sabato 28 febbraio 2015

Sguardi sul Kangeiko 2015


Pubblichiamo una raccolta di riflessioni sull’esperienza del kangeiko, la pratica marziale nei giorni più freddi dell’anno. Un appuntamento che si ripete al Tora Kan Dojo da molti anni. Cinque giorni di pratica mattutina nel cuore dell’inverno e nel silenzio del giorno che nasce, insieme ad altri appassionati del genere.
In primavera i fiori d'arancio, d’inverno il kangeiko.


Sensei Paolo Taigō Spongia - Sanchin - Tora Kan Dojo
 domenica
SENSEI PAOLO TAIGŌ SPONGIA

Domani avrá inizio il Kangeiko di questo inverno 2015. Per una settimana, ogni mattino all'alba, ci incontremo nel Dōjō per praticare in silenzio e concentrazione accogliendo l'Inverno nel nostro corpo e nella nostra mente in modo da divenire una cosa sola con l'Inverno stesso. Una pratica che penetra profondamente nelle cellule purificandole, un'occasione per sferzare le nostre abitudini, pigrizie, paure. Un'ora di pratica che influenzerà tutta la giornata e tutto l'anno a venire. Ho perso il conto di quanti Kangeiko abbiamo praticato insieme...15...18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai!

 Tomorrow will begin the Kangeiko of this winter 2015. For one week, every morning at dawn, we will meet in the Dōjō to practice in silence and concentration welcoming the Winter in our bodies and in our minds in order to become one with the Winter itself. A practice that penetrates deeply into cells purifying them, an opportunity to lash our habits, laziness, fears. An hour of practice that will influence throughout the day and throughout the year to come. I lost count of how many kangeiko we practiced together ... 15... 18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai !

 
lunedì
LUCIO ADALBERTO CARUSO

Monte Mario, Roma, ore 4.45.
Nel buio di un lunedì notte, il display di un cellulare si accende: una musica, concepita per essere fastidiosa e monotona, comincia a suonare e a diffondersi per la casa. Lentamente apro gli occhi, quel che basta per intravedere la posizione dell'aggeggio infernale e spegnerlo con un movimento delle dita. Guardo di sfuggita l'ora: all'inizio non capisco, la tentazione di rigirarmi sul fianco opposto è forte, ma basta un istante per riportarmi alla mente il perché di questo insolito rito anticipato, ed è precisamente il momento in cui esco dal letto e, lasciato il tepore delle lenzuola, trovo ad abbracciarmi il freddo della casa: il Kangeiko, la Pratica del Freddo, mi chiama.
Mi alzo e cammino in punta di piedi: "Caspita, deve essere veramente presto, se nemmeno il mio cane viene a curiosare sul perché di questa levataccia mattutina!" Nella mia mente si fa strada, agile, un banale paragone: se sento già freddo in pigiama, e appena uscito dal letto, figuriamoci cosa ne sarà di me all'Honbu Dojo di Sensei Paolo, che mi è stato detto essere lasciato aperto apposta, affinché il gelo possa penetrarvi dentro! Quasi mi accingo ad imprecare a bassa voce, mentre tutti dormono, veloce giunge però il ricordo dell'ammonimento del giorno prima, breve ma eloquente, di Sensei Roberto: "Puntuale e silenzioso...".
E' così che il mio primo Kangeiko comincia già nella mia stanza, a casa. Con gesti lenti, ma decisi, piego il mio Karategi e preparo la sacca; mi do una sciacquata al viso, mi vesto e mi copro ben bene. Sono pronto per uscire di casa: in un attimo di distrazione, serro il portone più rumorosamente di quanto desiderassi.
Fuori dal palazzo, di fronte a me trovo solo le luci dei lampioni a farmi compagnia. Decido di cedere alla curiosità, mi giro per osservare se qualcuno dei tanti appartamenti alle mie spalle presenta già qualche finestra illuminata. Ne conto uno o due sulle dita di una mano: penso a quelle persone che, purtroppo o per fortuna avvezze al freddo e alla sveglia prematura, sono abituate al panorama di questa città addormentata e nascosta. Mi trovo a invidiarle, ma solo per un attimo di secondo.
La macchina corre veloce sulle strade praticamente deserte: io e qualche pendolare siamo i soli padroni delle arterie cittadine. E' strano pensare che, solo un paio d'ore più tardi, impiegherò più di tre volte del tempo ora necessario a giungere al Tora Kan Dojo, quando gli ingranaggi arrugginiti di Roma strideranno a pieno regime.
Non sono mai stato alla Tora Kan: il monito del Sensei mi ha convinto, mio malgrado, a svegliarmi un po' prima, per "esplorare" il percorso per giungere al Kangeiko. Dopo una serie di curve, apparentemente senza fine, ecco aprirmisi innanzi uno spiazzo con un parcheggio e, accanto, un cartello nero con il segno, inconfondibile, del nostro stile: il Kenkon. Lascio la macchina poco distante, trovo ad aspettarmi all'esterno i miei due compagni di pratica della Scuola di Karate-Do; ci salutiamo con un cenno del capo, il nostro sorriso è così grande, da lasciar la stanchezza e le occhiaie in secondo piano. La serranda, lentamente, si alza; entriamo e, in breve tempo, ognuno ha indosso il suo karategi. Il mio ingresso nella sala riservata alla pratica del Karate lo faccio respirando a pieni polmoni: ancor prima di entrar nel vivo del Kangeiko, la paura del freddo è divenuta voglia di farne parte.
 

