mercoledì 18 novembre 2015

La pratica dell'educazione






Adesso tutti indignati per la rissa tra genitori durante la partita di calcio dei bambini… 
Ma queste cose accadono regolarmente da decenni nello sport competitivo. 
Ricordo che già quando partecipavo alle mie prime gare di karate, avevo più o meno 14 anni e non c'era molta scelta allora nel panorama del karate italiano, più volte ho visto accapigliarsi sugli spalti fratelli e genitori dei ragazzi che combattevano. 
Per non parlare dell'imbarbarimento che è seguito di lì a poco nel mondo del karate sportivo,in cui gli stessi 'insegnanti' fanno carte false per far vincere i propri allievi arrivando ad accapigliarsi con gli arbitri che non è stato possibile 'comprare' perché spesso già venduti ad altri… O gli atleti che mancano di ogni minimo rispetto per l'avversario, per l'arbitro, e delle loro scene di patetica eccitazione in caso di vittoria o di sconfitta chiaro segno di instabilità psicologica e di una eccitazione psicologicamente vicina alla patologia o alla tossicodipendenza.

Non c'è bisogno che si arrivi alla rissa per capire quanto lo sport competitivo, specie se gestito da gente immatura o interessata,porti a deformazioni e imbarbarimento. Basta guardare i genitori sugli spalti armati di cronometro a valutare il tempo delle prestazioni dei propri bambini impegnati in un allenamento in piscina oppure i parenti accalorati nelle gare di a ginnastica artistica e potrei andare avanti all'infinito… pura violenza innanzitutto nei confronti dei propri stessi figli. 

In Giappone una proposta educativa in termini competitivi è stata quella dello Shiai. Ovvero il confronto con l'altro per mettere alla prova i propri limiti 'grazie all'altro' e non, in definitiva, contro l'altro. Ci si può confrontare duramente, senza sconti, come spesso accade nel Dōjō, senza per questo essere contro l'altro, senza per questo che l'obiettivo diventi battere l'altro con ogni mezzo quanto invece confrontarsi con sé stessi, superare i propri limiti, le proprie paure, perfezionare le proprie capacità, testare la propria tecnica e strategia. 
Questo era il senso dell'Ippon nello Shiai, cercare l'efficacia totale del gesto, l'indiscutibile eccellenza, non certo l'accumulo, con ogni mezzo e trucco, di piccoli puntarelli per arrivare al risultato finale.
Ma questo approccio richiede una maturità da parte di praticanti, insegnanti e giudici difficilissima da trovare e mettere insieme. 
Se non si riesce a organizzare in modo maturo e consapevole meglio rinunciare alla competizione, avrebbe solo effetti deleteri.

Insomma, per concludere, quel che succede sugli spalti di una partita di calcio tra bambini non è altro che lo specchio della nostra civiltà, dell'imbarbarimento della nostra cultura ed educazione. Cause e soluzioni vanno ricercate e trovate nell'educazione scolastica (riguardo l'educazione nelle famiglie, nelle attuali famiglie, ho poca fiducia), che deve innanzitutto puntare a formare degli esseri umani dotati di senso civico e di capacità di collaborazione e non solo di capacità competitiva. E nei luoghi come i veri
Dōjō, dove si fa un'autentica educazione, unica nel suo genere. Ed è per questo che i responsabili delle varie scuole serie di arti marziali devono essere estremamente selettivi nella formazione degli insegnanti. Perché si tratta di un compito molto delicato che richiede maturità e grande capacità, perché non si tratta, per l'appunto, di formare un allenatore che faccia vincere ragazzi alle gare magari con trucchi e giochi di potere, ma di formare degli educatori. 
Il mio sogno è che il karate antico esca dal novero delle federazioni sportive, dei comitati olimpici, con cui non ha niente a che spartire, ma venga riconosciuto dal ministero dell'educazione, della cultura. E i suoi insegnanti riconosciuti come educatori e formatori, non come istruttori sportivi.




© Tora Kan Dōjō



lunedì 16 novembre 2015

L'Apocalisse dell'Occidente




Quando parlo di Apocalisse nel mio libro sull'ISIS mi riferisco anche all'Apocalisse dell'Occidente. Oggi pensavo al panico collettivo che si è scatenato in queste ore sull'Europa, grazie anche a giornalisti che comunicano il loro stesso panico anziché informare, approfondire. Ma di che cosa abbiamo paura precisamente? Di morire? Certo, ma non sappiamo più nemmeno perché: perché non abbiamo più solidi valori a sostenerci. Il cattolicesimo si è svuotato, è in contraddizione con se stesso e se ancora sopravvive è solo per la fede cieca dei credenti, il capitalismo che ci garantiva la certezza del benessere e della sicurezza, si sta definitivamente sgretolando. Che cosa ci resta di fronte all'Apocalisse? Il tremulo grido della massa ipocrita: "Restiamo uniti!" oppure "Il terrorismo non distruggerà il nostro stile di vita!" Abbiamo creato religioni di massa, mode di massa, valori di massa e adesso improvvisamente scopriamo che questi valori non sono in grado di sostenerci individualmente, non ci difendono dalla furia di chi vuole vederci tutti morti e a sua volta non ha paura di morire. Chi non ha più nulla da perdere e tutto da guadagnare morendo è sempre superiore a chi ha paura di morire. Io non temo questo. Se dovrà accadere morirò in pace battendomi fino all'ultimo. Devo questa serenità alla pratica di un'arte marziale che mi ha insegnato a combattere prima di tutto contro me stesso, oltre a restituirmi quell'educazione guerriera che la nostra civiltà ha perso definitivamente. Un tempo, infatti, le Lettere e le Arti si accompagnavano alla spada. Nessuno si augurava di dover usare la spada ma quella pratica era semplicemente considerata formativa al pari delle Lettere e delle Arti. Oggi le famiglie non sono più in grado di trasmettere alcun genere di valore ai figli e stiamo andando verso un'umanità imbelle, incapace di ragionare come pure di reagire alle crisi, di combattere. Ripeto, io non ho paura della morte, ma mi farebbe incazzare parecchio dover morire a causa delle scelte suicide di quella maggioranza schiacciante che nella nostra società è costituita da morti viventi.

Bruno Ballardini