martedì 2 novembre 2010

Non Dimenticare

Oggi è il 2 Novembre.
Voglio approfittare di questo giorno per condividere con voi una memoria intima e preziosa che continua ad orientare la mia vita.
Il 7 Dicembre del 1943 a Montelungo, nella Battaglia di Montecassino, moriva mio zio Alfredo, fratello di mia madre.
Bersagliere del 51° Battaglione, a 21 anni, fu il primo a cadere in quei terribili scontri, colpito da una scheggia di mortaio.
Il fratello di mio padre, zio Gianni, moriva invece a 18 anni, partito volontario nella X mas.
Quel che li ha accomunati è stato lo slancio e  la sincerità con cui hanno vissuto la loro breve vita.
Non li ho mai conosciuti ma non passa giorno in cui non mi inchini alla loro memoria e mi interroghi se la mia vita e la mia azione siano degni del loro sacrificio.
Non passa giorno in cui non riservi un momento di raccoglimento alla memoria di tutti coloro che  hanno fatto sì con la loro vita che la mia vita nascesse e non c'è esistenza verso cui non mi senta debitore.
Così voglio farvi dono, sperando che sia per tutti occasione di riflessione ed esortazione, di un documento che custodisco gelosamente e che mi è stato donato da mia madre.
Si tratta del bigliettino che fecero stampare e distribuire i miei nonni, i genitori di Alfredo, dopo essere tornati dal terribile pellegrinaggio per raccogliere le spoglie di Alfredo nei giorni successivi alla sua morte.
Le loro parole (cliccate sull'immagine per leggerle ingrandite) piene di dignità e fiducia offrono il sacrificio del loro figlio e fratello sull'altare della 'nuova Italia'. Che grande responsabilità e monito ci vengono dalle loro parole.
Non dimentichiamo...



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Quella che segue è la splendida e drammatica cronaca, scritta dal reduce Leone Orioli, di quei terribili momenti. Racconta anche la morte di Alfredo e di tanti, tanti altri...
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I BERSAGLIERI A MONTELUNGO

La terza compagnia del cinquantunesimo bersaglieri AUC si attestò a Mignano, sul fronte di Cassino, il giorno 7 dicembre 1943.
Il trasferimento al fronte della  ‘terza moto’  era stato difficilissimo e, in alcuni casi, traumatico, con le motociclette spesso bloccate dallo strato di fango, altissimo, che copriva le strade.  Le cadute  avevano causato alcuni feriti, che non erano quindi più presenti nell’organico della nostra ‘terza’.
Il capitano Enea Castelli, bolognese, comandava la compagnia.

Il cinquantunesimo, nella piana di Mignano, ai piedi di Montelungo, schierava la seconda e la prima compagnia nella vallata del ‘Peccia’, sul fianco ovest del monte: la terza compagnia era appostata a est di Montelungo, su Monte Rotondo, a lato della Casilina.

