mercoledì 19 ottobre 2011

L'Eccellenza


Il brano che segue, tratto da Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, mi colpì profondamente quando ero poco più che un ragazzo e lo copiai a mano su un quaderno.

Ritengo che sia un’ottima descrizione di quella qualità umana, quell’Eccellenza, che dovrebbe essere il frutto dell’esercizio di un’arte.

Quanto di più lontano ci possa essere dalla mercenaria specializzazione operata oggi in ogni ambito che ha alienato l’uomo dalla sua vera natura e dalla bellezza.

Spero possa essere d’ispirazione anche per voi.

Paolo Taigō Spongia




…«Ciò che spinge il guerriero greco a compiere imprese eroiche» osserva Kitto «non è un senso del dovere come noi oggi lo intendiamo, dovere cioè nei confronti degli altri: è piuttosto dovere nei confronti di se stesso. L’eroe greco non aspira a ciò che noi traduciamo con la parola “virtù” ma a ciò che in Grecia si chiama aretè, “eccellenza” … Dell’aretè dovremo parlare ancora e a lungo, perché nella vita greca la si incontra dappertutto».
Ecco, pensa Fedro, una definizione della Qualità che esisteva mille anni prima che i dialettici avessero cercato di catturarla coi loro tranelli verbali. Se qualcuno non ne afferra il significato senza bisogno di definiens, definendum e differentia, o mente, oppure il suo distacco dall’umanità è tale che non vale la pena di rispondergli.
Fedro è affascinato anche dal concetto di «dovere nei confronti di se stessi», che è la traduzione pressoché esatta del termine sanscrito dharma, e che, a volte, è descritto come l’«Uno» degli indù. È possibile che il dharma degli indù e la «virtù» degli antichi greci siano identici?
Qualità! Virtù! Dharma! Ecco che cosa insegnavano i sofisti! Non la relatività della morale. Non la «virtù» ideale, ma l’aretè. L’eccellenza. Il dharma! Prima della Chiesa della Ragione. Prima della sostanza. Prima della forma. Prima dello spirito e della materia. Prima della stessa dialettica.
La Qualità era assoluta. Quei primi maestri del mondo occidentale insegnavano laQualità, e il mezzo che avevano scelto a questo scopo era la Retorica. Fedro era sulla buona strada fin dall’inizio.
[…]
Kitto ha alcune cose da dire riguardo all’aretè. «Quando in Platone incontriamo la parola aretè,» scrive «la traduciamo con “virtù”, e di conseguenza veniamo a perderne tutto il sapore.
“Virtù”, almeno ai nostri tempi, ha un senso quasi esclusivamente morale; aretè, invece, viene utilizzata indifferentemente in ogni ambito e significa semplicemente eccellenza.
Quindi l’eroe dell’Odissea è un grande combattente, un astuto intrigante, un ottimo parlatore, un uomo dal cuore saldo e di grande saggezza che sa di dover sopportare senza lamentarsi troppo di quel che gli dèi gli mandano; ed è capace di costruire e di guidare una barca, di tracciare un solco più dritto di chiunque altro, di lanciare il disco meglio di un giovane fanfarone, di sfidare i giovani feaci al pugilato, alla lotta o alla corsa. Sa uccidere, scuoiare, macellare e cuocere un bue e una canzone lo può commuovere fino alle lacrime. In realtà, è abile in tutto; la sua aretè è insuperabile. L’aretè implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza, che esiste non in un solo settore della vita, ma nella vita stessa »…


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