martedì
ALESSANDRO DELLA VENTURA

uniti nella natura...nelle nostre paure...
attorniati dal buio c'è una luce che affiora...
ammaliati dal silenzio...un silenzio che ti parla nel profondo...
nell'oblio di sé, ed è qui che ci si riscopre uniti...
fieri nell'avversità...
un fruscio segnala la presenza e il flusso continuo di energia...
restituendo con orgoglio ciò che ci è stato donato, il soffio della vita...
è un circolo senza contorni netti...tutto è in movimento e tutto è fermo, ricco e al tempo stesso vuoto...
accogliendo a cuore aperto quanto l'occasione ci presenta...
legame sottile che ti percuote dentro e ti lascia assorto...
 

mercoledì
MONICA DE MARCHI

Energia dello spirito, equilibrio della mente, armonia nel cuore…
Linfa vitale che sento scorrere, temprare il mio corpo e curare la mia mente, salendo piano si espande e la pervade donandomi percezioni inesplorate.
Introspezione, estraneazione... mi ascolto.
Fievole bagliore del mattino che muta interiormente e si trasforma in luce abbagliante dell’Essere…
E come in una sorta di fotosintesi clorofilliana essenziale alla vita, la via della consapevolezza mi indica, riluce e dona.
I shin den shin

 

giovedì
GIULIANO SABATINI

L’ Arte in silenzio.. Il silenzio nell’Arte..
…In un luogo così intimo e suggestivo.. infinite sono le ricerche che si possono sperimentare.
Sono dell’idea che le esperienze più preziose della nostra vita non si possano raccontare, bisogna viverle in prima persona per comprenderle fino in fondo e condividerle per renderle sublimi; dunque “condiviverle”.
E’ difficile descrivere sensazioni ed emozioni.. a volte bisogna soltanto viverle in silenzio per apprezzarne il gusto.. o assaporarle attraverso l’arte.. oppure tutte e due le cose: attraverso l’arte e in silenzio.
La scorsa settimana è accaduto qualcosa, qualcosa di magico..
Come si potrebbe spiegare cosa sia il “Kangeiko” a chi non lo conosce?
Proviamo:
Riunirsi nelle prime ore del mattino, nel mese più freddo dell’anno, per celebrare e condividere un’alchimia creata dai nostri stessi corpi, dalle nostre menti e dalle nostre anime.. di cosa può trattarsi se non di Amore? C’è forse un termine più appropriato?
Immersi totalmente nel processo naturale del sonno e della veglia, ci si incontra per rafforzare mente e corpo al freddo clima dell’inverno, in contrasto con il calore del nostro corpo.. enfatizzando i due opposti e renderli un tutt’uno.. attraverso l’allenamento mattutino, il corpo si sensibilizza aumentando la percezione agli stimoli, interni ed esterni, sviluppando maggior consapevolezza. Sincronizzando i movimenti dei nostri corpi, in silenzio, si raggiunge quella sublime armonia dell’esistenza, la quale solo i presenti possono goderne..
E’ cosa assai preziosa, indi suprema, saper scorgere quei piccoli dettagli, difficoltà, gioie, e tutto ciò che si può incontrare lungo il cammino della pratica. Ognuno di noi è essenziale, ognuno costituisce una porzione importante dell’intera situazione. Avvengono un processo e una manifestazione liberi, che sono poi l’espressione reale del nostro vero intimo essere.. è un appuntamento segreto per manifestarci e condividere intimamente la nostra essenza.. il nostro essere lì, tutti insieme, in quel preciso momento è una vera e propria rivelazione.. le nostre abilità o difficoltà vissute sul tatami, non sono separate dalle stesse azioni che durante la giornata a venire si presenteranno.. sono niente di meno che uno specchio.. attraverso l’esercizio, l’”addestramento”, ci si predispone ad affrontare al meglio ogni situazione della giornata, con coraggio e vigore, pronti ad ogni ostacolo, aperti ad ogni emozione, svegli ed energici per adempiere ai doveri quotidiani. Grazie a tutti

