sabato 28 febbraio 2015

Sguardi sul Kangeiko 2015


Pubblichiamo una raccolta di riflessioni sull’esperienza del kangeiko, la pratica marziale nei giorni più freddi dell’anno. Un appuntamento che si ripete al Tora Kan Dojo da molti anni. Cinque giorni di pratica mattutina nel cuore dell’inverno e nel silenzio del giorno che nasce, insieme ad altri appassionati del genere.
In primavera i fiori d'arancio, d’inverno il kangeiko.


Sensei Paolo Taigō Spongia - Sanchin - Tora Kan Dojo
 domenica
SENSEI PAOLO TAIGŌ SPONGIA

Domani avrá inizio il Kangeiko di questo inverno 2015. Per una settimana, ogni mattino all'alba, ci incontremo nel Dōjō per praticare in silenzio e concentrazione accogliendo l'Inverno nel nostro corpo e nella nostra mente in modo da divenire una cosa sola con l'Inverno stesso. Una pratica che penetra profondamente nelle cellule purificandole, un'occasione per sferzare le nostre abitudini, pigrizie, paure. Un'ora di pratica che influenzerà tutta la giornata e tutto l'anno a venire. Ho perso il conto di quanti Kangeiko abbiamo praticato insieme...15...18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai!

 Tomorrow will begin the Kangeiko of this winter 2015. For one week, every morning at dawn, we will meet in the Dōjō to practice in silence and concentration welcoming the Winter in our bodies and in our minds in order to become one with the Winter itself. A practice that penetrates deeply into cells purifying them, an opportunity to lash our habits, laziness, fears. An hour of practice that will influence throughout the day and throughout the year to come. I lost count of how many kangeiko we practiced together ... 15... 18? Mo Ichi Do ! Ganbatte Kudasai !

 
lunedì
LUCIO ADALBERTO CARUSO

Monte Mario, Roma, ore 4.45.
Nel buio di un lunedì notte, il display di un cellulare si accende: una musica, concepita per essere fastidiosa e monotona, comincia a suonare e a diffondersi per la casa. Lentamente apro gli occhi, quel che basta per intravedere la posizione dell'aggeggio infernale e spegnerlo con un movimento delle dita. Guardo di sfuggita l'ora: all'inizio non capisco, la tentazione di rigirarmi sul fianco opposto è forte, ma basta un istante per riportarmi alla mente il perché di questo insolito rito anticipato, ed è precisamente il momento in cui esco dal letto e, lasciato il tepore delle lenzuola, trovo ad abbracciarmi il freddo della casa: il Kangeiko, la Pratica del Freddo, mi chiama.
Mi alzo e cammino in punta di piedi: "Caspita, deve essere veramente presto, se nemmeno il mio cane viene a curiosare sul perché di questa levataccia mattutina!" Nella mia mente si fa strada, agile, un banale paragone: se sento già freddo in pigiama, e appena uscito dal letto, figuriamoci cosa ne sarà di me all'Honbu Dojo di Sensei Paolo, che mi è stato detto essere lasciato aperto apposta, affinché il gelo possa penetrarvi dentro! Quasi mi accingo ad imprecare a bassa voce, mentre tutti dormono, veloce giunge però il ricordo dell'ammonimento del giorno prima, breve ma eloquente, di Sensei Roberto: "Puntuale e silenzioso...".
E' così che il mio primo Kangeiko comincia già nella mia stanza, a casa. Con gesti lenti, ma decisi, piego il mio Karategi e preparo la sacca; mi do una sciacquata al viso, mi vesto e mi copro ben bene. Sono pronto per uscire di casa: in un attimo di distrazione, serro il portone più rumorosamente di quanto desiderassi.
Fuori dal palazzo, di fronte a me trovo solo le luci dei lampioni a farmi compagnia. Decido di cedere alla curiosità, mi giro per osservare se qualcuno dei tanti appartamenti alle mie spalle presenta già qualche finestra illuminata. Ne conto uno o due sulle dita di una mano: penso a quelle persone che, purtroppo o per fortuna avvezze al freddo e alla sveglia prematura, sono abituate al panorama di questa città addormentata e nascosta. Mi trovo a invidiarle, ma solo per un attimo di secondo.
La macchina corre veloce sulle strade praticamente deserte: io e qualche pendolare siamo i soli padroni delle arterie cittadine. E' strano pensare che, solo un paio d'ore più tardi, impiegherò più di tre volte del tempo ora necessario a giungere al Tora Kan Dojo, quando gli ingranaggi arrugginiti di Roma strideranno a pieno regime.
Non sono mai stato alla Tora Kan: il monito del Sensei mi ha convinto, mio malgrado, a svegliarmi un po' prima, per "esplorare" il percorso per giungere al Kangeiko. Dopo una serie di curve, apparentemente senza fine, ecco aprirmisi innanzi uno spiazzo con un parcheggio e, accanto, un cartello nero con il segno, inconfondibile, del nostro stile: il Kenkon. Lascio la macchina poco distante, trovo ad aspettarmi all'esterno i miei due compagni di pratica della Scuola di Karate-Do; ci salutiamo con un cenno del capo, il nostro sorriso è così grande, da lasciar la stanchezza e le occhiaie in secondo piano. La serranda, lentamente, si alza; entriamo e, in breve tempo, ognuno ha indosso il suo karategi. Il mio ingresso nella sala riservata alla pratica del Karate lo faccio respirando a pieni polmoni: ancor prima di entrar nel vivo del Kangeiko, la paura del freddo è divenuta voglia di farne parte.
 