Nel corso della giornata del 7 dicembre i tedeschi presero certamente buona nota delle nostre posizioni:  la notte dal sette all’otto la terza fu presa di mira dai mortai tedeschi,  che martellarono a lungo le pendici boscose di Monte Rotondo.
Morì Alfredo Aguzzi, simpatico amico romano che, nel corso di passate, sciocche, innocenti battute scherzose, ridendo, ribatteva …. no… no caro…. io non moro in guerra … Povero,  caro Alfredo, fu il primo a cadere a Montelungo.
Altri furono feriti:   ricordo  Deni  (Pasquale) …. una scheggia di mortaio lo colpì  a un piede,   perforò lo scarpone  e  restò  conficcata  tra  suola  e  carne:  non  riuscivamo  a togliere lo scarpone …. Riccardi   gli estrasse  la  scheggia  con  le pinze, tra  le urla  di dolore di  Deni  e  i commenti  dell’italiano stentato  di  Riccardi  -  il sergente  Giuseppe Riccardi,  figlio di italiani all’estero,  che cadde da valoroso a Iesi,  nel 1944,  medaglia d’oro al valor militare.
Così passò la notte.
Il mattino,  otto dicembre 1943,   la seconda compagnia   attaccò  nella  vallata  del Peccia,  e  i  fanti  del  ‘sessantasettesimo’  sul monte,   partendo dalla  quota  253,   la  prima  delle  vette  di  Montelungo.
Da Monte Rotondo,  con  la  terza  compagnia   non  ancora  impegnata  in combattimento,  cercai di intuire l’andamento dell’attacco,  ascoltando il crepitio delle armi:  distinguevo nettamente il lento  tatata delle nostre mitragliatrici,  e  il  rabbioso,  sconcertante,  rapidissimo  crrrcrrrcrrr  del mitragliatore tedesco:
L’avevo già quasi intuito dalla prepotenza del fuoco tedesco, ma  arrivò  puntuale l’ordine alla  ‘terza’  di spostarsi velocemente a soccorso della seconda compagnia,  a confermare che l’attacco era fallito.
Eravamo ancora ragazzi,   e la  tragedia  si  abbattè  fulminea  su di noi.
Nella fase di avvicinamento,  ancora inconsapevole e inesperto,  passai in piedi tra alcuni artiglieri americani  che vidi stesi  a terra  con il fucile puntato:   guardavano me  sbalorditi,  gli americani  -  diranno poi che i bersaglieri avanzavano incuranti del pericolo …  in realtà  non  mi  ero  accorto  che  avevo  già  raggiunto  la  linea  di fuoco,  perché  mitraglieri  tedeschi,  in contrattacco,  erano entrati  nel  nostro schieramento.
Fortunatamente,  con alcuni colpi del cannoncino anticarro da ‘47’,  i bravi artiglieri di quel reparto  avevano sventato l’incursione.
La terza  giunse  a  ridosso  del  campo  di  battaglia : … tornavano  i  pochi  superstiti  della  seconda  compagnia  …sorreggendosi a vicenda … feriti … storditi … vacillanti… lo sguardo allucinato …
Alle nostre angosciose domande … frasi spezzate … e i nomi dei morti …
Gino  (Tambalo)    generoso, allegro veronese,  che mi chiamava  ‘testa da caposquadra  …Carlo  (Focaccia)   romagnolo come me,  compagno di scuola alle Magistrali di Forlimpopoli   … Mario  (Cardone)   atleta velocissimo,  imbattibile avversario  nelle gare  tra compagnie … e poi  BiancofioreBuonaccorsi … Corvino … e  i   ‘bocia diciottenni’   BornaghiLuraschi … Morelli … Santi … Sibilia  cinque  dei nove ragazzi della Accademia Navale di Brindisi  che si erano  arruolati  volontari  nel  ‘cinquantunesimo’  …. e   gli altri ….  tanti altri ….

L’inflessibile logica militare ordina il contrattacco:  ho imparato allora  che cose ritenute impossibili ….  si fanno …. si fanno ….  sia pure  in  una  atmosfera  irreale,  allucinante.
Ci avviamo in un canalone fangoso:  i tedeschi cercano di fermare la  terza’,  scatenando  un intenso fuoco di sbarramento.
Le bombe di mortaio  cadono  a  centinaia  sulle due sponde del canalone :  se una lo centra siamo spacciati:  sento  che il compagno che è davanti a me  è scosso da  un tremito violento    gli faccio coraggio,   per farlo a me stesso.
Vincere il terrore …. stringere i denti …. non  impazzire   quando  a  ogni  sibilo …. e  sono  centinaia …. dici  a  te  stesso …. questa  è  la  mia … questa  è  la  mia ….  e  i  ‘minuti’   sono    ‘ore’ ….   mezz’ora   sotto  il   bombardamento  …. è  un tempo infinito ….è  questo  il  vero,   sublime   valore   del  combattente.

Più avanti c’è uno spazio aperto,  appena sotto le prime rocce di Montelungo: 
è coperto da un alto strato di fango e le granate a volte vi sprofondano senza esplodere:    ma  ci  sono  anche  tronchi  d’albero,  tagliati  alla  base  dai  tedeschi  …. gli alberi mozzi  ….  e  quando la  granata  esplode  su  questi  spezzoni  che spuntano  dal  fango,  l’effetto  è  micidiale.
Così ci sono diversi feriti …. e  muore  Attilio  Faggi   amico  fraterno,  generosissimo nel soccorrere  i compagni  feriti.:   in  barella  mi  passa  vicino  Giorgio Barletta   ferito a un piede  -  in  quel  momento  lo  invidio,   lui  va  in ospedale,  al sicuro,  lontano da questo inferno …. povero  Giorgio,   soffrì  poi  tutta la vita  per quella ferita maledetta.

