lunedì 29 gennaio 2018

Schegge Budo e Zen - 29 gennaio 2018






















"Coloro che cercano la via facile non cercano la Vera Via."

Dogen Zenji



"A che scopo vuoi ancora attaccare? 
Siedi come uno che abbia vinto!"

F. Nietzsche, Umano, troppo umano





"Mushin (無心) ha come fondamento il muga, 'non io' che non è affatto un concetto filosofico e neppure una mera virtù morale esprimibile col concetto di 'altruismo', 'benevolenza'; è un'esperienza vivente ed è condizione indispensabile per il conseguimento della Via, sia per il monaco che per il bushi."

Mario Polia, L'etica del bushidō




"Nel Dōjō si deve adottare uno stile raffinato che va penetrato con la ripetizione. Si deve coltivare Mushin (libertà di spirito, mente e cuore sgombri da opinioni, preconcetti, convinzioni). Il sapere deve essere nutrito con il corpo. Il corpo conosce, sa, e va educato attraverso gesti rapidi, precisi, nel giusto tempo."

Paolo Taigō Spongia Sensei  




"L'equilibrio è assestamento, è armonia tra spinte opposte. È un lavoro continuo e impegnativo, costituito da tanti infinitesimi dettagli da curare per ordinare un insieme di elementi caotici... è la quiete nella tempesta... tutt'altro che immobilità..."

Alessandro della Ventura 

mercoledì 24 gennaio 2018

La Terra ci è data in prestito dai nostri figli

Pubblichiamo questo splendido articolo tratto dall'interessantissimo blog di Laura Imai Messina: 'Giappone Mon Amour' che vi invitiamo caldamente a seguire e che ringraziamo.


Questo il link diretto all'articolo:
Giappone Mon Amour 




Il 6 agosto 1945 una bomba atomica distruggeva la città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo Nagasaki fu a sua volta colpita. L’8 agosto, nell’intervallo tra i due episodi, il tribunale internazionale di Norimberga si era arrogato il diritto di giudicare tre tipi di crimini: i crimini contro la pace, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Nel giro di tre giorni, i vincitori della seconda guerra mondiale avevano aperto un’èra nella quale la potenza tecnica delle armi di distruzione di massa rendeva inevitabile che le guerre diventassero criminali rispetto alle stesse norme che stavano emanando.


 Questa «ironia mostruosa» avrebbe segnato per sempre il pensiero del filosofo tedesco più misconosciuto del XX secolo, Günther Anders […] uno dei rarissimi pensatori che abbiano avuto il coraggio e la lucidità di paragonare Hiroshima ad Auschwitz senza togliere nulla al triste privilegio che possiede il secondo di incarnare l’orrore morale senza fondo. Ha potuto farlo perchè ha capito, come Hannah Arendt e probabilmente prima di lei, che una volta superati certi limiti, il male morale diventa troppo grande per gli uomini che ne sono responsabili e che nessuna etica, nessuna razionalità, nessuna norma che gli esseri umani si possono dare ha la minima pertinenza per valutare ciò che è successo.
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C’è bisogno di coraggio e di lucidità per fare questo accostamento, perchè Hiroshima rappresenta ancora, nella testa di molta gente e, a quanto pare, della stragrande maggioranza degli americani, l’esempio per definizione del male necessario […]  Interrogarsi sulla razionalità e sulla moralità della distruzione di Hiroshima e Nagasaki vuol dire anche trattare l’arma nucleare come uno strumento al servizio di un fine. Sennonché un mezzo si perde nel suo fine come un fiume nell’oceano, ne è completamente assorbito. La bomba, invece, va al di là di tutti i fini che le si possono dare o trovare. […] Perchè l’orrore morale del suo impiego non può esser percepito? Perchè questa «cecità dell’apocalisse»?”
Mi capita raramente di citare a lungo brani di un autore senza avvertire la possibilità di rielaborare, spiegare, ingoiare e restituire a parole mie qualcosa.   Questa è una di quelle occasioni preziose che svelano come vi sia chi ha saputo, in un brevissimo saggio, illustrare l’Assurdità del male con lucidità perfetta. È Jean-Pierre Dupuy, professore di Filosofia sociale e politica presso l’ Ècole Polytechnique e l’Università di Stanford e il suo libro si intitola “Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo” Merita d’esser letto per intero nelle sue cento paginette o poco più.
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  Il detto di apertura di questo piccolo intervento è anch’esso partorito dal libro suddetto. “La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”. È un po’ come quando Jorge Luis Borges scrive che “Possiamo dare solo ciò che è già di altri” e ci ricorda il debito che fin dall’istante in cui nasciamo – come esseri viventi oltre che come produttori di parola – abbiamo contratto nei confronti di tutto ciò e di tutti quelli che ci hanno preceduto e che verranno.  Nulla è nostro, in sostanza. A noi tocca solo amministrare una concessione, un prestito. Una lunga catena di debiti su cui varrebbe la pena di riflettere ogni volta che si decide di muoversi verso la distruzione di qualcosa, di qualunque cosa.
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   Oltretutto, e questo forse più di ogni altra cosa mi indigna, immenso è l’egotismo dell’uomo che è convinto che questo pianeta sia cosa sua. Forse, in un tempo in cui la terra, le foreste, la natura tutta si ritrae ferita, sotto il passo incessante ed arrogante dell’essere umano, sarebbe il caso di domandarsi chi gli ha dato il diritto di arrogarsi il possesso del pianeta, quale religione auto-architettata ed auto-imposta gli abbia concesso la possibilità di agire a proprio piacimento. Da dove nasce l’eliminazione dell’alterità, il senso di mostruosa superiorità che egli esercita con una disinvoltura ancora più mostruosa?