 

venerdì
SENSEI BEPPE MANZARI

Kangeiko 2015, venerdì ultima seduta di pratica.

Dopo il saluto finale, la consegna dei diplomi di partecipazione e il brindisi di congedo, graziosamente offerto da Olga Povlovna a base di vin brûlé e biscottini a forma di karateka, il prode Emilio Chelini ha invitato gli astanti a produrre uno scritto che racconti le proprie emozioni circa la settimana appena trascorsa.
Arrivato a casa ho cercato nella mia personale cartella la documentazione per verificare a quanti Kangeiko avessi partecipato e con vero piacere ho ritrovato un mio scritto prodotto in occasione del Kangeiko del 2004 che fu pubblicato sul glorioso periodico Tora Kan Dojo, che all’epoca rappresentava con notevole merito il nostro principale mezzo di divulgazione.
La mia cronaca di 11 anni fa mi ha sorpreso per come potesse essere tranquillamente sovrapposta ad una cronaca attuale. Alcuni dettagli sono mutati, allora la pratica cominciava alle 5,30, ed anche se ogni volta resta unica, le sensazioni e lo spirito mi sembrano coincidere.
Pertanto mi piacerebbe riproporre quella cronaca a beneficio dei nuovi e anche dei vecchi compagni di pratica il cui sguardo in questa occasione come 11 anni fa, mi è  sembrato identico e cioè bellissimo.
KANGEIKO 2004
Kangeiko:  la pratica d'inverno nel periodo più freddo dell'anno.
No, le definizioni sono piuttosto fredde, come appunto l'inverno, ed io quando penso a questo evento provo sensazioni che non hanno nulla di freddo, tutt'altro.
Per questo motivo proverò a tradurre, a beneficio di chi avrà la compiacenza di leggermi,  quello che questa occasione di pratica rappresenta per me.
Lunedì 12 gennaio 2004 ore 04,15: la radio-sveglia a bassissimo volume, sul mio comodino intona una canzone di Berry White : You're the first You're the last Yuo're everything (per essere lunedì, niente male come inizio). A malincuore interrompo il ritmo dance per non creare maggiori fastidi al resto della famiglia dormiente.
Mia moglie, mattiniera e con il sonno leggero, mi fa un cenno di affettuoso saluto e scuotendo la testa si domanda se almeno i pesci abboccheranno ma poi torna a dormire. Questo scuotere la testa non mi sorprende né mi infastidisce. Immagino che altre mogli, mamme, compagne, sorelle, fratelli, conviventi a vario titolo, possano avere scosso con scetticismo la loro testa nel vedere una persona cara, più o meno adulta, studente, professionista, funzionario, impiegata, commerciante, disoccupato, con la passione per il karate che si alza ad un'ora da pescatore per esercitare un'ora di pratica.
Ai più questa nostra iniziativa appare eccentrica o inspiegabile o quantomeno originale.
Ripeto, la cosa non mi infastidisce e tanto meno sento la necessità di dimostrare nulla o di giustificare il mio percorso, ma pur nella particolare situazione, non mi sento né eroico né stoico né superman  né macho, mi sento…calmo.
Nel silenzio della casa mi preparo con gesti misurati ma decisi e mi reco al Dojo.
Alle 05,00 del mattino c'è in giro poca gente, ma quella che circola appartiene ad una categoria che stimo moltissimo i lavoratori a lunga percorrenza, loro si eroici.
Aperto il Dojo, esplode di luce artificiale che stride in contrasto col silenzio che regna sovrano.
Piano piano giungono i compagni di pratica ed il silenzio viene rotto dal fruscio dei karate-gi nei movimenti di preriscaldamento.
Nessuno parla, una sensazione di serena e profonda concentrazione (stato pre-comatoso da sonno residuo? No non mi sembra).
Quest'anno siamo tanti, 27, e ciò rappresenta un indicatore molto importante, stiamo percorrendo la via giusta.