La compagnia si porta ora sotto il costone centrale di Montelungo.
Miracolo:  per un momento siamo al sicuro  -  Dio  mio … quelle  buche  tra  fango  e  roccia,  inattaccabili  dai  mortai:   il fango sembra ora  un piacevole,  morbido letto,  in  quel  buco  angusto,  invulnerabile !

Ma l’ordine è inesorabile ….  avanti  ancora …. ecco il Peccia …. ci inerpichiamo  faticosamente  sulla  roccia,   nel  fianco  ovest  del  monte.
Non  ho  più  la  percezione  del  tempo:   è  buio  ormai  e  i  mortai  tedeschi  non sparano  più.
Mario Cappella  si apposta con  il mitragliatore,  io  e   Gianni Recchi,   capoarma ,
gli  siamo  a  fianco:  una raffica  di  mitra  si  sente,  improvvisa,  un  po’  sulla sinistra,  dietro  a  noi  -  Mario  scatta  in  avanti,  verso  il  fronte  tedesco,  si  gira   e  punta  il  mitragliatore  nella  nostra  direzione.   Accidenti …. si  era  appisolato sul  mitragliatore  e  sappiamo  che  soffre  di  sonnambulismo:   cautamente  io  e  Gianni  riusciamo  a  svegliarlo    incredibile,

Non è finita:  ci  muoviamo  nel   buio ….  gli  artiglieri  americani  notano  i movimenti  e  cominciano  a  sparare:   fortunatamente  il  tiro  è  un  po’  lungo,  davanti  a  noi  -  ma    c’è   Pio Meletti    e  io  tremo  per  lui. 
Si salva  però,  caro  Pio,  così  mite  e  buono:  anche  prima  di  andare  al  fronte   ha  sempre  ripetuto  che  il  suo  carattere  non  si  accorda  con  la  guerra.

Raggiungiamo  l’obiettivo,   sul costone  roccioso  del  monte.
La tensione si allenta,   esplode la stanchezza:     ma  non  c’è   tregua.

Nella  notte,  l’urlo  di  un  ferito  è  improvviso  e  terribile 
….  aiuto  ….  mamma  ….  ho sete ….  voglio bere prima di morire ….
Siamo impietriti:  non sappiamo dove sia il ferito,  e sospettiamo anche una trappola dei tedeschi.  Dopo  un  momento di  incertezza   il capitano Castelli,  che è sempre stato in testa alla compagnia,   decide ….  si va a cercare il ferito.
Mi dice di preparare la squadra:  nel frattempo  riceve  l’ordine  di inviare  una pattuglia  sulla quota 253 di Montelungo,   e  manda  la  mia  squadra  sul  nuovo obiettivo.
Il capitano  andrà  personalmente,  con  altri  bersaglieri,  a  cercare  il  ferito,   e  lo salverà:  è  Gianni Della Valle,  della  seconda  compagnia,  ferito al torace,  sopravvissuto  in  mezzo  ai  morti.
Per  questa  azione  furono  decorati  alcuni  bersaglieri  della  pattuglia,   
non il capitano   -   non ho mai capito il perché.

La mia squadra dunque si inerpica sul monte, verso la prima vetta, la quota  253.
Su  quella  vetta,  adesso,  è  eretta  la  statua  della  Immacolata,  la  Madonnina  di Montelungo.

 Nel buio,  tra gli anfratti della roccia,  avanziamo cautamente,  a  breve distanza  l’uno dall’altro  -  Gianni,  che mi segue,  a un certo  punto  perde  il  contatto:  sempre  salendo,  cambia  direzione,  scorge  davanti  a    una  sagoma  china,  pensa  di avermi  ritrovato  e  sussurra  leo  leo la  sagoma  non  risponde …   e  Gianni,  ormai  vicino,  la  scuote ……  è un tedesco morto,  che l’urto rovescia a terra ……e Gianni inciampa  poi  in un secondo morto,  tedesco … …
E’  ancora  sconvolto,  quando  poco  dopo  ci  ritroviamo.

