sabato 28 febbraio 2015

Sguardi sul Kangeiko 2015


Pubblichiamo una raccolta di riflessioni sull’esperienza del kangeiko, la pratica marziale nei giorni più freddi dell’anno. Un appuntamento che si ripete al Tora Kan Dojo da molti anni. Cinque giorni di pratica mattutina nel cuore dell’inverno e nel silenzio del giorno che nasce, insieme ad altri appassionati del genere.
In primavera i fiori d'arancio, d’inverno il kangeiko.


Sensei Paolo Taigō Spongia - Sanchin - Tora Kan Dojo
 domenica
SENSEI PAOLO TAIGŌ SPONGIA

Domani avrá inizio il Kangeiko di questo inverno 2015. Per una settimana, ogni mattino all'alba, ci incontremo nel Dōjō per praticare in silenzio e concentrazione accogliendo l'Inverno nel nostro corpo e nella nostra mente in modo da divenire una cosa sola con l'Inverno stesso. Una pratica che penetra profondamente nelle cellule purificandole, un'occasione per sferzare le nostre abitudini, pigrizie, paure. Un'ora di pratica che influenzerà tutta la giornata e tutto l'anno a venire. Ho perso il conto di quanti Kangeiko abbiamo praticato insieme...15...18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai!

 Tomorrow will begin the Kangeiko of this winter 2015. For one week, every morning at dawn, we will meet in the Dōjō to practice in silence and concentration welcoming the Winter in our bodies and in our minds in order to become one with the Winter itself. A practice that penetrates deeply into cells purifying them, an opportunity to lash our habits, laziness, fears. An hour of practice that will influence throughout the day and throughout the year to come. I lost count of how many kangeiko we practiced together ... 15... 18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai !

lunedì
LUCIO ADALBERTO CARUSO

Monte Mario, Roma, ore 4.45.
Nel buio di un lunedì notte, il display di un cellulare si accende: una musica, concepita per essere fastidiosa e monotona, comincia a suonare e a diffondersi per la casa. Lentamente apro gli occhi, quel che basta per intravedere la posizione dell'aggeggio infernale e spegnerlo con un movimento delle dita. Guardo di sfuggita l'ora: all'inizio non capisco, la tentazione di rigirarmi sul fianco opposto è forte, ma basta un istante per riportarmi alla mente il perché di questo insolito rito anticipato, ed è precisamente il momento in cui esco dal letto e, lasciato il tepore delle lenzuola, trovo ad abbracciarmi il freddo della casa: il Kangeiko, la Pratica del Freddo, mi chiama.
Mi alzo e cammino in punta di piedi: "Caspita, deve essere veramente presto, se nemmeno il mio cane viene a curiosare sul perché di questa levataccia mattutina!" Nella mia mente si fa strada, agile, un banale paragone: se sento già freddo in pigiama, e appena uscito dal letto, figuriamoci cosa ne sarà di me all'Honbu Dojo di Sensei Paolo, che mi è stato detto essere lasciato aperto apposta, affinché il gelo possa penetrarvi dentro! Quasi mi accingo ad imprecare a bassa voce, mentre tutti dormono, veloce giunge però il ricordo dell'ammonimento del giorno prima, breve ma eloquente, di Sensei Roberto: "Puntuale e silenzioso...".
E' così che il mio primo Kangeiko comincia già nella mia stanza, a casa. Con gesti lenti, ma decisi, piego il mio Karategi e preparo la sacca; mi do una sciacquata al viso, mi vesto e mi copro ben bene. Sono pronto per uscire di casa: in un attimo di distrazione, serro il portone più rumorosamente di quanto desiderassi.
Fuori dal palazzo, di fronte a me trovo solo le luci dei lampioni a farmi compagnia. Decido di cedere alla curiosità, mi giro per osservare se qualcuno dei tanti appartamenti alle mie spalle presenta già qualche finestra illuminata. Ne conto uno o due sulle dita di una mano: penso a quelle persone che, purtroppo o per fortuna avvezze al freddo e alla sveglia prematura, sono abituate al panorama di questa città addormentata e nascosta. Mi trovo a invidiarle, ma solo per un attimo di secondo.
La macchina corre veloce sulle strade praticamente deserte: io e qualche pendolare siamo i soli padroni delle arterie cittadine. E' strano pensare che, solo un paio d'ore più tardi, impiegherò più di tre volte del tempo ora necessario a giungere al Tora Kan Dojo, quando gli ingranaggi arrugginiti di Roma strideranno a pieno regime.
Non sono mai stato alla Tora Kan: il monito del Sensei mi ha convinto, mio malgrado, a svegliarmi un po' prima, per "esplorare" il percorso per giungere al Kangeiko. Dopo una serie di curve, apparentemente senza fine, ecco aprirmisi innanzi uno spiazzo con un parcheggio e, accanto, un cartello nero con il segno, inconfondibile, del nostro stile: il Kenkon. Lascio la macchina poco distante, trovo ad aspettarmi all'esterno i miei due compagni di pratica della Scuola di Karate-Do; ci salutiamo con un cenno del capo, il nostro sorriso è così grande, da lasciar la stanchezza e le occhiaie in secondo piano. La serranda, lentamente, si alza; entriamo e, in breve tempo, ognuno ha indosso il suo karategi. Il mio ingresso nella sala riservata alla pratica del Karate lo faccio respirando a pieni polmoni: ancor prima di entrar nel vivo del Kangeiko, la paura del freddo è divenuta voglia di farne parte.

martedì
ALESSANDRO DELLA VENTURA

uniti nella natura...nelle nostre paure...
attorniati dal buio c'è una luce che affiora...
ammaliati dal silenzio...un silenzio che ti parla nel profondo...
nell'oblio di sé, ed è qui che ci si riscopre uniti...
fieri nell'avversità...
un fruscio segnala la presenza e il flusso continuo di energia...
restituendo con orgoglio ciò che ci è stato donato, il soffio della vita...
è un circolo senza contorni netti...tutto è in movimento e tutto è fermo, ricco e al tempo stesso vuoto...
accogliendo a cuore aperto quanto l'occasione ci presenta...
legame sottile che ti percuote dentro e ti lascia assorto...

mercoledì
MONICA DE MARCHI

Energia dello spirito, equilibrio della mente, armonia nel cuore…
Linfa vitale che sento scorrere, temprare il mio corpo e curare la mia mente, salendo piano si espande e la pervade donandomi percezioni inesplorate.
Introspezione, estraneazione... mi ascolto.
Fievole bagliore del mattino che muta interiormente e si trasforma in luce abbagliante dell’Essere…
E come in una sorta di fotosintesi clorofilliana essenziale alla vita, la via della consapevolezza mi indica, riluce e dona.
I shin den shin


venerdì
SENSEI BEPPE MANZARI

Kangeiko 2015, venerdì ultima seduta di pratica.

