sabato 28 dicembre 2013

Il Gasshuku Europeo d'Italia - forgiati dal Vulcano



XXVIII European Gasshuku
Italia 2013

di Alessandro Romagnoli 

English Version below

 

 Lo European Gasshuku 2013, quest’anno, è stato ospitato in Italia, nella bella e pittoresca città di Catania, Sicilia. Per la IOGKF Italia è stato un onore e una gioia poter organizzare questo evento così importante. Sotto la guida di Sensei Paolo Spongia, tutta la nostra comunità ha potuto partecipare e condividere le numerose responsabilità che costituiscono il gasshuku nel suo affascinante insieme.
Un merito speciale lo dobbiamo senza alcun dubbio a Sensei Beppe Manzari, vero regista della macchina organizzativa: dalla ricezione dei numerosi ospiti venuti da diverse parti del mondo, alla straordinaria sensibilità con cui ha saputo districarsi in ogni tipo di difficoltà che, come si intuisce, ogni evento simile comporta. Un ottimo esempio di pazienza, efficienza e dedizione, per tutti noi.

Sensei Beppe Manzari al lavoro



Per me, poi, che ho potuto seguire da “dentro” l’aspetto amministrativo della ricezione e registrazione dei numerosi allievi  e insegnanti, giunti in Italia per questo incontro della grande famiglia IOGKF, è importante sottolineare anche il bell’impegno dispiegato dai giovani della nostra federazione che entusiasticamente hanno risposto alla chiamata per  svolgere compiti per niente secondari, affinché tutto potesse essere in ordine e funzionante.
Infine un grazie a tutti gli ospiti per essere stati così gentili da comprendere qualche nostra difficoltà o involontario contrattempo, e per averci aiutato ad appianare inaspettate asperità: questo, mi pare, un elemento imprescindibile dello spirito che anima tutta la comunità IOGKF, da nord a sud, da est a ovest.
Molti, tra coloro che, come me,  solitamente partecipano ai gasshuku internazionali, si ritrovano non di rado a domandarsi  e discutere  tra loro, quale sia l’ingrediente speciale, o addirittura “segreto”, che fa di questo incontro un momento così formidabile.  Negli anni la mia percezione di  questo “qualcosa”, come si può ben immaginare, è cambiata insieme a me, e credo che così sia anche per molti altri praticanti.


Vi è indubbiamente un elemento sociale e affettivo che emerge dall’incontro con altri praticanti. Il piacere di ritrovarsi per faticare insieme sotto lo sguardo benevolmente severo di così tanti insegnanti di provata esperienza, dona ai partecipanti nuova energia corroborante e, certo, fornisce numerosi stimoli e spunti di lavoro su cui applicarsi per un intero anno. Se basta. Inoltre, la possibilità di poter condividere anche momenti di piacevole informalità non sono affatto da sottovalutare, del resto il nostro vivere è pure costituito da appuntamenti conviviali, fatti di una giornata al mare, di una buona mangiata insieme e di un buon boccale di birra. Il fatto però che questo avvenga al fine di una giornata di lavoro trascorsa insieme, scandita dai medesimi ritmi, conferisce a questi semplici momenti un’aurea per nulla consuetudinaria. Una nuova attenzione e un bagno di necessaria umiltà.

