si tace, si ascolta e si scrive.
Un tempo, invece di scrivere, si diceva e si memorizzava, cioè si coltivava la memoria. Mentre noi adesso la usiamo sempre meno, perché abbiamo anche il registratore, per cui registriamo e non abbiamo neanche più bisogno di scrivere. E meno esercitiamo tutto il nostro corpo nell’azione, più atrofizziamo le nostre possibilità, che sono infinite. Molte delle poesie che ho scritto le ho ascoltate nelle osterie, oppure nei manicomi. Una mia amica mi ha detto: “Gho pagüra. No del dutur, ma de la porta”. Non del dottore, ma della porta aveva paura, perché è la porta, c’è dietro una mano invisibile che sempre la apre. E quando si è negli ospedali, nei manicomi, in prigione, l’aprirsi di una porta è come l’aprirsi di un abisso, non si sa cosa succede. Questo non l’ho mica pensato io, l’ha pensato questa mia amica, io l’ho scritto e dopo l’ho messo in versi. All’osteria una volta ho sentito uno che parlava della morte. “Un dì la mort la me cureva adrè, go dit ‘ciao ti’ e po’ me so nascost, la me cercava e mi: sarìa de dì, bruta putana…”. Come l’ho ascoltata, l’ho scritta. La lingua orale è lingua poetica, perché è fatta di suoni che portano l’infinito dei contenuti. C’è la famosa faccenda del filò delle stalle, quando la gente si riuniva e si raccontava, dei fantasmi, di quel morto che sembrava non fosse più morto, del talaltro che aveva visto qualcosa…
Una grande cultura popolare, ricca, che veniva trasmessa tra gli uomini e che dava il senso, qualcosa di più di quella che era la loro funzione, di contadini, di operai, di artigiani. Mantenere vivo l’esercizio della propria lingua orale è una delle cose importantissime, perché vuol dire mantenere viva la propria possibilità creativa, la capacità di dire, di trasformare se stessi e il mondo. Quindi il dialetto è la lingua più lingua. Men che meno lo è la cosiddetta lingua globale che sta avanzando.
Da quando è venuto fuori il registratore vado in giro con quello, prima registravo col quaderno e quando mi dicevano qualcosa che volevo ricordare lo scrivevo. Uno una volta mi ha detto: “M ste fè?” E io: “Te scrivi!” “E perché?” “perché son cùrt de memoria!” (“Che stai facendo?” “”Scrivo te” “E perché?” “Perché ho la memoria corta!”.). Se io avessi memoria terrei a mente, come faceva nei campi di concentramento in Germania Tonino Guerra. Mi ha raccontato che quando gli veniva da dire una poesia, la sentiva, con la mente la costruiva, poi la diceva a un compagno e gliela faceva imparare a memoria, in modo che se moriva lui la teneva il compagno e così via. Una decina di prigionieri si dicevano le poesie.
In Dante scopriamo che c’è di tutto, proprio tutto quello che c’è in un patrimonio linguistico popolare. Il fondamento, in ogni lingua, come dice Ferdinand De Saussure, è la lingua popolare orale. E’ l’oralità. E’ l’italiano semmai che è una lingua per pochi, inventata nel ‘500 perché i potenti si sono scritti e scambiati le lettere, le informazioni, le notizie attraverso il toscano.
Se io vado in Spagna oppure in Islanda, io leggo le poesie e la gente ascolta, sente i suoni, è abituata a sentirli, allora ascoltano, traduzione o no, e sono commossi. Poi c’è anche la traduzione, ma questo è secondario. In Italia se non c’è la traduzione la gente perde una parola non capisce più, va fuori, perché è abituata già attraverso la lingua, che è una lingua veicolare, ma è quella dell’informazione, non è più lingua della poesia. E questo è grave, gravissimo sul piano della comunicazione, cioè del mettere in comune.
Quindi i dialetti sono un grande patrimonio. Se ne accorgono anche i francesi che stanno rivalutando il bretone, l’ occitano, le loro origini linguistiche perché capiscono che la lingua nazionale non sa fare poesia.
Se io mi metto in ascolto, poeticamente in ascolto, se faccio silenzio con la mente, io posso captare ciò che non vedo e non sento normalmente con le orecchie e non vedo con gli occhi. E’ lo spirito che parla, e io posso sentire dove non si può arrivare con l’ascolto. Ascolto e l’aria è piena di suoni. Quando siamo un po’ eccitati la sera non prendiamo sonno perché la mente va e non possiamo fermarla. Questa eccitazione, questo muoversi incessante bisogna calmarlo, allora cominciamo a fare silenzio e nel silenzio si ascolta. Allora può giungere, nell’ascolto, la voce dello spirito.
La “diritta via” è la più semplice, ed è smarrita perché la mente costruisce un’infinità di fantasmi e un’infinità di sentieri attraverso cui l’uomo non si ritrova più, si perde.
La condizione dell’uomo è la paura, che lo rende schiavo di qualcosa che lo rassicuri, degli schemi che di mano in mano gli vengono presentati; può essere la bandiera rossa, la bandiera nera, la bandiera bianca, una qualsiasi ideologia, persino la famiglia, o l’identificazione con un ruolo, con una funzione; può essere qualsiasi cosa che ponga fuori dall’uomo la sua identità. Allora io non sono più libero, non sono più portato ad essere in ascolto, ma a uniformarmi con quel fuori, qualunque sia. Gli ignavi sono la maggioranza, e Dante li mette fuori dall’inferno perché non hanno neanche il diritto di starci. Ha diritto di stare all’inferno che si assume la responsabilità della violenza, e può anche pagarne il prezzo. Stare in ascolto di sé è esporsi nel mondo per quello che si è. Faremmo di tutto pur di non essere ritenuti ridicoli o imbecilli. E invece noi siamo imbecilli! E mi fa piacere che lo siamo. Venivano chiamati gli stolti di Dio, o pazzi di Dio, i primi cristiani, perché la mente tace e si rende atta ad essere azione di Dio.
Viene detto a Gesù:  ” Sono venuti i discepoli del Battista e domandano chi sei, cosa fai, dove vai”.
E lui gli risponde: ” Dite a chi vi ha mandato…(lui non sa se sono i veri discepoli del Battista, potrebbero essere chissà chi) che avete visto i ciechi che vedono, i sordi che sentono e che il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Questo mi ha sempre affascinato: ” Non ha dove posare il capo”. Cioè non c’è un punto qualsiasi in cui l’uomo possa identificarsi, fosse pure il proprio io. Non c’è un punto di riferimento, non c’è dove posare il capo.
L’uomo deve avere questa esposizione al mondo, ma è questa la cosa di cui l’uomo ha paura, perché è pericolosa. Quando abbiamo dai 14 ai 17 anni, una delle età più terribili che esista nella vita dell’uomo, l’adolescenza, vediamo gli altri e ci pare di essere diversi, però non lo accettiamo, vogliamo essere come loro, e ci identifichiamo con qualcosa fuori, con un amico, una persona, un modo di essere, perché sentiamo un pericolo nella nostra diversità.
Questa è la paura che serpeggia in mezzo agli uomini, la paura che alimenta il conformismo, quella che serve ai poteri. Come dice Gogol: “Non occorre un padrone per ridurci schiavi”.
Allora quando parlo di dialetti e di lingua dico: l’oralità popolare è un patrimonio da salvare. Perché è il patrimonio della gente che nella sua tenebra trova il modo di colmare la distanza anche tra sé e la propria paura.