martedì
ALESSANDRO DELLA VENTURA

uniti nella natura...nelle nostre paure...
attorniati dal buio c'è una luce che affiora...
ammaliati dal silenzio...un silenzio che ti parla nel profondo...
nell'oblio di sé, ed è qui che ci si riscopre uniti...
fieri nell'avversità...
un fruscio segnala la presenza e il flusso continuo di energia...
restituendo con orgoglio ciò che ci è stato donato, il soffio della vita...
è un circolo senza contorni netti...tutto è in movimento e tutto è fermo, ricco e al tempo stesso vuoto...
accogliendo a cuore aperto quanto l'occasione ci presenta...
legame sottile che ti percuote dentro e ti lascia assorto...
 

mercoledì
MONICA DE MARCHI

Energia dello spirito, equilibrio della mente, armonia nel cuore…
Linfa vitale che sento scorrere, temprare il mio corpo e curare la mia mente, salendo piano si espande e la pervade donandomi percezioni inesplorate.
Introspezione, estraneazione... mi ascolto.
Fievole bagliore del mattino che muta interiormente e si trasforma in luce abbagliante dell’Essere…
E come in una sorta di fotosintesi clorofilliana essenziale alla vita, la via della consapevolezza mi indica, riluce e dona.
I shin den shin

 

