lunedì 25 luglio 2011

mercoledì 20 luglio 2011

Morire per Vivere


Morire per Vivere

di Sensei Enrico Salvi
 

Antonius, interpretato dall’eccellente Max von Sidow,
 in una suggestiva immagine de Il settimo sigillo.

     «Credi nella divinità, conosci la vergogna, sii garbato e gentile con il prossimo, stai sempre in guardia, non criticare gli altri, non partecipare alle scommesse, sii cosciente del tuo rango sociale e sappi che la vita è inseparabile dalla morte».
          
                               Minamoto Yoshiiye, poeta guerriero del XII secolo.

     Può darsi che una delle più sconvenienti dimenticanze caratteristiche del nostro tempo sia quella della morte. E, forse, sono proprio gli ormai frequenti disastri naturali, gli innumerevoli incidenti dovuti a errori o inadempienze umane e, dulcis in fundo, la martellante cronaca nera, ad alimentare verso di essa un timore ed una ripugnanza che, per quanto umanamente comprensibili, finiscono per far perdere il senso della realtà più elementare, e cioè che si nasce e si muore. Con una precisazione importantissima: si muore senza sapere né il giorno né l’ora né il modo, sicché, lo voglia o meno, l’uomo è costantemente in pericolo di vita, proprio come in zona di guerra. Del resto, persino il soldato, che si da per scontato possa perdere la vita soltanto in combattimento, può invece morire per un qualsiasi banale incidente in un giorno e ad un’ora sconosciuti.

 « Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?».
                                          Vangelo di Matteo

     Si muore senza sapere né il giorno né l’ora né il modo: questa inconfutabile e preziosissima verità fa giustizia del regime totalitario contemporaneo che vede la massa (non il Popolo) costipata nel materialismo e nello psicologismo più degradanti. La vita scivola via monotona e insipida sulle ruote del carrello traboccante di spesa al supermercato e sugli sci della “settimana bianca”; nelle sale del “centro fitness”; nelle oceaniche maratone e manifestazioni di piazza; nei weekend ristoratori dallo “stress”; davanti agli schermi ipnotizzanti del televisore e del computer; nell’annientamento di fronte all’ultimo modello di Ipad; nello sballo psichedelico delle discoteche; nello “studio” dello psicoterapeuta o del cartomante; al botteghino del Superenalotto e cosi via, senza requie. Il tutto, ovviamente, in compagnia della “comoda” tessera bancomat. Gli è pertanto che la massa (non il Popolo) vive, anzi sopravvive completamente sommersa e soffocata dalla miriade di contingenze elevate a motivi di vita, a “diritti” ed “esigenze” indiscutibili, finché per ognuno, nel giorno, nell’ora e nel modo che nessuno conosce, ecco la Scarna Signora farsi avanti a far sparire tutto sotto il suo manto nero, col suo sorriso tanto eloquente quanto incompreso.

La Morte: «È già molto tempo che ti cammino a fianco. Sei pronto?».
Il cavaliere Antonius: «È il mio corpo che ha paura, non io».

Scena iniziale del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo, 1956.

     Risulta allora lampante come la gratuità dell’Arte Marziale, che sarebbe meglio chiamare anche Minervale, dato che la glauca Minerva è la dea armata della Saggezza che scagliando la lancia fa scaturire l’ulivo della (vera) pace, temperando e orientando così la focosità del rosso Marte, appaia agli occhi dell’uomo-massa un qualcosa di alieno, illusorio, che comporta solo “costi” e non reca alcun “guadagno”. Ancor meno l’uomo-massa comprende come con l’Artista Marziale-Minervale miri a purificare il proprio cuore, in primo luogo proprio dalla paura della morte, facendone attimo per attimo la compagna della propria vita, anzi la propria sorella, se nel Cantico di frate Sole un folle come san Francesco di Assisi ha potuto chiamarla “sora nostra morte corporale” e se nell’Hagakure un esaltato come Yamamoto Tsunetomo ha potuto affermare che “la Via del Samurai è la morte”.

     Si capisce che qui si tratta di un sentire, cioè di un cuore che è agli antipodi di quello dell’uomo-massa, colto o ignorante che sia, violentato giorno per giorno nella sua dignità di essere umano dotato di un’anima immortale, al quale il moderno, totalitario regime di vita non lascia il tempo di un respiro per poter tornare a se stesso e per il quale la morte è una sciagura, uno spauracchio, o quanto meno un inconveniente a cui è meglio non pensare. Invece, è proprio vivendo presenti a se stessi e sentendosi in costante pericolo di vita, al fianco di Sorella Morte, che la Vita acquista splendore: se, come m’insegna l’Arte Marziale-Minervale, ogni momento -questo momento- può essere l’ultimo, allora ogni cosa che faccio con animo retto in ogni momento -in questo momento- fosse pure l’umile spazzare un pavimento, è la mia offerta a Dio ed il mio servizio al Prossimo, e ciò secondo il più puro REIHO. Dunque il mio gesto migliore. Il mio capolavoro inestimabile che non può essere né “venduto” né “comprato”. E ciò perché l’Arte Marziale-Minervale m’insegna a vivere da morto e con la schiena diritta, cioè da saggio, quindi libero dalla paura di “perdere” e dalla preoccupazione di “guadagnare”: la mia spina dorsale è l’asse della bilancia i cui due piatti sono in equilibrio assoluto, ciò che mi permette di partecipare, veramente libero, all’Attimo Presente, all’Essere che è al di sopra della vita e della morte.

Morire per vivere la vita piena. Ed allora moriamo. Entriamo nella luminosa caligine dell’essere puro e semplice, imponendo silenzio a cure, concupiscenze e apparenze. Dopo la scoperta della nostra identità con l’essere puro, noi potremo dire: questo ci basta.

                 San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis ad Deum.



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