martedì 15 febbraio 2011

Dōjō Kun : Il Primo Precetto





Eccomi, come promesso, a commentare il primo dei nostri cinque Dōjō Kun.
Un’allieva mi chiedeva, qualche giorno fa, dove trovassi le energie, il tempo e la concentrazione per scrivere riguardo i Dōjō Kun, visti gli impegni dell’insegnamento, della conduzione del Dōjō, a cui si è aggiunto in questi giorni l’ingente lavoro di costruzione della nuova sede del Tora Kan Dōjō.
Ho risposto che anche questo lavoro fa parte dell’edificazione del Dōjō, come è stato per ogni gesto che ci ha portato dopo 25 anni a costruire una nuovo Dōjō.
Il Dōjō non è fatto solo di mattoni, lo abbiamo già costruito e lo costruiamo, giorno per giorno, con la sincerità e qualità del nostro esercizio e, anche...recitando i Dōjō Kun.

Hitotsu                      礼儀を重んずること
                   Reigi o omonzuru koto.
                                 Rispetta gli altri e agisci sempre con onore e cortesia

Analizziamo i caratteri che compongono il Dōjō Kun:
礼儀 (れい): Reigi, Le buone maniere, l’etichetta.

Composto da (れい): Rei, il ringraziare, esprimere gratitudine e () gi: cerimonia, modo di comportamento.
(おも)んずること: Omonzuru koto, rispetta, onora...

Il Reigi, il comportamento adeguato e rispettoso, regola la vita nel Dōjō nei rapporti tra i praticanti, tra allievi ed insegnanti, nel relazionarsi agli oggetti e agli spazi del Dōjō.
Ad Okinawa il Reigi del Budo giapponese è stato recepito pienamente ma con alcuni adattamenti derivati dalle tipiche caratteristiche della cultura okinawense.
Un’impostazione per certi versi più morbida e familiare è caratteristica dei modi di comportamento nel Dōjō di Okinawa.

Così come alcuni aspetti dell’etichetta si esasperarono, con evidenti deviazioni, in Dōjō giapponesi (specie di Scuola Shotokan) sotto l’influsso delle esigenze militari del periodo storico nel quale il Karate è stato importato e si è diffuso in Giappone.

I ‘modi di comportamento’ hanno lo scopo di educare l’animo del praticante alla cortesia, al rispetto, all’attenzione e alla vigilanza, oltre ad avere l'effetto di ‘distillare’, la pratica marziale che si svolge nel Dōjō.
Rispettare i ‘modi di comportamento’ costringe il praticante ad una continua attenzione e concentrazione nonché a rapportarsi con l’ambiente e con chi lo abita rispettando distanze, tempi, ritmi… una vera educazione all’armonia e alla consapevolezza.

“L’etichetta consiste nel cogliere di volta in volta il giusto equilibrio, e armonizzare la propria azione e presenza con lo spazio ed il tempo di ogni situazione.”



I detrattori dell’etichetta del Dōjō sono per lo più coloro che ne hanno una conoscenza estremamente superficiale e non l’hanno mai vissuta per esperienza diretta in un vero Dōjō e che, non avendo la competenza e la ‘credibilità’ necessari per proporla, si sono accontentati di scimmiottare sommariamente e approssimativamente termini e gestualità giapponesi per poi abdicare di fronte alla goffagine ed inefficacia della messinscena .

Come per ogni ‘buona educazione’ questa si assorbe inconsciamente quando gli esempi e modelli di riferimento, nella famiglia, come in qualsiasi comunità, sono credibili e coerenti altrimenti si ottiene proprio l’effetto contrario e ‘l’etichetta’ diviene occasione di vessazione, rigidità, instupidimento.