giovedì
GIULIANO SABATINI

L’ Arte in silenzio.. Il silenzio nell’Arte..
…In un luogo così intimo e suggestivo.. infinite sono le ricerche che si possono sperimentare.
Sono dell’idea che le esperienze più preziose della nostra vita non si possano raccontare, bisogna viverle in prima persona per comprenderle fino in fondo e condividerle per renderle sublimi; dunque “condiviverle”.
E’ difficile descrivere sensazioni ed emozioni.. a volte bisogna soltanto viverle in silenzio per apprezzarne il gusto.. o assaporarle attraverso l’arte.. oppure tutte e due le cose: attraverso l’arte e in silenzio.
La scorsa settimana è accaduto qualcosa, qualcosa di magico..
Come si potrebbe spiegare cosa sia il “Kangeiko” a chi non lo conosce?
Proviamo:
Riunirsi nelle prime ore del mattino, nel mese più freddo dell’anno, per celebrare e condividere un’alchimia creata dai nostri stessi corpi, dalle nostre menti e dalle nostre anime.. di cosa può trattarsi se non di Amore? C’è forse un termine più appropriato?
Immersi totalmente nel processo naturale del sonno e della veglia, ci si incontra per rafforzare mente e corpo al freddo clima dell’inverno, in contrasto con il calore del nostro corpo.. enfatizzando i due opposti e renderli un tutt’uno.. attraverso l’allenamento mattutino, il corpo si sensibilizza aumentando la percezione agli stimoli, interni ed esterni, sviluppando maggior consapevolezza. Sincronizzando i movimenti dei nostri corpi, in silenzio, si raggiunge quella sublime armonia dell’esistenza, la quale solo i presenti possono goderne..
E’ cosa assai preziosa, indi suprema, saper scorgere quei piccoli dettagli, difficoltà, gioie, e tutto ciò che si può incontrare lungo il cammino della pratica. Ognuno di noi è essenziale, ognuno costituisce una porzione importante dell’intera situazione. Avvengono un processo e una manifestazione liberi, che sono poi l’espressione reale del nostro vero intimo essere.. è un appuntamento segreto per manifestarci e condividere intimamente la nostra essenza.. il nostro essere lì, tutti insieme, in quel preciso momento è una vera e propria rivelazione.. le nostre abilità o difficoltà vissute sul tatami, non sono separate dalle stesse azioni che durante la giornata a venire si presenteranno.. sono niente di meno che uno specchio.. attraverso l’esercizio, l’”addestramento”, ci si predispone ad affrontare al meglio ogni situazione della giornata, con coraggio e vigore, pronti ad ogni ostacolo, aperti ad ogni emozione, svegli ed energici per adempiere ai doveri quotidiani. Grazie a tutti

 

venerdì
SENSEI BEPPE MANZARI

Kangeiko 2015, venerdì ultima seduta di pratica.