Dopo il saluto finale, la consegna dei diplomi di partecipazione e il brindisi di congedo, graziosamente offerto da Olga Povlovna a base di vin brûlé e biscottini a forma di karateka, il prode Emilio Chelini ha invitato gli astanti a produrre uno scritto che racconti le proprie emozioni circa la settimana appena trascorsa.
Arrivato a casa ho cercato nella mia personale cartella la documentazione per verificare a quanti Kangeiko avessi partecipato e con vero piacere ho ritrovato un mio scritto prodotto in occasione del Kangeiko del 2004 che fu pubblicato sul glorioso periodico Tora Kan Dojo, che all’epoca rappresentava con notevole merito il nostro principale mezzo di divulgazione.
La mia cronaca di 11 anni fa mi ha sorpreso per come potesse essere tranquillamente sovrapposta ad una cronaca attuale. Alcuni dettagli sono mutati, allora la pratica cominciava alle 5,30, ed anche se ogni volta resta unica, le sensazioni e lo spirito mi sembrano coincidere.
Pertanto mi piacerebbe riproporre quella cronaca a beneficio dei nuovi e anche dei vecchi compagni di pratica il cui sguardo in questa occasione come 11 anni fa, mi è  sembrato identico e cioè bellissimo.
KANGEIKO 2004
Kangeiko:  la pratica d'inverno nel periodo più freddo dell'anno.
No, le definizioni sono piuttosto fredde, come appunto l'inverno, ed io quando penso a questo evento provo sensazioni che non hanno nulla di freddo, tutt'altro.
Per questo motivo proverò a tradurre, a beneficio di chi avrà la compiacenza di leggermi,  quello che questa occasione di pratica rappresenta per me.
Lunedì 12 gennaio 2004 ore 04,15: la radio-sveglia a bassissimo volume, sul mio comodino intona una canzone di Berry White : You're the first You're the last Yuo're everything (per essere lunedì, niente male come inizio). A malincuore interrompo il ritmo dance per non creare maggiori fastidi al resto della famiglia dormiente.
Mia moglie, mattiniera e con il sonno leggero, mi fa un cenno di affettuoso saluto e scuotendo la testa si domanda se almeno i pesci abboccheranno ma poi torna a dormire. Questo scuotere la testa non mi sorprende né mi infastidisce. Immagino che altre mogli, mamme, compagne, sorelle, fratelli, conviventi a vario titolo, possano avere scosso con scetticismo la loro testa nel vedere una persona cara, più o meno adulta, studente, professionista, funzionario, impiegata, commerciante, disoccupato, con la passione per il karate che si alza ad un'ora da pescatore per esercitare un'ora di pratica.
Ai più questa nostra iniziativa appare eccentrica o inspiegabile o quantomeno originale.
Ripeto, la cosa non mi infastidisce e tanto meno sento la necessità di dimostrare nulla o di giustificare il mio percorso, ma pur nella particolare situazione, non mi sento né eroico né stoico né superman  né macho, mi sento…calmo.
Nel silenzio della casa mi preparo con gesti misurati ma decisi e mi reco al Dojo.
Alle 05,00 del mattino c'è in giro poca gente, ma quella che circola appartiene ad una categoria che stimo moltissimo i lavoratori a lunga percorrenza, loro si eroici.
Aperto il Dojo, esplode di luce artificiale che stride in contrasto col silenzio che regna sovrano.
Piano piano giungono i compagni di pratica ed il silenzio viene rotto dal fruscio dei karate-gi nei movimenti di preriscaldamento.
Nessuno parla, una sensazione di serena e profonda concentrazione (stato pre-comatoso da sonno residuo? No non mi sembra).
Quest'anno siamo tanti, 27, e ciò rappresenta un indicatore molto importante, stiamo percorrendo la via giusta.
La meteorologia non è una scienza esatta e la temperatura esterna è di circa 15 °C .
Per certi versi ne sono contento, un imprevisto che  mi conferma una volta di più che non bisogna dare nulla per scontato, e che bisogna affrontare le situazioni disposti a cambiare velocemente abito mentale.
Sensei Paolo Taigo Spongia arriva puntuale e silenzioso ed inizia la pratica.
Alla fine della seduta, Sensei ci fornisce alcuni dettagli e ci annuncia che quest'anno il nostro Kangeiko ha due dediche da offrire:
La prima è squisitamente ed affettuosamente di solidarietà economica. Il ricavato della nostra tassa di iscrizione sarà devoluta, insieme a altre offerte di altri paesi affiliati, per la ricostruzione del tatami dello I.O.G.K.F. Hombu Dojo di Higaonna Sensei ad Okinawa.
La seconda è una dedica in rigoroso stile Zen. Tutta l'energia che scaturisce dalla nostra pratica, se mai dovesse servire a qualcuno o a qualcosa la offriamo agli altri, a tutti..
Non vi nascondo che questa seconda intenzione mi ha profondamente commosso e, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha ulteriormente motivato.
La mia passione per la pratica del karate è sicuramente la risultante di un percorso complesso ed articolato, che è partito da molto lontano, e probabilmente,  prima ancora che potessi mai immaginare di intraprendere questo cammino.
In questo mio percorso tutto è stato importante, in uguale misura: persone, situazioni, ambiente, cultura, dolori e gioie.
Di una cosa sono però certo, la mia via viene costantemente illuminata dalla presenza e dalle indicazioni del Maestro che in ogni occasione esercita la sua funzione indicandomi con potenza la direzione.
Chiedo scusa per questa parentesi intimistica, ma ho sentito la necessità di attribuire all'uomo ed al Maestro il merito di avermi condotto su percorsi che mi arricchiscono, a dosi misurate,  di un tesoro molto raro e per questo molto prezioso : La consapevolezza.
Ma ora torniamo alla nostra settimana da "pescatori".
La pratica viene affrontata con il giusto spirito e la giusta concentrazione.
Alla fine della seduta di allenamento, dopo il saluto, nello spogliatoio tutti riacquistano la consueta loquacità e ci si prepara agli impegni della giornata con uno spirito rinnovato, più pronti e già rodati, con il cervello già a regime.
Cinque levatacce con cinque sedute di pratica intensa volano in un baleno.
Così ci si ritrova a venerdì con un certo stupore. Stupore per essere sopravvissuti? Per esserci  riusciti? No solo una punta di rimpianto perché tutto sta per concludersi. Da domani si dorme un po’ di più. Ma che dormire, da domani il mio cammino sarà un po’ più consapevole, anche grazie a questo kangeiko .
Chiusura in perfetto stile Tora Kan. Dopo la chiusura della pratica, colazione "informale" al Dojo.
Ed anche questa volta l'entusiasmo dei convenuti ha trasformato una prima colazione in un pranzo di nozze!
Torte, ciambelloni, pane fatto in casa, marmellate artigianali, crostate di frutta e di nutella, latte, caffè, tè, succhi di frutta, ragazzi mancavano solo i confetti e gli sposi.
Come concludere questa mia cronaca di sincere emozioni? Come spesso amo dire : "Gli assenti hanno sempre torto". Queste occasioni sono preziosissime e perderle significa rinunciare a qualcosa che difficilmente si riproporrà, almeno con stessa forma o con la stessa atmosfera.
Ringrazio tutti i compagni di pratica perché, senza anche uno solo di loro non sarebbe stata la stessa cosa.
Torno a casa per prepararmi al lavoro …………. E un dubbio mi assale………ma mia moglie, vedendomi tornare per tutta la settimana senza pesce fresco, cosa avrà pensato di me?