Anche la struttura architettonica di un Dōjō è studiata al fine di evocare una continua consapevolezza e ricordarci il legame con la natura e con chi ci ha preceduto sulla Via.
Il Reigi ha molteplici strati di significato che si svelano con l’avanzare dell’esperienza nella pratica e nella frequentazione del Dōjō.
Lo sguardo del praticante si deve affinare con l’esercizio per cogliere sfumature e significati che sfuggono ad uno sguardo ordinario e superficiale, per cogliere quello che è ‘nascosto allo sguardo’, 見え隠れ (miegakure) e che solo il cuore può cogliere intuitivamente.
L’essenziale è invisibile agli occhi’ scrive Antoine de Saint-Exupéry nel suo ‘Piccolo Principe’.
Chi ha frequentato un Dōjō per poco tempo (il che può significare anche qualche anno), magari con finalità esclusivamente legate alla forma fisica o altro, può vivere con disagio i modi del Dōjō  e non fare in tempo ad arrivare a gustarne i preziosi frutti abbandonando prematuramente la pratica. Anche questo è un effetto positivo del Reigi, quello di favorire la selezione di chi è animato dalla corretta aspirazione e atteggiamento nei confronti del Dōjō e dell’insegnamento che vi risiede.

Più di una volta ho fatto notare ai miei allievi il valore formativo del saluto rituale che viene effettuato all’inizio ed al termine delle lezioni, uno dei momenti topici del Reigi del Dōjō.
Il semplice allinearsi prontamente e precisamente, che potrebbe essere riduttivamente interpretato come un’atteggiamento conformista, richiede al praticante di uscire dal proprio ‘isolamento individualistico’ per entrare in relazione con gli altri nel condividere un ordine comune.
Chi è portato per la sua personalità ad ‘anteporsi’agli altri dovrà riconsiderare la propria posizione arretrando leggermente, chi è timidamente portato ad arretrare, a nascondersi dietro gli altri, dovrà accettare di ‘farsi avanti’ e disporsi in prima fila…
Un’azione semplice del corpo che ha implicazioni profonde sulla psiche.
 
L’inchinarsi esprimendo sincera gratitudine ai Maestri dai quali abbiamo ereditato il prezioso tesoro della nostra pratica, diviene altrettanto fondamentale per attingere alla stessa energia che ha animato la loro azione e rammentare a noi stessi che nulla saremmo senza lo sforzo e l’intuizione di chi ci ha preceduto, nel Karate-Do come nella vita.

Altrettanto vale per il muoversi nello spazio senza esitazioni, con eleganza ed efficacia.
Non si può esprimere un gesto elegante ed efficace se si è contratti dalle proprie paure, insicurezze, pregiudizi… esercitarsi ad esprimere gesti eleganti ed efficaci libera la mente dai suoi impedimenti e plasma e ammorbidisce il corpo.
Imparando ad ‘osservarci’, attraverso le forme che ci impone il Reigi, mentre ci muoviamo nel Dōjō, ci permette di riconoscere le nostre vere caratteristiche, le nostre limitazioni, che spesso riusciamo a dissimulare nella vita di tutti i giorni agli occhi degli altri e a noi stessi attraverso molteplici strategie.
Il semplice imparare, finalmente, a riconoscere ed ammettere a sé stessi le proprie limitazioni è già più della metà del cammino verso il superamento dei propri limiti e la guarigione dalle proprie fobie e patologie. 

Continuando a prendere spunto dal rituale del saluto, chi comanda il saluto deve scuotere con la propria voce, col proprio vigore, lo spirito dei presenti, deve concedere il giusto tempo senza permettere l’indugiare della mente.

Per non parlare dell’esercizio dello sguardo.
Quando ci si inchina all’altro si cerca per un istante il contatto degli occhi poi lo sguardo morbidamente ma decisamente si abbassa. Un contatto troppo prolungato denota un atteggiamento aggressivo e provoca imbarazzo e chiusura, lo sfuggire timidamente il contatto degli occhi è altrettanto indelicato e indice di eccessiva insicurezza.
Pensate per un istante quale profonda educazione alla sensibilità, al cogliere e rispettare lo spirito altrui, sia insita nel semplice educare il proprio sguardo.
Imparare ad abbracciare tutto con uno sguardo ampio che non afferra ma a cui nulla sfugge…
 
Questi sono solo alcuni esempi della grande efficacia del Reigi nella formazione del praticante.