Dopo il saluto finale, la consegna dei diplomi di partecipazione e il brindisi di congedo, graziosamente offerto da Olga Povlovna a base di vin brûlé e biscottini a forma di karateka, il prode Emilio Chelini ha invitato gli astanti a produrre uno scritto che racconti le proprie emozioni circa la settimana appena trascorsa.
Arrivato a casa ho cercato nella mia personale cartella la documentazione per verificare a quanti Kangeiko avessi partecipato e con vero piacere ho ritrovato un mio scritto prodotto in occasione del Kangeiko del 2004 che fu pubblicato sul glorioso periodico Tora Kan Dojo, che all’epoca rappresentava con notevole merito il nostro principale mezzo di divulgazione.
La mia cronaca di 11 anni fa mi ha sorpreso per come potesse essere tranquillamente sovrapposta ad una cronaca attuale. Alcuni dettagli sono mutati, allora la pratica cominciava alle 5,30, ed anche se ogni volta resta unica, le sensazioni e lo spirito mi sembrano coincidere.
Pertanto mi piacerebbe riproporre quella cronaca a beneficio dei nuovi e anche dei vecchi compagni di pratica il cui sguardo in questa occasione come 11 anni fa, mi è  sembrato identico e cioè bellissimo.
KANGEIKO 2004
Kangeiko:  la pratica d'inverno nel periodo più freddo dell'anno.
No, le definizioni sono piuttosto fredde, come appunto l'inverno, ed io quando penso a questo evento provo sensazioni che non hanno nulla di freddo, tutt'altro.
Per questo motivo proverò a tradurre, a beneficio di chi avrà la compiacenza di leggermi,  quello che questa occasione di pratica rappresenta per me.
Lunedì 12 gennaio 2004 ore 04,15: la radio-sveglia a bassissimo volume, sul mio comodino intona una canzone di Berry White : You're the first You're the last Yuo're everything (per essere lunedì, niente male come inizio). A malincuore interrompo il ritmo dance per non creare maggiori fastidi al resto della famiglia dormiente.
Mia moglie, mattiniera e con il sonno leggero, mi fa un cenno di affettuoso saluto e scuotendo la testa si domanda se almeno i pesci abboccheranno ma poi torna a dormire. Questo scuotere la testa non mi sorprende né mi infastidisce. Immagino che altre mogli, mamme, compagne, sorelle, fratelli, conviventi a vario titolo, possano avere scosso con scetticismo la loro testa nel vedere una persona cara, più o meno adulta, studente, professionista, funzionario, impiegata, commerciante, disoccupato, con la passione per il karate che si alza ad un'ora da pescatore per esercitare un'ora di pratica.
Ai più questa nostra iniziativa appare eccentrica o inspiegabile o quantomeno originale.
Ripeto, la cosa non mi infastidisce e tanto meno sento la necessità di dimostrare nulla o di giustificare il mio percorso, ma pur nella particolare situazione, non mi sento né eroico né stoico né superman  né macho, mi sento…calmo.
Nel silenzio della casa mi preparo con gesti misurati ma decisi e mi reco al Dojo.
Alle 05,00 del mattino c'è in giro poca gente, ma quella che circola appartiene ad una categoria che stimo moltissimo i lavoratori a lunga percorrenza, loro si eroici.
Aperto il Dojo, esplode di luce artificiale che stride in contrasto col silenzio che regna sovrano.
Piano piano giungono i compagni di pratica ed il silenzio viene rotto dal fruscio dei karate-gi nei movimenti di preriscaldamento.
Nessuno parla, una sensazione di serena e profonda concentrazione (stato pre-comatoso da sonno residuo? No non mi sembra).
Quest'anno siamo tanti, 27, e ciò rappresenta un indicatore molto importante, stiamo percorrendo la via giusta.
La meteorologia non è una scienza esatta e la temperatura esterna è di circa 15 °C .
Per certi versi ne sono contento, un imprevisto che  mi conferma una volta di più che non bisogna dare nulla per scontato, e che bisogna affrontare le situazioni disposti a cambiare velocemente abito mentale.
Sensei Paolo Taigo Spongia arriva puntuale e silenzioso ed inizia la pratica.
Alla fine della seduta, Sensei ci fornisce alcuni dettagli e ci annuncia che quest'anno il nostro Kangeiko ha due dediche da offrire:
La prima è squisitamente ed affettuosamente di solidarietà economica. Il ricavato della nostra tassa di iscrizione sarà devoluta, insieme a altre offerte di altri paesi affiliati, per la ricostruzione del tatami dello I.O.G.K.F. Hombu Dojo di Higaonna Sensei ad Okinawa.
La seconda è una dedica in rigoroso stile Zen. Tutta l'energia che scaturisce dalla nostra pratica, se mai dovesse servire a qualcuno o a qualcosa la offriamo agli altri, a tutti..
Non vi nascondo che questa seconda intenzione mi ha profondamente commosso e, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha ulteriormente motivato.
La mia passione per la pratica del karate è sicuramente la risultante di un percorso complesso ed articolato, che è partito da molto lontano, e probabilmente,  prima ancora che potessi mai immaginare di intraprendere questo cammino.
In questo mio percorso tutto è stato importante, in uguale misura: persone, situazioni, ambiente, cultura, dolori e gioie.
Di una cosa sono però certo, la mia via viene costantemente illuminata dalla presenza e dalle indicazioni del Maestro che in ogni occasione esercita la sua funzione indicandomi con potenza la direzione.
Chiedo scusa per questa parentesi intimistica, ma ho sentito la necessità di attribuire all'uomo ed al Maestro il merito di avermi condotto su percorsi che mi arricchiscono, a dosi misurate,  di un tesoro molto raro e per questo molto prezioso : La consapevolezza.
Ma ora torniamo alla nostra settimana da "pescatori".
La pratica viene affrontata con il giusto spirito e la giusta concentrazione.
Alla fine della seduta di allenamento, dopo il saluto, nello spogliatoio tutti riacquistano la consueta loquacità e ci si prepara agli impegni della giornata con uno spirito rinnovato, più pronti e già rodati, con il cervello già a regime.
Cinque levatacce con cinque sedute di pratica intensa volano in un baleno.
Così ci si ritrova a venerdì con un certo stupore. Stupore per essere sopravvissuti? Per esserci  riusciti? No solo una punta di rimpianto perché tutto sta per concludersi. Da domani si dorme un po’ di più. Ma che dormire, da domani il mio cammino sarà un po’ più consapevole, anche grazie a questo kangeiko .
Chiusura in perfetto stile Tora Kan. Dopo la chiusura della pratica, colazione "informale" al Dojo.
Ed anche questa volta l'entusiasmo dei convenuti ha trasformato una prima colazione in un pranzo di nozze!
Torte, ciambelloni, pane fatto in casa, marmellate artigianali, crostate di frutta e di nutella, latte, caffè, tè, succhi di frutta, ragazzi mancavano solo i confetti e gli sposi.
Come concludere questa mia cronaca di sincere emozioni? Come spesso amo dire : "Gli assenti hanno sempre torto". Queste occasioni sono preziosissime e perderle significa rinunciare a qualcosa che difficilmente si riproporrà, almeno con stessa forma o con la stessa atmosfera.
Ringrazio tutti i compagni di pratica perché, senza anche uno solo di loro non sarebbe stata la stessa cosa.
Torno a casa per prepararmi al lavoro …………. E un dubbio mi assale………ma mia moglie, vedendomi tornare per tutta la settimana senza pesce fresco, cosa avrà pensato di me?