sabato
OLGA TIKHOMIROVA

In Russia il freddo è una delle principali cause che creano, influenzano e condizionano molti aspetti della vita, in particolar modo la mentalità e lo stile di vita. C’è un proverbio da noi che recita: “chi non si preoccupa del caldo e del freddo manterrà un corpo e una mente giovani”. Ci sono gruppi di persone che nuotano nell’acqua gelata, o che si strofinano con la neve, o che come minimo si fanno la doccia fredda :)) Così non mi è apparso strano apprendere che ogni inverno ci si allena nel dojo per 5 giorni la mattina presto con le porte e le finestre aperte. Ho voluto prendervi parte anche io sebbene sia molto pigra al pensiero di alzarmi così presto e non ami particolarmente il freddo. Posso dire che per me non è stata un’esperienza semplice ma ho apprezzato molto essere insieme a così tanta gente, e vedere il loro entusiasmo e la loro forza. Il Kangeiko è differente dalle lezioni normali, per esempio mi è piaciuto come mai prima di allora praticare gli esercizi di coppia, essere in un contatto fisico con gli altri. Ho apprezzato alcuni dettagli, che in altre occasioni sfuggono, per esempio il piacere di mettere il piede gelato nello spazio prima occupato da un’altra persona e trovare il parquet caldo o il fatto che  a fine lezione la temperatura interna si alzava di 5/6 gradi come se avessimo collaborato per riscaldarci l’un l’altro. Si, lo so, è un fenomeno fisico normale ma io penso che tante persone nel dojo non praticano semplicemente karate ma scambiano il loro calore con gli altri in tutti i sensi. Li ringrazio molto tutti quanti.
In Russia cold is one of the main effect which creates, influences and manages many things in all parts of life, especially mentality and life style. there is a proverb "who is not afraid of heat and cold will have young body and mind". We have groups of people who swim in icy water, or rub themselves with snow, or as minimum have cold shower:)) So for me it was not strange to know that every winter in dojo people train for 5 days early morning with opened windows and door. I wanted to do it although I'm very lazy to get up so early and I really hate cold. I can say that for me it was not very easy experience but I liked to be with so many people together, to see enthusiasm and strength. Kangeiko was different from usual lessons, for example I liked as never to do a couple technic, to be in a body contact with others. Some details which are not noticed in another situations - was very pleasant to put my icy feet in a place where a second ago was standing another person and to feel warmparquet:) I liked especially that in the end of training temperature inside was upper with 5-6 degrees, like if we collaborated also to heat each other. Yes, it's just a normal phisical effect, but I think many people in dojo don't make just karate but also share their warmth with others in all meanings. I thank all of them a lot.


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lunedì 9 febbraio 2015

Il respiro è tutto - Breathing is everything (ITA - ENG) an interview with Sensei Morio Higaonna

You can find the english version scrolling down

Dalla newsletter internazionale dell'IOGKF (aprile 2012) riportiamo un'intervista al Maestro Morio Higaonna intorno al respiro e al muchimi. L'intervista è tratta da un testo chiamato ‘The truth about Okinawan Karate’.

Il Maestro Morio Higaonna
Per cominciare può spiegarci le caratteristiche peculiari del Goju Ryu?

In parole povere stiamo parlando di tecniche in grado di produrre morbidezza e durezza attraverso il respiro.

Questo vorrebbe dire che le tecniche sono semplicemente basate sul respiro?

Esattamente. Il movimento mentre si respira. E’ l’armonia tra il corpo e il respiro.

Spesso si sente dire che bisogna inspirare velocemente  ed espirare lentamente…

Si. Di base ci sono 6 modi di respirare, inspirare velocemente ed espirare velocemente, inspirare velocemente ed espirare lentamente, inspirare lentamente ed espirare velocemente, ecc ci sono più metodi.

E il loro uso dipende dalle tecniche?

Esatto, dipende dalle tecniche. L’importanza della respirazione è così grande che si può tranquillamente affermare che è tutto. Naturalmente all'inizio il metodo di respirazione è assunto in maniera cosciente, ma l’allenamento porta gradualmente ad uno stato in cui il respiro diviene “inconsapevole”.

Ma non è l’esatto opposto della scuola Shurite? Lo Shurite sostiene che il respiro deve essere mantenuto naturale.

E così dovrebbe essere. Il nostro sistema richiede di inspirare attraverso il naso ed espirare dalla bocca. Poi abbiamo il respiro diaframmatico . C’è anche il respiro addominale ( “Tanden Kokyu”). Quando espiriamo, lo facciamo dalla bocca, ma lo possiamo fare anche dal naso. Quando espiriamo, aprendo la bocca, la gola si chiude in maniera naturale. Portiamo avanti le nostre tecniche in armonia con questo modo di respirare, ma non mostriamo il nostro respiro all'avversario. Non puoi sentirlo. Respiriamo in silenzio. All'inizio poniamo attenzione a questo nella pratica, ma mano a mano diviene naturale, automatico. Comunque il nostro respiro non dovrebbe essere percepito prima.

Non mostrare il respiro significa non permettere che i nostri movimenti vengano anticipati, è questo che intendi?

Esattamente. E’ per questo che non appena il nostro avversario espira noi immediatamente portiamo le nostre tecniche. [qui Sensei Higaonna si riferisce alla necessità di intercettare l'attacco prima del suo svilupparsi, mentre in fase offensiva è bene colpire sull'inspirazione dell'avversario]. Ecco perché è necessario essere in grado di percepire il respiro. Usiamo il nostro per capire quello del nostro avversario.

All'inizio alleniamo il nostro respiro in maniera cosciente, col fine di imparare a riconoscere quello dell’avversario. Le condizioni per la vittoria o la sconfitta degli esseri umani si decidono nel momento in cui espirano. Non puoi sferrare un attacco mentre inspiri. Ecco perché il Goju Ryu ci insegna a respirare profondamente e in maniera cosciente.

Quando invecchiamo cambia il modo in cui ci muoviamo, e cambia anche il modo in cui respiriamo. Possiamo fermare il respiro e applicare una data forza, o esercitare tale forza insieme al respiro. Ma è necessario percepire questa cosa in maniera consapevole. Nel Sanchin applichiamo una forza mentre espiriamo pronunciando “ah”. Questo è anche il caso dei calci, assodato anche che ci sono alcuni calci che portiamo senza respirare ed altri che richiedono una liberazione di energia con l’espirazione. Può risultare difficile agli inizi se non riusciamo a percepire tutto questo.

Questo è apparentemente anche il caso del chuan fa cinese (kenpo in giapponese). Le sue tecniche di combattimento tradizionali richiedono una connessione tra il respiro e l’emissione di energia. Il Goju Ryu quindi aggiunge a quella tradizione il suo proprio marchio di fabbrica , è giusto?

Come parte degli insegnamenti del Maestro Chojun Miyagi, l’accento è messo sul fatto che quando respiriamo per prima cosa dobbiamo fare attenzione alla nostra zona lombare [koshi: un termine specifico che nel karate indica il bacino i fianchi e la pancia] e alle vertebre lombari. Ed anche al Tanden. L’ano è serrato come se stessimo cercando di farlo rientrare e incanaliamo la nostra energia al centro del nostro corpo. Quando espiriamo lo facciamo direttamente, dalla bocca. In questa maniera la velocità è rafforzata e si genera potenza.

Muchimi.

Quando pariamo non dovremmo usare la forza. Muchimi significa che prima che l’avversario attacchi hai già il controllo.

Muchimi non significa elasticità dunque?

Non solo quella, vuol anche dire che prima che arrivi il colpo tu devi leggerlo e contenerlo. In questo modo siamo in grado di intercettare il braccio dell’avversario e respingerlo via. Se questo accade dopo che l’avversario ha dispiegato la sua forza, il risultato sarà uno scontro di forze. Dobbiamo attenuare il colpo prima che venga applicata la forza.

L’ultima volta, Maestro, hai anche affermato che la differenza con il karate giapponese risiede nel fatto che alla fine, dopo aver parato, si lascia andare l’avversario.

Questo è vero. Se spingiamo prima che arrivi il colpo, la distanza fra te e il tuo avversario sarà ridotta. Questo è il motivo per il quale i colpi più efficaci sono quelli a corta distanza. Per consentire loro di contenere energia il nostro respiro deve essere corretto.