La meteorologia non è una scienza esatta e la temperatura esterna è di circa 15 °C .
Per certi versi ne sono contento, un imprevisto che  mi conferma una volta di più che non bisogna dare nulla per scontato, e che bisogna affrontare le situazioni disposti a cambiare velocemente abito mentale.
Sensei Paolo Taigo Spongia arriva puntuale e silenzioso ed inizia la pratica.
Alla fine della seduta, Sensei ci fornisce alcuni dettagli e ci annuncia che quest'anno il nostro Kangeiko ha due dediche da offrire:
La prima è squisitamente ed affettuosamente di solidarietà economica. Il ricavato della nostra tassa di iscrizione sarà devoluta, insieme a altre offerte di altri paesi affiliati, per la ricostruzione del tatami dello I.O.G.K.F. Hombu Dojo di Higaonna Sensei ad Okinawa.
La seconda è una dedica in rigoroso stile Zen. Tutta l'energia che scaturisce dalla nostra pratica, se mai dovesse servire a qualcuno o a qualcosa la offriamo agli altri, a tutti..
Non vi nascondo che questa seconda intenzione mi ha profondamente commosso e, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha ulteriormente motivato.
La mia passione per la pratica del karate è sicuramente la risultante di un percorso complesso ed articolato, che è partito da molto lontano, e probabilmente,  prima ancora che potessi mai immaginare di intraprendere questo cammino.
In questo mio percorso tutto è stato importante, in uguale misura: persone, situazioni, ambiente, cultura, dolori e gioie.
Di una cosa sono però certo, la mia via viene costantemente illuminata dalla presenza e dalle indicazioni del Maestro che in ogni occasione esercita la sua funzione indicandomi con potenza la direzione.
Chiedo scusa per questa parentesi intimistica, ma ho sentito la necessità di attribuire all'uomo ed al Maestro il merito di avermi condotto su percorsi che mi arricchiscono, a dosi misurate,  di un tesoro molto raro e per questo molto prezioso : La consapevolezza.
Ma ora torniamo alla nostra settimana da "pescatori".
La pratica viene affrontata con il giusto spirito e la giusta concentrazione.
Alla fine della seduta di allenamento, dopo il saluto, nello spogliatoio tutti riacquistano la consueta loquacità e ci si prepara agli impegni della giornata con uno spirito rinnovato, più pronti e già rodati, con il cervello già a regime.
Cinque levatacce con cinque sedute di pratica intensa volano in un baleno.
Così ci si ritrova a venerdì con un certo stupore. Stupore per essere sopravvissuti? Per esserci  riusciti? No solo una punta di rimpianto perché tutto sta per concludersi. Da domani si dorme un po’ di più. Ma che dormire, da domani il mio cammino sarà un po’ più consapevole, anche grazie a questo kangeiko .
Chiusura in perfetto stile Tora Kan. Dopo la chiusura della pratica, colazione "informale" al Dojo.
Ed anche questa volta l'entusiasmo dei convenuti ha trasformato una prima colazione in un pranzo di nozze!
Torte, ciambelloni, pane fatto in casa, marmellate artigianali, crostate di frutta e di nutella, latte, caffè, tè, succhi di frutta, ragazzi mancavano solo i confetti e gli sposi.
Come concludere questa mia cronaca di sincere emozioni? Come spesso amo dire : "Gli assenti hanno sempre torto". Queste occasioni sono preziosissime e perderle significa rinunciare a qualcosa che difficilmente si riproporrà, almeno con stessa forma o con la stessa atmosfera.
Ringrazio tutti i compagni di pratica perché, senza anche uno solo di loro non sarebbe stata la stessa cosa.
Torno a casa per prepararmi al lavoro …………. E un dubbio mi assale………ma mia moglie, vedendomi tornare per tutta la settimana senza pesce fresco, cosa avrà pensato di me?