Tutti i grandi Maestri della tradizione del Budō hanno avuto la preoccupazione di trasmettere ai propri allievi la capacità di trasporre i principi dell’Arte ad ogni azione quotidiana,
Il Reigi coinvolge così ogni aspetto della vita nel Dōjō, ogni aspetto del vestire, dell’abitare, del ‘nutrirsi’, i tre Nyoho della tradizione Buddhista (molto del Reigi viene dalle forme nate nei Dōjō Zen).

Anche la stessa efficacia in combattimento, la cosiddetta difesa personale, era per Jigoro Kano, per Chojun Miyagi, Gichin Funakoshi…una naturale conseguenza dell’educazione alla prontezza, alla consapevolezza, alla determinazione che deriva non solo dallo studio del Waza, della tecnica marziale specifica, ma anche dall’affinamento delle proprie qualità psicologiche, intuitive, percettive…

In Giappone si usa dire: ‘Si devono usare cortesia e buone maniere anche tra buoni amici’.
Nel Dōjō, anche se ci si conosce e frequenta da decenni, ci si rapporta sempre con il rispetto e l’educazione con cui ci si rapporterebbe ad un padre nei confronti dell’insegnante e a dei fratelli maggiori nei confronti dei compagni di pratica più ‘anziani’ detti Senpai 先輩 (せんぱい) ‘il compagno che è arrivato prima, che sta davanti a noi’ .
Il rapporto Senpai先輩 – Kohai後輩 (こうはい) ‘il compagno che è dietro, arrivato dopo’ è determinante nei rapporti sociali nella cultura giapponese e nella comunità del Dōjō .

Da “Sol Levante” di Michael Crichton:
Dialogo fra John Connor, capitano dei Servizi Speciali in pensione e
profondo conoscitore della cultura giapponese e Peter J. Smith, agente
di collegamento dei Servizi Speciali.
Connor sorrise.
“Sono sicuro che se la caverà benissimo”, disse. “Probabilmente non
avrà alcun bisogno di me. Ma se dovesse trovarsi in difficoltà io dirò:
“Forse posso aiutarvi io”. Sarà il segnale che le redini passano a me. Da
quel momento lasci che sia io a parlare. Sarà meglio che non apra più
bocca, anche se si rivolgeranno a lei. Okay?”
“Okay.”
“Magari le verrà voglia di dire qualcosa, ma non si lasci coinvolgere.”
“Ho capito.”
“Inoltre, non si mostri sorpreso, qualsiasi cosa io faccia. Qualsiasi
cosa.
“D’accordo.”
“Non appena subentro io, lei si sposti leggermente alle mie spalle, alla
mia destra. Non si sieda. Non si guardi attorno. Non dia mai
l’impressione di distrarsi. Tenga presente che loro, a differenza di lei,
non appartengono alla cultura del bombardamento televisivo. Sono
giapponesi. Tutto quello che lei farà, ai loro occhi avrà un significato.
Ogni dettaglio del suo aspetto e del suo comportamento avrà un suo
peso… su di lei, sul dipartimento di polizia e su di me, in qualità di suo
superiore e Senpai.”
“Va bene capitano.”
“Domande?”
“Che cos’è un Senpai?”
Connor sorrise.
“In Giappone”, spiegò, “un Senpai è un uomo di esperienza che guida
un uomo più giovane, chiamato Kohai. Il rapporto Senpai-Kohai è
molto comune. Spesso si dà per scontata l’esistenza di un tale rapporto
ogni volta che si vede un giovane lavorare con un uomo più anziano.
Probabilmente lo penseranno anche di noi due.”
“Una sorta di mentore e allievo?”, chiesi.
“Non proprio”, disse Connor. “In Giappone il rapporto Senpai-Kohai
ha una sfumatura diversa. Più vicina alla funzione di un padre
affettuoso: ci si aspetta che il Senpai sia indulgente nei confronti del
Kohai e chiuda un occhio davanti alle intemperanze e agli errori
giovanili del suo protetto.” Sorrise. “Ma sono certo che lei non
combinerà niente del genere.”