mercoledì 27 maggio 2015

Higaonna Sensei il più grande tra i grandi! Higaonna Sensei the best of the best! (ITA - ENG)


Un bel ritratto del Maestro Higaonna e del suo metodo di lavoro, così come esce fuori dalle lettere di Donn Draeger al suo amico John Jarvis nel 1976. Donn Draeger prestò servizio per i marines durante la guerra in Giappone e Cina, e poi in Corea. Autore di numerosi scritti sulle arti marziali orientali, serio ricercatore e praticante ai massimi livelli in diverse discipline. John Jarvis fu il primo karateka straniero (il quinto in assoluto) che riuscì a completare il 100 men kumite nel Kyokushinkai negli anni 70. Dopo essere diventato capoistruttore per la Nuova Zelanda, abbandonò il Kyokushinkai e chiese consiglio al suo amico, Donn Draeger, per trovare un buon Sensei per proseguire la sua pratica. Queste lettere sono contenute nell'autobiografia di John Jarvis dal titolo " Kurosaki uccise il gatto".

2 Novembre 1976
Devi continuare a praticare il Karate-Dō. Non c'è nessuno migliore, secondo me, di Morio Higaonna dell'Okinawa Goju-Ryu che è qui a Tokyo. E' un uomo che incarna il termine Dō: umile, flessibile, abile, silenzioso, amichevole, potente, e ognuna di queste qualità al momento giusto. La sua tecnica è la migliore in Giappone, e in un combattimento reale io non conosco nessuno, incluso Oyama, che possa sconfiggerlo. E' dannatamente duro! Non va in giro a fare proselitismo per la sua Arte, ne è entusiasta di andare all'estero, ma, col giusto approccio possiamo convincerlo a formare un nuovo gruppo che potrebbe esserti utile. Il Kyokushinkai ed il Goju-Ryu non sono così distanti da crearti difficoltà, e l'uomo, John, l'uomo Higaonna, è una pietra preziosa... Non ho parole per descrivere questo sublime gentiluomo. Non andare da solo... collegati a qualcuno. Il mio voto va dunque ad Higaonna. Se vuoi che io gli parli sarò felice di farlo. Se preferisci possiamo andarci insieme. Se lo vuoi incontrare ora non potrei venire in questo momento, ma ti troverai bene con lui. Abbi fiducia del mio giudizio; sei l'uomo adatto per lui.
11 Maggio 1977
Ho contattato Higaonna Sensei e gli ho allegato una breve presentazione. Sono sicuro che ti accoglierà... Ma lui è molto impegnato nel Dōjō e non ci sono fighette (pussies) tra i suoi allievi... Non avrai problemi ma fatti trovare in ottima forma. Lui è l'ideale perfetto del Karateka ma senza quell'atteggiamento da showman, l'arroganza e lo spaccio di stronzate così comuni nel nostro mondo. E' l'umiltà in persona. Quando esci dalla stazione di Yoyogi vai a destra e percorri la strada parallela alle rotaie... chiedi e ti indicheranno dove si trova il Dōjō (un vecchio garage). Lo puoi intravedere dal treno appena entri a Yoyogi da Sendayaya.



English version

" I found a very interesting letter that was written by Donn Draeger (famous martial arts researcher. If you don't know him, just Google him. He is the pioneer and most respected martial arts researcher) to his friend John Jarvis in 1976. He was the first foreigner karate-ka who completed 100 men kumite in Kyokushinkai in 70's. He left Kyokushinkai due to the politics, and asked his friend Donn Draeger to find a good Sensei to further his training. This letter was in Sensei John Jarvis's self biography "Kurosaki Killed the Cat".
Nov 2, 1976
Go on you must in karate-do. There is no better one for me than the Okinawa Goju Ryu under Higaonna Morio here in Tokyo. Here is a man who exemplifies the word do: humble, resilient, skilled, silent, friendly, strong, all at the right times. His technique is the best in Japan, and in a real fight I know nobody, including Oyama, who can best him. He is damn tough! He does not run around proselytising his art, nor is he keen on going abroad, but with the proper approach can be pried loose to set up a new group that would in your case be useful. Kyokushinakai and Goju are not so far apart as to create difficulties, and the man, John, the man Higaonna, is a gem... I have no words for this fine gentleman. Don't go it alone... tie in with somebody. My vote is for Higaonna. If you want me to talk for you I will be happy to do so. If you come up we can do it together. If you invite him down, I cannot come at this time, but you will get on well with him. Trust my judgement; you are his kind of man.
May 11, 1977 Contacted Higaonna Sensei and enclosed a short blurb to give him. He will look out for you I am sure... but he is all business in the dojo and there are no pussies in his class... you'll have no trouble, but be in shape. He is the match of any karate man without the usual showmanship, bullshit and arrogance that usually accompanies this type. He is humble par excellence. When you come out of Yoyogi station walk to your right-front corner and down a long street next to the tracks... ask and they can tell you where the dojo (old garage) is. It can be seen from the train as you pull in Yoyogi from Sendayaya.


martedì 7 aprile 2015

Occhi per vedere - Eyes to see (ITA-ENG)



Il Maestro di scuola elementare che si cela sotto lo pseudonimo di McMurphy sul blog https://glioplitidiaristotele.wordpress.com/ ci mostra un gioco condotto in classe. McMurphy vanta un curriculum di tutto rispetto, nutrito come è di lettere di richiamo e ammonizioni. Ma come gli opliti che descrive Aristotele negli Analitici Secondi i quali "davanti alla disfatta e al dilagare dell’esercito nemico, decidono di cessare la fuga e di voltarsi per continuare a combattere,  e con tale comportamento, che si diffonde per contagio, a volte ribaltano le sorti dello scontro e trasformano la sicura disfatta in una insperata vittoria", McMurphy porta avanti una battaglia di resistenza contro le assurdità del mondo scolastico, e non solo.