 

sabato
OLGA TIKHOMIROVA

In Russia il freddo è una delle principali cause che creano, influenzano e condizionano molti aspetti della vita, in particolar modo la mentalità e lo stile di vita. C’è un proverbio da noi che recita: “chi non si preoccupa del caldo e del freddo manterrà un corpo e una mente giovani”. Ci sono gruppi di persone che nuotano nell’acqua gelata, o che si strofinano con la neve, o che come minimo si fanno la doccia fredda :)) Così non mi è apparso strano apprendere che ogni inverno ci si allena nel dojo per 5 giorni la mattina presto con le porte e le finestre aperte. Ho voluto prendervi parte anche io sebbene sia molto pigra al pensiero di alzarmi così presto e non ami particolarmente il freddo. Posso dire che per me non è stata un’esperienza semplice ma ho apprezzato molto essere insieme a così tanta gente, e vedere il loro entusiasmo e la loro forza. Il Kangeiko è differente dalle lezioni normali, per esempio mi è piaciuto come mai prima di allora praticare gli esercizi di coppia, essere in un contatto fisico con gli altri. Ho apprezzato alcuni dettagli, che in altre occasioni sfuggono, per esempio il piacere di mettere il piede gelato nello spazio prima occupato da un’altra persona e trovare il parquet caldo o il fatto che  a fine lezione la temperatura interna si alzava di 5/6 gradi come se avessimo collaborato per riscaldarci l’un l’altro. Si, lo so, è un fenomeno fisico normale ma io penso che tante persone nel dojo non praticano semplicemente karate ma scambiano il loro calore con gli altri in tutti i sensi. Li ringrazio molto tutti quanti.
 
In Russia cold is one of the main effect which creates, influences and manages many things in all parts of life, especially mentality and life style. there is a proverb "who is not afraid of heat and cold will have young body and mind". We have groups of people who swim in icy water, or rub themselves with snow, or as minimum have cold shower:)) So for me it was not strange to know that every winter in dojo people train for 5 days early morning with opened windows and door. I wanted to do it although I'm very lazy to get up so early and I really hate cold. I can say that for me it was not very easy experience but I liked to be with so many people together, to see enthusiasm and strength. Kangeiko was different from usual lessons, for example I liked as never to do a couple technic, to be in a body contact with others. Some details which are not noticed in another situations - was very pleasant to put my icy feet in a place where a second ago was standing another person and to feel warmparquet:) I liked especially that in the end of training temperature inside was upper with 5-6 degrees, like if we collaborated also to heat each other. Yes, it's just a normal phisical effect, but I think many people in dojo don't make just karate but also share their warmth with others in all meanings. I thank all of them a lot.


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lunedì 9 febbraio 2015

Il respiro è tutto - Breathing is everything (ITA - ENG) an interview with Sensei Morio Higaonna

You can find the english version scrolling down

Dalla newsletter internazionale dell'IOGKF (aprile 2012) riportiamo un'intervista al Maestro Morio Higaonna intorno al respiro e al muchimi. L'intervista è tratta da un testo chiamato ‘The truth about Okinawan Karate’.

Il Maestro Morio Higaonna
Per cominciare può spiegarci le caratteristiche peculiari del Goju Ryu?

In parole povere stiamo parlando di tecniche in grado di produrre morbidezza e durezza attraverso il respiro.

Questo vorrebbe dire che le tecniche sono semplicemente basate sul respiro?

Esattamente. Il movimento mentre si respira. E’ l’armonia tra il corpo e il respiro.

Spesso si sente dire che bisogna inspirare velocemente  ed espirare lentamente…

Si. Di base ci sono 6 modi di respirare, inspirare velocemente ed espirare velocemente, inspirare velocemente ed espirare lentamente, inspirare lentamente ed espirare velocemente, ecc ci sono più metodi.