Sotto l'amorevole sguardo del fondatore Chojun Miyagi Sensei

Un capitolo a parte merita lo studio che ciascuno di noi ha la possibilità di approfondire, anche solo dall’osservazione attenta di un “gigante” come Sensei Higaonna. Anzi, questo argomento meriterebbe la stesura di un libro a sé. Non voglio riferirmi all’aspetto tecnico, caparbio, di un padre ispiratore che mostra chiaramente di disporre di una invidiabile forma fisica, mentale e di “cuore” che anche il migliore dei giovani atleti fatica a coltivare. All’apice delle condizioni ottimali o avverse, quest’uomo pare attingere a qualcosa che non è di questo mondo. Spero di non apparire esagerato o pazzo con questa affermazione. Non sto parlando di magia. Né è l’adulazione che muove le mie dita sulla tastiera mentre scrivo. Alludo a quella parte della nostra esperienza che non è riferibile con le parole, con un pensiero che osserva dal “di fuori”.  E’ dunque faticoso, per me, reperire e plasmare parole adeguate.  Siamo al cospetto di una testimonianza.  Un corpo concreto che si è reso disponibile alla forgiatura straordinaria della pratica nel tempo. E il tempo
Potrò dire...io c'ero e ho praticato sotto la guida del Grande Maestro Morio Higaonna
è la pratica stessa. Non si tratta neanche più di una persona con nome e cognome. Qui, io trovo il cuore di questa pratica. Intuire, lasciandomi guidare da questo esempio, cosa vede quest’uomo, provare a mettermi in quella posizione per vedere quel che non può essere lo stesso ma che, nella mia concreta esperienza, realizzerà la mia pratica. Mi azzardo a dire che ciò mi indica chiaramente, che fuori dall’esperienza di ogni singolo karateka non c’è karate. Certo l’istituzione potrà e deve prendersi cura di ogni aspetto mondano di questo tesoro, ma l’alito di vento che muoverà i nostri karategi è quel “qualcosa” di cui si percepisce la presenza pur senza poterne toccare la forma. Sensei Higaonna è maestro in questo, perché ai miei occhi egli è capace di sparire nel sudore della sua fatica, senza lasciare tracce. E questo è pure un grande atto di amore per i suoi allievi, evitando loro di poter cadere nella illusione che basti dirsi allievi di un grande maestro. Perché, in quel preciso attimo, non rimarrebbe che polvere del “maestro che non c’era”.


 
Il Ruggito del Leone di Okinawa, Sanchin Kata

Sensei Paolo Taigo Spongia, Capo Istruttore d'Italia IOGKF

Higaonna Sensei riceve gli omaggi del Sindaco di Catania On. Enzo Bianco
Forgiare lo spirito guerriero con il fuoco del vulcano, l'acqua del mediterraneo e le sapienti mani del Grande Maestro

Il Team italiano con Higaonna Sensei, Bakkies Sensei e Nakamura Sensei


English Version


XXVIII European Gasshuku Italy 2013

written by Alessandro Romagnoli


The European Gasshuku 2013, this year, was hosted in Italy, in the beautiful and picturesque city of Catania, Sicily. For IOGKF Italy it has been an honor and a joy to be able to organize this important event. Under the guidance of Paolo Taigō Spongia Sensei, our entire community has been able to participate and share the many responsibilities that constitute the gasshuku.

A special merit we owe, no doubt, to Beppe Manzari Sensei, the real director of the organizational machine: from the reception of the many guests who came from different parts of the world  to the extraordinary sensitivity with which he has been able to find solutions for any kind of trouble any similar event entails - as you can imagine. For all of us a good example of patience, dedication and efficiency.

For me, who could follow from the "inside" the administrative aspects of the reception and registration of the numerous students and teachers arrived in Italy for the meeting of the great IOGKF family, it is also important to emphasize the big commitment exerted by the young people from our federation who responded enthusiastically whenever asked to perform important duties, so that everything could be efficient and in order.

Finally, thanks to all guests for being so kind to understand and excuse some of our difficulties or unintentional mishap, and for helping us to overcome unexpected troubles: this, I think, is an essential element of the spirit that animates the whole IOGKF community, from north to south, from east to west .

Many people among those who, like me, usually participate in international gasshukus, have often been wondering and discussing with each other, what is the special ingredient, or even the "secret", that makes this international meetings such a formidable moment.

Over the years, my perception of this “something” has changed within myself - as you can imagine, and I think it is the same for many other practitioners.

There is undoubtedly a social and emotional element that emerges from meeting with other practitioners. The pleasure of working-out hard and together, under the benign gaze of so many experienced teachers, gives participants new invigorating energy and, of course, provides many ideas and insights to work on for a full year. And this already would be enough. In addition, the possibility of sharing moments of pleasant informality is not to be underestimated – indeed, the rest of our life is also made ​​up of convivial moments, a day at the beach, a nice meal together and a good pint of beer. But the fact that this happens at the end of a day spent working-out together, punctuated by the same rhythms, gives these simple moments a special aura. A new focus and a necessary bath in humility.