 

sabato
OLGA TIKHOMIROVA

In Russia il freddo è una delle principali cause che creano, influenzano e condizionano molti aspetti della vita, in particolar modo la mentalità e lo stile di vita. C’è un proverbio da noi che recita: “chi non si preoccupa del caldo e del freddo manterrà un corpo e una mente giovani”. Ci sono gruppi di persone che nuotano nell’acqua gelata, o che si strofinano con la neve, o che come minimo si fanno la doccia fredda :)) Così non mi è apparso strano apprendere che ogni inverno ci si allena nel dojo per 5 giorni la mattina presto con le porte e le finestre aperte. Ho voluto prendervi parte anche io sebbene sia molto pigra al pensiero di alzarmi così presto e non ami particolarmente il freddo. Posso dire che per me non è stata un’esperienza semplice ma ho apprezzato molto essere insieme a così tanta gente, e vedere il loro entusiasmo e la loro forza. Il Kangeiko è differente dalle lezioni normali, per esempio mi è piaciuto come mai prima di allora praticare gli esercizi di coppia, essere in un contatto fisico con gli altri. Ho apprezzato alcuni dettagli, che in altre occasioni sfuggono, per esempio il piacere di mettere il piede gelato nello spazio prima occupato da un’altra persona e trovare il parquet caldo o il fatto che  a fine lezione la temperatura interna si alzava di 5/6 gradi come se avessimo collaborato per riscaldarci l’un l’altro. Si, lo so, è un fenomeno fisico normale ma io penso che tante persone nel dojo non praticano semplicemente karate ma scambiano il loro calore con gli altri in tutti i sensi. Li ringrazio molto tutti quanti.
 
In Russia cold is one of the main effect which creates, influences and manages many things in all parts of life, especially mentality and life style. there is a proverb "who is not afraid of heat and cold will have young body and mind". We have groups of people who swim in icy water, or rub themselves with snow, or as minimum have cold shower:)) So for me it was not strange to know that every winter in dojo people train for 5 days early morning with opened windows and door. I wanted to do it although I'm very lazy to get up so early and I really hate cold. I can say that for me it was not very easy experience but I liked to be with so many people together, to see enthusiasm and strength. Kangeiko was different from usual lessons, for example I liked as never to do a couple technic, to be in a body contact with others. Some details which are not noticed in another situations - was very pleasant to put my icy feet in a place where a second ago was standing another person and to feel warmparquet:) I liked especially that in the end of training temperature inside was upper with 5-6 degrees, like if we collaborated also to heat each other. Yes, it's just a normal phisical effect, but I think many people in dojo don't make just karate but also share their warmth with others in all meanings. I thank all of them a lot.