(brano tratto da ‘La relazione Senpai-Kohai nella cultura giapponese’di P.Corgiat di cui consiglio la lettura per approfondire l’argomento che stiamo trattando: http://www.aikidoitalia.it/pics/Tesina%20Senpai-Kohai.pdf)

Per concludere riporto a seguire le significative riflessioni di alcuni Maestri sul Reigi, l’etichetta del Dōjō:


“ Le Arti Marziali, senza un’autentica ricerca di realizzazione della mente, non sono altro che pratiche bestiali”

Omori Sōgen Roshi, Maestro Zen e Maestro di Spada

“L’alfa e l’omega del Budo sono nel Rei.
Gli istinti aggressivi e combattivi aumentano se vengono lasciati
liberi durante la pratica di combattimento. … Il combattimento
privo di regole e di etica appartiene al modo animale e non al
Budo. L’etichetta e la disciplina permettono il funzionamento
armonioso di queste regole.”
“Conoscere il giusto posto è come conoscere se stessi …
conoscere se stessi è conoscere la missione assegnataci dal
cielo. Compiere la missione del cielo è conformarsi all’ordine
dell’universo … là risiede la vera pace.”

Tamura Sensei Aikidō


“La Via del Karate inizia e termina con il rispetto”

Gichin Funakoshi Sensei, fondatore del Karate Shotokan

“…Un anno al culmine dell'estate, mi recai al Ryū Kan, una famosa palestra di arti marziali di Kumamoto, dove mi esercitai al Kendō con alcuni giovani. Conservo un indelebile ricordo di uno di loro, un giovane dell'ultimo corso che, grondante sudore, s'inginocchiò con il busto perfettamente eretto verso un piccolo altare e con voce squillante comandò agli altri: "Saluto!" (Rei!). Suscitò in me un'impressione di freschezza, come se in quell'istante si fosse lacerata la cortina di paura che m'opprimeva. Mi parve che quello fosse un esempio perfetto di come un cerimoniale possa rendere affascinanti i giovani, molto più affascinanti di coloro che vivono in in modo sregolato e confuso.”

Yukio Mishima ( da 'Lezioni spirituali per giovani samurai')



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1 commento:

  1. Dopo oltre 20 anni di studio del karate do, provo un particolare piacere quando, anche in occasione di gasshuku internazionali, si torna al "basics".
    Questa forma di esercizio ci riporta alle tecniche di base eseguite nella forma più pulita e con la massima efficacia. Nella nostra pratica è assai pericoloso dare per scontato l'assunzione di alcune abilità, anche quelle che possono apparire più semplici o per le quali ci sentiamo particolarmente dotati.
    Recitare i Dojo Kun, non è altro che riportare al centro della nostra attenzione il giusto atteggiamento con cui intraprendere la nostra pratica. Non una suggestiva litania imparata a memoria con pigrizia e in alcuni casi con svogliata ritrosia, ma un ritorno ai Basics, ai principi che devono regolare il nostro atteggiamento nel Dojo ed anche fuori di esso.
    La nostra pratica si insegna e si impara col corpo. Poche parole e molto esercizio. Ma con il corpo si può offrire un esempio di atteggiamento che non deve mai mancare di rispetto, cortesia, coraggio, forza, sincerità, onestà, tenacia, ricerca della perfezione.
    Ancora una volta i nostri Maestri hanno tracciato la Via. Sta a noi seguirla ed eventualmente condividere con loro le nostre sensazioni.

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