Nel karate moderno, oramai trasformato in sport, noi colpiamo e ritraiamo velocemente la mano, in questo modo la distanza fra noi e il nostro avversario ritorna dopo il colpo alla posizione di partenza.

Come ha già affermato il Maestro Takamiyagi  [si riferisce ad un altro capitolo del libro], i Maestri del passato erano soliti insegnare che una volta che abbiamo parato dobbiamo tirare e accorciare le distanze. Questo in Okinawa è chiamato Kakie. Oggigiorno nessuno sa nemmeno come si scrive. [ride]. Anche in Cina queste tecniche sono definite da un suono come  kaki. E una volta che ti sei portato a corta distanza devi continuare con una tecnica chiamata Kou.

Per Kou intendiamo contatto fisico ravvicinato, non è questo il caso? Il braccio che afferra tira con forza e la distanza tra noi e il nostro avversario, anziché non mutare è in realtà ridotta!

Esattamente. Parando in tale modo anticipiamo l’avversario e attacchiamo seguendo il braccio. Questo è eseguito con grande velocità, come una frusta. Se seguiamo il braccio non importa come si muove l’avversario, noi lo troviamo comunque. In questa maniera possiamo attaccare così [colpisce il collo dell’avversario con un Nukite].

Capisco. E questo è basato sulle teorie presenti nel Quan Fa cinese, vero? E questo è ciò che a Okinawa chiamano Muchimi?

Esatto, questo è Muchimi.

Anche il Sanchin, quando è eseguito di fronte a un cinese, viene riconosciuto come Sanchen. A parte Tensho e i due Gekisai, che sono kata creati in Okinawa, stiamo parlando di forme nate in Cina. Anche se Kururunfa è scritto in caratteri tipicamente giapponesi. Io credo che alla base del karate troverai non solo la Cina, ma tutto il sudest asiatico. Dico questo perché esistono tecniche nel karate che non possono essere ritrovate in Cina. Ricercare anche quelle radici è il compito che mi sono dato per il futuro. [ride]


Breathing is everything

From the IOGKF international newsletter (2012, april) we propose an interview with Master Morio Higaonna.

Translated by: Maurizio Di Stefano and Enda Flannelly
The below interview is from a Japanese text called ‘The truth about Okinawan Karate’.

To begin with, perhaps you could explain to us the characteristics that are peculiar to Goju Ryu?
Higaonna: In simple terms, we’re talking about techniques capable of producing hardness and softness through breathing.

So does that mean that the techniques are simply based on breathing?
Higaonna: Exactly. Movement while breathing. It is the harmony between one’s body and one’s breathing.
It is often said that one breathes in quickly and one breathes out slowly...

Higaonna: Indeed. Basically there are 6 ways to breathe: to breathe in quickly and breathe out quickly, to breathe in quickly and breathe out slowly, to breathe in slowly and breathe out quickly, and so on; there are many ways.
And their use depends on the techniques, does it not? 

Higaonna: Exactly, it depends on the techniques. The importance of breathing is so great that you can actually say that it is everything. Naturally, such a breathing method is initially undertaken in a conscious way, but training gradually leads to a state in which one becomes unaware of one’s breathing.

In that case, isn’t it the exact opposite of the Shurite school? Shurite maintains that breathing must be natural.

Higaonna: And so it should be. Our breathing method calls for breathing in through the nose and breathing out through the mouth. And then we have diaphragmatic breathing [eg. “Tanden Kokyu”]. There’s also abdominal breathing. When we breathe out, we do so from the mouth, but we can also breathe out from the nose. When we breathe out, as the mouth opens, the throat closes in a natural way. We carry out our techniques in accordance with this way of breathing, but we don’t show our breathing to our adversary. You don’t hear it. We breathe in silence. At the beginning we focus on it as we practice, but it eventually becomes natural or automatic. But our breathing should not be heard first.

Not showing our breathing means not allowing our movements to be anticipated, isn’t that so?
Higaonna: Exactly. That is why as soon as our adversary breathes out we immediately carry out our techniques. [Here Higaonna Sensei explains the need to intercept the attack before its development, while in attack is better to hit the opponent on inhalation.] This is why it’s necessary to be able to perceive breathing. We use our breathing to interpret that of our adversary.
Initially we consciously train our breathing, in order to learn to read that of our opponent. Humans determine the conditions for victory or defeat at that moment in which they are breathing out. You cannot attack when you’re breathing in. This is why Goju Ryu teaches us to breathe deeply and in such a conscious manner.
As we get older the way we move changes, and so does the way we breathe. We can stop breathing and apply a given force, or enact that force together with our breathing. But it’s necessary to perceive this in a conscious way. In sanchin we apply a force as we breathe out while saying “Ah”. This is also the case when kicking, given that there are certain kicks that we carry out without breathing and others that call for a release of energy as we breathe out. It can be difficult at the beginning if we can’t perceive all this.

This is also apparently the case with the Chinese chuan fa [kenpo in Japanese]. Its traditional combat techniques call for a link between breathing and the emission of energy: Goju Ryu, therefore, adds to that tradition its own unique brand of study, isn’t that right?
Higaonna: As part of the teachings of the Master Chojun Miyagi, it is stressed that when we breathe the first thing we should perceive is our loin area [“koshi”: a specific term that indicates the pelvis, the hips and the belly in Karate] and our lumbar vertebrae. And also the tanden. The anus is tightened as if we are trying to retract it and we channel our energy to the centre of our body. When we breathe out we do so directly, from the mouth. In this way the speed is increased and power is created.

Muchimi
Higaonna: When we block, we shouldn’t use force. “Muchimi” means that before your adversary attacks you already have to be in control.

 Does “Muchimi” not mean elasticity then?

Higaonna: Not only that, it also means that before the blow arrives you must read it and curb it. In this way we can take hold of the opponent’s arm and push him back. If this is done after the opponent has used force, the result is a clash of forces. We must lessen the blow before force has been applied.

The last time also, Master, you said that a difference with Japanese Karate lies in the fact that in the latter, once we have blocked, we let go of the opponent.
Higaonna: This is true. If we push before the blow arrives, the distance between you and your adversary is reduced. This is why the most effective blows are the short ones. In order for them to contain energy our breathing needs to be correct.

In present day Karate, which has now been transformed into a sport, we strike and retract our hand quickly, and therefore the distance between us and our adversary returns to the original one.

Higaonna: As Master Takamiyagi has already said in our discussion [this is a reference to a different chapter in the book], the Masters of old used to teach that once we had blocked we had to pull and get in closer. This, in Okinawa, is called “Kakie”. These days nobody even knows how to write that [laughs]. But also in China this technique was expressed by a sound like “kaki”. And once you had gotten closer, you followed on with a technique called “Kou” (leaning).

By “Kou” we mean close physical contact, isn’t that the case? The hand that takes hold pulls forcefully and the distance between us and our adversary, instead of not changing, is actually reduced!
Higaonna: Exactly. By blocking in this way, we pull the opponent and we attack by following the arm. And this is done at great speed, like a whip. If we follow the arm, it doesn’t matter how our opponent moves, we will find him. In this way, we can attack like this [he strikes the opponent’s neck with a Nukite].

I understand. And this too is based on the theories present in the Chinese Quan Fa, correct? And all of this is what in Okinawa is called “Muchimi”?
Higaonna: Exactly, it is “Muchimi”.
Even the “Sanchin”, when performed in front of a Chinese person, is recognised as “Sanchen”. Apart from Tensho and the  Gekisai, which are Kata that were invented in Okinawa, we’re talking about forms that originated in China.
Although it is said that Kururunfa is written in characters that are very Japanese.
I believe that at the basis of Karate not only will you will find China but all of South-east Asia. I say this because there exists techniques in Karate that cannot be found in China. And to get back to those roots is the objective that I have given myself for the future [laughs].