E mentre noi stiamo a dibattere su Hiroshima, Pearl Harbor, le responsabilità di allora, le efferatezze e simili diatribe prive di reale conoscenza e di spessore, è interessante quanto sconvolgente notare – come fece lo stesso Günther Andersen (che nel 1958 si recò alle commemorazioni ad Hiroshima e Nagasaki) – che:
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  “La regolarità con cui [i giapponesi] omettono di nominare gli autori, con cui tacciono del fatto che la catastrofe è stata prodotta dall’uomo; e con cui, benchè vittime del delitto più orrendo, non mostrano il minimo risentimento – tutto ciò mi pare eccessivo, non mi piace affatto
  Un sentimento che ahimè comprendo e che riconosco parte dell’animo giapponese che, al contrario del trattamento che subisce per crimini di un lontano passato certamente commessi (ma non più efferati di quelli perpetuati dalla nostra civilissima Europa o dall’America o dall’Asia in millenni di guerre e d’una quotidianità violenta e brutale), non condanna nè attacca chi ha fatto loro un torto tanto grande.


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  L’idea è 「ひどい事をしたから、ひどい事をされても仕方ない」 “Dato che abbiamo fatto cose terribili, ci sono state fatte cose terribili. Non c’è nulla da fare”

  Qualcosa che l’occidente di questo paese ignora tutt’oggi totalmente. Qualcosa che un occidentale non comprenderà probabilmente mai. Del resto il mix di uno stereotipo ben edificato dai suoi detrattori, unito ad un’indole affatto accusatoria, porta il Giappone ad essere vittima di insopportabili (solo per me che sono occidentale) affronti.

Accompagnata dalle melodie della meravigliosa canzone composta da Sakamoto Ryuichi e interpretata da Hajime Chitose “Shinda onna no ko” (La bambina morta), rivolgo una preghiera alle vittime di Hiroshima e Nagasaki e soprattutto una preghiera per l’uomosenza sterili differenziazioni di nazionalità.  Perchè si renda conto della responsabilità che ha, della bellezza e fragilità del pianeta che abita e della terribile capacità che ha di distruggere qualcosa che neppure gli appartiene.

Le meravigliose illustrazioni sono dell’artista Seiji Fujishiro
.(il grassetto e la spaziatura, nel testo citato in apertura, sono miei)







lunedì 22 gennaio 2018

Schegge Budo e Zen - 22 gennaio 2018






















"A prescindere da cosa racchiuda il presente, accettalo come se lo avessi scelto.
Collabora sempre, non agire contro di esso.
Fattelo amico e alleato, non nemico.
Tutto questo trasformerà miracolosamente la tua vita."

Eckart Tolle




"Le arti marziali e lo Zen hanno in comune la creazione e concentrazione dell'energia. Concentrandosi qui e ora ed esternando la pura energia del nostro corpo, si può vedere oltre le illusioni dei sensi. Nelle arti marziali bisogna penetrare gli elementi, i fenomeni, non passarci a fianco... Nella nostra epoca tutti vogliono economizzare la propria energia e così vivono a metà.
Si è sempre incompleti, tiepidi, senza fuoco. 
Bisogna imparare a penetrare la vita. "

Taisen Deshimaru Roshi, Lo Zen e le arti marziali



"Guardatevi dagli uni e dagli altri: non troverete lo spirito di una religione nei rigidi sistematici, nei superficiali indifferentisti, ma in quelli che in essa vivono come nel proprio elemento e continuano a muoversi in essa, senza nutrire l'illusione di essere in grado di abbracciarla interamente..." 

F. Schleiermacher, Sulla religione: Discorsi a quegli intellettuali che la disprezzano



"Se solo fossimo capaci davvero di ascoltare ed osservare il canto e la bellezza del mondo, solo questo, giustificherebbe la nostra presenza su questa Terra."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Metti radici nella terra, così potrai ergerti alto nel cielo; metti radici nel mondo visibile così da poter raggiungere l'invisibile."

Monica De Marchi

venerdì 19 gennaio 2018

Un nuovo Ken Zen Ichinyo Gasshuku



Domani avrà inizio al Tora Kan Dōjō un nuovo Ken Zen Ichinyo Gasshuku.
Una straordinaria occasione di Pratica.
Un laboratorio per la ricerca di sé attraverso la vita comunitaria, la forma, la contemplazione, la concentrazione, l'Arte Marziale.
Questa la lettera di benvenuto agli iscritti di Sensei Taigō

Tora Kan Dōjō, Roma, 05 Gennaio 2018

La tecnica divina, il waza magistrale, il gesto perfetto sono la stella polare della nostra ricerca quotidiana.
E in questa ricerca si consuma una vita che diviene essa stessa opera d’arte.
Come uno scultore che elimina il superfluo, momento dopo momento, in ogni colpo di scalpello è già compiuta l’opera, ogni passo è già la meta.
Non ci sono scuse né per principianti né per esperti, non c’è un tempo migliore da attendere, delle condizioni più favorevoli.
Questo istante è la nostra vita.
Concentrati, godiamo di ogni incontro, di ogni gesto.
Il gesto che nell’esaurirsi dell’istante risuona eterno riverberando nei tre tempi e nelle dieci direzioni.
Esprimere un gesto armonioso, bello, efficace, richiede l’unificazione di mente e corpo e l’abbandono di ogni legame con i fantasmi illusori del passato e del futuro per spendersi senza riserve nel presente.
Ken Zen Ichinyo Gasshuku, un breve ritiro, in cui assaporare l’aroma di una totale presenza, totale condivisione.
Il gusto della pienezza del momento presente cui nulla manca.
Mi auguro che il nostro riunirci possa offrirvi l’occasione di assaporare questa pienezza.
Un gusto che una volta assaporato non ci abbandona più e diventa potente orientamento alla nostra vita.
Quest’anno la Preziosa Presenza del Maestro Iten Shinnyo Roshi sarà una straordinaria benedizione, ispirazione e sostegno al nostro esercizio.