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giovedì 19 febbraio 2015

Ikikata - Stile di vita


Il Maestro Enrico Salvi
Riceviamo dal Maestro di Spada giapponese Enrico Salvi delle interessanti riflessioni sul binomio Forma/Sostanza.




Il METODO, cioè il DO che ci è stato trasmesso e che occorre seguire nella sua genuinità, quindi senza modifiche o adattamenti, è fondato sul principio: «la Forma è Sostanza». Diciamo quindi che esercitando la Forma, cioè il Kata, possiamo liberare in noi la Sostanza, cioè la Sub-stant, ciò che sta sotto la Forma, e che di per Sé è gia libera.
Le due figure illustrano con immediatezza la “connessione” tra Forma e Sostanza: a sinistra, il “bianco”, cioè la visibilità della Forma, si staglia sul fondo “nero”, cioè invisibile ed informale della Sostanza, ciò, ovviamente, dal punto vista umano e dunque del Relativo, dato che dal punto di osservazione sovraumano e dunque dell’Assoluto, figura a destra, il senso dell’abbinamento bianco/nero s’inverte: il nero-densità della Forma esiste (può esistere soltanto) nel bianco-etericità della Sostanza che in definitiva ne è la fonte: nessuna Forma può prescindere dalla Sostanza, come l’ombra non può prescindere dalla luce e come nessuna immagine può prescindere dallo specchio in cui si riflette.
Ora, l’esercizio della sola Forma – Kata geiko – è già qualcosa, però la liberazione in noi della Sostanza richiede anche quel fuoco interiore, ovvero quell’aspirazione del cuore, quel thymos* che vivifica la Forma e che, è da tenere presente, è già un afflato della Sostanza, posto che nessuna iniziativa concernente lo sviluppo in noi della Sostanza può avviarsi per mera volontà umana, occorrendo la grazia preveniente che «eccita lo buono volere» (Francesco da Buti, esegesi di Paradiso XXVIII 112). Non per nulla anche i Sufi insegnano che l’iniziato non può nulla senza la grazia iniziale di Allah (tawfiq, “soccorso di Dio”).
Alimentata – e giustificata – dall’Afflato Sostanziale, la Forma fa crescere l’Afflato stesso che, in relazione ad essa (e non in Sé), è un embrione, il quale, a crescita-liberazione compiuta, assume in Sé la Forma, che a sua volta assurge ad espressione – particolare – della Sostanza.