Ho fatto un gioco con i bambini. A turno, bendati, dovevano rispondere alle mie domande su come fosse la classe e raccontarmi nei particolari quello che c’era, poi dovevano passare a descrivere i compagni. Com’erano fatti, com’erano vestiti. Alla fine ho messo da parte la benda e ho fatto un altro gioco. Bisognava indovinare chi si nascondesse dietro un telo dal quale usciva solo una mano.  Riconoscerlo potendo osservare solo quel dettaglio.
I bambini si sono divertiti moltissimo. E quello che abbiamo capito ha lasciato tutti di stucco. Perché abbiamo compreso di avere avuto in dono quella cosa meravigliosa che è la vista, ma di usarla poco e male. Abbiamo gli occhi ma, distratti come siamo, non sappiamo guardare.
Questo abbiamo scoperto e forse anche che dovremmo guardare le cose con l’idea di trattenerle per sempre, come se poi ci dovesse capitare di non vederle più.
Succede anche a noi adulti. Lo scrive Rabindranath Tagore. Viaggiamo per giorni e notti attraverso paesi lontani, andiamo a vedere gli oceani, e poi non vediamo a due passi da casa la goccia di rugiada sulla spiga di grano.
p.s.
Gli occhi in copertina sono usciti dal genio autobiografico di Gipi, all’anagrafe Gian Alfonso Pacinotti.


ENGLISH VERSION

Gipi, alias Gian Alfonso Pacinotti
from the blog https://glioplitidiaristotele.wordpress.com/  an interessant article written by a primary school teacher.
I did a play with the children. In turn, blindfolded, they had to answer to my questions about how it was the class and they had to tell me in detail what was there, then they had to move on on describing their teammates. How they were, how they were dressed. At the end I put aside the blindfold and I made another game. They had to guess who was behind a length of cloth from which  came out just an hand. They had to recognize him or her, only observing that little detail.

The kids had a great time. And what we understand has left everyone stunned. Because we understood that we have had the gift of that wonderful thing that is the view, but we use it a little and badly. We have eyes but, distracted as we are, we don't know how to watch.

We discovered this, and perhaps also that we should look at things with the idea to hold them forever, as if we couldn't see them anymore.

It also happens to us adults. Writes Rabindranath Tagore. We travel for days and nights through distant countries, we look at the oceans, and then we don't see at two steps from home the drop of the dew on the ear of the corn.


© Tora Kan Dōjō






 

mercoledì 11 marzo 2015

Il succo di mela di Thanh Thuy.



Thich Nhat Hanh

Ecco le pagine iniziali del libro Il Sole il mio Cuore (casa editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma) del monaco zen Thich Nhat Hanh. Pagine semplici che introducono un testo tanto fresco quanto profondo e suggestivo.



Oggi tre bambini, due femminucce e un maschietto, sono venuti dal paese vicino per giocare con Thanh Thuy (si pronuncia “Tan Tui”). Tutti e quattro se la sono svignata per andare a giocare sulla collina dietro casa e dopo un’oretta sono tornati assetati. Ho preso l’ultima bottiglia di succo di mela fatto in casa e ho versato a ciascuno un bicchierone pieno. In quello di Thuy, che riempii per ultimo, scivolò un po’ di polpa dal fondo della bottiglia.
Thuy mise il broncio, rifiutandosi di bere. Poi i quattro bambini tornarono ai loro giochi sulla collina, ma Thuy era rimasta senza bevanda.
Un’ora e mezzo più tardi, mentre sedevo in meditazione nella mia stanza, la udii chiamare. Tentava di riempirsi da sola un bicchiere d’acqua ma, anche sollevandosi sulle punte dei piedi, non arrivava al rubinetto. Le dissi che sul tavolo l’aspettava ancora il succo di mela: poteva bere quello. Thuy l’ha guardato e si è accorta che la polpa si era depositata e il liquido appariva chiaro e limpido.
Si è avvicinata, ha preso il bicchiere con le due manine, ne ha bevuto metà, l’ha posato e mi ha chiesto: “E’ un bicchiere nuovo, zio monaco?” (i bambini vietnamiti chiamano così noi vecchi monaci).
“No” risposi, “è lo stesso di prima. E’ stato seduto buono buono per un po’, e adesso è chiaro e limpido”. Thuy lo guardò di nuovo. “E’  davvero diventato buono. Ha fatto meditazione come te, zio monaco?”.
Risi e le accarezzai la testolina. “no, sono io che imito il succo di mela quando sto seduto. E’ più giusto dire così”.
Tutte le sere, quando per Thuy è ora di coricarsi, siedo in meditazione. Lei dorme e io siedo nella stessa stanza. Abbiamo fatto un patto: quando mi siedo lei va a letto in silenzio. In quell’atmosfera tranquilla le è facile prendere sonno, in cinque o dieci minuti è già addormentata. Quando ho finito la seduta, la copro con la coperta.
Thanh Thuy è una bambina dei boat people. Ha quasi quattro anni e mezzo. L’anno scorso ha attraversato il mare con il padre ed è sbarcata in Malaysia. La mamma è rimasta in Vietnam. Giunto in Francia, il padre venne da noi e ci affidò Thuy per qualche mese, per cercare lavoro a Parigi. Le insegno l’alfabeto vietnamita e le canzoncine popolari del nostro paese. E’ molto intelligente: in due settimane ha imparato a sillabare e a leggere piano piano un racconto di Tolstoj che ho tradotto dal francese in vietnamita.
Tutte le sere Thuy mi guarda sedere. Le ho detto che “siedo in meditazione”, senza spiegarle cosa significa o perché lo faccio. Ogni volta che mi vede sciacquarmi la faccia, indossare l’abito e accendere un bastoncino d’incenso per profumare la stanza, sa che mi sto preparando per “meditare”. Sa anche che per lei è venuto il momento di lavarsi i denti, mettersi il pigiama e andare a letto in silenzio. Non ho mai avuto bisogno di ricordarglielo.
Senza dubbio Thuy ha pensato che il succo di mela è rimasto a sedere per un po’ per diventare limpido, come fa lo zio monaco. “Ha fatto meditazione come te?”. Io credo che Thanh Thuy, che ha quattro anni e mezzo, capisca il significato della meditazione senza bisogno di spiegazioni. Il succo di mela se ne è stato tranquillo ed è diventato limpido. Anche noi, sedendo in meditazione, diventiamo limpidi. Questa limpidezza ci ristora, ci dà forza e serenità.
Se in noi c’è freschezza, anche ciò che ci circonda ne viene ristorato. E ai bambini piace starci vicino, non per farsi dare una caramella o per sentire una storia. Ci stanno vicino perché sentono la nostra “freschezza”.
Questa sera sei venuto a trovarmi, amico mio. Verso in un bicchiere quello che rimane del succo, e lo metto sul tavolo nella stanza della meditazione. Thuy è già addormentata. Ti invito, caro ospite, a sedere in pace come il succo di mela.