頑張ってください !!
Gambatte Kudasai !!

(Fate del vostro meglio !)



© Tora Kan Dōjō

mercoledì 17 gennaio 2018

Praticare non discutere



Tutti gli uomini che praticano Zazen con profonda fede possono conoscere il Satori, per quanto differenti siano le loro intelligenze. È errato credere che il vero Zen non possa essere compreso nei paesi meno evoluti. 
Fate attenzione a che la vostra intelligenza non v'impedisca di cogliere il Satori.

Discutere è come cercare di far crescere una pianta là dove nulla è stato seminato. 
Bisogna praticare Zazen ed abbandonare ogni discussione, non bisogna esitare a praticare Zazen. 

Io vivo parcamente, mi vesto d'abiti rappezzati e pratico Zazen in un piccolo eremo costruito in un luogo assai tranquillo, con belle rocce coperte di muschio e sassi bianchi.
Vivendo in queste condizioni, posso comprendere lo Zen autentico. Vedo chiaramente che non è uno studio, né una conoscenza libresca, ma penetra nello spirito grazie alla pratica dello Zazen.

Non ho che uno scopo nella vita: fare Zazen, raccomandare ad altri di farlo ed aiutare gli uomini a trovare la vera libertà interiore.


Il mondo dello Zen è quello dell' "al di là", è una grande famiglia in cui tutti sono fratelli. Per diffondere la verità, bisogna scordare le frontiere, le razze, ed ogni sorta di discriminazione. Bisogna che la verità sia aperta tutti gli esseri, non limitata a pochi luoghi o a certe classi.

Taisen Deshimaru Roshi 




© Tora Kan Dōjō



lunedì 15 gennaio 2018

Schegge Budo e Zen - 15 gennaio 2018





















"Ogni cosa, se considerata dalla prospettiva della realtà fenomenica, in quanto entità provvista di nome e forma, è awa (re) 哀れ: 'degna di compassione', 'causa di pietà'. E 'compassione' va intesa come il latino cum-pati, o il greco syn-páthein: capacità di sentire e soffrire all'unisono con ogni essere e ogni forma di vita. "

Mario Polia, Haiku



"I miei passi sono decisi. E ora trema la terra. Quando io cammino, cammina un bisonte. Quando mi fermo, si riposa una montagna."

Werner Herzog




"La nostra comprensione dell’impermanenza è molto superficiale: la vediamo solo come un’idea, una teoria, e agiamo nella vita quotidiana come se dovessimo esserci per sempre. Ma non è vero, non è così. La nostra vita è come un lampo, come una nuvola nel cielo. Dovremmo concentrarci e guardare in profondità nell’impermanenza: vedere ogni passo, ogni respiro, ogni boccone di cibo alla luce dell’impermanenza."

Thich Nhat Han



“Se lo Zazen rappresenta solo una nostra esigenza allora non è lo Zazen del Buddha. Dobbiamo sedere con l'atteggiamento di chi compie un'azione universale, che nei suoi effetti coinvolge tutto e tutti in ogni direzione e in ogni tempo. Allora questo sforzo è legato naturalmente al dono e alla misura della Sapienza.”

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Spesso, quando porto a spasso il mio cane, mi succede che tiri per andare ad annusare qua e là o che per lo stesso motivo si fermi più o meno ogni metro. Quando mi prende la fregola di dover accelerare i tempi, in preda al pensiero di tutto quello che c'è da fare nell'arco della giornata, mi viene da chiedermi: chi è che sta imponendo il proprio ritmo a chi? Ha senso tutta questa frenesia e questo correre all'impazzata nella nostra società? Forse sarebbe molto meglio ritornare al ritmo naturale degli eventi, a risintonizzarci con esso, con la stessa naturalezza con cui un cane è in armonia con sé stesso e con l'ambiente circostante."

Alessandro della Ventura

venerdì 12 gennaio 2018

MA


E' con piacere che pubblichiamo un interessante contributo del Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi sul concetto di MA.
Durante il soggiorno a Tokyo del novembre scorso ho avuto modo di studiare intensamente sotto la direzione di tre sensei giapponesi, uno dei quali, dopo avermi osservato nell’esecuzione di alcuni kata, mi ha detto in inglese: “Enrico san, MA very good!”. Al sentire la paroletta MA, subito mi sono tornati in mente degli appunti che, in merito, già da parecchio tempo avevo posto come punto di riferimento per il mio shugyō, essendo particolarmente attratto, chissà perché, proprio da MA, cioè da quell’intervallo vuoto e … pieno che nella Pratica, per dirla con Zeami, costituisce l’“interesse della non interpretazione”. Tornato a Roma ho ripreso tali appunti, tanto brevi quanto sostanziosi, e li ho messi in ordine per offrirli al Praticante che possa esservi interessato.

«Nella scrittura giapponese, MA è espresso dall’ideogramma kan, composto dal radicale della porta con all’interno  il sole – anticamente era la luna, che traluce tra le ante di una finestra (l’antico carattere con la luna ha assunto il significato di svago, quiete: yan).MA è una parola presente nella lingua giapponese in innumerevoli espressioni, colloquiali e specialistiche. MA non è “qualcosa”, definisce piuttosto un’entità “fra”: un tempo fra due eventi, uno spazio fra cose, la relazione fra due persone o anche fra due momenti diversi nell’attitudine di un stesso soggetto, nella vita quotidiana, nelle Arti marziali e nel teatro. In MA risiede la peculiarità, la possibilità stessa della raffinata sensibilità estetica giapponese».

(Adriana Galliano, MA – La sensibilità estetica giapponese).