E il loro uso dipende dalle tecniche?

Esatto, dipende dalle tecniche. L’importanza della respirazione è così grande che si può tranquillamente affermare che è tutto. Naturalmente all'inizio il metodo di respirazione è assunto in maniera cosciente, ma l’allenamento porta gradualmente ad uno stato in cui il respiro diviene “inconsapevole”.

Ma non è l’esatto opposto della scuola Shurite? Lo Shurite sostiene che il respiro deve essere mantenuto naturale.

E così dovrebbe essere. Il nostro sistema richiede di inspirare attraverso il naso ed espirare dalla bocca. Poi abbiamo il respiro diaframmatico . C’è anche il respiro addominale ( “Tanden Kokyu”). Quando espiriamo, lo facciamo dalla bocca, ma lo possiamo fare anche dal naso. Quando espiriamo, aprendo la bocca, la gola si chiude in maniera naturale. Portiamo avanti le nostre tecniche in armonia con questo modo di respirare, ma non mostriamo il nostro respiro all'avversario. Non puoi sentirlo. Respiriamo in silenzio. All'inizio poniamo attenzione a questo nella pratica, ma mano a mano diviene naturale, automatico. Comunque il nostro respiro non dovrebbe essere percepito prima.

Non mostrare il respiro significa non permettere che i nostri movimenti vengano anticipati, è questo che intendi?

Esattamente. E’ per questo che non appena il nostro avversario espira noi immediatamente portiamo le nostre tecniche. [qui Sensei Higaonna si riferisce alla necessità di intercettare l'attacco prima del suo svilupparsi, mentre in fase offensiva è bene colpire sull'inspirazione dell'avversario]. Ecco perché è necessario essere in grado di percepire il respiro. Usiamo il nostro per capire quello del nostro avversario.

All'inizio alleniamo il nostro respiro in maniera cosciente, col fine di imparare a riconoscere quello dell’avversario. Le condizioni per la vittoria o la sconfitta degli esseri umani si decidono nel momento in cui espirano. Non puoi sferrare un attacco mentre inspiri. Ecco perché il Goju Ryu ci insegna a respirare profondamente e in maniera cosciente.

Quando invecchiamo cambia il modo in cui ci muoviamo, e cambia anche il modo in cui respiriamo. Possiamo fermare il respiro e applicare una data forza, o esercitare tale forza insieme al respiro. Ma è necessario percepire questa cosa in maniera consapevole. Nel Sanchin applichiamo una forza mentre espiriamo pronunciando “ah”. Questo è anche il caso dei calci, assodato anche che ci sono alcuni calci che portiamo senza respirare ed altri che richiedono una liberazione di energia con l’espirazione. Può risultare difficile agli inizi se non riusciamo a percepire tutto questo.

Questo è apparentemente anche il caso del chuan fa cinese (kenpo in giapponese). Le sue tecniche di combattimento tradizionali richiedono una connessione tra il respiro e l’emissione di energia. Il Goju Ryu quindi aggiunge a quella tradizione il suo proprio marchio di fabbrica , è giusto?

Come parte degli insegnamenti del Maestro Chojun Miyagi, l’accento è messo sul fatto che quando respiriamo per prima cosa dobbiamo fare attenzione alla nostra zona lombare [koshi: un termine specifico che nel karate indica il bacino i fianchi e la pancia] e alle vertebre lombari. Ed anche al Tanden. L’ano è serrato come se stessimo cercando di farlo rientrare e incanaliamo la nostra energia al centro del nostro corpo. Quando espiriamo lo facciamo direttamente, dalla bocca. In questa maniera la velocità è rafforzata e si genera potenza.

Muchimi.

Quando pariamo non dovremmo usare la forza. Muchimi significa che prima che l’avversario attacchi hai già il controllo.

Muchimi non significa elasticità dunque?

Non solo quella, vuol anche dire che prima che arrivi il colpo tu devi leggerlo e contenerlo. In questo modo siamo in grado di intercettare il braccio dell’avversario e respingerlo via. Se questo accade dopo che l’avversario ha dispiegato la sua forza, il risultato sarà uno scontro di forze. Dobbiamo attenuare il colpo prima che venga applicata la forza.