sabato 28 febbraio 2015

Sguardi sul Kangeiko 2015


Pubblichiamo una raccolta di riflessioni sull’esperienza del kangeiko, la pratica marziale nei giorni più freddi dell’anno. Un appuntamento che si ripete al Tora Kan Dojo da molti anni. Cinque giorni di pratica mattutina nel cuore dell’inverno e nel silenzio del giorno che nasce, insieme ad altri appassionati del genere.
In primavera i fiori d'arancio, d’inverno il kangeiko.


Sensei Paolo Taigō Spongia - Sanchin - Tora Kan Dojo
 domenica
SENSEI PAOLO TAIGŌ SPONGIA

Domani avrá inizio il Kangeiko di questo inverno 2015. Per una settimana, ogni mattino all'alba, ci incontremo nel Dōjō per praticare in silenzio e concentrazione accogliendo l'Inverno nel nostro corpo e nella nostra mente in modo da divenire una cosa sola con l'Inverno stesso. Una pratica che penetra profondamente nelle cellule purificandole, un'occasione per sferzare le nostre abitudini, pigrizie, paure. Un'ora di pratica che influenzerà tutta la giornata e tutto l'anno a venire. Ho perso il conto di quanti Kangeiko abbiamo praticato insieme...15...18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai!

 Tomorrow will begin the Kangeiko of this winter 2015. For one week, every morning at dawn, we will meet in the Dōjō to practice in silence and concentration welcoming the Winter in our bodies and in our minds in order to become one with the Winter itself. A practice that penetrates deeply into cells purifying them, an opportunity to lash our habits, laziness, fears. An hour of practice that will influence throughout the day and throughout the year to come. I lost count of how many kangeiko we practiced together ... 15... 18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai !

lunedì
LUCIO ADALBERTO CARUSO

Monte Mario, Roma, ore 4.45.
Nel buio di un lunedì notte, il display di un cellulare si accende: una musica, concepita per essere fastidiosa e monotona, comincia a suonare e a diffondersi per la casa. Lentamente apro gli occhi, quel che basta per intravedere la posizione dell'aggeggio infernale e spegnerlo con un movimento delle dita. Guardo di sfuggita l'ora: all'inizio non capisco, la tentazione di rigirarmi sul fianco opposto è forte, ma basta un istante per riportarmi alla mente il perché di questo insolito rito anticipato, ed è precisamente il momento in cui esco dal letto e, lasciato il tepore delle lenzuola, trovo ad abbracciarmi il freddo della casa: il Kangeiko, la Pratica del Freddo, mi chiama.
Mi alzo e cammino in punta di piedi: "Caspita, deve essere veramente presto, se nemmeno il mio cane viene a curiosare sul perché di questa levataccia mattutina!" Nella mia mente si fa strada, agile, un banale paragone: se sento già freddo in pigiama, e appena uscito dal letto, figuriamoci cosa ne sarà di me all'Honbu Dojo di Sensei Paolo, che mi è stato detto essere lasciato aperto apposta, affinché il gelo possa penetrarvi dentro! Quasi mi accingo ad imprecare a bassa voce, mentre tutti dormono, veloce giunge però il ricordo dell'ammonimento del giorno prima, breve ma eloquente, di Sensei Roberto: "Puntuale e silenzioso...".
E' così che il mio primo Kangeiko comincia già nella mia stanza, a casa. Con gesti lenti, ma decisi, piego il mio Karategi e preparo la sacca; mi do una sciacquata al viso, mi vesto e mi copro ben bene. Sono pronto per uscire di casa: in un attimo di distrazione, serro il portone più rumorosamente di quanto desiderassi.
Fuori dal palazzo, di fronte a me trovo solo le luci dei lampioni a farmi compagnia. Decido di cedere alla curiosità, mi giro per osservare se qualcuno dei tanti appartamenti alle mie spalle presenta già qualche finestra illuminata. Ne conto uno o due sulle dita di una mano: penso a quelle persone che, purtroppo o per fortuna avvezze al freddo e alla sveglia prematura, sono abituate al panorama di questa città addormentata e nascosta. Mi trovo a invidiarle, ma solo per un attimo di secondo.
La macchina corre veloce sulle strade praticamente deserte: io e qualche pendolare siamo i soli padroni delle arterie cittadine. E' strano pensare che, solo un paio d'ore più tardi, impiegherò più di tre volte del tempo ora necessario a giungere al Tora Kan Dojo, quando gli ingranaggi arrugginiti di Roma strideranno a pieno regime.
Non sono mai stato alla Tora Kan: il monito del Sensei mi ha convinto, mio malgrado, a svegliarmi un po' prima, per "esplorare" il percorso per giungere al Kangeiko. Dopo una serie di curve, apparentemente senza fine, ecco aprirmisi innanzi uno spiazzo con un parcheggio e, accanto, un cartello nero con il segno, inconfondibile, del nostro stile: il Kenkon. Lascio la macchina poco distante, trovo ad aspettarmi all'esterno i miei due compagni di pratica della Scuola di Karate-Do; ci salutiamo con un cenno del capo, il nostro sorriso è così grande, da lasciar la stanchezza e le occhiaie in secondo piano. La serranda, lentamente, si alza; entriamo e, in breve tempo, ognuno ha indosso il suo karategi. Il mio ingresso nella sala riservata alla pratica del Karate lo faccio respirando a pieni polmoni: ancor prima di entrar nel vivo del Kangeiko, la paura del freddo è divenuta voglia di farne parte.

martedì
ALESSANDRO DELLA VENTURA

uniti nella natura...nelle nostre paure...
attorniati dal buio c'è una luce che affiora...
ammaliati dal silenzio...un silenzio che ti parla nel profondo...
nell'oblio di sé, ed è qui che ci si riscopre uniti...
fieri nell'avversità...
un fruscio segnala la presenza e il flusso continuo di energia...
restituendo con orgoglio ciò che ci è stato donato, il soffio della vita...
è un circolo senza contorni netti...tutto è in movimento e tutto è fermo, ricco e al tempo stesso vuoto...
accogliendo a cuore aperto quanto l'occasione ci presenta...
legame sottile che ti percuote dentro e ti lascia assorto...

mercoledì
MONICA DE MARCHI

Energia dello spirito, equilibrio della mente, armonia nel cuore…
Linfa vitale che sento scorrere, temprare il mio corpo e curare la mia mente, salendo piano si espande e la pervade donandomi percezioni inesplorate.
Introspezione, estraneazione... mi ascolto.
Fievole bagliore del mattino che muta interiormente e si trasforma in luce abbagliante dell’Essere…
E come in una sorta di fotosintesi clorofilliana essenziale alla vita, la via della consapevolezza mi indica, riluce e dona.
I shin den shin


venerdì
SENSEI BEPPE MANZARI

Kangeiko 2015, venerdì ultima seduta di pratica.