Zeami Motokiyo, il maggior teorico  e autore che ha contribuito alla creazione del teatro Nō, scrive nel trattato Kakyō (Specchio del fiore):

«È nella non interpretazione che è interessante”. Si ha qui una disposizione mentale  che è il segreto dell’attore. […] I diversi generi di mimesi sono, senza eccezione, tecniche che mettono in azione il corpo. Ciò che io chiamo non interpretazione è l’intervallo [che li separa]. Se esaminiamo le ragioni dell’interesse di questi intervalli di non-interpretazione, constatiamo che si tratta di una disposizione con la quale [l’attore] assicura, senza il minimo rilassamento, la coesione mentale [della sua recitazione]. È una concentrazione della mente che fa sì che, nel momento in cui cessate di danzare, nell’istante in cui cessate di cantare, o in qualunque altra circostanza, durante una pausa nel testo o nella mimesi, voi restiate all’erta, conservando tutta l’attenzione. L’emozione [creata da] questa concentrazione della mente, esalandosi fuori di voi, costituisce l’interesse».

I “diversi generi di mimesi” di cui parla Zeami comprendono indubbiamente lo Iai, l’Arte della spada nella quale il praticante/attore imita un combattimento contro un avversario invisibile (kasoteki). L’intervallo della “non interpretazione” è appunto MA (parola che peraltro Zeami non scrive mai nelle sue opere): intervallo che nel kata, ovvero nell’interpretazione del combattimento, interrompe e insieme unisce, in esso concludendosi un movimento/gesto ed iniziando il movimento/gesto successivo, richiedendosi in tale pausa il “restare all’erta, conservando tutta l’attenzione”. Nel kata Mae, per esempio, i MA sono in numero di nove, o dieci se si considera anche jikansa, la brevissima pausa che precede il taglio e che in kanji è scritta 時間小, con al centro l’ideogramma kan indicante appunto MA. Notiamo inoltre di passaggio come MA costituisca l‘essenza di jo-ha-kyu, ovvero la struttura formale che prevede una introduzione (jo), uno sviluppo (ha) ed una conclusione (kyu), agli inizi teorizzata nella struttura di gagaku, la musica di corte, ed in seguito adottata da tutte le arti giapponesi.

La stretta parentela fra Nō e Iai risulta chiara dall’assai significativo brano che segue.

«Alla corte del reggente imperiale (Shōgun) Tokugawa Iemitsu venne una volta organizzata una rappresentazione Nō; vi venne invitato anche il maestro di scherma di corte Yagiû Munenori (1570-1646), uno dei maggiori esperti di scherma. Voltandosi, Iemitsu disse a Munenori: “Fai un po’ attenzione ai movimenti di Kanze Sakon, che reciterà ora. Se trovi in lui un vuoto in cui potresti penetrare con un colpo di spada, dimmelo”. Una volta terminata la rappresentazione, Iemitsu chiese come fosse andata. Munenori disse: “Ho osservato attentamente fin dall’inizio. Ma non ho trovato alcun vuoto nel suo portamento. Al massimo lo si sarebbe potuto colpire nel momento in cui prendeva posto all’angolo della colonna del ministro. Là ha mostrato un piccolo vuoto. Una volta dietro le quinte, l’attore Kanze Sakon chiese ai suoi: “Chi era quello che sedeva accanto allo Shōgun e osservava con tanta attenzione la mia recita?”. Gli risposero che era Yagiû Munenori. Dopo di che Kanze Sakon disse pieno d’ammirazione: “È per questo allora! Quando nel corso della danza mi sono un po’ rilassato in un angolo, egli sorrideva. È un vero esperto di scherma!».
 (cfr. Juniū Kitayama, Lo stile eroico – l’eroismo in Giappone).

Breve inciso: l’attore “pieno di ammirazione” per la perspicacia del maestro di spada e quest’ultimo che signorilmente “sorrideva” per la piccolissima defaillance del primo: non si tratta forse di un delizioso scampolo di rei?

Ma ora riveste un indubbio interesse considerare come il medesimo evento, arricchito di un importante particolare, sia raccontato da Paul Claudel (1868-1955), diplomatico in Giappone dal 1921 al 1927 e conosciuto  dal popolo giapponese come Shijin Taishi, il diplomatico-poeta, nell’aurea sua opera L’uccello nero del Sol Levante.

«Un tempo gli attori del nō erano considerati alla pari dei samurai e la loro scuola alla pari di quella di cavalleria. Si racconta che uno shogun aveva dato ordine al suo maestro di scherma di sorvegliare uno dei suoi attori mentre recitava e di scegliere il momento in cui si trovasse in difetto per attaccarlo. Lo schermitore ritornò dicendo che l’attore non gli aveva dato possibilità di appiglio neppure per un momento, salvo un solo secondo quando guardava per terra. Lo shogun fece venire l’attore e gli chiese se mentre recitava non avesse avuto qualche distrazione. L’attore confessò che in un momento in cui si doveva ritenere che guardasse dentro una sorgente, aveva scorto un pezzetto di carta che non avrebbe dovuto esserci. Allora si era spezzato il cerchio magico che lo proteggeva, l’atmosfera di finzione che gli serviva da armatura».

La distrazione causata da un pezzetto di carta! Lo spezzarsi del protettivo “cerchio magico”; dell’ “armatura” costituita dall’ “atmosfera di finzione”! Davvero Nō e Iai sono fu-ni (non due)!