L’ultima volta, Maestro, hai anche affermato che la differenza con il karate giapponese risiede nel fatto che alla fine, dopo aver parato, si lascia andare l’avversario.

Questo è vero. Se spingiamo prima che arrivi il colpo, la distanza fra te e il tuo avversario sarà ridotta. Questo è il motivo per il quale i colpi più efficaci sono quelli a corta distanza. Per consentire loro di contenere energia il nostro respiro deve essere corretto.

Nel karate moderno, oramai trasformato in sport, noi colpiamo e ritraiamo velocemente la mano, in questo modo la distanza fra noi e il nostro avversario ritorna dopo il colpo alla posizione di partenza.

Come ha già affermato il Maestro Takamiyagi  [si riferisce ad un altro capitolo del libro], i Maestri del passato erano soliti insegnare che una volta che abbiamo parato dobbiamo tirare e accorciare le distanze. Questo in Okinawa è chiamato Kakie. Oggigiorno nessuno sa nemmeno come si scrive. [ride]. Anche in Cina queste tecniche sono definite da un suono come  kaki. E una volta che ti sei portato a corta distanza devi continuare con una tecnica chiamata Kou.

Per Kou intendiamo contatto fisico ravvicinato, non è questo il caso? Il braccio che afferra tira con forza e la distanza tra noi e il nostro avversario, anziché non mutare è in realtà ridotta!

Esattamente. Parando in tale modo anticipiamo l’avversario e attacchiamo seguendo il braccio. Questo è eseguito con grande velocità, come una frusta. Se seguiamo il braccio non importa come si muove l’avversario, noi lo troviamo comunque. In questa maniera possiamo attaccare così [colpisce il collo dell’avversario con un Nukite].

Capisco. E questo è basato sulle teorie presenti nel Quan Fa cinese, vero? E questo è ciò che a Okinawa chiamano Muchimi?

Esatto, questo è Muchimi.

Anche il Sanchin, quando è eseguito di fronte a un cinese, viene riconosciuto come Sanchen. A parte Tensho e i due Gekisai, che sono kata creati in Okinawa, stiamo parlando di forme nate in Cina. Anche se Kururunfa è scritto in caratteri tipicamente giapponesi. Io credo che alla base del karate troverai non solo la Cina, ma tutto il sudest asiatico. Dico questo perché esistono tecniche nel karate che non possono essere ritrovate in Cina. Ricercare anche quelle radici è il compito che mi sono dato per il futuro. [ride]


Breathing is everything

From the IOGKF international newsletter (2012, april) we propose an interview with Master Morio Higaonna.

Translated by: Maurizio Di Stefano and Enda Flannelly
The below interview is from a Japanese text called ‘The truth about Okinawan Karate’.

To begin with, perhaps you could explain to us the characteristics that are peculiar to Goju Ryu?
Higaonna: In simple terms, we’re talking about techniques capable of producing hardness and softness through breathing.

So does that mean that the techniques are simply based on breathing?
Higaonna: Exactly. Movement while breathing. It is the harmony between one’s body and one’s breathing.
It is often said that one breathes in quickly and one breathes out slowly...

Higaonna: Indeed. Basically there are 6 ways to breathe: to breathe in quickly and breathe out quickly, to breathe in quickly and breathe out slowly, to breathe in slowly and breathe out quickly, and so on; there are many ways.
And their use depends on the techniques, does it not? 

Higaonna: Exactly, it depends on the techniques. The importance of breathing is so great that you can actually say that it is everything. Naturally, such a breathing method is initially undertaken in a conscious way, but training gradually leads to a state in which one becomes unaware of one’s breathing.

In that case, isn’t it the exact opposite of the Shurite school? Shurite maintains that breathing must be natural.

Higaonna: And so it should be. Our breathing method calls for breathing in through the nose and breathing out through the mouth. And then we have diaphragmatic breathing [eg. “Tanden Kokyu”]. There’s also abdominal breathing. When we breathe out, we do so from the mouth, but we can also breathe out from the nose. When we breathe out, as the mouth opens, the throat closes in a natural way. We carry out our techniques in accordance with this way of breathing, but we don’t show our breathing to our adversary. You don’t hear it. We breathe in silence. At the beginning we focus on it as we practice, but it eventually becomes natural or automatic. But our breathing should not be heard first.