I  tedeschi  avevano  abbandonato  la  posizione:   ci  appostammo  sulla  vetta  raggiunta.
Nella notte  recuperammo un  fante del ‘sessantasettesimo’  che,  in evidente stato confusionale,  vagava nella terra di nessuno,  alla ricerca dei suoi compagni ….
 ….  c’è  la settima  lì ?   ripeteva    dov’è la settima ? …

E giunse l’alba del 9 dicembre 1943,  con il chiarore del giorno appena percettibile per la presenza di una fitta nebbia.   

Poi la nebbia scompare
  … là,  in fondo,  ai piedi del monte,  tra il Peccia e la massicciata della ferrovia,  appare il campo di battaglia della  ‘seconda’  ….  e  tutti  i  compagni  caduti ….
poveri  corpi  abbandonati  come  tanti  cumuli  di  fango …

       …………… destesi  in  abbandono
      a  l’arfio  de  la  Morte  che  veloce
      la  ngiassà  coi  brassi  stenchi  in  croce ….

Così scriverà Gianni,  in dialetto veronese.

Poveri compagni miei.  Allora non piansi:  la guerra è crudele anche in questo.
Adesso,  a ottantuno anni,  non  riesco a  trattenere  le  lacrime.

Trombettiere,  suona il silenzio fuori ordinanza,  per i miei compagni di Montelungo.   
 

Leone Orioli
LI Battaglione Bersaglieri A.U.C. "Montelungo", terza compagnia
8 dicembre 1943 . fronte di Cassino .



2 commenti:

  1. Spesso mi capita di osservare le innumerevoli lapidi disseminate nel nostro Paese a testimonianza di molti giovani che in onore della patria hanno donato la vita.
    E' passato solamente qualche decennio ma l'incontrastata rimozione della memoria e l'avanzata inesorabile di un consumismo sfrenato rendono queste storie,questi uomini al di fuori della portata della nostra comprensione,sembrano trascorsi interi eoni.
    Mi domando giornalmente come è potuto accadere tanto,come siamo riusciti ad arrivare così in basso,sinceramente provo un profondo senso di vergogna nell'appartenere ad una società ipnotizzata che si accanisce in una instancabile realizzazione di desideri indotti.
    Viviamo una realtà falsa dove principi,idee,regole non hanno più nessun senso,sono diventati contenitori vuoti.
    Uomini,ragazzi giovanissimi che hanno offerto la vita in nome della Patria,come possiamo solamente pensarli,noi incapaci di vivere come possiamo capire chi è stato capace di morire?
    Non so bene se sia meglio augurarsi che le cose migliorino oppure ambire ad una distruzione totale di paradigmi sociali tanto sterili ed insulsi.
    Sono certo però che ognuno nel suo piccolo possa e debba fare uno sforzo per porsi certe domande,per sfuggire alla superficialità ed alla pigrizia nella quale ci siamo cacciati e per restituire il giusto onore e la gloria a gesti e uomini dai quali ancora possiamo tanto imparare.
    Un paese senza memoria è un paese morto!!!

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  2. Molto bella la descrizione di Leone Orioli.
    Ci sono tanti modi di studiare la storia, uno dei più belli è attraverso i ricordi delle persone anziane. Per chi ha avuto la fortuna o ha ancora la fortuna di avere vicine persone care che hanno vissuto la prima meta del secolo scorso, farsi raccontare le loro esperienze, anche se non per forza drammatiche, è molto bello. Io ho avuto la fortuna di conoscere anche i miei bisnonni, quindi una testimonianza di tutto il secolo scorso! Ma purtroppo non avevo ancora la maturità per capire il tesoro che avevo davanti mi è scivolato via.
    Oggi si nasce con i-phone e play-station incollate alle mani e molte cose si danno per scontate ma non è stato sempre così.
    Alla fine della seconda guerra mondiale non c’erano le macchine, non c’erano le strade, ci si spostava a piedi, non c’era telefono, televisioni ecc… per comunicare ci si scriveva e si aspettava la risposta o si andava personalmente a portare il messaggio! Quel poco che aveva portato il progresso pochi anni prima era stato distrutto ed erano andate distrutte anche intere famiglie… Mia nonna oggi non riesce a capire che cosa è la depressione, sa solo che prende ai giovani e la chiama “cussa maladia leggia!” (quella malattia brutta!) ma non ha capito che cosa è…

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