“Nel momento in cui cessate (MA) di danzare, nell’istante in cui cessate (MA) di cantare, o in qualunque altra circostanza, durante una pausa (MA) nel testo o nella mimesi, restate all’erta. È nella non interpretazione che è interessante”.


lunedì 8 gennaio 2018

Schegge Budo e Zen - 8 gennaio 2018






















"Talvolta, durante Zazen, i pensieri nascono senza sosta, i problemi quotidiani, i desideri, le ansietà ci assalgono senza posa. Ora, non bisogna lottare contro i pensieri né fissarcisi sopra... Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia, se cerchiamo di dominarlo constatiamo rapidamente che è impossibile... 
Se continuiamo nella pratica un'ora, un giorno, un mese, raggiungiamo i livelli più profondi del subconscio. 
Educandoci sul piano dell'inconscio, Zazen ci fa scoprire la saggezza e la vera intuizione. Questa educazione è anche quella di tutti i nostri sensi: durante Zazen le percezioni assumono un grandissimo acume. 
Se i sensi sono unificati, si può trovare la vera concentrazione senza servirsi della volontà .... 
Quando l'abitudine allo Zazen è acquisita, nella vita quotidiana i sensi acquistano la stessa acutezza che in Zazen. Lo Zazen diventa la sorgente della nostra esistenza."

Taisen Deshimaru Roshi



"Uomo che ami parlare molto: ascolta e diverrai simile al saggio. L'inizio della saggezza è il silenzio."

Pitagora



"Rilassati e placa la tua mente. Dimenticati di te stesso e segui l'azione del tuo avversario." 

Yip Man



Yip Man con il suo allievo più famoso, Bruce Lee


"Lo Zen insegna che fama e profitto sono i due Veleni che corrompono lo spirito dell'uomo.
A ben vedere tutte le stupidità e malvagità che l'uomo mette in atto si possono ricondurre alla ricerca di fama e profitto.
Sia fama che profitto comprendono una molteplicità di manifestazioni umane. Il profitto non è necessariamente economico e per fama si intende anche la ricerca di consenso e autoaffermazione."

Paolo Taigō Spongia Sensei



"Il cuore trova direzione senza pensare.
Impara dal cielo, il moto e le sue stelle... dimentica presto di averle tutte conosciute.
Osserva l'inizio, il continuo mutare, intuisce la fine senza fine...
Indaga l'essenza, si lascia trovare...
Asseconda un lampo,
Ora,
già svanito."

Monica De Marchi

venerdì 5 gennaio 2018

Contemplare nelle Navate del Mondo

di Raimon Panikkar
tratto da "L'utopia di Francesco si è fatta ... Chiara" Edizioni Cittadella




Dove altrimenti possiamo contemplare, se la contemplazione non deve
essere una fuga e una sconfitta? Una consolazione di quelli che non
potendo fare altro si rinchiudono per fare almeno qualcosa di importante?
Consultando il dizionario, si vede che navata si può anche interpretare
«navetta» del mondo; siamo su una navetta ed e' per questo che il nostro
compito e' importante.

Grazie a Dio, abbiamo oggi tante macchine, gli elettrodomestici che ci
aiutano a vivere piu' comodamente. Ma e' piu' vita? Ho i miei dubbi, forse
abbiamo perso il senso della vita, il senso-direzione, il senso-sensualita', il
senso-contenuto, i sensi-direzioni, la dottrina. La contemplazione ci fa
scoprire il senso della vita: e' la vita. Punto e basta. Abbiamo ricoperto la
vita di tante cose e pensiamo che vivere e' pensare, e' godere, e' soffrire, e'
fare il bene. Tutti questi sono accidenti e tante volte anche incidenti della
vita nella vita. «Io sono venuto, dice Giovanni (10, 10), perche' abbiano
vita e vita infinita». Le traduzioni italiane dicono «vita eterna», e quasi
nessuno lo sa che cosa voglia dire «vita infinita»: Vita. La contemplazione
ci fa scoprire il senso della vita che e' semplicemente la vita. E la vita non
e' pensare, non e' agire, la vita non e' amare, la vita non e' soffrire, la vita
non e' lodare, la vita non e' sentire; tutte queste sono operazioni della vita,
ma la vita e' previa a tutte queste operazioni, e allora con la vita in se'
vivente pensi, soffri, cammini, parli e fai tante cose. Noi perdiamo il senso
della vita ignuda (e questa per me sarebbe la chiave ermeneutica per
capire in termini moderni la passione per la poverta' di Francesco e
Chiara), la nudita' totale della vita che quando non ha niente si trova
dinanzi al rischio semplicemente di essere. E come direbbe Divus Thomas:
Vita viventibus est esse, la vita e’ l'essere per i viventi. Noi, che sappiamo
tante cose e abbiamo tante macchine al nostro servizio, abbiamo
dimenticato forse l’unica parola che e l’arte del vivere, non abbiamo
ancora imparato a vivere. Senza la vita non si puo' vivere ed e' la vita,
questo valore primordiale divino che noi abbiamo perso; percio' ci
arrabbiamo e godiamo per tante cose che facciamo o che non possiamo
fare. Ma sembra che l’esperienza ignuda della vita ci sia vietata. Siamo
cosi indaffarati di tante buone cose che facciamo che la realta piu'
profonda, piu' fondamentale, ma anche piu' elementare, come il respirare,
segno di vita, di spiritualita', pare che ci sfugga. La contemplazione ci fa
scoprire la pienezza della vita. In una lettera ad Agnese di Praga Chiara
riproduce lo schema trinitario che da Platone alle Upanishad, da Ugo di
San Vittore a Thomas Merton, dai monaci buddhisti dei primi secoli agli
ultimi, hanno tutti, in una forma o un’altra, seguito. Lei ci parla di questi
tre passi, – processi – per cui si arriva alla vera vita: intuere, considera,
contempla; mira, medita e contempla, o nobilissima regina; guarda,
considera, contempla. Tre passi. In Chiara, m’immagino, riverberava,
risuonava quell’inno cosmico cosi straordinario della liturgia latina della
Trasfigurazione: quicumque Christum quaeritis oculos in altum tollite,
che ha ancora il coraggio di andare un po’ contro gli angeli
dell’ascensione: non guardate in alto, ma guardate intorno a voi. Tutti voi
che cercate Cristo – e il leit-motiv di Chiara – levate, innalzate gli occhi in
alto. Non ci sono navate, ci sono le stelle e ancora di piu': tutti voi che
cercate Cristo, spalancate gli occhi dappertutto e cercate in alto
dappertutto, in alto.