Dopo il saluto finale, la consegna dei diplomi di partecipazione e il brindisi di congedo, graziosamente offerto da Olga Povlovna a base di vin brûlé e biscottini a forma di karateka, il prode Emilio Chelini ha invitato gli astanti a produrre uno scritto che racconti le proprie emozioni circa la settimana appena trascorsa.
Arrivato a casa ho cercato nella mia personale cartella la documentazione per verificare a quanti Kangeiko avessi partecipato e con vero piacere ho ritrovato un mio scritto prodotto in occasione del Kangeiko del 2004 che fu pubblicato sul glorioso periodico Tora Kan Dojo, che all’epoca rappresentava con notevole merito il nostro principale mezzo di divulgazione.
La mia cronaca di 11 anni fa mi ha sorpreso per come potesse essere tranquillamente sovrapposta ad una cronaca attuale. Alcuni dettagli sono mutati, allora la pratica cominciava alle 5,30, ed anche se ogni volta resta unica, le sensazioni e lo spirito mi sembrano coincidere.
Pertanto mi piacerebbe riproporre quella cronaca a beneficio dei nuovi e anche dei vecchi compagni di pratica il cui sguardo in questa occasione come 11 anni fa, mi è  sembrato identico e cioè bellissimo.
KANGEIKO 2004
Kangeiko:  la pratica d'inverno nel periodo più freddo dell'anno.
No, le definizioni sono piuttosto fredde, come appunto l'inverno, ed io quando penso a questo evento provo sensazioni che non hanno nulla di freddo, tutt'altro.
Per questo motivo proverò a tradurre, a beneficio di chi avrà la compiacenza di leggermi,  quello che questa occasione di pratica rappresenta per me.
Lunedì 12 gennaio 2004 ore 04,15: la radio-sveglia a bassissimo volume, sul mio comodino intona una canzone di Berry White : You're the first You're the last Yuo're everything (per essere lunedì, niente male come inizio). A malincuore interrompo il ritmo dance per non creare maggiori fastidi al resto della famiglia dormiente.
Mia moglie, mattiniera e con il sonno leggero, mi fa un cenno di affettuoso saluto e scuotendo la testa si domanda se almeno i pesci abboccheranno ma poi torna a dormire. Questo scuotere la testa non mi sorprende né mi infastidisce. Immagino che altre mogli, mamme, compagne, sorelle, fratelli, conviventi a vario titolo, possano avere scosso con scetticismo la loro testa nel vedere una persona cara, più o meno adulta, studente, professionista, funzionario, impiegata, commerciante, disoccupato, con la passione per il karate che si alza ad un'ora da pescatore per esercitare un'ora di pratica.
Ai più questa nostra iniziativa appare eccentrica o inspiegabile o quantomeno originale.
Ripeto, la cosa non mi infastidisce e tanto meno sento la necessità di dimostrare nulla o di giustificare il mio percorso, ma pur nella particolare situazione, non mi sento né eroico né stoico né superman  né macho, mi sento…calmo.
Nel silenzio della casa mi preparo con gesti misurati ma decisi e mi reco al Dojo.
Alle 05,00 del mattino c'è in giro poca gente, ma quella che circola appartiene ad una categoria che stimo moltissimo i lavoratori a lunga percorrenza, loro si eroici.
Aperto il Dojo, esplode di luce artificiale che stride in contrasto col silenzio che regna sovrano.
Piano piano giungono i compagni di pratica ed il silenzio viene rotto dal fruscio dei karate-gi nei movimenti di preriscaldamento.
Nessuno parla, una sensazione di serena e profonda concentrazione (stato pre-comatoso da sonno residuo? No non mi sembra).
Quest'anno siamo tanti, 27, e ciò rappresenta un indicatore molto importante, stiamo percorrendo la via giusta.
La meteorologia non è una scienza esatta e la temperatura esterna è di circa 15 °C .