E forse non è un caso che il Magatama, il Gioiello che con la Spada e lo Specchio costituisce la triplice insegna imperiale nipponica, abbia proprio la forma di un embrione. Per chi si dedica con magokoro (sincerità di cuore) a un DO, può essere utile considerare il seguente brano tratto da Frithjof Shuon, Immagini dello spirito, Mediterranee. «Ci sono modi di agire, di sentire e di pensare comuni a tutti i Giapponesi – almeno in quanto si mantengono fedeli a se stessi – e che derivano probabilmente sia dal Bushido guerriero e d’ispirazione confuciana sia dal puro Shinto; vista dall’esterno si tratta di una civiltà complessa e sottile, però nell’interno questa legge non scritta può andare oltre e incanalare l’anima a guisa di un karma-yoga o di un islam. L’etica scintoista, che rivendica per la razza yamato l’attributo di “divina”, è forse essenzialmente uno stile d’azione; è possibile infatti concepire una prospettiva in cui lo stile prevalga sui contenuti vanificandone ampiamente le imperfezioni, giacché una forma nobile s’impone di necessità ad azioni vili. L’idea arcaica della salvezza riservata ad una casta può spiegarsi in tal modo. Per l’esattezza, nelle condizioni molto particolari di cui si parla, l’élite non è formata dalla casta, ma piuttosto essa costituisce la casta, cioè l’accento è messo sulla qualità anziché sull’ambito di questa; la qualità viene garantita dalla disciplina e dal genere di vita; l’eredità non è che un fattore provvidenziale». Nel brano, la Forma è detta «stile d’azione», ovvero modo o maniera di comportamento, insomma METODO da seguire (il greco METHODEYO significa infatti vado dietro), sicché il metodo è il Do, la Michi, la Via. Pertanto, al Praticante che esercita la Forma, il Kata, può adattarsi benissimo la locuzione latina “in itinere”: durante il cammino. È infatti camminando, e precisamente pellegrinando, cioè ripetendo la Forma come il pellegrino ripete il passo, che può darsi la crescita e la liberazione in noi della Sostanza, ciò che nel brano proposto viene espresso con: «una forma nobile s’impone di necessità ad azioni vili», laddove la viltà, in tutti i suoi camuffamenti, compresi quelli “coraggiosi”, costituisce la scoria che obnubila la Sostanza. L’utilizzo della Forma – la «forma nobile» di cui nel brano citato – al fine di liberare in noi la Sostanza, consiste in un lungo itinerario “ab extra ad intra”, ossia un procedere dalla “esteriorità” della Forma verso l’“interiorità” della Sostanza, essendo questo il significato del pellegrinaggio “sub specie interioritatis”, il quale non è esente dal pericolo, cioè dalla prova che la viltà, nelle sue molteplici forme, impone al Praticante. Viltà la cui radice è shoji no mayoi, l’errore-smarrimento di vita e morte, punto imprescindibile da ben comprendere: il dualismo dell’accettare e del rifiutare ovvero dell’afferrare e del respingere in cui si dibatte la coscienza ordinaria, che con giudizio auto-referenziale accetta ed afferra ciò che la conferma facendola “vivere” e rifiuta e respinge ciò che la nega facendola “morire”, ha la sua radice in shoji no mayoi. Seppur alimentata, come già visto, dall’Afflato Sostanziale, la Forma non avrà esaurito il suo compito fino a che il processo catartico non muterà in “ab intra ad extra”, cioè fino al momento in cui, crescendo e irradiando dall’“interiore”, la Sostanza avrà assunto in Sé l’“esteriore” della Forma, con ciò realizzandosi finalmente il primato della Contemplazione sull’Azione, e quindi la conseguente ritualizzazione-santificazione dell’Azione stessa, cioè del Kata, che così si fa vera Arte. Pertanto, se per quanto sopra osservato identifichiamo la Forma con lo Stile, cioè con la «forma nobile» (nobile valendo non-vile), possiamo far nostro l’intendimento di Goethe, «per il quale lo stile è identificato con l’arte perfettamente riuscita» (P. D’Angelo, Dizionario di estetica). Riassumendo, il processo di “approfondimento” della Forma, potremmo dire “lo scavare il Pozzo”, che provoca in noi la crescita e l’“affioramento” della Sostanza, potremmo dire “lo sgorgare irrorante dell’Aqua vitae” (si pensi all’ “Acquavite” di cui nel processo alchemico), conduce il Praticante dell’Arte ad assumere un ben determinato stile di vita, ikikata, che nel suo maturare investe sempre più ogni attimo e ogni gesto dentro e fuori il Dojo. Di conseguenza, tutti coloro che per impulso dell’Afflato Sostanziale esercitano sinceramente la Forma, costituiscono un’élite la cui qualità, per rifarci al brano sopra citato «viene garantita dalla disciplina e dal genere di vita»: ikikata.

 * Nella Repubblica, Platone dice che il thymos è la parte centrale dell’anima che ha sede nel petto e presiede alla vita di relazione; esso è la facoltà del coraggio (andreia). Cor-aggio è aver-cuore, virtù specifica dei guerrieri che regola l’impulsività, ciò richiamando perfettamente il Bushido quale Jutsu interiore o Bellum intestinum che dir si voglia, per intraprendere il quale occorre, lo ripetiamo, l’impulso dell’Afflato Sostanziale.



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