Lo schema e' lo stesso, da Platone in poi ci sono tre grandi momenti che
noi forse in questo processo di voler accelerare tutto abbiamo dimenticato.
Primo: guarda, ascolta, mira, senti, intuere: senza cura della vita dei sensi,
senza un rapporto piu che fraterno con tutto il mondo materiale, senza
aver superato l'alienazione che comincia dal nostro corpo e continua con il
corpo dell'altro fino a tutto il resto del mando materiale, non si puo' avere
una vita pienamente umana. Godere la sensualita' piena per ritrovare
questa dimensione tante volte menomata, meno apprezzata, caduta
nell'oblio o nell'adorazione in tutti gli estremi di tutto il mondo materiale,
di tutta la vita dei sensi, di tutta la bellezza. Chi non e' un innamorato
della materia, chi non e' sensibile alla bellezza che e' sempre dei sensi, non
potra' poi ne' estrapolare, ne' saltare, ne' fare qualsiasi altra cosa e tutto
allora diventera' una specie o di alienazione o di astrazione o di parole
vuote. Mira, guarda, innamorati delle cose belle, dei fiori, di tutto; mira,
guarda, intuere, o nobilissima regina, guarda intorno a te, non aver paura
di niente. Senza l'intuizione, senza la cura della vita dei sensi, senza la
nostra identificazione con tutto il mondo materiale, cominciando con il
nostro corpo: io non ho un corpo, sono corpo. Sono tante altre case, ma
sono, siamo materia, terra. Il guaio dell'ecologia e' cominciato qui. I
maschi trattano le donne come un oggetto, tutti gli uomini trattiamo la
terra come un oggetto. E' un passo, ma soltanto il primo.

Considera la sensibilita', la bellezza. Avete mai pensato un po' a questo
passaggio straordinario: la difesa che fa Cristo di Maria di Magdala?
Questo atto che e' di una spiccata bellezza, femminilita' e sessualita': il
profumo, i capelli, i piedi, i baci. E la difesa di Cristo Gesu: «Lasciatela, ha
compiuto una bella opera». Sulla giustizia, sui poveri, sul profumo si
poteva anche discutere, ma sulla bellezza non si puo' discutere, lei e' stata
sensibile alla bellezza e facendo questo ha scoperto la vita. «Lasciatela, ha
compiuto una bella opera». Intuere, guarda, ma seguita Chiara, considera.
Pensa. La funzione della mente, la responsabilita' dell'intelletto: pensare e'
fare una specie di scorciatoia dimenticando o disprezzando l'intelletto, la
scienza, il sapere, l'altra faccia della realta', evidentemente la realta
sensuale, la realta' materiale, la realta' temporale, ma senza vedere
quest'altra faccia che non si vede con i sensi, che non si sente con la
sensualita' ma che sta la' e si scopre con la mente e con l'intelletto. Guai a
pensare che la scienza o il conoscere siano un lusso o un ostacolo alla vera
e piena vita. Avere un'apertura al secondo occhio, l'occhio della mente,
l'occhio dell'intelletto. Quello che e' invisibile alla sensibilita', il primo
occhio, si fa visibile alla meditatio, al considera. Considerare e' una delle
parole piu ambiziose che esistono, ma considerare vuol dire l'atto
straordinario di mettere le stelle insieme; considerare, quello che non
possono fare le mani, perche' non ci arrivo, lo fa la mente, mettere tutte le
stelle in una unita' armonica di un universo divino. Considerare, mettere
le stelle al loro posto, nella loro armonia; colui che considera, entra senza
far troppo rumore nella realta' totale e considerando, cioe meditando,
entra in armonia con essa, fa parte di essa e contribuisce al dinamismo di
questa stessa realta.

La responsabilita' dell'intelletto: nessuno ci puo' rinunciare, come non
possiamo rinunciare al corpo, non possiamo rinunciare alla mente
dell'intelletto, non possiamo rinunciare a tutti i problemi. E qui la
modernita' ha fatto un passo da gigante per abolire tutte queste
scorciatoie, per arrivare alla pienezza della vita, lasciando da parte altre
dimensioni di questa stessa realta'. Considera, medita, pensa. E il secondo
occhio che ci fa scoprire la faccia sempre invisibile della luna, ma che
sappiamo che sta la'; che ci fa scoprire la faccia ugualmente invisibile
dell'eternita', che non e' altro che l'altra faccia della temporalita'.
L'eternita' non viene dopo, sarebbe troppo na'if, o come diceva Simeone, il
nuovo teologo: «Quelli che non hanno goduto della vita eterna qui,
possono dire good bye alla vita eterna, perche' dopo non c'e'». Quelli che
non sono capaci di scoprire la vita eterna nella temporalita',
evidentemente non la possono scoprire dopo, e' tutta un'altra cosa: senza
questo secondo occhio della meditazione, senza meditazione in una forma
o un'altra, non si puo' avere una vita umana.