Per certi versi ne sono contento, un imprevisto che  mi conferma una volta di più che non bisogna dare nulla per scontato, e che bisogna affrontare le situazioni disposti a cambiare velocemente abito mentale.
Sensei Paolo Taigo Spongia arriva puntuale e silenzioso ed inizia la pratica.
Alla fine della seduta, Sensei ci fornisce alcuni dettagli e ci annuncia che quest'anno il nostro Kangeiko ha due dediche da offrire:
La prima è squisitamente ed affettuosamente di solidarietà economica. Il ricavato della nostra tassa di iscrizione sarà devoluta, insieme a altre offerte di altri paesi affiliati, per la ricostruzione del tatami dello I.O.G.K.F. Hombu Dojo di Higaonna Sensei ad Okinawa.
La seconda è una dedica in rigoroso stile Zen. Tutta l'energia che scaturisce dalla nostra pratica, se mai dovesse servire a qualcuno o a qualcosa la offriamo agli altri, a tutti..
Non vi nascondo che questa seconda intenzione mi ha profondamente commosso e, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha ulteriormente motivato.
La mia passione per la pratica del karate è sicuramente la risultante di un percorso complesso ed articolato, che è partito da molto lontano, e probabilmente,  prima ancora che potessi mai immaginare di intraprendere questo cammino.
In questo mio percorso tutto è stato importante, in uguale misura: persone, situazioni, ambiente, cultura, dolori e gioie.
Di una cosa sono però certo, la mia via viene costantemente illuminata dalla presenza e dalle indicazioni del Maestro che in ogni occasione esercita la sua funzione indicandomi con potenza la direzione.
Chiedo scusa per questa parentesi intimistica, ma ho sentito la necessità di attribuire all'uomo ed al Maestro il merito di avermi condotto su percorsi che mi arricchiscono, a dosi misurate,  di un tesoro molto raro e per questo molto prezioso : La consapevolezza.
Ma ora torniamo alla nostra settimana da "pescatori".
La pratica viene affrontata con il giusto spirito e la giusta concentrazione.
Alla fine della seduta di allenamento, dopo il saluto, nello spogliatoio tutti riacquistano la consueta loquacità e ci si prepara agli impegni della giornata con uno spirito rinnovato, più pronti e già rodati, con il cervello già a regime.
Cinque levatacce con cinque sedute di pratica intensa volano in un baleno.
Così ci si ritrova a venerdì con un certo stupore. Stupore per essere sopravvissuti? Per esserci  riusciti? No solo una punta di rimpianto perché tutto sta per concludersi. Da domani si dorme un po’ di più. Ma che dormire, da domani il mio cammino sarà un po’ più consapevole, anche grazie a questo kangeiko .
Chiusura in perfetto stile Tora Kan. Dopo la chiusura della pratica, colazione "informale" al Dojo.
Ed anche questa volta l'entusiasmo dei convenuti ha trasformato una prima colazione in un pranzo di nozze!
Torte, ciambelloni, pane fatto in casa, marmellate artigianali, crostate di frutta e di nutella, latte, caffè, tè, succhi di frutta, ragazzi mancavano solo i confetti e gli sposi.
Come concludere questa mia cronaca di sincere emozioni? Come spesso amo dire : "Gli assenti hanno sempre torto". Queste occasioni sono preziosissime e perderle significa rinunciare a qualcosa che difficilmente si riproporrà, almeno con stessa forma o con la stessa atmosfera.
Ringrazio tutti i compagni di pratica perché, senza anche uno solo di loro non sarebbe stata la stessa cosa.
Torno a casa per prepararmi al lavoro …………. E un dubbio mi assale………ma mia moglie, vedendomi tornare per tutta la settimana senza pesce fresco, cosa avrà pensato di me?