Seconda Settimana di Febbraio 2015

Buon Inizio di Settimana

Have a Good Week's Beginning




lunedì 12 gennaio 2015

Le Arti Marziali come strumento di contatto

Saggio dimostrativo 2007 IOGKF Italia: dimostrazione bambini.
Riceviamo con piacere un interessante contributo dalla cintura nera shodan Domenica Pietrucci del Tora Kan Dojo, Psicologa clinica.

Questo articolo è finalizzato a mettere in evidenza i punti di contatto tra la pratica Marziale e la Psicoterapia. Essendo io una psicoterapeuta Gestaltista che pratica il Karate-do da anni, mi sono interessata con passione a questa tematica.
Durante la pratica al dojo avevo spesso intuito che alcuni esercizi in particolare potessero risultare estremamente efficaci in un contesto di terapia, quindi mi sono documentata scientificamente ricercando studi e pubblicazioni sull'argomento. Ho piacevolmente scoperto un vasto universo che metteva in evidenza l'efficacia delle arti marziali nella psicoterapia in svariate popolazioni cliniche. Inoltre, nella mia personale pratica terapeutica ho, con un pizzico di coraggio, gradualmente proposto degli esercizi mutuati dal contesto delle arti marziali. Secondo la Scuola a cui faccio riferimento (la Gestalt Psicosociale) esercizi e  tecniche stimolanti il corpo (ad esempio amplificare un determinato gesto, mettere in scena una situazione,  rappresentare con il corpo un'emozione) costituiscono un potente elemento di consapevolezza terapeutica, ed il loro utilizzo è fortemente consigliato. Mi è stato facile quindi integrare e adattare alcuni esercizi sul controllo del corpo e della respirazione nelle sedute di psicoterapia.
Come precedentemente accennato, i benefici della pratica delle Arti  Marziali in termini di equilibrio psico-fisico sono ben documentati nella ricerca scientifica. E’ un dato ormai acquisito che l’attività corporea, realizzata in percorsi strutturati (sportivi o non sportivi), determini molteplici benefici sul piano fisico. I vantaggi psicologici sono altrettanto ben documentati (Antonietti, 2010).
Nell’ambito delle Arti marziali, Bennet (2009) mette in evidenza come, la loro pratica, abbia degli effetti estremamente positivi riguardo la capacità empatica, una maggior consapevolezza dei propri bisogni e un generale aumento nella gestione dell’emozionalità negativa.
Secondo Bennet, la pratica marziale consente di:
- creare una positiva immagine di sé stessi (sperimentare le proprie capacità,valutare i propri progressi, aumento dell’autostima)
- acquisire consapevolezza della natura umana (interazione con altri, maturazione emotiva, uso di comunicazione non verbale, sperimentare l’empatia, prendersi cura dell’altro)
- sperimentare relazioni significative (rapporti collaborativi, impegno per raggiungere una meta, rispetto della forma)
- usare la moderazione, il giudizio e il discernimento (riconoscere i valori etici che stanno dietro alle regole del vivere sociale)
- rafforzare il coraggio (ardimento, perseveranza, controllo delle reazioni).
Inoltre, benefici della pratica delle arti marziali in popolazioni cliniche quali bambini con ADHD, disturbo Oppositivo Provocatorio, Disturbi della condotta, Disturbi pervasivi dello Sviluppo, Disturbi inerenti all’area dell’ansia-depressione, è ben documentata nella ricerca (Luccherino et al.,2012).
Queste evidenze scientifiche mi hanno indotta ad ipotizzare che, nell'esperienza Psicoterapeutica, alcuni esercizi mutuati dalle arti Marziali possano essere estremamente efficaci per aiutare i pazienti a risolvere le proprie aree di problematicità.
In particolare,la Psicoterapia della Gestalt  si fonda sul principio secondo cui, un io armonico, debba essere in equilibrio con il proprio corpo e la propria mente e possa essere in grado di ascoltare i propri bisogni, centrando le energie esistenziali sul presente e superando così sia l’ancoramento verso il passato, sia le proiezioni verso il futuro.
L'importanza  del corpo nella terapia gestaltica, il coinvolgimento dei cinque livelli dell’esperienza (sensorio, corporeo, emotivo, cognitivo, immaginativo ed eroico) nell’ambito del benessere esistenziale percepito, il contatto autentico come strumento di cambiamento, la consapevolezza dei propri bisogni fondata sull’ascolto del proprio corpo come parte integrante del sé e non come elemento scisso, sono dati che creano un ponte solido tra pratica marziale e la Gestalt Therapy.
Alcuni semplici ma fondamentali esercizi caratterizzanti il Karate-do possono essere un efficace strumento per acquisire una maggiore consapevolezza e stabilità interiore,  favorendo l’ascolto del proprio corpo. Nella relazione terapeutica, la cura delle psicopatologie può avvalersi di questi efficaci strumenti.
Esercizi inerenti il controllo della postura, le contrazioni muscolari, la modalità di respirazione,e, in generale, il livello di attivazione fisiologica, permettono all'individuo di comprendere quanto egli si senta “radicato” al terreno. Nei disturbi d'ansia, ad esempio, è proprio la sensazione di perdere il controllo di sé e del mondo che causa la patologia. Riportare questi individui nel “qui ed ora” delle sensazioni corporee è quindi fondamentale.
Patologie quali i disturbi ansiosi, in  particolare il disturbo da attacchi di  panico, i disturbi depressivi, i disturbi  alimentari, i disturbi esternalizzanti  inerenti all’età evolutiva (deficit attentivo associato all'iperattività, disturbo oppositivo-provocatorio, disturbi della condotta) in cui il sentire corporeo è scarsamente strutturato, possono avvalersi del beneficio di esercizi mutuati dalla pratica del karate-do nel setting terapeutico. La modalità di respirazione che si attiva nel kata sanchin, il senso di radicamento a terra, il controllo sulla muscolatura e sulla postura, sono infatti degli strumenti terapeutici molto potenti.
Saggio dimostrativo 2007 IOGKF Italia: dimostrazione bambini.
Per quanto riguarda le modalità di interazione tra il sé e l'esterno,l'individuo che vive nella patologia interrompe il contatto sano ed autentico con l'ambiente. Infatti, nella Psicoterapia della Gestalt, le “resistenze al contatto” (introiezione, defelssione, retroflessione, confluenza e proiezione) sono appunto delle modalità cristallizzate di relazione disfunzionale che si mettono in atto e che causano patologia. Il confronto diretto che caratterizza le arti marziali implica un immediato disvelamento delle nostre modalità di contatto, in quanto la situazione di combattimento simulato mette l’individuo di fronte ad una ancestrale e primaria situazione di attacco-fuga che coinvolge direttamente dei pattern comportamentali automatizzati e figli delle esperienze pregresse. La situazione di combattimento ci mette di fronte alle nostre problematicità, permettendoci di acquisirne consapevolezza e di affrontarle.
In seguito riporto alcuni esercizi, ben noti ai praticanti di Arti Marziali, che possono essere proposti come  “esperimenti” nel setting terapeutico:

- Esercizio della mano-guida (due individui si trovano uno di fronte all'altro e uno dei due segue con il corpo i movimenti e gli spostamenti della mano altrui): sono disposto ad essere guidato e a guidare l’altro?
- Trovare l’equilibrio attraverso esercizi con un partner che implicano l’impegno comune per il raggiungimento della meta
- Il kakie (orizzontale e verticale): utilizzo la forza dell’altro, coordinandovi la mia forza in una danza di equilibrio-squilibrio
- Ude-Tanren e Tai Atari: colpisco e ricevo: come mi sento? (Focalizzarsi sulle sensazioni più immediate e loro elaborazione).
Ho citato esclusivamente alcuni dei tanti esercizi che possono essere mutuati dal Karate -do e inseriti nella pratica terapeutica. Personalmente talvolta propongo ai miei pazienti esperimenti simili durante l'ora di  terapia.
Sono molti i colleghi terapeuti interessati a questa tipologia di esercizi- esperimento: la scorsa estate (Sabato 12 luglio) ho personalmente condotto un workshop a Grosseto (presso la Scuola di specializzazione della Gestalt Psicosociale) sulle Arti Marziali e la Psicoterapia, illustrandone i punti di contatto e proponendo operativamente un modello che potesse integrare alcuni elementi della pratica Marziale nel setting terapeutico. Il seminario ha fortunatamente suscitato molto interesse e curiosità, tanto che mi è stato proposto di attivare un vero e proprio corso di formazione in riguardo.
Recentemente, presso l'Hombu dojo Tora Kan, ho tenuto un seminario di formazione per gli istruttori e gli assistenti di Dojo, mettendo in evidenza anche in questa occasione i punti di contatto fra queste due aree e come esse si possano integrare. In particolare ho evidenziato come la pratica Marziale possa essere un elemento terapeutico di per sé per tutti i praticanti. Risulta quindi importantissima la consapevolezza dell'imporatnza della pratica e dei benefici che se ne possono trarre.
Essendo io una Psicoterapeuta, praticante l'Okinawa Goju ryu karate-do dal 2005 fino ad ora, non posso che proseguire con ulteriore passione ed entusiasmo nell'approfondimento di tale studio, sperimentando operativamente i punti di contatto tra due mondi apparentemente così diversi ma che invece conducono alla stessa strada: il benessere soggettivo e la stabilità interiore. Quella che inizialmente è stata una mia intuizione (praticando nel dojo mi sono spesso chiesta: “ se proponessi un esercizio simile al mio paziente Iperattivo per lavorare sull'aumento della concentrazione e dell'autocontrollo? O se proponessi un esercizio sulla respirazione al mio paziente con disturbo Ansioso?) si è rivelata una certezza scientifica (sono molti gli articoli che mettono in evidenza i benefici della pratica marziale su popolazioni cliniche e non) e per me e molti altri colleghi, un'ulteriore ed efficacissima opportunità terapeutica.
Personalmente risulta interessante  notare come le due grandi passioni della mia vita magicamente confluiscano, e si siano incrociate in modo spontaneo e naturale. Spesso il destino descrive delle traiettorie che a noi basta solo osservare: la consapevolezza è appunto vivere il presente nel suo armonico fluire, permettendo al nostro io di danzare nella vita, in un continuo alternarsi di figure e sfondi.

martedì 23 dicembre 2014

Lo Yin e Yang del Goju-Ryu - Yin and Yang of Goju-Ryu (ITA-ENG)




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Proponiamo la traduzione di un interessante articolo apparso sulla newsletter internazionale della IOGKF (dicembre 2013) a firma di Stuart Read, membro dell' IOGKF - Canada.