Not showing our breathing means not allowing our movements to be anticipated, isn’t that so?
Higaonna: Exactly. That is why as soon as our adversary breathes out we immediately carry out our techniques. [Here Higaonna Sensei explains the need to intercept the attack before its development, while in attack is better to hit the opponent on inhalation.] This is why it’s necessary to be able to perceive breathing. We use our breathing to interpret that of our adversary.
Initially we consciously train our breathing, in order to learn to read that of our opponent. Humans determine the conditions for victory or defeat at that moment in which they are breathing out. You cannot attack when you’re breathing in. This is why Goju Ryu teaches us to breathe deeply and in such a conscious manner.
As we get older the way we move changes, and so does the way we breathe. We can stop breathing and apply a given force, or enact that force together with our breathing. But it’s necessary to perceive this in a conscious way. In sanchin we apply a force as we breathe out while saying “Ah”. This is also the case when kicking, given that there are certain kicks that we carry out without breathing and others that call for a release of energy as we breathe out. It can be difficult at the beginning if we can’t perceive all this.

This is also apparently the case with the Chinese chuan fa [kenpo in Japanese]. Its traditional combat techniques call for a link between breathing and the emission of energy: Goju Ryu, therefore, adds to that tradition its own unique brand of study, isn’t that right?
Higaonna: As part of the teachings of the Master Chojun Miyagi, it is stressed that when we breathe the first thing we should perceive is our loin area [“koshi”: a specific term that indicates the pelvis, the hips and the belly in Karate] and our lumbar vertebrae. And also the tanden. The anus is tightened as if we are trying to retract it and we channel our energy to the centre of our body. When we breathe out we do so directly, from the mouth. In this way the speed is increased and power is created.

Muchimi
Higaonna: When we block, we shouldn’t use force. “Muchimi” means that before your adversary attacks you already have to be in control.

 Does “Muchimi” not mean elasticity then?

Higaonna: Not only that, it also means that before the blow arrives you must read it and curb it. In this way we can take hold of the opponent’s arm and push him back. If this is done after the opponent has used force, the result is a clash of forces. We must lessen the blow before force has been applied.

The last time also, Master, you said that a difference with Japanese Karate lies in the fact that in the latter, once we have blocked, we let go of the opponent.
Higaonna: This is true. If we push before the blow arrives, the distance between you and your adversary is reduced. This is why the most effective blows are the short ones. In order for them to contain energy our breathing needs to be correct.

In present day Karate, which has now been transformed into a sport, we strike and retract our hand quickly, and therefore the distance between us and our adversary returns to the original one.

Higaonna: As Master Takamiyagi has already said in our discussion [this is a reference to a different chapter in the book], the Masters of old used to teach that once we had blocked we had to pull and get in closer. This, in Okinawa, is called “Kakie”. These days nobody even knows how to write that [laughs]. But also in China this technique was expressed by a sound like “kaki”. And once you had gotten closer, you followed on with a technique called “Kou” (leaning).

By “Kou” we mean close physical contact, isn’t that the case? The hand that takes hold pulls forcefully and the distance between us and our adversary, instead of not changing, is actually reduced!
Higaonna: Exactly. By blocking in this way, we pull the opponent and we attack by following the arm. And this is done at great speed, like a whip. If we follow the arm, it doesn’t matter how our opponent moves, we will find him. In this way, we can attack like this [he strikes the opponent’s neck with a Nukite].

I understand. And this too is based on the theories present in the Chinese Quan Fa, correct? And all of this is what in Okinawa is called “Muchimi”?
Higaonna: Exactly, it is “Muchimi”.
Even the “Sanchin”, when performed in front of a Chinese person, is recognised as “Sanchen”. Apart from Tensho and the  Gekisai, which are Kata that were invented in Okinawa, we’re talking about forms that originated in China.
Although it is said that Kururunfa is written in characters that are very Japanese.
I believe that at the basis of Karate not only will you will find China but all of South-east Asia. I say this because there exists techniques in Karate that cannot be found in China. And to get back to those roots is the objective that I have given myself for the future [laughs].



Seconda Settimana di Febbraio 2015

Buon Inizio di Settimana

Have a Good Week's Beginning