sabato
OLGA TIKHOMIROVA

In Russia il freddo è una delle principali cause che creano, influenzano e condizionano molti aspetti della vita, in particolar modo la mentalità e lo stile di vita. C’è un proverbio da noi che recita: “chi non si preoccupa del caldo e del freddo manterrà un corpo e una mente giovani”. Ci sono gruppi di persone che nuotano nell’acqua gelata, o che si strofinano con la neve, o che come minimo si fanno la doccia fredda :)) Così non mi è apparso strano apprendere che ogni inverno ci si allena nel dojo per 5 giorni la mattina presto con le porte e le finestre aperte. Ho voluto prendervi parte anche io sebbene sia molto pigra al pensiero di alzarmi così presto e non ami particolarmente il freddo. Posso dire che per me non è stata un’esperienza semplice ma ho apprezzato molto essere insieme a così tanta gente, e vedere il loro entusiasmo e la loro forza. Il Kangeiko è differente dalle lezioni normali, per esempio mi è piaciuto come mai prima di allora praticare gli esercizi di coppia, essere in un contatto fisico con gli altri. Ho apprezzato alcuni dettagli, che in altre occasioni sfuggono, per esempio il piacere di mettere il piede gelato nello spazio prima occupato da un’altra persona e trovare il parquet caldo o il fatto che  a fine lezione la temperatura interna si alzava di 5/6 gradi come se avessimo collaborato per riscaldarci l’un l’altro. Si, lo so, è un fenomeno fisico normale ma io penso che tante persone nel dojo non praticano semplicemente karate ma scambiano il loro calore con gli altri in tutti i sensi. Li ringrazio molto tutti quanti.
In Russia cold is one of the main effect which creates, influences and manages many things in all parts of life, especially mentality and life style. there is a proverb "who is not afraid of heat and cold will have young body and mind". We have groups of people who swim in icy water, or rub themselves with snow, or as minimum have cold shower:)) So for me it was not strange to know that every winter in dojo people train for 5 days early morning with opened windows and door. I wanted to do it although I'm very lazy to get up so early and I really hate cold. I can say that for me it was not very easy experience but I liked to be with so many people together, to see enthusiasm and strength. Kangeiko was different from usual lessons, for example I liked as never to do a couple technic, to be in a body contact with others. Some details which are not noticed in another situations - was very pleasant to put my icy feet in a place where a second ago was standing another person and to feel warmparquet:) I liked especially that in the end of training temperature inside was upper with 5-6 degrees, like if we collaborated also to heat each other. Yes, it's just a normal phisical effect, but I think many people in dojo don't make just karate but also share their warmth with others in all meanings. I thank all of them a lot.


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