 Questo simbolo apparentemente semplice è diventato un punto fondamentale in due ambiti molto importanti della mia vita, quello del mio percorso marziale e quello dei miei studi di operatore di Medicina Tradizionale Cinese. I miei maestri mi hanno gentilmente dimostrato la natura fluida di questo simbolo attraverso le sfumature delle movenze contenute nelle forme del Qi Gong e del Tai Chi. Le prime righe del libro di studio di medicina tradizionale cinese descrivono così la sua importanza:  
Il concetto di Yin e Yang è probabilmente il concetto più importante e caratteristico della medicina cinese. Si può dire che la fisiologia, la patologia e la cura nella medicina cinese possono tutte essere ricondotte e spiegate per mezzo del concetto di Yin e Yang. Questo concetto è estremamente semplice, ma anche molto profondo. Per quanto uno possa averlo appreso a livello razionale, continuamente ne trova nuove forme ed espressioni nella pratica clinica e nella vita.
L’ Autore (Maciocia) passa poi a descrivere la scuola Yin e Yang (o scuola naturalistica) risalente al periodo degli Stati Combattenti (476-221 a.C.), e a come tale dottrina sia stata portata in tale periodo al suo grado più alto. Questa scuola affondava le radici nel taoismo che è un modo particolare di osservare l’universo. Ogni cosa esistente è bilanciata con l’esistenza del suo opposto, al fine di raggiungere l’unità. Questa filosofia viene illustrata dallo schema dello Yin e Yang, che col contrapporre un elemento ad un altro elemento li definisce così entrambi (per esempio la notte ed il giorno non potrebbero esistere l’uno senza l’altro). Andando ancora oltre troviamo che gli elementi dello Yin e Yang esistono in un continuo dove essi sono: 1 interdipendenti 2 in un rapporto di reciproco consumo e sostegno 3 opposti e 4 continuamente in trasformazione. Questi sono gli aspetti del modello Yin e Yang sul quale questo articolo si vuole soffermare, e io voglio condividere quanto ho capito di essi attraverso la mia esperienza marziale.
Lo stile di karate che pratico si chiama Goju-Ryu. Go significa duro o resistente, Ju significa morbido o cedevole. Quindi Goju-Ryu si traduce come la scuola del duro/morbido. Questo dualismo paradossale è rilevante sia per le caratteristiche tecniche dello stile sia per la filosofia che ne è alla base. Il fondatore, il Gran Maestro Chojun Miyagi, scelse questo nome in quanto rappresenta bene l’essenza di quanto aveva prima appreso e poi insegnato. Viene dal terzo degli otto precetti  che compongono  il classico scritto cinese Kempo Hakku che troviamo nel Bubishi, che recita ho wa go ju wo donto su, la via dell’inspirare e dell’espirare è la durezza e la morbidezza [tutto nell’universo respira dura e morbido].
Sebbene il metodo di insegnamento sistematizzato dal Goju-Ryu abbia origine con Miyagi Sensei negli anni ’30 in Okinawa (Giappone), le sue radici affondano negli insegnamenti del Maestro del Maestro Miyagi [Kanryo Higaonna] che studiò in Cina sotto un Sensei che era anche un esperto erborista cinese. Dal momento che il taoismo è la radice filosofica fondamentale della medicina cinese classica, ha senso quindi sostenere che gli insegnamenti che costituiscono il sostrato del Goju-Ryu possano essere stati fortemente influenzati dal taoismo e in particolare dal modello dello Yin e Yang. Alcuni degli insegnamenti di Sensei Miyagi che formano il cuore della filosofia del Goju-Ryu, lo esemplificano chiaramente: “flessibile come il salice solido come il monte Tai”, è quando i due estremi di duro e morbido sono pienamente uniti come un corpo che l’armonia di cielo e terra potrà svilupparsi; più forte si diventa, più si deve riuscire ad esprimere il proprio aspetto gentile; lo scopo più importante del karate è di sviluppare l’equilibrio dentro di noi così che possiamo manifestare la nostra vera natura e diventare esseri umani migliori, e infine per raggiungere l’armonia... ogni cosa deve esprimere una natura equilibrata.
Il verso 8 del Tao recita “colui che vive secondo natura non va contro lo stato di cose (il fluire delle cose). Si muove in armonia con il momento presente, sapendo sempre cosa fare” Gli obiettivi che Miyagi Sensei si era prefissato di raggiungere attraverso il Goju-Ryu sono un chiaro riflesso di questo verso. Questi obiettivi mostrano anche come i suoi praticanti siano attesi a sviluppare il proprio carattere attraverso l’allenamento della mente oltre che attraverso l’allenamento del corpo. Per cominciare chiamerò la mente come elemento Yin e il corpo come elemento Yang, dato che l’aspetto Yin sullo stesso continuum tende ad essere di natura più ricettiva rispetto al suo corrispettivo elemento Yang, che è relativamente più aggressivo. Questa classificazione di Yin / Mente e Yang / Corpo è una esemplificazione della interpretazione comune di Yin e Yang intesi come notte e giorno, estate inverno, acqua e fuoco.
Il kata più importante del Goju-Ryu è il Sanchin kata che è una specifica sequenza di movimenti lenti e potenti. Il suo obiettivo è di generare forza interiore attraverso il sistema muscolare mentre allo stesso tempo si tiene rilassato il respiro e pulita la mente. Tradotto in tre battaglie Sanchin fa riferimento all’equilibrio delle forze opposte del corpo e della mente per conseguire una più alta consapevolezza spirituale.
Ho anche capito attraverso il Goju-Ryu il principio di reciproco consumo e supporto tra gli elementi del modello Yin e Yang (2) e iI principio della loro continua trasformazione (4), comprendendo innanzitutto come ogni elemento Yin (ed ogni elemento Yang) possono essere suddivisi a loro volta in altri elementi Yin e Yang. Richiamando l’acqua, vediamo che essa è Yin in relazione all’energia Yang dell’elemento fuoco ma che può essere anche pensata come insieme, come l’unità dell’elemento Yin del ghiaccio e l’elemento Yang del vapore. La filosofia del tanto flessibile come il salice e tanto duro come il monte Tai può essere applicata sia all’elemento mente che all’elemento corpo creando così uno Yin e Yang specifico sia della Mente che del Corpo.
Sensei Chojun Miyagi insegna Sanchin
Le arti marziali aiutano l’allenamento alla difesa attraverso il rilassamento quando si è sotto attacco così da rendere possibili movimenti veloci di tutto il corpo o di una sua parte. Il tenere rigidi e contratti i muscoli delle braccia e delle gambe inibirebbe infatti le manovre evasive.
Allo stesso tempo bisogna mantenere i muscoli principali attivi e pronti al fine di conservare la postura e l’equilibrio: ecco il principio degli opposti Yin e Yang applicato all’elemento Yang / Corpo. Se l’evasione non è possibile allora i muscoli interessati dovranno diventare più rilassati (Yin) per assorbire l’attacco o rigidi abbastanza (Yang) per bloccarlo. Ecco evidenziato il principio della continua trasformazione dello Yin e Yang (4) nell’elemento Yang / Corpo.
Le tecniche di risposta richiedono la velocità che viene dall’uso dell’estremità del corpo in un movimento frustato. Ma al punto di esecuzione o di contatto, il corpo deve essere immediatamente irrigidito altrimenti l’esecuzione della tecnica perderebbe di efficacia. Una corda non ha potenza se è ferma o se è semplicemente spinta in avanti. Così c’è bisogno che il corpo si tramuti da salice flessibile a montagna per la frazione di secondo del contatto, per tornare poi ad essere salice. Sebbene il salice può essere considerato Yang rispetto alla meno mobile montagna, in realtà in questo contesto l’immobile montagna è molto più energetica di quello, esprimendo lei, quindi, l’elemento Yang.
Rendere il proprio corpo duro come una montagna è il risultato di numerose reazioni chimiche che causano la contrazione di tutta la muscolatura scheletrica così che ogni articolazione ed ogni superficie articolare si fissano. Senza questa rigidità la tecnica portata sarebbe assorbita o nullificata dal corpo del karateka, l’equivalente dell’usare un’arma che si pieghi o che abbia degli ammortizzatori. Questo rigido stato Yang richiede molta energia e senza la transizione e un ritorno ad uno stato Yin, i muscoli contratti si affaticherebbero (l’energia Yang si consumerebbe) lasciando il karateka con i meno energetici muscoli Yin. Ecco illustrato il principio del consumo e sostegno reciproco dello Yin e Yang.
L’allenamento della mente è l’altro aspetto fondamentale delle arti marziali. Si devono imparare, allenare e sviluppare le tecniche, rendendole automatiche attraverso la continua ripetizione. Questo processo mentale richiede molti sforzi e capovolge l’etichetta precedente di Yin e Yang, mostrandoci un aspetto Yang / Mente in relazione ad uno Yin / Corpo.
Una volta rese automatiche, comunque, queste tecniche possono essere portate inconsciamente anziché consciamente così che la mente può tornare di nuovo ad uno stato Yin. Da quel punto nuove tecniche possono essere apprese e sviluppate ripetendo il ciclo. Ecco di nuovo illustrati i principi dello Yin e Yang del consumo-sostegno reciproco e quello della continua trasformazione.
Avere una mente attiva e Yang durante un confronto sarebbe deleterio, (per esempio pensando se lui porta questo tipo di pugno allora blocco in questo modo e poi contrattacco con questa tecnica) rendendoci statici e obbligandoci ad una prestabilita linea d’azione.
Qualsiasi altra cosa accadesse anziché quella aspettata, dovremmo prima arrestare il nostro flusso di pensieri e poi dovremmo decidere cosa fare, e molto probabilmente verremmo colpiti per essere stati troppo lenti a reagire. Mantenere una mente chiara e pronta a rispondere ed ad adattarsi è il prodotto di una mente ben rilassata Yin che si sviluppa attraverso le fatiche di uno stato di allenamento Yang.
L’ultima correlazione che vorrei condividere è evidente nel saluto finale di ogni classe di Goju-Ryu che si conclude con la recita dei Dojo Kun, 5 esortazioni che vogliono rafforzare il carattere di chi pratica, uno di questi recita, tradotto “Allena il corpo e la mente e sforzati di raggiungere l’essenza del Goju-Ryu karatedo”. L’essenza del Goju-Ryu giace vicino alla parte spirituale, o meditativa, dell’allenamento nella quale proviamo ad essere in equilibrio con la nostra natura e con la natura dell’universo.
Il modello Yin e Yang offre un quadro che illustra come questo obiettivo è ottenibile equilibrando gli opposti elementi che sono indipendenti, in trasformazione continua e in reciproco ssostegno e consumo. La mia pratica marziale rende semplice l’apprezzare i vantaggi dell’utilizzo di questi elementi dicotomici con il fine dell’autodifesa; essere capace di scorrere attraverso un Corpo duro (resiliente) e morbido (cedevole) e una Mente dura (attiva) e morbida (recettiva). La pratica del Sanchin kata, dove questi paradossi sono enfatizzati, è la via attraverso la quale ho meglio interiorizzato i precetti della scuola naturalista per l’apprendimento del modello Yin e Yang. Lo Yin e Yang del Goju-Ryu.



We propose an interesting article from the IOGKF international newsletter (december 2013). IOGKF Canada member Stuart Reid writes a very informative article on the Ying-Yang and its relationship to Goju-ryu.