Per me, una delle grandi scuole della meditazione e' stato parecchie volte
il metro' di New York, dopo le 10 di sera, o a volte anche alle 7 o alle 9.
Tutta una popolazione stanca morta della schiavitu' del lavoro, torna a
casa con la mente bianca; stanno la', non pensano a niente, vivono, stanno
la', sanno quando devono scendere, ma meditano senza saperlo. E' una
scuola di meditazione straordinaria, tu passi, non ti vedono, non
guardano, non leggono, niente. Stanno alcune ore religiosamente in piedi,
meditando: lasciano che le cose tornino a loro in una forma spontanea e
naturale, non ci sono le forze, il modello massimo della meditazione, ma
puo' essere una scuola per cominciare a penetrare. Senza una vita di
meditazione non si puo' avere una vita umana piena. Allora siamo peggio
dei robots, bombardati di qua e di la', e le nostre reazioni sono reazioni a
quello che ci hanno dato prima. Non possiamo essere liberi se non
pensiamo per conto proprio e non possiamo pensare se non lasciamo al
pensiero quello spazio necessario per la digestione che e' la meditazione.
Mira, considera, contempla. Soltanto quando il primo occhio e il secondo
occhio sono aperti, il terzo occhio, come dicono i buddhisti, secondo
l'espressione letterale di Ugo di San Vittore per esempio, si apre il terzo
occhio della contemplazione.

Senza i due primi la visione e' sbagliata, ma senza il terzo non si vede
chiaro, non si ha la terza dimensione. Viviamo ancora come in un film, uno
dello schermo televisivo, se abbiamo soltanto i due occhi della mente e dei
sensi; non abbiamo scoperto la terza dimensione chi ci da' propriamente la
prospettiva esatta. Il reale e' di tre dimensioni; la vita e' di tre dimensioni.
Senza il terzo «oculo» le cose non si vedono nella loro realta', le cose non
si scoprono nella loro vita. E allora cadiamo vittime o di un sensualismo
aberrante o di un intellettualismo inumano. Quindi non e' che sia un lusso
per alcuni la contemplazione: e' assolutamente necessaria per reggere la
vita umana, per poter vedere le cose e per poter pensare la realta'. Un
pensiero solo distrugge la cosa pensata, un contatto meramente sensuale
con la realta' la soffoca, ma ugualmente una specializzazione della
contemplazione che puo' fare a meno e del pensiero e dei sensi diventa
angelica nel sentire della spiritualita' cristiana, cioe' non umana, e
sbagliata, cioe', eretica. Quello che si sente, quello che si pensa, quello che
si contempla: il terzo occhio. E cosa vede il terzo occhio?

La contemplazione e' quella che ci fa realmente vivere, e che si fa senza
uno sforzo immediato. Ha bisogno di una preparazione, evidentemente,
bisogna passare per il guarda, intuere, medita, ma la contemplazione non
ha un oggetto fisso. Questa sarebbe la meditazione. Si fanno le cose senza
sforzo, perche il motore e' la vita, o con altre parole, l'amore. Percio'
quando si contempla non c'e bisogno di un premio, di un qualcosa che
venga dato dopo perche' hai fatto molto bene, non c'e' bisogno di
considerare la vita come una gara in cui alcuni ci arrivano e altri no; non
c'e' bisogno di un consumismo spirituale o di una competitivita' ascetica
che porta tante volte alle deformazioni della vita intellettuale e della vita
spirituale. La contemplazione e' quella che ci fa entrare in contatto diretto
con tutta la realta'. E' allora che il soggetto non sparisce, non si divinizza.
C'e' un'estasi costante perche' questa separazione letale tra oggetto e
soggetto non c'e' piu. Ama il tuo prossimo come te stesso, non come un
altro tizio al quale tu devi fare tutte le cose che vorresti per te. Se tu non
scopri questo te stesso, nell'altro, evidentemente non sei arrivato alla
contemplazione perche sei ancora nella dicotomia, nel dualismo di uno e
l'altro. Allora l'unica cosa che possiamo fare e' considerare i diritti
dell'altro e tante altre cose per ragioni pragmatiche, pratiche, politiche che
vanno molto bene, ma che entrano in una gara intellettuale, economica,
politica e spirituale. Il contemplativo non ha paura di perdere niente, non
ha la tentazione di fare il bene; come se dovesse giustificare la propria vita
per il molto bene che fa; e' un fuoco interno, e' la vita eterna, e' la vita
infinita. Questo e quel vedere l'invisibile che diceva Paolo, «capendo
l'incomprensibile», il terzo occhio che si apre soltanto insieme agli altri
due; cosi' si supera il mondo delle cose, il mondo delle idee e non si fa di
Dio il grande fantasma di quasi tutta la filosofia e teologia occidentale. La
contemplazione ci porta a essere, ed essere – qui sono nella piu' grande
tradizione sia orientale che occidentale – e' un altro nome di Dio. E Dio,
per ritornare all'esempio di Chiara, si e' manifestato, rivelato nella faccia
di Cristo. La contemplazione ti fa essere, o come lei dice, ti porta alla
divinizzazione. Colloca i tuoi occhi, colloca la tua anima, colloca il tuo
cuore, i tre momenti: i sensi, la mente, la contemplazione. E allora
trasformati interamente per mezzo della contemplazione. Chiara si
trasforma nell'immagine della divinita' di Lui. Tutti noi sappiamo, almeno
quelli che credono nella Trinita, che l'immagine e' esattamente uguale al
modello. Divinizzati. La contemplazione porta a essere. Essere e' un
verbo, essere e' Dio e dunque porta a quello che l'essere e', actus purus,
come dicevano gli Scolastici.