A separate mention is to be given to the study that each one of us has the opportunity to carry out through the careful observation of a "giant" such as Higaonna Sensei. Indeed, this topic deserves the writing of a book in itself. I do not want to refer to the technical aspects, stubborn, of an inspirational father, who clearly shows to have an enviable physical and mental shape and a "heart" that even the best young athletes struggle to achieve.

At the height of optimal or adverse conditions, this man seems to tap into something that is not of this world. I hope that with this statement I do not seem exaggerated or insane. I'm not talking about magic. Nor is adulation moving my fingers on the keyboard as I write.
I allude to that part of our experience that cannot be reported by words, by a thought that observes from the "outside”. It is therefore hard for me to find adequate words. We are in the presence of a testimony. A concrete body that has made himself available to be forged by an extraordinary practice over time. And time is the practice itself. We’re no longer dealing with a person with a name and surname. Here is where I find the very heart of this practice. Seeking to grasp, through his example, what this man sees, and trying to put myself in that position in order to see something that won’t be the same but will, given my own experience, provide the key to my practice. I would even go as far as to say that this clearly indicates to me that beyond the experience of each individual karateka karate does not exist.
There’s no doubt that the organisation can and must protect even the smallest aspects of this treasure, but the gust of wind that moves our karategi is the “something” whose presence can be perceived even though its form cannot be touched. Sensei Higaonna is a true master in this sense, because to my eyes he is capable of disappearing into the sweat of his exertion, without leaving a trace. This is also an enormous act of love towards his students, by ensuring that they can’t fall into the illusion of assuming that it is enough to be able to call oneself a student of a great master. Because at that precise moment, nothing would remain but the dust of a “great master that wasn’t there”.



 





lunedì 18 novembre 2013

Non disturbare il canto della corda


"Il filo trema. Si vorrebbe imporgli la calma con la forza, mentre invece bisogna spostarsi con dolcezza, senza disturbare il canto della corda."

'On the high wire' Philippe Petit

La nostra azione non deve basarsi solo sulla nostra volontá forzando la vita al nostro volere. Dobbiamo imparare ad agire con la grazia e sensibilitá che permettono di entrare in armonia con il ritmo della vita.


© Tora Kan Dōjō




mercoledì 13 novembre 2013

Il Testamento di Nureyev



La dedico a tutti coloro che vivono con Passione e Amore la loro Arte, non per un traguardo, non per tornaconto... ma perchè sono nati per quello ed è per loro l'unico modo per essere vivi.




 LETTERA ALLA DANZA di Rudolf Nureyev

"Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.
Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consumate ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.
Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita… "

 

sabato 5 ottobre 2013

Saltare nel Nulla





“Questa è la mia sensazione riguardo ognuno di voi. Vivi qui da tempo immemorabile, da un’eternità; è impossibile che tu non abbia mai incontrato quel vuoto, è impossibile che tu non sia mai arrivato dove il mondo finisce. Sei fuggito via; ti faceva troppa paura, era spaventoso, terrificante. Ancora un passo e ti saresti illuminato; ancora un solo passo, uno soltanto. Lo Zen insegna come fare quel passo, come saltare in quel nulla. Quel nulla è il nirvana, quel nulla è il divino. Quel caos non è soltanto caos; il caos è solo un lato del cartello. Sull’altro lato, quel caos si trasforma in un’immensa creatività. È soltanto dal caos che nascono le stelle, è soltanto dal caos che nasce il creato; il caos è un altro aspetto della stessa energia. Il caos è potenziale creativo. Il nulla è l’altro lato del Tutto. Lo Zen consta di un solo passo, è un viaggio che accade in un solo passo. […] L’intero insegnamento dello Zen consiste in questo soltanto: come compiere il salto nel nulla, come arrivare fino ai confini della tua mente, vale a dire là dove il mondo finisce, come stare in piedi su quel dirupo, fronteggiare l’abisso e non soccombere alla paura, come trovare abbastanza coraggio per fare quell’ultimo salto.”
 
Osho

 
'Saltare nel nulla' significa essere davvero qui, ora, e abbracciare le contraddizioni che nutrono la vita.

© Tora Kan Dōjō