This deceptively simple symbol has become a focal point for two very important aspects of my life – my martial arts training and my studies in becoming a Traditional Chinese Medicine practitioner. My teachers gracefully demonstrates the fluidic nature of this symbol in the nuances of the movements throughout our Qi-Gong and Tai-Chi forms. The opening lines of my Traditional Chinese Medicine textbook describes its importance as
follows:
The concept of Yin-Yang is probably the single most important and distinctive theory of Chinese Medicine. It could be said that all Chinese medical physiology, pathology and treatment can, eventually, be reduced to Yin-Yang. The concept of Yin-Yang is extremely simple, yet very profound. One can seemingly understand it on a rational level, and yet, continually find new expressions of it in clinical practice and, indeed, in life.
Maciocia (the author) then goes on to describe the Yin-Yang School (or the Naturalist School), that dates back to the Warring States period (476-221 BC), and how they developed the theory of Yin-Yang to its highest de-gree. This school was rooted in Taoism which is a philosophy to observe the way of the universe. Everything in existence is balanced with the existence of its opposite in order to achieve unity. The Yin-Yang Model dem-onstrates this philosophy by contrasting one element against another element thereby defining both. (ex. night and day cannot exist without the other) Further to this, however, is that yin-yang elements exist in a dynamic continuum where they are 1) interdependant, 2) mutually consuming-supportive, 3) oppositional, and are 4) constantly transforming. These are the aspects of the Yin-Yang Model on which this article will focus, and I will share my understanding of them through my martial arts experience.
The style of karate that I am practicing is called Goju-Ryu. ‘Go’ means hard or resilient; ‘Ju’ means soft or yielding. Therefore, Goju-Ryu translates as the Hard-Soft School. This paradoxical dualism is relevant to both the technical characteristics of the style and to its underlying philosophy. The founder, Grand Master Chojun Miyagi, chose this name as it represented the essence of what he learned and subsequently taught.
It came from the third of eight precepts of the classic Chinese writing the Kempo Hakku found in the Bubishi. It states: Ho wa goju wo donto su: The way of inhaling and exhaling is hardness and softness.
Though the systemized teaching structure of Goju-Ryu originated in Okinawa, Japan with Miyagi Sensei in the 1930s, its roots came from Miyagi Sensei’s Sensei who studied in China under a Sensei who was also an ac-complished Chinese Herbalist. Given that Taoism is a fundamental root philosophy of Classical Chinese Medicine, it makes sense that the teachings that made up the groundwork of Goju-Ryu would have been heavily influenced by Taoism and, namely, the Yin-Yang Model. Some of Miyagi Sensei’s teaching that form the core of Goju-Ryu’s philosophy exemplifies this nicely:
‘As supple as a willow, as solid as Mount Tai.’ It is when the two extremes of hard and soft are wholly united as one body that…the harmony of heaven and earth will evolve; the stronger one becomes, the more that person should express their gentler side; the most important purpose of karate is to develop balance within ourselves so that we may express our true nature and become better human beings; and to achieve harmony… everything must express a balanced nature
Verse 8 of the Tao states, ‘One who lives in accordance with nature does not go against the way of things. He moves in harmony with the present moment, always knowing the truth of just what to do.’ Miyagi Sensei’s goals through Goju-Ryu are a clear reflection of this Verse.
These goals of Goju-Ryu also show how its practitioners are expected to improve their character by training their minds as well as their bodies. As a starting point, I will assign one’s mind as ‘yin’ and one’s body as ‘yang’ given that the yin aspect of the two elements on the same continuum tend to be of a more receptive na-ture to its yang element that is relatively more aggressive. This assignment of yin-mind and yang-body is an extrapolation of such common determinations of yin to yang as night to day, winter to summer, and water to fire.
Chojun Miyagi Sensei teaching Sanchin
The most important kata in Goju-Ryu is Sanchin kata which is a specific sequence of slow yet powerful movements done in a de-liberate manner. Its goal is to generate internal power through the muscular system while simultaneously having relaxed breathing and a clear mind. Translated to ‘Three Battle’, Sanchin refers to the balancing of the opposing forces of body and mind to achieve higher spiritual awareness.
I have also realized the mutual consumption-supportive and trans-formational principles of the Yin-Yang Model through Goju-Ryu by first understanding that every yin-element (and yang-element) can are be subdivided into furhter yin-yang elements. Recalling that water is yin relative to fire’s yang energy, water can also be thought of as both yin-ice and yang-steam. ‘As supple as a wil-low, as solid as Mount Tai’ philosophy can be applied to both the mind and the body thereby creating a yin-yang within the mind and a yin-yang within the body.
Martial Arts help to train a person to defend him/herself by being relaxed when confronted so that quick movement of whole body or part of one’s body is possible. Having tight or flexed arm and leg muscles would inhibit avoidance manoeuvres.
At the same time, one must keep core muscles active in order to maintain posture and balance. Opposition principle of yin-yang within the yang-body. If avoidance is not possible then the affected muscles need to ei-ther become more relaxed (yin) to absorb the attack or rigid enough (yang) to block it. Transitional principle of yin-yang within the yang-body.
Countering technique require speed that comes from using one’s body extremities in a whip-like motion. But at the point of execution or contact, one’s body needs to be instantly rigid or the technique would be ineffective. A rope (whip) has no strength if stationary or if pushed upon. So to does the body need to turn from a supple willow to a mountain for that split second of contact then back to a willow. Though the willow could be consid-ered yang to the relatively less mobile mountain, in this context, the immobile mountain is far more energetic and would be the yang element. Making one’s body as rigid as a mountain is the result of numerous chemical reactions causing contractions of almost all the skeletal musculature so that every joint and articulating surface is fixated. Without such rigidity, the delivered technique would be absorbed or nullified within the karateka’s body; the equivalent of using a weapon that is collapsible or has shock absorbers. This rigid yang-state re-quires a lot of energy and without transitioning back to a yin state, the contracted muscles would fatigue (yang-energy would be consumed), leaving the karateka with less energetic yin-muscle. Mutual consumption princi-ple of yin-yang.
Training one’s mind is the other important element of martial arts. One must learn, train, and develop tech-niques that are repeated so often that they become automatic. This mental process requires much effort and would result in reversing the previous yin-yang labels to yang-mind to a relatively yin-body. Once automatic, however, those techniques can be delivered reflexively instead of consciously so the mind would now be back in a yin-state. From that point, new techniques can be learned and developed, repeating the cycle. Mutually supportive and transitional principles of yin-yang. Having a yang-active mind during a confrontation (eg. think-ing along the lines of ‘if he throws this type of punch then I will block in this fashion then counter with this tech
nique…’) would render that person fixed on one course of action. If anything other than the anticipated attack occurs, that person now has to first break his/her train of thought and then think of what to do, all the while probably getting hit for being too slow. Keeping a clear mind that can reflexively respond is the product of a very relaxed yin mind that came from the consumption of a yang state of training.
The last correlation that I would like to share is evident at the closing ceremony of every Goju-Ryu class with the recital of the Dojo Kun. Composed of 5 ways to improve one’s character, one of the Dojo Kun translates to ‘Train your mind and body, strive to reach the essence of Goju-Ryu.’ The essence of Goju-Ryu lie within the spiritual or meditative side of training in which one tries to be in balance with one’s own nature and the nature of the universe. The Yin-Yang Model provides a framework that illustrates how this goal is obtainable by bal-ancing opposing elements that are independent, transitional and mutually consuming and supportive within a person. My karate training makes it easy to appreciate the advantages of utilizes such dichotomous elements in order to defend myself; being able to transition between a hard (resilient) and soft (yielding) body and a hard (active) and soft (receptive) mind. Practicing Sanchin kata, where this paradox is the focus, is the way that I best internalize the Naturalists School’s requirments for applying the Yin-Yang Model. The Yin-Yang of Goju-Ryu.

© Tora Kan Dōjō