La contemplazione e' eminentemente attiva, eminentemente actuosa,
eminentemente agisce ma con una attivita che non e' frutto d'un pensiero,
che non e' frutto di un piacere che mi attrae, ma che e' frutto di una
pienezza che viene da dentro ed e' frutto dell'amore. Quindi la
contemplazione non e' nemmeno la sintesi tra la teoria e la pratica, e
quella esperienza anteriore, previa alla dicotomia prassi e teoria. La
contemplazione non e' soltanto guardare il mondo delle idee, non e'
guardare con l'occhio interno, e' molto di piu': e' trasformazione,
«trasformati», dice Chiara, «divinizzati». In che cosa? In quello che tu
puoi trasformare, in quello che tu realmente, fondamentalmente, sei:
essere, e l'essere e atto e l'atto e attivita' e l'attivita' e l'agire di ciascuno di
noi la' dove noi siamo. E qui il circolo diventa un circolo vitale: la
contemplazione non e' contraria alla prassi, non e' in opposizione teoriapratica;
la teoria, il pensiero porta alla chiarezza di idee, la tattica porta a
fare cose, la contemplazione porta a realizzare in me e attraverso di me
quello che si deve fare, perche l'essere e' atto. Quindi la contemplazione
porta alla trasformazione propria e di tutto cio' che e' intorno, percio' la
contemplazione ha intrinsecamente una dimensione politica, sociale,
mondana nelle navate del mondo.

La contemplazione non e' un racchiudersi per un'altra vita, e' un
trasformarsi per trasformare tutta la realta. La nostra trasformazione in
Cristo, il Cristo totale che non e' soltanto quello del crocifisso, ma e'
quello della risurrezione, dell'Eucarestia. La risurrezione non e' soltanto
quella di Cristo Gesu', ma e' la vocazione di ognuno di noi. Se non siamo
capaci di mostrare la nostra risurrezione non c'e' contemplazione, non c'e'
trasformazione, siamo ancora nella vita mezzo morti. La risurrezione e'
nostra, e adesso, e' precisamente questa gioia che e' frutto diretto della
contemplazione, che ci da' l'umilta' necessaria (non voglio il premio, il
riguardo, l'ambizione, la vanita', il sorriso dell'altro, il grande successo),
per buttarci la' dove dobbiamo stare e fare quello che trasformandoci noi,
trasforma anche la realta'.

Dobbiamo essere sufficientemente svegli per renderci conto che dopo
quarant'anni la gente si e' resa conto che il sistema non andava e
bisognava fare riforme; le riforme non vanno piu'. La deformazione, cioe'
la violenza, il distruggere per distruggere, pensando che cosi' si iniziera'
una cosa nuova, e anche naif, anche immorale e poi non va. La
trasformazione, la metamorfosi non puo' essere frutto del pensare che
tutto va pianificato, ma deve scaturire da un fondo molto piu' profondo in
ognuno di noi; allora siamo i sinergoi di questa avventura straordinaria
che e l'avventura di tutta la realta'. Soltanto un contemplativo oggi ha la
forza di intraprendere questa trasformazione radicale, politica, economica,
sociale, ecc., di cui il mondo ha bisogno oggi, dopo seimila anni di
esperienza storica, dopo seimila anni di patriarcalismo, guerre,
sfruttamenti, religioni al servizio dello status quo. Penso che e' arrivato il
momento di cominciare senza violenza ad avere la visione di cui gia' disse
Paolo di Cristo: «Una nuova creatura, in Cristo una nuova creazione, in
Cristo una novita' costante di tutte le cose». Ma soltanto un
contemplativa puo' farlo, un contemplativo che pero' e' passato per le due
fasi dell'intelletto e della sensualita'. Non e' sciamanismo, dove le cose si
trasformano per magia. E tutta un'altra cosa.

L'azione che scaturisce dalla contemplazione non e' un'azione premeditata,
e' un'altra cosa. La contemplazione e' la sincerita assoluta, e allora uno si
rende conto che prima di dire una parola (e ogni parola che non e' un
sacramento e una bugia), egli non deve essere l'autore di questa parola, ma
deve averla ascoltata: «tutto quello che il Padre dice, io dico». La
rivoluzione, parola che a me non piace, bisogna che sia radicale, è una cosa
che comincia da noi, è molto di più, è trasformazione. Quindi la
contemplazione non è soltanto la vocazione dell'uomo, è l'unica speranza
anche di questa realtà sociologica, umana, ecologica. Contemplare nelle
navate del mondo vuoi dire precisamente due cose: poter sostenere i
pilastri, le colonne di questo mondo e, quando ce ne fosse bisogno, come
Sansone, farle crollare, senza aver paura. C'è un termometro della
contemplazione, gli altri sono effetti, ed è l'amore evidentemente. Ogni
volta che il Risorto è apparso ai discepoli ha detto due cose: prima pace,
che vuol dire silenzio, vuol dire non aspettare troppo, vuol dire essere
gioioso e contento con se stesso e con gli altri; vuol dire irradiare
un'armonia che se dentro c'è, si comunica. E poi aggiunge: non aver paura.

Il termometro della contemplazione è quest'ultimo: non aver paura. Paura
del domani, paura di che sarà per mio figlio, paura del mondo che va a
rotoli, paura del mio lavoro... paura. Se hai paura di checchesia, la
contemplazione è sfuggita. E la paura non è frutto del pensiero, della
volontà. Se noi abbiamo paura dell'inferno, paura di non riuscire, paura di
tante cose, no: pace e poi non aver paura. E la contemplazione è la grande
rivoluzione cristiana. E i farisei e le prostitute, e i ricchi e gli epuloni e i
poveri, tutti sono chiamati alla contemplazione, non c'è discriminazione.
Per arrivare a questa terza tappa ognuno deve riempire fino in fondo,
come una canna, la propria sensibilità e intelligenza e poi lasciarsi fare.
Qui Chiara torna a essere un modello: il sapere accettare, il trasformare
trasformandoci, trasformando quella parte della realtà che ci è stata
affidata. Contemplare dunque nelle navate del mondo è la nostra gioia, e il

nostro compito.